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26.05.06
"Su questo terreno non mi interessa stare"
Antonio Moresco a colloquio con Massimiliano Parente
Massimiliano Parente. Tu sei stato tra i fondatori di "Nazione indiana", hai cercato di usare la rete per aprire uno spazio autonomo di confronto dove confluissero più energie. Poi ne sei uscito, proprio in coincidenza con il discorso sulla Restaurazione. Com'è stata per te questa esperienza, e quali i suoi limiti?
Antonio Moresco. Per me è stata un'esperienza molto utile e che non considero conclusa. Perché anche lì si possono incontrare tutta una serie di possibilità, di vivacità che si sviluppano nelle persone, e però anche delle paure, delle doppiezze, gelosie, piccole invidie, una mancanza di coraggio nell'essere completamente radicali e diretti. Insomma, le solite cose… C'è chi si sente poco sicuro o ha paura di tagliarsi dei ponti, dei ponticelli che ritiene di avere alle spalle. C'è chi si è attaccato alla canna del gas e ha paura che gli tolgano persino quella. Sarà che io, avendo pubblicato così tardi, l'idea, l'illusione di poter coltivare una mia carrierina come scrittore l'ho completamente bruciata, per me sono passati in altro modo gli anni durante i quali queste cose possono allettare di più, sembrare importanti. Non mi sono mai neppure posto il problema di dover cambiare qualcosa in me per riuscire a entrare dentro queste logiche di appartenenza, di carriera. Non escludo che possa esserci un modo intelligente, non per forza meschino, di muoversi all'interno del mondo culturale, dell'editoria ecc., ma si vede che, in ultima analisi, questo non mi interessa, non sono mai riuscito a metterlo al primo posto. Se è su quel terreno lì che si decide qualcosa, allora cosa me ne importa, su questo terreno non mi interessa stare.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 26.05.06 09:42
Interventi
Ne ho giusto parlato da me.
Io ho una grande stima di Antonio Moresco. Da molti è accusato di una sorta di profetismo. Per me, la sua è una vera, realissima, radicale testimonianza etica. E’, in ultima analisi, la sua scrittura che è immediatamente etica. In essa una forma ha preso corpo. E’ una scrittura che esonda dalla pagina, come la cipolla che si sdoppia, si sfoglia, si decentra. Un grande libro, La cipolla, uno dei libri per me fondamentali della letteratura italiana più recente.
Proprio per questo continuo a non capire perché Moresco – come succede qui - accetta di farsi rap/presentare da Massimilano Parente. Non capisco perché è con lui che discute di etica professionale, con lui che condanna chi si tiene stretti i legami con i “poteri forti” dell’imprenditoria editoriale - quando Parente è un fedele collaboratore dell’impresa culturale più importante nella destra berlusconiana, revisionista, parafascista. Basta vedere la composizione del consiglio d’amministrazione. Com’è possibile prestar fede a chi soggiace realmente a questi poteri forti, se non altro prestandosi al loro gioco? Come si può a “continuare a cantare” in buona fede scrivendo su un giornale dove la propria firma compare accanto a pezzi che recitano, ad esempio, “Oh no, riecco il 25 aprile!”? Oppure “Scusate, non è colpa nostra: ma i gay non possono adottare bimbi”?
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 09:52
credo che la risposta alla domanda di marco rovelli è nel testo pubblicato su Primo amore:
“Importante è capire cosa ha cercato di mettere al mondo uno scrittore, non tanto chi lo pubblica. Questo vale anche per gli scrittori del passato. Quando mettiamo in fila i loro libri, ci piacciano o non ci piacciano, ci emozionino o non ci emozionino, il nostro primo pensiero non va certo agli editori che li hanno pubblicati, di cui in genere non conosciamo neppure il nome.”
“Se mi fanno cantare alla Scala canto alla Scala, se non mi fanno cantare alla Scala canto per strada. Però continuo a cantare. Questa è la cosa più importante.”
Pubblicato da: Francesco Sasso - 26.05.06 10:21
Marco, secondo me: [1] la scelta di Antonio non è di "stare da una parte" (della Scala o della strada), ma di essere "indifferente alle parti"; [2] mia sorella insegna alle scuole medie; negli ultimi cinque anni ha lavorato alle dipendenze del governo Berlusconi e del ministro Moratti; devo dedurne che ne è una "fedele collaboratrice"? [3] Antonio Moresco, Carla Benedetti e Tiziano Scarpa pubblicano articoli nei giornali e nelle riviste del "gruppo Caracciolo", cioè nei giornali di Carlo Debenedetti. Debenedetti è lo sponsor di Prodi; possiede un impero mediatico fatto di un grande quotidiano, un grande settimanale e una quantità di pubblicazioni locali; si è conteso il controllo della Mondadori con Berlusconi (e, se i due volevano la stessa cosa, cioè, il controllo della Mondadori, ciò significa che volevano la stessa cosa, cioè un impero mediatico per condizionare i cittadini eccetera): ne devo dedurre che Antonio Moresco, Carla Benedetti e Tiziano Scarpa sono "fedeli collaboratori" di Carlo Debenedetti (basta guardare chi siede nel consiglio d'amministrazione), scrittori filogovernativi (come quell'Aldo 9 che va addirittura a farsi presentare superistituzionalmente e superfilogovernativamente alla Camera dei Deputati da Bertinotti e dalla giornalista De Gregorio - del gruppo Caracciolo)?
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 10:55
Anche io ho una grande stima di Antonio Moresco. Tra l'altro: ha tenuto un reading a Tortona due giorni orsono e mi ha consegnato un bigliettino che contiene i dati bancari con l'abi e il cab sbagliati. Questa disattenzione testimonia se non altro una più geberale disattenzione per i soldi, per gli interessi spiccioli, per il contingente. In fondo, da uno scrittore che è anche un 'grande aspirante scrittore', uno che non ha badato mai alle contingenze, ma ha sempre tenuto lo sguardo puntato su una prospettiva larga, me lo sarei dovuto aspettare. Che l'abbia fatto apposta, addirittura? Magari sì. Magari no, e questo sarebbe un segno di coerenza ancora più forte: una coerenza cioè non voluta, non cercata, connaturata.
Pubblicato da: Marco C*ndida - 26.05.06 10:58
Caro Giulio, altra cosa è essere dipendenti dallo Stato, altra cosa è pubblicare per qualcuno, altra cosa ancora è collaborare a un giornale. Sono tre cose sostanzialmente differenti.
Prendiamo la questione così: occorrerà pure stabilire una soglia nelle complicità, no? Altrimenti, per metterci "di fronte all'estremo", un Eichmann, o un umile guardiano di un lager, hanno semplicmente fatto il proprio dovere. Poiché so bene che tu non lo credi, è necessario stabilire un criterio per distinguere i casi.
Io credo che collaborare a un giornale che è parte integrante di un progetto politico-culturale fortemente reazionario sia aver oltrepassato la soglia. Se il tuo pezzo che tratta questioni eminentemente letterarie, senza implicazioni direttamente "politiche" e sociali, finisce sotto a un pezzo che attacca politicamente - per fare un esempio - il 25 aprile (e in che termini), allora è quest'ultimo il contesto che va a determinare il testo. Perché in quel caso accetti che la letteratura (la cultura) sia una sfera separata, e dipendente - esattamente il contrario del considerare la letteratura come necessità etica nel senso (rivoluzionario) moreschiano. E in questo modo collabori oggettivamente a una precisa battaglia politica. Letteralmente e metaforicamente, la sostieni.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 11:15
Marco, il gruppo Caracciolo/De Benedetti è o non è parte integrante di un progetto politico-culturale (e aziendale, direi)?
Collaborare ai giornali del gruppo significa o non significa che si aderisce a tale progetto politico-culturale (e aziendale, direi)?
(Non voglio dire che scrivere su "Libero" o su "Il Riformista" sia la stessa cosa. Ma faccio notare, già che ci sono, che "Libero" e "Il Riformista" condividono una grossa parte della proprietà. Tanto per fare un esempio). (Massimiliano Parente scrive anche nel "Riformista").
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 12:08
sia il gruppo berlusconi che il gruppo caracciolo/debenedetti portano avanti un progetto politico/culturale, certamente. io penso che per essere il collaboratore delle pubblicazioni periodiche di uno dei due gruppi, dovrai condividerne anche per sommi capi il progetto. secondo me è bello dire di no alla collaborazione con un giornale perché magari pubblica articoli cripto o anche meno cripto-fascisti, e tu non ti senti di avallarli. non è nemmeno come dire "se non mi fanno cantare alla scala canto per strada". è più come dire "se non mi fanno cantare alla scala allora canto al bagaglino". legittimo, ma a me non piace molto come linea di comportamento, a meno che tu non dica esplicitamente che a te proprio il bagaglino piace, come tipo di spettacolo e come contenuti, e non voglia far passare la tua scelta come in fondo neutra.
Pubblicato da: barbara - 26.05.06 13:31
Alla fine, Moresco - o consapevolmente o inconsapevolmente - pubblicando per grandi editori, mettendosi di traverso, fa la parte del borderline pubblicato e coccolato dall'editore - che ha bisogno anche di personaggi come lui.
Voglio dire: se pubblichi non sei autonomo. Credo che ogni autore ne sia cosciente, anche se non lo ammette in maniera esplicita.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.05.06 13:59
Giulio, cercando di intendersi nel concreto, ribadisco, chiedendo che tu risponda a questo: "Se il tuo pezzo che tratta questioni eminentemente letterarie, senza implicazioni direttamente "politiche" e sociali, finisce sotto a un pezzo che attacca politicamente - per fare un esempio - il 25 aprile (e in che termini), allora è quest'ultimo il contesto che va a determinare il testo. Perché in quel caso accetti che la letteratura (la cultura) sia una sfera separata, e dipendente - esattamente il contrario del considerare la letteratura come necessità etica nel senso (rivoluzionario) moreschiano. E in questo modo collabori oggettivamente a una precisa battaglia politica. Letteralmente e metaforicamente, la sostieni."
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 14:06
Marco, rispondo: "Sì".
Ne consegue che Massimiliano Parente collabora oggettivamente a una precisa battaglia politica, quella svolta dai giornali "Il domenicale" e "Il Riformista". La cricca dellutrian-dalemiana, per spiegarsi. Mentre Antonio Moresco anche lui collabora oggettivamente a una precisa battagli apolitica, quella svolta da giornali come "Repubblica" e "L'Espresso". La cricca debenedettian-prodiana, per spiegarsi.
Poi mi accorgo che D'Alema è il vice di Prodi, e non so più che dire.
Vedi, Marco, la cosa che non finisce mai di stupirmi è che mentre l'appartenenza di certi mezzi di comunicazione a certe persone è continuamente ricordata, l'appartenenza di certi altri mezzi di comunicazione a certe altre persone è continuamente omessa. Eppure, né questi né quelli sono stinchi di santi. Eppure, i due gruppi sono i due gruppi che da un tot di anni stanno battagliando per il controllo dell'Italia.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 15:03
E' vero, sono due gruppi, due "poteri forti". Ma uno è un potere concentrato, para-totalitario (aziende, indotto, partito, partito-azienda, sovversivismo in senso gramsciano (si sta minacciando un fantasmatico contro-aventino, non so se ti rendi conto), mass-media e propaganda, etc.), l'altro è un potere diffuso, sparso, che integra "corpi intermedi", che è un collettore di istanze diverse e spesso contraddittorie (e non a caso il centro-sinistra è luogo di tensioni politiche diversamente dal compatto, toalitariamente compatto centro-destra).
Tra le due cose ci sono differenze grandissime che non possono essere trascurate, anche se con uno sguardo più prospettico le differenze si assottigliano. Con quello sguardo più prospettico, però, allora aveva ragione Stalin a tacciare di socialfascismo la socialdemocrazia europea... (e, come sai, lo dico da libertario - uno che sta dalla parte di quelli che Stalin ha massacrato).
Un giornale scrive: Che schifo il 25 aprile. un altro scrive: Viva il 25 aprile. Tu da che parte stai?
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 15:17
In vibrisse.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 15:33
Mi auguro che vibrisse gridi Viva il 25 aprile, allora.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 15:40
no, scusate, n'attimo, rovelli scusa, ti stimo, sei libertario, anch'io, nel senso che mi sento libero anche quando non lo sono manco per il cazzo; ma quando tu dici che il centro-destra é totalitariamente compatto mi viene voglia di dire: 'spetta, guagliò, 'spetta.
per il resto mozzi ha ragione in tutto il suo argomentare. perchè se le pagine culturali fossero in prima allora si potrebbe discutere, ma stanno in retroguardia.
sul discorso di moresco: è evidente che si puo' essere radicali in tanti modi, anche agitando una Rosa nel Pugno (e questo è davvero un paradosso, per me).
Pubblicato da: sevenent - 26.05.06 15:50
Be', Marco, in vibrisse ci sono centinaia di articoli, forse milioni di parole. E' così necessario fare una riduzione a un grido?
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 15:58
Per "sevenent": mi dài ragione attribuendomi un'opinione che non ho espressa. Quindi stai dando ragione a te stesso, non a me.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 16:01
Per come la vedo io, il fatto che le pagine culturali stiano in retroguardia conferma ancora di più il mio ragionamento: nel senso che sono una pezza da piedi/d'appoggio. Una volontaria sottomissione di un uomo di cultura che accetta il suo ruolo marginale (dice qualcosa, nel sistema di pensiero di Moresco, questa "marginalità" che uno scrittore non dovrebbe accettare?), e accetta di dar forma a una sua parvenza d'autonomia, che di fatto va a giustificare il discorso dominicale - del resto nei comuni (vado per associazione, ma siamo sulla stessa frequenza d'onda) all'assessorato alla cultura non mettono sempre giovani e/o ignoranti?
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 16:02
Un grido non riduce - complica, se mai, come il Dio di Cusano. Quindi sì, è necessario...
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 16:04
mozzi, in effetti è uno dei miei sport preferiti, darmi ragione. grazie per avermelo ricordato.
ps.: se mi però spieghi dove sta la contraddizione tra il mio darti ragione e la serie di tuoi ragionamenti precedenti te ne sarò grato.
Pubblicato da: sevenent - 26.05.06 16:13
sulla questione si è discusso molto in passato, da ben prima della querelle di berardinelli sul foglio. un po' democristianamente, mi sento di condividere parte delle argomentazioni sia di marco che di giulio. nel senso che marco ha ragione quando evidenzia che la cornice inevitabilmente condiziona un po' il senso della tela che contiene, cioè a dire che in qualche misura vi esercita sempre un'ipoteca semantica anche se il contenuto del pezzo è di stretta pertinenza letteraria. allo stesso tempo, giulio fa bene a segnalare i tanti esempi contradditori che evidenziano l'impossibilità di questo tipo di etichettatura degli intellettuali (parente che scrive sia sul domenicale che sul riformista). a questo punto, forse, la questione andrebbe posta
in modo diverso, e cioè quanto la cornice condiziona "direttamente" i contenuti dei pezzi?
per "direttamente" intendo far riferimento proprio ai contenuti dei pezzi. per esempio: se un intellettuale di sinistra, ospitato da un giornale di destra, omette di parlare di autori di sinistra, oppure sceglie per i suoi articoli argomenti di destra, o ancora li tratta da quel punto di vista, cambiando così il suo modo di scrivere o di parlare di letteratura, lì ci vedo un'incoerenza da deprecare. è la sindrome del camaleonte, per cui si assume il colore del ramo su cui si sta, e spesso è una forma di autocondizionamento, non sollecitato ma tacitamente apprezzato dal datore di lavoro, perché il potere è tale proprio perché vuole anche ciò che non ha chiesto. ma in assenza di questo, e nella consapevolezza che la situazione italiana è talmente metastasizzata che essere antiberlusconiani e non voler avere a che fare con berlusconi è quasi impossibile per quanto diffusi sono i suoi interessi, accusare qualcuno che si professa di sinistra per il semplice fatto che scrive su giornali o case editrici di proprietà dell'ex premier mi sembra perlomeno ingenuo, o ingiusto e scorretto. colombati non è di destra solo perché scrive su "il giornale".
stessa cosa si può dire di saviano che pubblica per mondadori. all'epoca della querelle su berardinelli e "il foglio", io dissi che ai miei occhi berardinelli non era "uno che scrive sul foglio", ma il foglio era "un giornale che faceva scrivere berardinelli", acquisendo in questo modo qualche merito che i c.d. giornali di sinistra invece avevano perso chiudendogli tutte le porte.
e un'ultima cosa: spesso mi capita di pensare che i moralisti più indefessi siano proprio coloro che non se lo possono permettere, quasi a proiettare sugli altri, stigmatizzandole, le proprie manchevolezze. fateci caso: le persone più integerrime in genere sono anche le meno moraliste. le tante professioni di purezza che si leggono sui blog a proposito dei "venduti di sinistra che scrivono su giornali di destra" a me fanno venire in mente il voto di castità di un impotente. l'astinenza sessuale può avere un valore solo se costa sacrificio, e chi non si è mai trovato nella situazione di decidere se scrivere su un giornale di destra o non scrivere perché nessuno te lo permette, a mio parere farebbe bene a tacere. scusate la prolissità.
Pubblicato da: sergio garufi - 26.05.06 16:25
No, Marco. Secondo me, riduce. Se vuoi convincermi del contrario, spiégami.
Ti propongo un pensiero. Tu dici: "Io ho una grande stima di Antonio Moresco". Se hai di lui una così grande stima, potresti azzardare un'ipotesi: che abbia ragione a fare come fa. Perché, se nel fare come fa ha torto, come fai ad avere una grande stima di lui? Se Moresco fa comunella con un "fedele collaboratore dell’impresa culturale più importante nella destra berlusconiana", non sarà che anche lui, Moresco, è "fedele collaboratore di un fedele collaboratore dell’impresa culturale più importante nella destra berlusconiana"? O non sarà, forse, che le cose diventano più comprensibili se si descrive Massimiliano Parente non come, o non solo come, un "fedele collaboratore dell’impresa culturale più importante nella destra berlusconiana", ma anche con altre parole?
Perché, in somma, Marco, non consideri - almeno come ipotesi di lavoro - questa scelta di Antonio come una diretta conseguenza della sua "vera, realissima, radicale testimonianza etica"? E perché non consideri Massimiliano Parente per ciò che dice, anziché per il fatto che collabora con "Il Riformista"?
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 16:26
Per "sevenent": non ho detto che c'è una contraddizione. Ho detto che mi attribuisci una opinione che non ho espressa (e che, tra l'altro, non ho).
L'opinione che non ho espressa è: "Se le pagine culturali fossero in prima allora si potrebbe discutere, ma stanno in retroguardia". Se ritieni che io l'abbia espressa, dimmi dove e con quali parole.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.05.06 16:30
capito, grazie. contraddizione l'ho detto io, infatti, non tu. e sul punto (pagine culturali in retroguardia) non ero e non sono d'accordo.
Pubblicato da: sevenent - 26.05.06 17:09
Rispondo a Sergio e Giulio, ma le due parti non sono isolabili quanto al ragionamento.
Sergio, provo a isolare due punti del tuo intervento.
1) La sindrome del camaleonte. Su questo, o ovvio, sono d’accordo. Un caso esemplare è quello di Gemma Gaetani, il cui linguaggio camaleontico avevo posto in questione su Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com/2006/03/ 05/processi-virtuali-il-blogger-va-alla-guerra)
2) il giudizio morale. Certo, i moralisti sono preti risentiti (i corvi di Blake, il ragno di Nietzsche). Ma qui io non giudico nessuno da un punto di vista della “morale”. Io, ad esempio, ho un amico che scrive, ahilui, sulle pagine culturali del Giornale – per necessità alimentari. Ciononostante non è per questo che ho smesso di essergli amico. Il mio è un punto di vista etico. Oggettivamente (e cosa intendo per “oggettivamente” l’ho spiegato sopra) c’è una collaborazione (con/laborare), anche quando non si è camaleonti.
3) E poi, tu rendi equivalenti “giornali o case editrici”. Torno a dire che non si tratta per nulla della stessa cosa. Un giornale ha una linea politico-culturale ben definita, oltre che essere un prodotto commerciale. Il prodotto commerciale si caratterizza a partire dalla linea politico-culturale (dopodiché le due cose reagiscono a vicenda, ma rimaniamo nel semplice). Per una casa editrice il rapporto è invertito. Cosicché Saviano può scrivere un libro magnifico, credo, nonostante lo pubblichi Mondadori. Sul Giornale invece certe cose non le potrebbe di certo scrivere. Se - immagino un esempio concreto, possibile - al mio amico che scrive sulle pagine culturali del Giornale chiedessi di recensire il mio libro sui CPT, tu credi che potrebbe permettersi di scriverne bene? Potrebbe scriverne, eventualmente, solo stroncandolo, o quantomeno contestandolo in radice.
Giulio, infatti io ho detto, Non lo capisco. Non credo che i comportamenti umani debbano essere comprensibili a tutti i costi. Può essere benissimo – come in effetti è nella maggior parte dei casi – che l’uomo non sia il soggetto che compie scelte razionali come nella logica dell’economia classica. Può essere benissimo che Moresco consideri il valore emotivo dell’amicizia superiore e preliminare ad ogni altra considerazione (e gli amici, diceva Aristotele, sono sempre fuorilegge). Il fatto che io ho stima di lui non significa che io debba assumere a prescindere da ogni altra considerazione ogni suo comportamento e ogni suo pensiero. Stima e condivisione sono due cose differenti. Può essere che i nostri universi valoriali si incontrino in qualche punto e divergano su altri. Anzi, è sicuramente così. Posso benissimo pensare che ha torto su alcuni punti e continuare ad avere stima di lui. Se è vero che “avere stima” non significa “condividere integralmente”, allora non vedo quale sia il problema.
Io posso considerare Parente per ciò che dice, e potrò pure dire che è un grande romanziere (non lo so, non l’ho mai letto) - ma non è questo il punto. Faccio un esempio: sul Manifesto non si potrà dire, che so, Viva la Bossi-Fini, no? – si tratta di un presupposto implicito. Esistono dei presupposti impliciti in imprese culturali. Se tu partecipi a un’impresa culturale tu accetti quei presupposti impliciti, e accettandoli li sottoscrivi, li legittimi, li giustifichi. Parente accetta i presupposti impliciti del Domenicale. Che sono i presupposti impliciti della cultura berlusconiana. Dunque non consiste con qualsivoglia radicalità etica.
Quanto alla complicazione, la intendo appunto non come reductio ad unum, ma come salvaguardia delle singolarità: le cose sono co-implicate - in un grido - che le contiene tutte in potenza. Di quel grido le cose, anche e proprio nella loro differenza, sono l’esplicazione. Ma tutte quelle cose, per quanto contraddittorie, non sarebbero se quel grido non fosse stato, e non fosse tuttora. Se Vibrisse è un luogo di libertà, lo è per qualcuno che ha gridato.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 17:22
scusate, rovelli e garufi.
quando tu rovelli scrivi:
"Cosicché Saviano può scrivere un libro magnifico, credo, nonostante lo pubblichi Mondadori",
invece di "nonostante" dovresti scrivere "grazie". non esistesse la mondadori, non esisterebbe il libro di saviano pubblicato da mondadori, esisterebbe il libro di saviano pubblicato da una casa editrice che non è mondadori, una casa editrice molto probabilmente molto meno potente - nei termini che tutti conosciamo- di mondadori.
Pubblicato da: sevenent - 26.05.06 17:52
Se non l'avesse pubblicato per Mondadori, magari ci sarebbero state Rizzoli, o Feltrinelli, o Garzanti...
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 18:38
in ogni caso stavo giusto dicendo che la casa editrice è altra cosa dal giornale.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 18:50
@marco
non ho detto che è la stessa cosa scrivere un articolo per "il giornale" o un libro per mondadori, perché le cornici sono indubbiamente diverse; ma se applichiamo alla lettera la logica del tuo ragionamento sull'ipoteca semantica, non possiamo che constatare che scrivere un libro per mondadori significa fare gli interessi (se non politici almeno economici) di berlusconi. poi sul fatto che le case editrici non abbiano anche una connotazione politica ci sarebbe molto da obiettare, così come sul fatto che l'elettorato di riferimento della destra è in buon parte "impolitico", nel senso che non aderisce alle stesse modalità di partecipazione politica di quello di sinistra. pensa alla comicità di sinistra dei f.lli guzzanti, così diretta e "interventista", e alla comicità di destra della compagnia del bagaglino. ci sono differenze rilevanti che spiegano perché la destra, anche quando è maggioranza nel paese, non potrebbe mai portare in piazza 3 milioni di persone; ma qui ci addentreremmo in una questione troppo grande. per restare invece al tema, ti chiedo: su quanto ho detto a proposito di berardinelli e di parente cosa pensi? non credi che la collaborazione del secondo al "domenicale" e al "riformista" scompagini le normali categorie di giudizio a cui ti rifai? e non credi che il fatto che berardinelli scriva sul foglio perché nessun altro giornale, né di destra né di sinistra, lo fa scrivere, sia un merito del foglio e non un demerito di berardinelli (una volta ammesso che il suo approccio critico non è cambiato)? e infine, riguardo al tuo amico che scrive sul giornale per campare: io penso che non sia solo questione di soldi. può essere anche una questione di dignità umana e professionale: se berardinelli potesse vivere di rendita per una inaspettata eredità, pensi che dovrebbe rifiutare e così smettere di scrivere su quotidiani perché l'unica proposta che ha ricevuto non proviene da un'area politica in cui si riconosce? per quanto mi riguarda, io valuto questi casi dalla coerenza che dimostrano. io scrivo su stilos e su naz ind, e gli autori che amo e che cito più spesso sono scrittori che appartengono alla tradizione della grande letteratura reazionaria del novecento: borges, céline, cioran, gadda, manganelli, e spero di continuare a farlo indipendentemente da chi ospiterà i miei pezzi.
@sevenent
sì, grazie a mondadori, sono d'accordo
Pubblicato da: sergio garufi - 26.05.06 19:13
@ Sergio
Quanto al mio amico - ti assicuro che è solo per soldi. E come è per lui, è per molti altri lì dentro.
Quanto agli scrittori, anch'io amo tutti quelli che hai detto, ma io credo che siamo su tutt'altro piano.
Quanto a Mondadori, fare gli interessi meramente economici di una persona è ben altra cosa da fare quelli politici, culturli, valoriali e quant'altro. (E ribadisco, sono sicuro che i libri come quello do Saviano trovano comunque un posto al sole, anche senza Mondadori - non facciamo di Mondadori un'Opera Pia, almeno).
Quanto alla duplicità parentiana, io non credo che cambi il giudizio. Perché non giudico la persona Parente (non sono un prete, e sono portato a credere che personalmente sia pure una buona persona), giudico la qualità etica di un suo gesto, il portato effettivo di una sua azione (la risultanza della sua praxis): e in questo caso sto valutando la qualità di quest'azione: la con/laborazione con il Domenicale. Il resto non c'entra (altrimenti saremmo davvero nel campo sacerdotale, nella pura casuistica gesuitica, faccio questo però poi mi salvo l'anima con quello...). E lo stesso vale per Berardinelli.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 19:29
rovelli, si, è vero. ma mondadoriè la numero 1. e "grazie" a mondadori, che è la numero 1, il bravissimo saviano puo'far conto di quella "penetrazione" che il suo libro di "faction" assolutamente merita. non "nonostante".
lo so che hai fatto un distinguo molto calibrato tra editoria libraria e giornalismo. molto calibrato ma con qualche lacuna, a mio modo di vedere. è verissimo quel che tu dici sulle "linee editoriali". ma se tu parli di libri le cose divengono un po' diverse. tu fai un esempio estremo sui CPT. chi ti dice che il giornale non ne possa parlare bene, di un libro di questo genere? sarà difficile, ne convengo, ma non impossibile. dipende dal recensore, cioè dalla sua "capacità etica"; dal suo poter essere se stesso al di là dei condizionamenti esterni e, qui arriviamo al punto, interni. perchè la mia sensazione è che alcuni, per camaleontismo, per vigliaccheria, per quel che vuoi, tendano ad essere molto più realisti del re.
è ovvio che tra pagine culturali e il resto di un giornale non c'è, a dividere, un compartimento perfettamente stagno. ma quando io parlavo di "retroguardia", prima, volevo intendere che, se recensiamo libri, o allarghiamo addirittura il portato di una polemica, saranno comunque voci, quelle che sono lì strillare, che vengono da una posizione di retroguardia, dato l'"altissimo" numero di lettori che puo' vantare questo paese. tutto qui.
Pubblicato da: sevenent - 26.05.06 19:29
Quasi quasi mi verrebbe la voglia di farlo, l'esperimento. Chiamare questo mio amico e chiedergli di recensire il mio libro...
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 19:31
gli amici si vedono nel momento del bisogno...
Pubblicato da: sevenent - 26.05.06 19:45
Mi e vi faccio una domanda. Ma se giudicassimo gli scrittori per quello che scrivono? Cioè per i libri che pubblicano. Cioè per la letteratura. Per le loro idee formalizzate.
Dove pubblicano, se e come scrivono articoli, partecipano o no al dibattito politico, culturale: puo' essere interessante, non decisivo.
E' limitativo?
Davvero stare dentro il sistema (leggi: pubblicare - per esempio - da Mondadori) ha valore? E' chiaro che no, anche se questo implica comportamenti personali piuttosto restaurativi (io non lo penso, ma coerenza vorrebbe...)
Quanto ai giornali. E' diverso, è evidente, sono d'accordo con Marco Rovelli. Ma cosa cambia? Chi o cosa stiamo giudicando? Resta la mia domanda iniziale.
Ezio
Pubblicato da: ezio - 26.05.06 23:32
Ezio, sono più che più che d'accordo. Non penso certo che Antonio Moresco possa essere liquidato perché di tanto in tanto un suo articolo appare in un giornale ora filogovernativo, né che Massimiliano Parente possa essere liquidato perché collabora continuativamente con "Il Riformista".
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.05.06 09:14
Non so come valutare Moresco letterariamente. Ogni volta che ho aperto e letto pagine di qualche suo libro in libreria mi è passata la voglia di comprare. So di avere un forte pregiudizio nei suoi confronti dopo la tempesta nel ditale della restaurazione su Nazione indiana. So anche di avere intolleranze fisiche (allergie) verso alcuni scrittori e/o scritture. Ad altri piacciono e sono felice che sia così, non mi interessa una guerra 'di valore'.
Questo incontro Parente Moresco lo trovo deprimente. Per completare gli avvisi riguardo ai miei pregiudizi è giusto dire che non ho una buona opinione su Parente, ma non sono solo le ragioni ben espresse da Alderano a darmi fastidio in questa intervista. Per dirla tutta e francamente mi da fastidio questo 'dovere' dell'artista di cantare, questo 'dovere' dell'Artista Ispirato di scrivere, questo 'Dovere' a prescindere. Prescindere anche da certe frequentazioni? sì, sembra di intuire questo visto che il Sacro Demone viene prima di ogni altra cosa. Posso dire che a me questo non piace? se fossi uno scienziato (tranquilli: non lo sono) capace di innovazioni con immediata realizzazione di armi e il mio sacro demone (o creativo o di fama) mi spingesse a farlo credo che piuttosto andrei a fare lo spazzino (mestiere, peraltro, dignitosissimo anche se non necessariamente affine al Sacro Demone). Questo per dire che ci possono essere delle forti motivazioni a esercitare la propria arte, ma che porre la propria
arte in qualsiasi ambito e al servizio delle peggiori idee (vedi sempre le giuste osservazioni di Alderano) è cosa scorretta soprattutto rispetto alla propria dignità e forse anche allibero arbitrio. Ci sono compromessi che ognuno deve accettare anche per la sola necessità di mangiare e altri che non sono necessari e forse riempiono solo vuoti narcisistici che ognuno di noi ha (pubblico nella merda, magari i
n un giornale sulla purezza della razza, ma pubblico). Sì, concordo con Alderano, un libro stampato parla di sè, un'intervista o un'intervento nell'ambito di pubblicazioni fasciste (ci tengono a esserlo e bisogna dargliene merito) finisce con il portare una certa credibilità (ci scrive pure quello scrittore a cui siamo invisi, vedi che non siamo poi così totalitari e razzisti e fascisti?) a testi che propagandano idee di M........ e le cose che in questo caso mi interessano sono le idee che direttamente propagandano, non la proprietà editoriale.
Quanto poi sia gradito a persone di destra un discorso sul sacro Fuoco dell'Arte (o di altro a loro più affine come il sacro fuoco della razza - dell'ordine - della Sicurezza ecc..) incompreso, ma non domo (il singolo che titanicamente si erge e sopravvive vincendo l'avversa sorte e temprandosi) posso solo immaginarlo, anzi, preferirei proprio non immaginarlo. Che il sacro fuoco dell'Arte e di qualsiasi altra cosa ci/mi risparmi, please.
besos
P.s. preciso per correttezza che non credo che Moresco si immagini come un Titanico Superuomo, ma alcuni dei lettori del giornale del parente non è detto che siano menti affini alla sua, anzi dubito e immagino che possano allegramente travisare seguendo le loro logiche e facendo qualcuna delle deduzioni che io (e solo io, non Moresco) ho fatto per loro (esagendo e basandomi su qualche esemplare destro di mia conoscenza).
Di qualche esagerazione chiedo scusa, ma mi serviva esasperare un pò per far capire il senso di quello che volevo dire.
Besos
Pubblicato da: spettatrice - 27.05.06 12:15
Errata corrige
(esagendo e basandomi su qualche esemplare destro di mia conoscenza).
diventa
(esagerando ecc...
Pubblicato da: spettatrice - 27.05.06 12:36
Cara Spettatrice, scrivi a un certo punto: "Per dirla tutta e francamente mi dà fastidio questo 'dovere' dell'artista di cantare, questo 'dovere' dell'Artista Ispirato di scrivere, questo 'Dovere' a prescindere".
Credo che si possa dire che questo "dovere a prescindere" si identifica con (è la stessa cosa di) un "diritto a prescindere" (se ho il "dovere a prescindere" di mangiare un piatto di maccheroni al giorno, ho il "diritto a prescindere" di mangiare un piatto di maccheroni al giorno).
Ora: è possibile negare (assumo arbitrariamente che dichiarare un "fastidio" sia solo l'inizio) il "diritto a prescindere" di "cantare"?
Una società nella quale il "diritto a prescindere" di "cantare" fosse negato, e nella quale esistesse solo il "diritto, ma non a prescindere" di "cantare", ci piacerebbe?
Se il "diritto" di "cantare" non è "a prescindere", quali sono le istituzioni (in senso lato: dai tribunali all'opinione pubblica, dal common sense al Minculpop) alle quali si affida il compito di moderare l'esercizio del "diritto di cantare"?
Infine: se proviamo "fastidio" difronte all'Artista che si ritiene Ispirato, non è che, semplicemente, questo è un problema nostro? Ciò che l'Artista chiama, o che noi chiamiamo nell'Artista, "Ispirazione", non è che è semplicemente la differenza radicale che c'è tra noi, non-artisti, e l'Artista? E: ragionando come ragiono ora, non è che si arriva a definire l'Ispirazione come la patologia psichica specifica di coloro che si ritengono artisti? (Vale a dire: non sono mica sicuro che da domande di questo genere possano venir fuori buone risposte. Magari ne escono mostri).
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.05.06 12:41
Giulio, credevo anche di avere aggiunto:
Prescindere anche da certe frequentazioni? sì, sembra di intuire questo visto che il Sacro Demone viene prima di ogni altra cosa. Posso dire che a me questo non piace? se fossi uno scienziato (tranquilli: non lo sono) capace di innovazioni con immediata realizzazione di armi e il mio sacro demone (o creativo o di fama) mi spingesse a farlo credo che piuttosto andrei a fare lo spazzino (mestiere, peraltro, dignitosissimo anche se non necessariamente affine al Sacro Demone). Questo per dire che ci possono essere delle forti motivazioni a esercitare la propria arte, ma che porre la propria
arte in qualsiasi ambito e al servizio delle peggiori idee (vedi sempre le giuste osservazioni di Alderano) è cosa scorretta soprattutto rispetto alla propria dignità e forse anche al libero arbitrio.
Credo di poter rispondere alle tue domande come sopra visto che non mi sono sognata di pensare o di parlare di nessuna istituzione che ponesse censure. Siccome sono in vena di esagerare con paragoni non sempre calzanti sappi che a me piacciono sia le persone che insistono per praticare la loro Arte sia le persone che sanno rinunciare a soddisfazioni, spesso solo egotiche, per praticare la loro Arte in ambiti e in situazioni che non sono 'coerenti' con la loro Arte. Se fossi una pacifista e scrivessi e pubblicassi su un giornale guerrafondaio (indipendentemente dalla proprietà editoriale) non sarei credibile ai miei stessi occhi. Dici che sarei coerente se i miei libelli fossero fortemente contro la guerra? dubito, ma dubito ancora di più che quella pubblicazione accetti qualcosa che va oltre una diluita opinione contraria. Forse potrei riuscire a guardarmi nello specchio la mattina senza inorridire se quel giornale pubblicasse la mia vera opinione contro la guerra in cui è compresa (scritta e a chiare lettere) anche la propaganda di morte che circonda il mio articolo. Si sono mai dati casi di questo tipo? se sì (e mi piacerebbe conoscerli) non riconosco comunque in questa categoria il duetto Parente Moresco.
Ribadisco per Giulio e per quanti pensano a una mia volontà di limitare le opinioni altrui che nonè nelle mie intenzioni e non rinuncio, conseguentemente, a criticare Moresco o chiunque altro con il mio metro di giudizio (non vincolante e assoluto per chiunque)lasciando libero lo scrittore di fidanzarsi o sposarsi con chi vuole (e non perchè non ho mezzi o possibilità di oppormi - vero comunque- ma perchè se anche avessi la possibilità di oppormi non lo farei ........e per libera scelta e armonia con il mio modo di vivere e di essere)
besos
ps.
Ispirazione", non è che è semplicemente la differenza radicale che c'è tra noi, non-artisti, e l'Artista?
l'Artista per me non esiste, non nei termini di qualcuno al dilà dell'umano e certe concezioni dell'Artista svincolate da questo limite le trovo affini a un superomismo che mi fa solo tristezza e in alcuni casi paura perchè troppo vicino a certe idee destrorse. Altra opinione personale che nell'intervento precedente avevo accennato.
Scappo che ho un impegno
besos
Pubblicato da: spettatrice - 27.05.06 14:49
Cara Spettatrice, rispondo al volo e poi scappo anch'io (e sto via qualche giorno).
Sono più che convinto che non ti sei mai "sognata di pensare o di parlare di nessuna istituzione che ponesse censure". Ma se il "dovere imprescindibile" istituisce un "diritto imprescindibile" (tu che cosa pensi, di questo?), ho il sospetto che il "fastidio" per la rivedicazione di questo "dovere" che istituisce un "diritto" possa essere usato come argomento per promuovere l'istituzione di una moderazione di quel "diritto".
Se non esiste l'Artista, esite l'Arte? O ci sono solo artisti, e arte?
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.05.06 15:11
Caro Giulio a me non passa neanche per l'anticamera del cervello di regolare le scelte altrui (se si tratta di ARtisti AUtori poi), no, da semplice persona qual sono mi limito a non apprezzare certe cose, le mie uniche azioni sono quelle di tagliare fuori certe scelte e le persone che le fanno dal mio spazio di vita. Mi sento però libera di dire cosa ne penso e lo dico a dispetto di tutte le mistiche Artistiche in giro.
Sarei comunque la prima, se qualcuno volesse costringere Moresco a star lontano dal parente (e fosse suo desiderio avere questa intimità) a protestare.
Quindi credo che l'Artista (se si considera e cerca di agire come il suo protollo di Autore gli suggerisce) possa fare il cavolo che gli pare come chiunque altro (salvo rispettare libertà e spazi altrui), ma che poi si abbia il diritto di criticarlo e anche duramente senza, ovvio, linciarlo o come tu dici usare le critiche: come argomento per promuovere l'istituzione di una moderazione di quel "diritto".
Per quanto riguarda la mia concezione di arte e artista sarebbe lungo spiegare. Fondamentalmente credo che l'arte, il creare e il creare senso sia una capacità umana e di tutti. Non che tutti sappiano/possano dedicarsi alle stesse 'arti' - se poi è possibile catalogarle -, ma che l'arte sia una componente umana e di tutti come il linguaggio ......salvo tare fisiche e, a volte, anche a dispetto di quelle. Per cui non considero neanche i Grandi pittori o scultori o...esseri particolari, investiti di poteri profetici o altro. Hanno potuto approfondire le loro abilità e le hanno portate a livelli tali da destare meraviglia o da dare senso a linguaggi comuni. Quindi mi contraddico? no, nel mio modo di pensare questo è successo perchè le società così come sono impostate hanno costretto a morire nella maggior parte delle persone la loro componente 'artistica' e creativa. E credo anche che questo accada perchè le persone amputate di una parte di se così importante (che se educata da bambini salta fuori in chiunque e in varie forme) sono facilmente manovrabili e comunque monche di un'aspetto che è poco assimilabile e poco controllabile.
Non so se prendo queste opinioni dai surrealisti o dagli anni '70 o da qualche strano mix, sta di fatto che darei via le opere dei musei di mezzo mondo (se mi appartenessero) per far riacquistare agli esseri umani la capacità di creare, di fare arte, di dare senso.
Visto che però ho, come dire, anche un minimo di senso della realtà, e quindi mi prendo sul serio sin dove mi è possibile, per il momento mi limito a riprendere e a condividere alcune considerazioni wuminghe già citate da Lucio Angelini nei suoi cazzeggi letterari:
In una vecchia intervista apparsa in www.girodivite.it Wu Ming1 ribatte:
"E 'sti cazzi? Punto fondamentale del progetto Wu Ming è la progressiva smaterializzazione del culto della personalità dell'artista. Tant'è che wu ming nel dialetto mandarino della lingua cinese significa proprio 'nessun nome'. Eppure sembra inconcepibile, date quelle che sono le nostre basi culturali, non pensare alla funzione dell'autore come ci è stata insegnata. Anche solo pensando al lavoro di elaborazione mentale che esso svolge. Di scelte di materiali, di stile, di forme, di contenuti etc etc . Il punto è che non è (non dovrebbe concepirsi in quanto) Autore. In quella maiuscola reverenziale (che c'è e pesa anche se non la si scrive e non la si può pronunciare) risiede il problema. E' la stessa maiuscola che stabilisce d'arbitrio la differenza tra le arti e l'Arte, tra l'artista e l'artigiano. Sostanzialmente, gli autori dovrebbero tirarsela di meno, e capire che non sono affatto esseri fuori del comune, anzi, sono 'dentro il comune', nel regno di ciò che è condiviso da una società. Come ha scritto Stewart Home: 'Si comincia con l'Autore, e si finisce con l'Autorità'. Noi pensiamo che partendo dagli autori (al plurale e senza la maiuscola) si arrivi tutt'al più all'autorevolezza, quel punto in cui esiste sì un 'valore aggiunto' (quello di un lavoro fatto bene) ma non c'è alcun tipo di imposizione né di coercizione."
besos
Pubblicato da: spettatrice - 27.05.06 19:56
Come sono penosamente populistici i pezzi di Wu Ming 1, buoni per non essere mai confrontati con altre parole, destinati ad andare dritti al compratore ad un'ipervelocità che non consente critiche, come un treno superveloce fico e costoso. Direi che WuMing 1 è l'eurostar della scrittura.
Pubblicato da: andrea barbieri - 29.05.06 17:43
Bisognerebbe però ricordare che Wu Ming è giustappunto un autore
[a] attorno al quale si è sviluppato un "culto della personalità";
[b] che "se la tira" un sacco;
[c] che promuove un'idea autoritaria.
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.05.06 06:14
Bho, mi tuffo in una discussione sui wm? era questo che volevo quando ho fatto quella citazione? ero vittima di un culto della pluripersonalità wuminga?
Sono domande che potrebbero portarmi a scoprire l'esistenza/assenza di Dio, così ridimensiono la citazione al solo Steward Home (che non so chi o cosa sia, da internet non sono riuscita a capirlo :-) sulla possibilità di passare dall'Autore (con la A maiscola) all'Autorità (pure quella con la A maiuscola). Questo mi interessava e questo mi interessa, la soluzione wuminga dell'autorevolezza è una, possibile, alla quale non presto nessun culto nè conseguente a quello della 'personalità multipla' nè a una mia possibile sudditanza nei loro confronti.
A proposito di culti della personalità restano da chiarire alcune cose:
il culto nasce perchè l'autore si pone come oggetto di culto?
il culto nasce perchè il cultore (fan) è in cerca di un culto?
Potete, chiaramente, darvi la risposta che volete. Vi do la mia per semplice grafomania. Nella maggior parte (non in tutti) dei casi (là dove non esista coercizione) il culto nasce dal basso e nasce per un bisogno che a sua volta è frutto di una carenza di libertà di pensiero e di elaborazione. In alcuni casi gli oggetti di culto teorizzano l'assenza di culto (vedi i wm), ma non sfuggono ai limiti dei loro fanatici (sia pro che contro) in altri casi invece gli autori (con diversi gradi di intensità) proclamano a gran voce e teorizzano l'importanza dell'Autore il suo ruolo quasi profetico ecc..ecc.. anche in codesti casi non sfuggono al culto della personalità (o pro o contro), ma in qualche modo si può dire che se la sono cercata.
Se devo scegliere tra il cammino di colui che è fatto oggetto di culto della personalità, ma non la teorizza o gli va contro e colui che invece rispetto a questo culto è ambiguo, va da se che scelgo il primo, indipendentemente, anche/forse, dal gradimento dei suoi scritti.
Tengo a precisare, in ultimo, che rispetto le persone che stimano Moresco e anche Parente, ma che questo non mi impedisce di mettere in luce aspetti che non condivido nelle scelte dei loro beniamini. Questo mio atteggiamento non risparmia certo i wm o altri per partito preso. Per completare aggiungo che cerco di non insultare e di spiegare le mie ragioni. Spero di averlo fatto anche quì e senza sminuire il valore nè letterario nè umano di Moresco. Criticare un comportamento o l'idea portata avanti da una persona (fosse pure Autore) non significa voler buttare nell'inceneritore in toto o in parte un essere umano. Quindi, Andrea, rispetto il tuo apprezzamento per Moresco come pure quello di altre persone (anche scrittori che stimo e le cui opinioni non mi sono indifferenti, senza sconfinare nel culto, ovvio), ma ho un mio modo di vedere e ragioni che cerco di spiegare.
Non le condividete? nessun probelma: avrete preso atto che per alcune persone sono importanti e perchè e io avrò preso atto che per altri non sono importanti anche se non ho ben chiaro (ma può essere un mio limite) il perchè.
besos
Pubblicato da: spett. - 30.05.06 14:09
Ma no, Spettatrice, non volevo dire niente di Moresco, ho già detto tutto mille volte. Non so, forse la mia idea di lui viene anche dal fatto di averlo conosciuto e avere conosciuto le persone che si sono impegnate per trovargli un po' di spazio nella letteratura. E' una brava persona, ecco tutto.
Quello che scrivo sopra di WuMing 1, non c'entra con Moresco, c'entra con le parole dello stesso WM1, che sono intellettualmente spente. Poi guarda, per me lui e gli altri compagni di strada del progetto hanno anche significato qualcosa con le loro prime "guerre psichiche", perché se uno sta in una piccola città quando la rete ancora non esiste, quelle guerre psichiche sono davvero una scossa. Ho anche molta simpatia per Bui scrittore, per la sua voglia di fare e per i suoi interessi, la sua passione per King per esempio. Però non posso fare a meno di trovare certe cose che scrive di un vuoto terribile e allo stesso tempo, purtroppo, di grande efficacia comunicativa.
Pubblicato da: andrea barbieri - 30.05.06 18:21
Cara Spettatrice, quando scrivi: "Nella maggior parte (...) dei casi (...) il culto nasce dal basso e nasce per un bisogno che a sua volta è frutto di una carenza di libertà di pensiero e di elaborazione. In alcuni casi gli oggetti di culto teorizzano l'assenza di culto (vedi i wm), ma non sfuggono ai limiti dei loro fanatici (sia pro che contro) in altri casi invece gli autori (con diversi gradi di intensità) proclamano a gran voce e teorizzano l'importanza dell'Autore il suo ruolo quasi profetico ecc..ecc..", mi trovi del tutto d'accordo.
A me pare che Wu Ming si attribuisca appunto un ruolo profetico. Wu Ming è un "profeta senza nome", perché non parla come "io" ma parla "della, nella e per la" comunità; ma profeta è. E mi pare che tutto il marketing di Wu Ming si fondi sul "culto della personalità". Non mi pare che Wu Ming sia "vittima" del culto datogli, contro la sua volontà, dai "fanatici".
Su questo, magari, un altro momento, cerco di scrivere un articolo serio (cioè: citando dichiarazioni degli interessati, eccetera).
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.05.06 18:57
Barbieri ha ragionissima, Wu Ming 1 è un borioso inetto e si è pure rinkoglionito, prova ne sia che si sta occupando di calcio, che è l\'interesse dei rinkoglioniti. Seguendo un link sulla loro home page si arriva qui:
http://www.squidoo.com/italiansoccer
Pubblicato da: bastaconstiwuminch - 31.05.06 00:18
Barbieri ha ragionissima, Wu Ming 1 è un borioso inetto e si è pure rinkoglionito, prova ne sia che si sta occupando di calcio, che è l\'interesse dei rinkoglioniti. Seguendo un link sulla loro home page si arriva qui:
http://www.squidoo.com/italiansoccer
Pubblicato da: bastaconstiwuminch - 31.05.06 00:19
Wu Ming 1 non è un borioso inetto, anzi, è una persona col suo sogno molto bello della scrittura, proprio per questo mi arrabbio nel leggere certe cose sue.
Pubblicato da: andrea barbieri - 31.05.06 00:28
Ma basta davvero. Figli di papà, cacazzoni, con i diritti pagati e i timbrini al posto delle firme quando ti dedicano un volume. Il timbrino è ben più autorevole, burocratico e notarile della firma.
Pubblicato da: bastaconstiwuminchi2 - 31.05.06 12:54
E tu perché gli chiedi di dedicarti un volume?
Pubblicato da: curioso - 31.05.06 13:25
\"Si comincia con l\'Autore, e si finisce con l\'Autorità\"
Intervista a Wu Ming 1 a cura di Ugo Giansiracusa, www.girodivite.it, dicembre 2002
D. Leggendo la vostra dichiarazione d\'intenti sembrerebbe che l\'attività di narratore sia da associare ad un qualsiasi altro mestiere. E sembra anche che il progetto Wu Ming sia, di per se, una struttura \"commerciale\" sia pur di nicchia e sia pur diversa. E\' realmente così?
R. Se per \"commerciale\" intendi dire che, in quanto artigiani, ci poniamo il problema di vendere i nostri manufatti, l\'epiteto è corretto anche se suona strano per via dell\'uso che ne è stato fatto in decenni di anatemi contro i \"venduti\" veri e presunti. Ad ogni modo, non definirei la nostra attività \"di nicchia\": siamo tra gli scrittori italiani che vendono di più, in Italia e in giro per il mondo. Quanto al \"diversa\", è senz\'altro diversa la rappresentazione che abbiamo di noi stessi: rifiutiamo la proprietà intellettuale, rifiutiamo le mitologie correnti sull\'Autore, quindi siamo contrari a più o meno tutte le \"normali\" strategie di marketing. Pur accedendo di riffa o di raffa ai media ufficiali (ma senza apparire in tivù né posare per fotografie), tendiamo a costruire e mantenere reti alternative e il più possibile autonome, di rapporto diretto tra scrittori e lettori, fino a relativizzare questa distinzione, a instaurare dinamiche di interazione comunitaria tra gli uni e gli altri: moltissime persone partecipano alla nostra newsletter e al miglioramento/aggiornamento del nostro sito; insieme a diversi lettori abbiamo scritto il romanzo Ti chiamerò Russell...
D. Essere narratori di mestiere significa confrontarsi con il mercato culturale, che senza giri di parole, è sempre più il mercato tout court. Le posizioni che il progetto Wu Ming ha preso in proposito sono abbastanza chiare e radicali - ad esempio il rifiuto del copyright e della propietà intellettuale - eppure viene da chiedere se non sia già di per se una posizione di compromesso?
R. Senz\'altro. Siamo contro la \"purezza\" inconcludente. Siamo per i compromessi onorevoli, quelli che noi imponiamo alla controparte, ogni volta guadagnando centimetri. Qui ci sarebbe da fare il famoso \"discorso dei centimetri\" di Al Pacino in \"Ogni maledetta domenica\", o quello di Gramsci sulla \"egemonia\" e la \"guerra di posizione\"... I nostri editori sono scesi a compromessi con noi accettando la dicitura copyleft, accettando la nostra partecipazione al processo produttivo dell\'oggetto-libro (facciamo noi le copertine, Cinzia Di Celmo è a tutti gli effetti parte del collettivo), accettando le nostre strategia di marketing eterodosse... Se ci fossimo fatti dei problemi a, per così dire, \"sporcarci le mani\", tu non avresti mai potuto leggere niente di nostro.
D. Quali sono gli elementi dell\'industria culturale che rifiutate categoricamente?
R. L\'industria culturale come la intendiamo oggi ha già iniziato il proprio declino. Vista la rapidità degli eventi, se ti dicessi quali elementi vorremmo cambiare o riformare rischierei di fare considerazioni di retroguardia. Internet, la \"pirateria\", il copyleft, la formazione di comunità autogestionarie che si riappropriano delle tecnologie per la ri/produzione della cultura... Tutto questo sta già sconvolgendo il quadro. Si tratta di accompagnare questo processo, premendo dall\'interno e dall\'esterno, sburocratizzando, \"disintermediando\", degerarchizzando, espropriando.
D. Nella \"Dichiarazione dei diritti (e doveri) del narratore\" si citano i griot, i bardi e gli aedi come forme di quella necessità, di ogni società, di avere degli uomini (o donne) capaci di tramandare e raccontare storie, la necessità di avere nei narratori di sè stessi e della propria cultura. Eppure, nelle intenzioni del progetto Wu Ming, c\'è il distacco da quell\'aurea di sacralità e di unicità che queste figure hanno sempre rappresentato per i loro contemporanei e per gli altri membri della società. E\' realmente possibile arrivare a considerare il narratore come un semplice artigiano o lo scontro con un sistema culturale profondamente radicato lo rende impossibile?
R. Sulla sacralità dei narratori e degli sciamani si aprirebbe un contenzioso di etnologia e antropologia comparata che in questa sede mi pare inaffrontabile. Basti dire che esistono diverse leggende in cui le comunità, insoddisfatte dell\'operato dei loro sciamani, li \"rimuovono dall\'incarico\". Ovviamente noi crediamo sia possibile considerare il narratore come un artigiano, a dire il vero diversi narratori si sono considerati o tuttora si considerano \"onesti mestieranti\" (moltissimi autori di narrativa di genere hanno usato locuzioni simili a questa per descriversi), diciamo che noi abbiamo fatto un passo in avanti, mettendo su una vera e propria bottega artigiana. Quanto all\'aura dei prodotti culturali, come insegna Benjamin, non è nelle nostre \"intenzioni\", è già un dato di fatto da diverse decadi, per via delle tecnologia che hanno permesso la riproducibilità dell\'opera d\'arte.
D. In fondo, per molti, l\'essere artisti non è che un grado alto dell\'artigianato... che è sempre artigianato ma con un \"valore aggiunto\" che rende il simbiotico forma/contenuto un qualcosa di unico, grazie al lavoro che vi viene prodotto dall\'individuo, artista o artigiano che si voglia chiamare.
Punto fondamentale del processo di elaborazione del progetto Wu Ming è la progressiva smaterializzazione del culto della personalità dell\'artista. Tant\'è che wu ming nel dialetto mandarino della lingua cinese significa proprio \"nessun nome\". Eppure sembra inconcepibile, date quelle che sono le nostre basi culturali, non pensare alla funzione dell\'autore come ci è stata insegnata. Anche solo pensando al lavoro di elaborazione mentale che esso svolge. Di scelte di materiali, di stile, di forme, di contenuti etc. etc. Il narratore non è comunque autore?
R. Certamente sì, ma il punto è che non è (non dovrebbe concepirsi in quanto) Autore. In quella maiuscola reverenziale (che c\'è e pesa anche se non la si scrive e non la si può pronunciare) risiede il problema. E\' la stessa maiuscola che stabilisce d\'arbitrio la differenza tra le arti e l\'Arte, tra l\'artista e l\'artigiano. Sostanzialmente, gli autori dovrebbero tirarsela di meno, e capire che non sono affatto esseri fuori del comune, anzi, sono \"dentro il comune\", nel regno di ciò che è condiviso da una società. Come ha scritto Stewart Home: \"Si comincia con l\'Autore, e si finisce con l\'Autorità\". Noi pensiamo che partendo dagli autori (al plurale e senza la maiuscola) si arrivi tutt\'al più all\'autorevolezza, quel punto in cui esiste sì un \"valore aggiunto\" (quello di un lavoro fatto bene) ma non c\'è alcun tipo di imposizione né di coercizione.
D. Ho sempre pensato che uno degli impulsi fondamentali dello scrivere/narrare fosse la necessità della comunicazione. Avere voglia di dire qualcosa a qualcuno. A chi parla Wu Ming e cosa sta dicendo? Da dove nasce, in voi, questo bisogno di comunicare?
R. E\' lo stesso bisogno di comunicare di qualunque altro essere umano, non esiste umanità senza il racconto e la condivisione di storie. Abbiamo la smisurata ambizione di voler parlare all\'elemento umano che delle storie si nutre, quindi non abbiamo un target preciso. Il nostro lavoro ha come riferimento la comunità umana che, come ha scritto Wu Ming 5, \"è il nostro ghetto di riferimento\". Quanto a quello che diciamo, direi che tutte le nostre storie hanno un comune denominatore: la lotta per affermare la dignità (individuale e collettiva).
D. C\'è la tentazione di credere che le possibilità di comunicare, con i nuovi mezzi, siano pressochè illimitate. Eppure al dato pratico ci si scontra con un sistema dove la comunicazione (e la narrazione come processo comunicativo) sono molto difficili, almeno su larga scala. Una situazione in cui i fatti vengono spesso mistificati, elaborati, trasformati o, paradossalmente, in cui la proliferazione esponenziale delle informazioni le rende quasi inutilizzabili. Una situazione in cui l\'esperienza della narrazione sarebbe fondamentale per la sua funzione di svelamento del reale e delle sue dinamiche. Il progetto Wu Ming è una risposta praticabile a questa realtà?
R. Il progetto Wu Ming da solo certamente no, la risposta praticabile - anzi, praticata - è in quello a cui il progetto Wu Ming allude costantemente: la mitopoiesi, quel processo in cui un\'intera comunità si fa carico dell\'elaborazione e dell\'imposizione dal basso di un immaginario (fatto anche e soprattutto di storie) che cambia lo stato di cose presenti. Assistiamo già allo scontro di due universi, da un lato c\'è l\'universo della comunicazione piramidale e di massa, dall\'altra c\'è quello delle comunità che si federano in networks alternativi capillari. E\' in questa \"capillarità\" il segreto dell\'inestirpabilità di certe pratiche, come appunto la \"pirateria\". Puoi ostruire una grossa arteria ma coi capillari c\'è poco da fare, sono completamente innervati nella carne del mondo, e portano sangue fresco ai tessuti culturali.
D. Che ruolo hanno, in generale, i mezzi di comunicazione nella formazione di una \"coscienza\" e qual\'è, a vostro avviso, questo ruolo nella situazione italiana attuale?
R. La \"coscienza\" dipende interamente dai mezzi di comunicazione, in ogni senso, ma i mezzi di comunicazione non sono solo i media elettronici, la definizione include tutta la sfera del linguaggio e dei segni in generale: il corpo è un mezzo di comunicazione (anzi, è tanti mezzi di comunicazione, che vengono studiati dalla neurofisiologia e dalla biologia dei comportamenti); lo spazio intorno a noi è un mezzo di comunicazione; i mezzi di trasporto sono mezzi di comunicazione; la velocità stessa è un mezzo di comunicazione (sul contenuto di quest\'ultima frase Paul Virilio ha costruito la nuova scienza che definisce \"dromologia\")... Tutto questo, non solo la TV e i giornali, influisce sulla formazione della \"coscienza\" (che poi, come diceva Henri Laborit, è l\'insieme dei nostri automatismi culturali, quindi in realtà è \"inconscia\"). Ma la \"coscienza\" non viene affatto condizionata in maniera univoca, bensì in maniera contraddittoria, polisemica, caotica... Si creano continuamente nuovi spazi e nuove occasioni per la lotta contro il nemico o per la fuga creatrice.
D. Dichiarate che Wu Ming è una \"impresa politica autonoma\". Di conseguenza, in quanto politici, non vi astraete dal reale ma cercate di lavorarlo anche con interventi che esulano la pura narrazione per incanalarsi verso processi di divulgazione di tematiche non direttamente collegate al vostro lavoro di narratori. Dunque una coabitazione del \"cittadino\" come membro della comunità e del \"narratore\" come portavoce delle istanze della comunità stessa?
R. Non c\'è niente che esuli dalla narrazione, e non esiste narrazione \"pura\". Tutte le posizioni che prendiamo, tutto ciò di cui ci occupiamo è direttamente collegato al nostro lavoro di narrazione, che è sempre \"spuria\" perché si nutre di tutto, attinge alle fonti più disparate, cerca di realizzare sintesi - per quanto precarie - tra le varie suggestioni che troviamo nell\'aria. Abbiamo più volte descritto noi stessi come \"spugne\", assorbiamo ciò che ci circonda e in qualche modo lo utilizziamo per le nostre narrazioni. Anche il nostro essere \"cittadini\" finisce nelle nostre narrazioni.
D. Per concludere, come usa dire una delle icone dell\'immaginario collettivo: si faccia una domanda e si dia una risposta...
R. Che ore sono? Più o meno l\'una e trenta.
Pubblicato da: bastaconstiwuminch - 31.05.06 13:41




