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03.05.06
Federico Platania, Buon lavoro
Buon lavoro (Fernandel, 2006) segna l’esordio in narrativa di Federico Platania, nato a Roma, dove vive, nel 1971 e che da anni lavora in una grande azienda. Alcuni racconti che avevo apprezzato erano usciti sulla rivista della casa editrice, che ha il suo stesso nome: Fernadel. Il libro ha un sottotitolo: “Dodici storie a tempo indeterminato". Ecco, ora che sono usciti molti libri che parlano del lavoro precario, della legge Biagi, di chi vaga in cerca della prima occupazione Federico Platania va controcorrente e affronta il tema del lavoro in generale: quello del posto fisso (ma mai del tutto sicuro) che resta la meta (e il sogno) di chi provvisoriamente ha un impiego che gli permette appena di sopravvivere o, peggio ancora, che è disoccupato e magari costretto a vivere, ultratrentenne, con i propri genitori. Ma nella realtà quotidiana il lavoro a tempo indeterminato è davvero un sogno? la realizzazione d’un uomo, la sua più profonda soddisfazione? Le brevi dodici storie di “Buon lavoro" smontano in modo drammatico e grottesco questo mito del lavoro sicuro, non a caso qui tutto sembra provvisorio, anche lo stesso lavoro fisso, e poi gli ascensori non funzionano, nei tubi dell’aria condizionata stazionano topi morti, molti uffici sono avvolti dalla polvere e le “risorse umane" sembrano vagare in una specie di limbo: senza amore né gioia, senza più nemmeno la speranza di fare un lavoro utile, intelligente, appassionante.
Qui, nonostante il titolo, si parla poco di lavoro in modo concreto (l’organizzazione, lo svolgimento di pratiche specifiche ecc.) e credo che la cosa sia voluta perché il libro è perfettamente orchestrato. Diviso in tre parti: con la prima (“Com’è. Come non è. Un giorno ti ritrovi dentro") che è una specie di “overture", sebbene rumorosa e cacofonica (il titolo del primo racconto è, infatti, “Gracchiante"); una parte centrale (“Dentro") che con sei racconti è quella più corposa e densa del libro; e un finale dal taglio netto (“Com’è. Come non è. Un giorno ne sei fuori"), con il racconto che chiude la raccolta “Salgono dalle fondamenta", che è uno dei più duri e intensi, dove il lavoro non arricchisce affatto la vita d’un uomo ma, al contrario, la strazia, la uccide. Vero è che la lingua di Platania non indugia nella descrizione psicologica dei personaggi (non sappiamo nemmeno come sono fatti fisicamente), e il tono grottesco e umoristico allevia un po’ la tensione, il cinismo e la cieca freddezza della vita in azienda, in ufficio.
Spesso i testi sembrano resoconti di pezzi di vita d’un uomo che svolge la parte più importante della propria giornata sul posto di lavoro (le ore migliori, talvolta più di quelle regolari), senza partecipazione, senza anima, come chiuso in un gabbia o in un teatrino di marionette dove qualcuno tira i fili dei personaggi della recita o, per essere più precisi, come se gli impiegati stessi si sentissero obbligati a un tipo di comportamento burattinesco, e i fili, quindi, se li tirassero da soli, seguendo uno schema consueto, prestabilito.
Una lingua curata nei particolari, stringata ed essenziale che fa venire in mente quella di Samuel Beckett (“la brutta fissazione di Federico Platania" che ne cura il miglior sito italiano v. www.samuelbeckett.it) e per l’ironia, e soprattutto per i passaggi in cui si ripetono a percussione e in modo ossessivo le stesse frasi (“Ho detto", “Mi ha detto" ecc.), quella di Thomas Bernhard.
Nei racconti di “Buon lavoro" non si suda, non si fatica fisicamente, si sta seduti davanti ai monitor per ore, si leggono manuali che non servono a niente, si spettegola, si cerca un contatto al di fuori, altrove: attraverso il telefono e il cellulare (molto attivo), eppure c’è sempre un malessere di fondo, un’ansia sfocata e spenta, tenuta a bada dall’abitudine, dalla distanza dagli altri (e degli altri) che diventa una corazza difensiva. La sofferenza qui fa fatica a esprimersi, l’autore non affonda il bisturi, ed è un peccato. Probabilmente il tono grottesco impedisce un approfondimento in tal senso e allora è la costante presenza di piccioni, cornacchie, tarme, topi, pesci, scimmie ecc. a esprimere questo senso di libertà repressa, come una possibilità di fuga e, a un tempo, l’incapacità a metterla in atto. Che fare, allora, rinunciare al posto fisso? ammazzarsi subito? darsi all’accattonaggio?
Buon lavoro è un libro di racconti che colpiscono duro allo stomaco, che fanno riflettere in modo preoccupante sul mondo moderno e sull’evoluzione della specie umana:
"Ho guardato giù in cortile. Due impiegati hanno cominciato a grattarsi la testa e la pancia e a fare il verso delle scimmie. Una donna accanto a loro è scoppiata a ridere. “Vigliacchi", ha detto la segretaria di Vergara mentre scendeva. Poi si è girata verso di me e ha detto una parola che non ho capito. Allora sono sceso sul primo gradino e mi sono sporto verso di lei. Ho visto le labbra della segretaria muoversi, ma non ho sentito nulla. Vergara scendeva aggrappandosi forte al corrimano. La segretaria si è fermata e si è voltata verso di me. “Come dice?", ho chiesto. La segretaria ha parlato ma gli urli delle scimmie coprivano tutto".
Federico Platania, Buon lavoro - Dodici storia a tempo indeterminato (Fernandel, Ravenna, 2006, pp. 157, euro 13)
Pubblicato da Alessio Brandolini, il giorno e l'ora: 03.05.06 10:41
Interventi
Ho in programma anch'io questa lettura, essendo -non lo nascondo, anzi - un estimatore di Federico già ai tempi di icl (it.cultura.libri). Leggerò però prima (perché lo possiedo da più tempo) il romanzo di un altro iclino, Raffaele Mangano "Andiamo a bere la pioggia". Sono autori coi quali ho trascorso in internet bei momenti, e che ho anche conosciuti a Milano qualche anno fa.
Tornando al posto fisso, immagino che Federico si riferisca ad un posto fisso in una azienda di Stato o parastatale. Mi pare che lavori in una di queste, dove gli impiegati e le impiegate sono sempre "fuori stanza" e i telefoni sempre occupati.
In un'azienda privata la musica, però, cambia. Il fiato del padrone è sempre sul collo. Spesso i rimproveri sono senza alcun rispetto, offensivi, e si deve tacere. Lo straordinario si deve fare ma non lo si paga per principio, perché è già tanto se il padrone ti dà il lavoro.
La noia e l'insoddisfazione presenti in un lavoro pubblico o parapubblico sono sostituite dalla rabbia dell'impotenza e dall'avversione contro la società disumana.
Si scende ancora quando il lavoro è precario o manca del tutto.
Sarebbe interessante un libro che affrontasse queste tre distinte situazioni, ricavando quanto sia paradossale che l'uomo subisca le sue trasformazioni interiori più importanti (sempre, anche col posto fisso) da una escrescenza, da una cellula impazzita della vita, che è il lavoro.
Trascorriamo a lavorare molta parte della nostra vita, forse la più significativa, non vivendola per noi stessi, ma per obbedire ad una follia prodotta dalla nostra specie, che non ha trovato di meglio che costituirsi in società ed inventare il lavoro, in cui c'è chi fa il padrone (non libero, nemmeno lui, ma certamente più libero e meno condizionato) e chi ha perso gran parte del suo diritto a pensare e a agire.
Un augurio di cuore a Federico in questo suo esordio.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.05.06 11:45
Mi fa piacere che si parli di Buon lavoro, perché è davvero un... buon lavoro. Anch'io, come Alessio, ho letto in anteprima alcuni racconti usciti su Fernandel e ieri sono stato alla presentazione del libro a Bologna, dove ho potuto finalmente mettere una faccia sopra il nome di Federico (e lui sul mio), dopo anni di frequentazione virtuale.
Concordo su quasi tutto quel che dice Alessio nella sua recensione, tranne forse un punto: il tono, più che 'grottesco', lo definirei 'iper-realistico tendente all'allucinatorio spinto' :-), ma son dettagli.
Spero davvero che questo libro abbia tutta l'attenzione che merita.
Pubblicato da: Luca Tassinari - 03.05.06 13:07
Anch'io ho programmato di leggere questo libro. Così, mentre leggevo il pezzo di Alessio mi è venuto in mente Revolutionary Road: non trovate che fra le parti più belle di quel capolavoro vi sia la descrizione minuziosa, per pagine e pagine, delle carte che si spostano da una scrivania all'altra, del "lavoro" in una grande azienda?
Pubblicato da: Livio Romano - 03.05.06 16:46
Luca, l'iper-realismo allucinato non è esattamene lo stile delle grottesche?
Ma sono dettagli ;-)
Pubblicato da: Mastro Cola - 03.05.06 16:51




