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11.05.06

Luigi Capuana: Il marchese di Roccaverdina (1901)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

(Attenzione: nella pagina successiva c'è una sorpresa, anzi quattro!)

Capuana.jpgUna straordinaria benevolenza del Destino ha fatto vivere nello stesso tempo tre grandi nostri narratori: Capuana, Verga e De Roberto. E' vero che in Francia, Gran Bretagna e Russia specialmente, noi troviamo un fiorire superbo di queste fortune negli stessi anni, che hanno visto esplodere e salire a vette altissime il genere romanzo, ma nel nostro Paese bisogna ben guardare alla terra di Sicilia per poter esprimere un paragone di qualità con esse.

E se Capuana sta sotto di un poco agli altri due nei risultati, egli ne ha precorso tuttavia i caratteri in un sodalizio di affinità irripetibile.
Tra Antonio Schirardi, marchese di Roccaverdina, e Agrippina Solmo - che resterà presenza appartata ma feconda, se non addirittura "invisibile", fino al momento della sua disperazione finale - c'era stata una relazione sin da quando la donna aveva sedici anni. Ora suo marito, Rocco Criscione, fattore del marchese, viene trovato ucciso e si accusa del delitto un certo Neli Casaccio, che viene condannato poiché questi aveva minacciato la vittima se non avesse smesso di fare la corte alla moglie. Il palazzo del marchese si erge su di un'altura e domina "le povere casette di gesso" che la circondano. Ma anche il marchese, "Alto, robusto", non scherza e domina con inflessibilità i suoi sottoposti e i vicini che non vogliono arrendersi alle sue prepotenze. Ha preso di mira un piccolo terreno che gli resiste, situato proprio in mezzo alla sua proprietà. Il vecchio contadino Santi Dimaura non vorrebbe cederglielo, essendo appartenuto alla sua famiglia da più generazioni, ma non può opporsi alla richiesta del signore avido, che si avvale della sua fama per arricchirsi a spese della povera gente. Anche il prezzo di vendita è il marchese che lo impone. Un uomo, quindi, abituato a togliersi ogni capriccio, passando sopra gli altri assai sprezzantemente. La storia è già tutta disegnata qui con una scrittura che ha del moderno e avvince, sia pure con qualche punta qua e là di eccessivo sentimentalismo.
La natura è presente come una voce della coscienza, un'eco perfino di Dio, e quando il marchese rivela in confessione la sua colpa a don Silvio La Ciura - un sant'uomo che finirà per ricordarci Fra Cristoforo de I promessi sposi, al quale non v'è dubbio che questo romanzo debba qualcosa - sicuro di farla franca ed imporre, anche qui, la sua volontà, fuori della chiesa "I due venti in contrasto riprendevano in quell'istante i loro ululati, i loro stridi; urtavano alle imposte, strisciavano lungo i muri, pel vicolo, come una masnada in rivolta". Anche il miagolio di un gatto innamorato diventa "l'intima voce che gli si lamentava nel cuore".
Bart8.jpg
Da questo momento il filo che tesse il romanzo entra, dunque, dentro il personaggio, che avverte per la prima volta - negatagli l'assoluzione dal sacerdote - i piccoli segnali di una insospettata fragilità. Convivere con una colpa non è facile, infatti; e nel momento in cui la si percepisce moralmente, essa sta già lavorando a minare la nostra solidità. La resistenza ("l'aspra intima lotta") che ne deriva, nello sfondo - non scelto a caso - di una Sicilia prostrata dalla siccità (esemplare la descrizione dell'arrivo delle nuvole e della pioggia al capitolo 19), dalla fame e dalle malattie, genera la forza del romanzo, che si avvita intorno al marchese di Roccaverdina come i tralci di un'edera, suggendone a poco a poco umori e certezze. Una specie di agonia - a cui non resta difficile associare nella memoria quella dell'Innominato manzoniano,Bart7.jpg soprattutto quando arriviamo al capitolo 23 - si impadronisce di lui, che pur continua a suscitare timore e rispetto in chi lo osserva, e come un morbo lo trasfigura e corrompe, anzi vi produce una specie di regressione bambinesca, compromettendo tutta quanta la sua crescita avvenuta fino ad allora spavalda e risoluta. Basta un niente, il ricordo della antica amante, o l'affacciarsi in casa della vedova di Neli Casaccio, perché il marchese avverta la nullità dei suoi propositi: "Non voglio dar retta a nessuno da oggi in avanti", trascinando a fondo, nella tremula vacuità della sua esistenza, l'amore fedele e incontaminato di Zòsima, la moglie ignara, che finirà per essere gelosa del "suo silenzio", ingemellata ormai al marchese ("Mi ha resa cattiva lui; mi ha pervertita lui!") e intristita da un mare di presentimenti e di paure.Bart6.jpg

Anche nella figura di questa donna non è difficile intravedere, nella sottomissione e nella umile riservatezza, qualche traccia, ancora una volta, del Manzoni, e precisamente della sua Lucia Mondella, perfino nella ricerca costante di aiuto e di confidenza presso la madre: Zòsima si confida e si consiglia con la madre allo stesso modo che Lucia fa con Agnese. Bart5.jpgCosì, il marchese di Roccaverdina finisce per somigliare a tutti noi, che di colpe, di dubbi e debolezze siamo colmi, malgrado la nostra caparbia ostentazione che ci accompagna per gran parte della vita, fino al punto in cui le oscure forze della superbia evaporano all'aria e restiamo - come accade al cugino cavalier Pergola o di fronte ai fantasmi e alle credenze sugli spiriti, che dànno vita ad un capitolo magnifico come il 29 - scoperti, nudi, nella sostanza vera del nostro essere, che è appunto la fragilità. Quando poi la colpa si unisce ad una cieca e irruenta passione - fatta di sensi e di orgoglio - si scatena il dramma di una debolezza che si fa tempesta e naufragio, contro cui si è soltanto alla deriva, ridotti finalmente ad un niente. L'uomo che si sfrangia, l'uomo che perde la sua definizione; la corsa precipite, l'esplosione verso il nulla, questo è Il marchese di Roccaverdina.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 11.05.06 19:37

Interventi

Hai citato a giusta ragione I promessi sposi ricordandone alcune figure ricorrenti nel Marchese, però sto qui a chiedermi perchè non hai operato un ulteriore accostamento che pure dalla tua analisi traspare. Mi riferisco alla figura dell'Innominato. Stessa protervia, un sentire prossimo al delirio di onnipotenza e via via il dubbio, un lavorio di tarli, il fermentare di una colpa che in Manzoni trova approdo in una Fede e in Capuana - sono passati settant'anni, siamo in pieno positivismo e Freud ha appena pubblicato L'intepretazione dei sogni- declina nella disperazione di un lutto senza sbocchi. Scrittore antico e insieme moderno, Capuana, interprete di quella fase di trapasso dal manzonismo degli stenterelli sbertucciato da Carducci alle elaborazioni di Zeno. Non è un caso, correggimi se sbaglio, che in quegli anni esca Malombra di Fogazzaro.

Lettura al solito incisiva, Bart, che scorgo anche corredata di immagini tenerissime. Sbaglio o riconosco alcune persone? :-)

Saluti

Carlo

PS Stasera ho cenato con un borgomanerese che ha proposto in saggio il diario di una contadina nata nel 1883. Credo rappresenti un mirabile esempio di scrittura al femminile (l'autore ne ha lasciato intatto il linguaggio) e in più restituisca lo sguardo di una contadina dalle straordinarie capacità affabulatorie sugli eventi storici fino al dopoguerra. Si parte dall'operaismo lombardo piemontese del primo 900 finendo alla guerra civile del 43-45, quest'ultima vissuta nell'ottica di una donna secondo cui il figlio Tito, partigiano, è sì un eroe ma anche un brigante: per essersi ribellato a uno stato che sarà la RSI ma è pur sempre sinonimo di autorità.
Il libro è edito da Interlinea e ha vinto il Premio Città di Omegna della Resistenza. Onore già toccato a Sartre.

A proposito del viaggio per l'Italia di Vibrisse: mi chiedesti di scrivere qualcosa su Borgomanero, sempre che Mozzi fosse d'accordo, ovvio. Questo lavoro di ricerca storica e letteraria di Gianni Cerutti potrebbe essere un efficace punto di partenza. Dovrei, il condizionale è sempre d'obbligo, aver messo le mani su un tesoretto.

Pubblicato da: Carlo Capone - 12.05.06 02:54

Sì, Carlo, quelle foto riguardano persone che conosci: mia moglie Raffaella ed io al tempo in cui eravamo fidanzati. Ho voluto chiudere con queste gioiose immagini la vicenda di Brad Pitt che non mi è piaciuta molto.

Sull'Innominato mi è parso che fosse opportuno e sufficiente il riferimento, rimandando alla lettura del capitolo che lo richiama. Sai bene che quando si scrive si prendono delle decisioni che poi segnano definitivamente il testo. Ma, come al solito, il tuo commento acuto e persuasivo è assai utile ad integrare il mio percorso di lettura.

Mi piacerebbe un tuo articolo su Borgomanero, e sono certo che Giulio, avviando questa speciale sezione, sarà contento che continui. Altri vibrissini mi hanno scritto annunciando loro articoli.
Si tratta di un bel giro, al termine del quale (quando?) si potrà avere una (nuova?) simpatica carta geografica del nostro Paese.

Ho cercato Gianni Cerutti su iBS ma non mi dà alcun riscontro.

Un caro saluto.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.05.06 07:44

Hai ragione, Bart, stanotte, quando ho scritto le mie note, ero fuso (dal buon vino?).
Il libro è su IBS col suo titolo, ossia 'Ma la fortuna dei poveri dura poco' e come autore giustamente figura Carolina Bertinotti, l'autrice del diario (questo l'indirizzo: http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1897&c=NNN4WQWX54QNN). Il Cerutti ne ha curato la redazione postillandola laddove il vocabolo richiedeva note esplicative o interpretazioni filologiche e poi compiendo un gravoso lavoro di archivio per verificare che i fatti narrati corrispondessero al vero. Corrispondono in pieno, anzi offrono una lettura della nostra storia dal punto di vista di una ex operaia e contadina. Abile, da quanto ho inteso, nel condensare un mondo in una frase. Il titolo ne è dimostrazione.

Gianni Cerutti è consigliere comunale di Borgomanero. L'ho conosciuto ieri sera.

Ho iniziato quella lettura che sai. Poi verranno i libri della Fiera, e insomma:
Bacco, tabacco e lettura mandano l'uomo in frittura.
Embè, dopo il pisello di brad pitt si avanza su Vibrisse uno spettro, quello da te paventato :-)

Saluti affettuosi

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 12.05.06 14:26

Complimenti Bart, tu e Raffaella siete davvero una bellissima coppia.
Ma il pastore tedesco come si chiamava? Era il tuo cane o quello di tua moglie?
Ho letto il romanzo di Marino Magliani e mi è piaciuto molto. Grazie per il consiglio!
Un abbraccio,
Emma

Pubblicato da: emma locatelli - 12.05.06 14:43

- Carlo, ho messo in ordinazione su iBS il libro. Grazie di nuovo.

- Emma, mia moglie ed io il 5 settembre prossimo compiamo 36 anni di matrimonio. Ripeto ancora una volta: nella nostra vita abbiamo avuto dalla nostra parte la Fortuna, almeno fin ora. A Giugno verrà in pensione, si dedicherà al nostro giardino e alle nostre piante e potremo stare insieme un po' di più. Non vedo l'ora. Credo che cominci per noi un'altra tappa importante della nostra vita.
Il cane si chiamava Dok, di razza pura, è morto forse una ventina di anni fa, all'età di dodici anni. Da allora non abbiamo preso più cani, né abbiamo gatti. La ragione sta nel fatto che richiedono tempo per essere accuditi e abbiamo, e spero che avremo ancora di più, bambini in giro per casa.

Raffaella ha qualche ruga rispetto alle foto (e anch'io, naturalmente), oggi ha 59 anni, ma il suo carattere è rimasto quello di una ragazzina. Scrissi per lei una poesia tanti anni fa. Se vuoi leggerla, la trovi nel mio sito, dove ci sono anche altre poesie. Vai qui: http://xoomer.virgilio.it/badimona/poesie.htm#TU_MI_RIMPROVERI

Sono contento che il libro di Magliani ti sia piaciuto.
Un abbraccio ad entrambi.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.05.06 19:43

Belli i riferimenti, Bartolomeo, per un verismo terso, ma con inquietudini novecentesche. Strano, il Verismo italiano, almeno quello di Capuana, Verga, De Roberto: c'è sempre qualche aspetto per cui supera se stesso.
E quali saranno le prossime letture? Avevi anticipato una ripresa di altri scrittori meridionali...
Per finire anch'io mi unisco a te nel suggerimento a Carlo Capone: sarebbe bello un suo articolo, dopo aver apprezzato nei commenti la sua scrittura colta e arguta.

Pubblicato da: Giorgio Morale - 14.05.06 21:51

Giorgio, l'invito a scrivere una tappa del "Giro d'Italia con vibrisse" vale anche per te. Puoi mandare il pezzo e qualche foto a me direttamente. Giulio è contento se me ne occupo io. Martedì cercherò di pubblicare il pezzo che mi è arrivato di Stefania Nardini.

Per quanto riguarda le mie letture, vorrei pubblicare, dopo Capuana: Verga, De Roberto e Pirandello, intervallando, per l'impegno che mi presi qualche tempo fa, con autori recenti poco conosciuti: comincerò forse giovedì con un romanzo di Luigi Pingitore, al quale farà seguito, la settimana successiva, Verga, poi un altro autore nuovo, quindi De Roberto e così via. La cosa dovrebbe andare avanti fino a giugno. Dopodiché, assolto a quell'impegno (di più non posso fare), riprenderò a pubblicare letture che rientrano nel mio personale percorso letterario.

Spero che continuiate a seguirmi. Solo così non perdo la carica:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 14.05.06 22:36

Caro Bartolomeo, con Verga, De Roberto e Pirandello m'inviti a nozze. E rispetto al giro d'Italia, mi hai messo una pulce nell'orecchio.
A presto, Giorgio

Pubblicato da: Giorgio Morale - 15.05.06 11:44

Caro Giorgio, seguo con interesse i tuoi scritti qui e altrove e sono grato a Bartolomeo per avermi invitato alla lettura di Paulu Piulu. L'ho ho apprezzato per la scarnificante ricerca di asciuttezza lessicale, per il pudore dei sentimenti inespressi e il tratteggio di una solitudine infantile, sia pure mitigata da presenze parentali, nel solco di una tradizione letteraria risalente al Rosso Malpelo verghiano (accomunato a Paulu per il nmignolo fisiognomico ma di lui diversissimo in quanto incattivito da un abbandono ) .
Non scorderò inoltre le filastrocche in una lingua aspra come gli interni di Sicilia, diversa dall'idioma reinventato da Camilleri. Trascrivo:

'Nta sta strada cci sta nu caccarazza,
na caccarazza pigghiata ri sonnu,
e la so matrazza la va vantannu:
"Me figghia s'a pigghiari n'signuruni".
Poveru omu che ti stringi abbrazza,
megghiu abbrazzarsi na buffa nda n'ciumi.


Vale la pena di ricordare che la caccarazza è un uccello preannunciante la morte. E in altra parte del libro Paolo 'piula' come la caccarazza. Una stramberia, a prima vista, associare un uccello di morte a un bambino (che invece gioca a immedesimervisi allo specchio). Però dobbiamo tener conto che il collegamento tra i bambini e la morte ha una specificità tutta isolana. In Sicilia sono i morti a recar doni ai bambini. Non la Befana. Sbaglio Giorgio?

Saluti

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 15.05.06 15:17

E' proprio così, Carlo, mi ricordi l'amata "festa dei morti". Ma come fai a sapere così tante cose?
Frattanto mi unisco a Bartolomeo, che con le sue letture rende possibili questi incontri, nell'invito a scrivere qualcosa della tua città. Un caro saluto
Giorgio

Pubblicato da: Giorgio Morale - 15.05.06 15:50

Caro Giorgio, ti dò notizia che Carlo ha già provveduto ad inviarmi un bel pezzo su Borgomanero. Poiché domani pubblicherò quello di Stefania Nardini su Bettona (Pg), Carlo andrà alla settimana prossima.

Hai tempo, quindi, per spedirmi anche il tuo:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 15.05.06 16:36