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10.05.06
Libri di sport e d'impegno, visita alla Fiera del Libro di Torino 2006
di Guido Tedoldi
La prima impressione che ho avuto sul salone, è che molti editori si siano gettati sul business dello sport. Soprattutto sul calcio, ma anche sulla Formula 1, sul ciclismo, sul basket... insomma sugli eventi che passano in televisione. Sulle reti televisive in chiaro, preciserei, perché già di tennis, che da qualche anno è stato conquistato tutto dalle tv a pagamento, ho visto meno titoli.
Libri con copertine nerazzurre, rossonere, bianconere e via colorando, ne ho visti anche negli stand di editori del tutto implausibili, la cui linea editoriale fino all'altro ieri non avrebbe mai compreso un tema così «meschino».
Alla Fiera del libro di Torino sono andato venerdì 5 maggio. Ero con un'amica, la quale come ogni anno mi ha chiesto: «Perché ci andiamo? Il mondo dell'editoria è davvero quello in cui vogliamo vivere?». Io come ogni anno non le ho saputo dare una risposta decisiva. Ho bofonchiato per un po' intorno all'argomento spiegando che ormai è un'abitudine consolidata, e soffrendo la sua obiezione che le abitudini, se sono negative, si possono anche abbandonare. Poi le ho detto che non le avevo fatto ancora il regalo per il suo compleanno passato da tempo, e che nel super supermercato del libro che è (anche) la Fiera di Torino le avrei sicuramente trovato qualcosa. Allora lei ha detto «Ok» e siamo andati.
La giornata per noi è stata memorabile non tanto per la Fiera, ma per le peripezie con i treni. In mattinata siamo riusciti a convergere su Milano appena pochi secondi prima della partenza del nostro treno per Torino, malgrado avessimo scelto dei treni che (sui tabelloni degli orari) dovevano arrivare abbondantemente prima. In serata, poi, sapendo che uno sciopero dei ferrovieri doveva cominciare alle 21, avevamo previsto un arrivo a Milano prima delle 20 per poter essere a casa in tempo. Ma il mio treno locale di ritorno, previsto alle 20.15, era già tra quelli soppressi... e solo grazie a un amico che aveva partecipato a una festa in serata a Milano sono riuscito ad avere un passaggio a casa per le 2 della notte.
Ma queste sono delizie delle nostre Ferrovie che mi portano fuori tema.
La prima impressione che ho avuto sul salone, è che molti editori si siano gettati sul business dello sport. Soprattutto sul calcio, ma anche sulla Formula 1, sul ciclismo, sul basket... insomma sugli eventi che passano in televisione. Sulle reti televisive in chiaro, preciserei, perché già di tennis, che da qualche anno è stato conquistato tutto dalle tv a pagamento, ho visto meno titoli.
Libri con copertine nerazzurre, rossonere, bianconere e via colorando, ne ho visti anche negli stand di editori del tutto implausibili, la cui linea editoriale fino all'altro ieri non avrebbe mai compreso un tema così «meschino».
Avvertenza: a me lo sport piace molto, e ho un blog (all'indirizzo http://ComeSeFosseSport.BlogoSfere.it) in cui quotidianamente ne parlo, per cui la mia osservazione potrebbe essere parziale. Tuttavia anche gli anni scorsi ero un appassionato di sport, ma passando per gli stand mai avevo visto tanti titoli sull'argomento.
È un trend che non riguarda solo i grandi editori, che sfornano qualche centinaio o migliaio di titoli all'anno per cui sono «costretti» a coprire tutti gli argomenti, ma anche gli editori medi e piccoli. Perfino gli editori a pagamento hanno titoli sullo sport.
Il mio sospetto è che lo sport, in tempi come questi in cui c'è sempre meno lavoro, stia diventando una prospettiva economica credibile agli occhi di sempre più persone, in particolare giovani. Ormai, per poter avere uno stipendio plausibile, basta praticare con qualche risultato uno sport senza diventarne campionissimi. Pensiamo solo ai calciatori: nella serie A italiana giocano circa in 400, e parecchi di essi hanno contratti milionari. Ma se scendiamo in serie B, in C, perfino in D, troviamo qualche migliaio di persone (e di loro familiari) che, pur non guadagnando milioni di euro, vivono grazie al calcio. E se pensiamo a quanti altri sport ci sono, a quanti sono professionisti del basket, della pallavolo, del tennis, del ciclismo... be', stiamo parlando di una bella fetta della popolazione nazionale. E mondiale, anche, perché il fenomeno è generalizzato. Quando Allen Iverson, un nero statunitense campione di basket, compì 26 anni e scoprì di essere l'unico sopravvissuto tra i suoi amici d'infanzia, disse: «Per un nero che vive nei ghetti ci sono poche possibilità. O drogarsi, e morire giovane. O entrare in una banda che vende droga, e morire giovane assassinato. O diventare un campione dello sport».
La mia amica non ha avuto la stessa impressione. Secondo lei questa edizione della Fiera di Torino è stata caratterizzata dai libri «impegnati». Lei ha visto molti titoli dedicati a inchieste giornalistiche su temi scottanti, a reportage sulle guerre nascoste dai mass media, a tematiche ambientali.
«La gente si è stufata della politica del vecchio governo – mi ha detto – malgrado poi in molti abbiano rivotato quelle persone. Hanno avuto per anni una tv vuota di contenuti, ma adesso si sono stufati e vogliono sapere cosa succede davvero nel mondo».
D'altra parte la mia amica non è appassionata di sport, è più interessata alla politica. Forse la sua e la mia impressione significano solo che ognuno vede quello che vuole vedere, o che è stato predisposto a vedere da una serie di pensieri e riflessioni che ha fatto negli ultimi tempi.
Abbiamo però fatto un'osservazione comune, sulla quale ci siamo trovati d'accordo senza averne parlato in precedenza: sono pochissimi gli editori italiani che hanno una linea editoriale coerente. Anche quelli che hanno in catalogo pochi titoli, danno l'impressione di saltare di palo in frasca senza seguire una direzione autodeterminata.
Viene in mente un articolo di Roberto Calasso, editore di Adelphi, che qualche tempo fa mi pare sia stato discusso anche qui su Vibrisse. Calasso diceva in sostanza che un editore, avendo la prerogativa di scegliere i libri che pubblica, si comporta in pratica come uno scrittore il quale scriva un romanzo composto di molti capitoli perché ogni libro è come il capitolo di un lungo romanzo che è il catalogo della casa editrice.
Sono in pochi gli editori che ho visto a Torino, e che hanno una continuità e una coerenza come quelle richiamate da Calasso. Anche alcuni di quelli che una volta l'avevano (che sapevo che l'avevano perché la vedevo) con l'aumentare dei titoli si sono persi.
Con degli editori ci ho pure parlato (facile, se si comprano molti libri – alla fine nello zaino ne avevo una ventina, comprati perlopiù dalla mia amica, regalo per il suo compleanno compreso). E sono rimasto con il dubbio che molti di loro non ragionino da imprenditori. Sono certamente appassionati di libri, cercano la bellezza e l'arte anche in ambiti dove è difficile trovarle... ma spesso fanno la figura di quei pescatori africani proverbiali, che andarono a cercar pesci nella savana e purtroppo fecero un magro bottino. In più, degli aspetti imprenditoriali del loro lavoro si occupano poco.
Della distribuzione, per esempio: alcuni di loro non sanno in quali librerie sono presenti e in quali no. In quali città sono presenti e in quali no. Sì, sì, lo so, in Italia è tradizionale il distacco tra gli editori e i distributori. C'è tutto un sistema cresciuto su tale distacco di competenze. Tuttavia una mancanza di informazioni di questo genere mi sembra folle. Nessun imprenditore sensato si disinteressa della fine che fanno i suoi prodotti. Come fa a conoscere il proprio pubblico? come fa a raccogliere informazioni utili a modificare il catalogo in modo da offrire prodotti più appetibili?
Se l'unica informazione disponibile è il numero di copie vendute (ma so di editori che conoscono oscuramente pure quei dati) non si va molto lontano. In queste condizioni ogni titolo è come una mano di poker giocata contro un baro.
Ci tornerò, l'anno prossimo, alla Fiera di Torino? Be', ehm, poffarbarre... Credo di sì, che ci tornerò. Non sono uscito deluso. Gli anni scorsi, quasi ogni volta, mi dicevo che non ne vale la pena, che questa Fiera è solo un super supermarket, che la Buchmesse di Francoforte è tutta un'altra cosa e molto più eccitante.
Che non ci sono le idee, che i piccoli editori nostrani non hanno la grinta e la voglia di fare discorsi sensati, che per questo non cresceranno mai e quindi non costringeranno i loro colleghi più grossi a seguirli sulla strada della qualità.
Che, che, che.
Però quest'anno erano in 1˙200, in aumento rispetto al passato. Però quest'anno c'erano «piccoli» editori che avevano molti titoli in catalogo. Però quest'anno ho visto perfino tipografi ed «editori» a pagamento che avevano facce distese, e si comportavano perfino meno da squali.
Anche la mia amica, anche lei credo che ci tornerà, l'anno prossimo.
Guido Tedoldi
guidoio65@yahoo.it
Pubblicato da , il giorno e l'ora: 10.05.06 06:14
Interventi
Non dimenticare, Guido, che anche il prossimo anno, prima dovrai convincere la tua amica e prometterle un regalo:-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 10.05.06 07:29




