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25.05.06
Lettera a una Mastrocola
di Rosanna Rota
Cara Paola Mastrocola, mi permetto di darti del tu perché siamo colleghe: insegniamo le stesse materie. Per di più, abbiamo quasi la stessa età.
Mi sono decisa a scriverti perché tu sei diventata, negli ultimi anni, una specie di punto di riferimento per molti colleghi. I tuoi libri e le tue interviste vengono spesso citati nel mondo della scuola.
Ovviamente, sono un po’ invidiosa della tua fortuna. I premi che hai vinto, il fatto che sicuramente riesci ad arrotondare lo stipendio meglio di me, non possono lasciarmi del tutto indifferente. I premi, perché suppongo che ti aiutino a superare le frustrazioni tipiche di noi insegnanti; i guadagni, perché uno dei nostri motivi di frustrazione è proprio l’esiguità dello stipendio, non certo commensurato alla mole di lavoro che svolgiamo.
Ma il motivo per cui ti scrivo è un altro.
Quasi quarant’anni fa, gli studenti di un paesetto di montagna, sentendosi rifiutati dalla scuola pubblica, si organizzarono sotto l’attenta regia di un prete rompiscatole, e scrissero una lettera aperta ad una professoressa, simbolo di tutte le professoresse che li avevano bistrattati. Quel libro fu poi usato a proposito e a sproposito, e continua a subire tale trattamento oggi più che mai, ma questa storia adesso non è il caso di approfondirla.
Dopo tutto questo tempo, tu, una professoressa, proprio una come quella a cui i piccoli montanari di Barbiana volevano “tendere una mano per aiutarla a cambiare", decidi di scrivere un libro su quello che nella scuola di oggi non va. I Barbianesi, ormai cresciuti, ma ancora molto attivi, ognuno a suo modo, in nome del loro mitico priore, potrebbero dire: “Bellissimo! Finalmente anche le professoresse si accorgono che nella scuola ci sono tante cose da cambiare!".
Ma... sorpresa! La prof. in realtà non vuole cambiare niente: vuole solo piangersi addosso, o meglio, piangere addosso al suo cane, e dimostrare che così non può proprio lavorare, e che tutti quelli che fanno come lei sono pienamente giustificati.
Ora, cara collega, ci sono tantissimi insegnanti che citano i tuoi libri per giustificare un atteggiamento analogo al tuo.
E’ per questo che ti scrivo: che cosa credi di aver dimostrato? Che la scuola italiana ha tanti difetti? Certo, ne ha anzi molti di più di quelli che tu hai criticato! Ma erano difetti ben noti a noi addetti ai lavori: bel colpo, confermare i nostri disagi! Il discorso, è ovvio, si fa interessante, perché richiama difficoltà per noi quotidiane, spinge ad un’autocommiserazione di massa... E va bene, fin qui potevo anche starmene zitta, perché l’autocommiserazione la pratichiamo un po’ tutti, è avvilente ma in piccole dosi può anche aiutare a tirarsi su.
Ma tu, invece, non vuoi proprio tirarti su: vuoi crogiolarti e invitarci a crogiolarci in quest’autocommiserazione. Così non si può proprio lavorare!
Quindi siamo tutti giustificati se non facciamo niente per migliorare le cose: questo è il messaggio.
Oltre tutto, fra le pagine dei tuoi libri serpeggia, non tanto implicita, la convinzione che gli studenti si dividono in due schiere: quella, esigua, dei benedetti da Dio, che sono portati per lo studio e fanno la gioia dei professori, e quella, cospicua, dei predestinati all’ignoranza, con i quali l’impegno degli insegnanti è inutile, tanto non si cava un ragno da un buco. “Pierino ha il dono. Io no. Riposiamoci tutti." (Lettera a una professoressa, pag. 125).
Eh no, mi dispiace, non in mio nome. Anch’io insegno, e insegno le stesse materie, e non mi permetto di fare questi ragionamenti.
Pensa, non volevo fare la prof. Ma proprio perché non mi piaceva questa scuola. Ho tentato altre strade, e alcune le ho anche praticate, per un po’ di tempo. Ma poi, come anche tu ben sai, con una laurea in lettere la strada dell’insegnamento è quella più ovvia da seguire, e insomma, bisogna pure sbarcare il lunario...
Poi ho scoperto una cosa: che gli studenti sono persone. Che lavorare con loro è faticosissimo ma anche interessantissimo, proprio perché sono persone. Che non posso coltivare solo quei pochi che già se la cavano bene, altrimenti il mio lavoro non avrebbe senso.
Penso spesso a una metafora bucolica, che mi è venuta in mente grazie ad una mia collega di materie scientifiche: una classe è come una serra. Dentro c’è un certo numero di piante. Ognuna di queste piante ha esigenze diverse: qualcuna vuole la piena luce, ama mostrarsi, altre invece cercano l’ombra, e guai a sbatterle davanti ai vetri: si brucerebbero. Qualcuna si accontenta della mezz’ombra e bisogna rispettare anche questa sua esigenza. Qualcuna ha bisogno di molta acqua, altre di poca, altre di pochissima... Lo stesso vale per il concime. Alcune piante sono state maltrattate, prima che io me ne occupassi, ma non posso limitarmi a imprecare contro i loro vecchi giardinieri! Devo tirarle su, ognuna com’è, per avere una serra bella proprio per la sua varietà. Le piante che curo non sono mie, ma il motivo per cui seguo le mie serre non posso ridurlo al desiderio di coltivare delle belle piantine per ottenere un gran guadagno! Io voglio godere nel vederle crescere, fiorire, vivere! Devo controllare che non ci siano improvvisi attacchi di malattie o parassiti, intervenire subito, perché in due giorni una pianta può letteralmente morire. Appena vedo qualcosa di strano, di anomalo, devo occuparmene, per capire se fa parte della crescita o se c’è un pericolo grave... E’ faticosissimo, lo so, anche perché le mie piante in età adolescenziale hanno improvvisi attacchi di ribellione e di autolesionismo, oppure di violenza e di bullismo... ma è l’unico modo che conosco per fare il mio mestiere in un modo che abbia senso.
C’è poi un altro risvolto della questione: la presenza di altri giardinieri... noi facciamo i turni, per così dire, ma spesso non ci coordiniamo bene. Così a volte ripetiamo le annaffiature, facendo marcire qualche radice, oppure somministriamo cure contrastanti per qualche problemuccio... Ci sono anche i casi limite, di qualcuno che proprio ha il pollice nero e dovrebbe cambiare mestiere. Insomma, potrei continuare all’infinito, con questa storia delle serre, ma credo che ci siamo capite.
Per restare nella metafora: tu sembri amare più il concime che le piante.
Quelle che crescono bene col tuo concime preferito le segui, le altre non sono degne delle tue cure.
Il priore di Barbiana dedicava particolare attenzione alla didattica della scrittura. La lingua e le lingue come strumento di comunicazione erano lo scopo principale di studio dei suoi “piccoli monaci". Per questo faceva fare esercizi di scrittura collettiva, come quello da cui è nata la Lettera a una professoressa. Contrariamente a quello che tu dichiari, “L’arte dello scrivere si insegna come ogni altr’arte" (Lettera a una professoressa, pag. 125). Come la insegnava Lorenzo Milani, puoi andartelo a leggere sul libro. Certo, la scrittura io la insegno in un modo diverso da come la insegnava lui, perché le mie piantine sono diverse da quelle che c’erano a Barbiana.
Ma, se fosse ancora vivo, gliela scriverei io quella lettera che i suoi ragazzi desideravano, che incomincerebbe così “Cari ragazzi, non tutti i professori sono come quella signora." (Lettera a una professoressa, pag. 139).
Invece mi tocca scrivere a te, per cercare di tenderti una mano, e con te a tutti i nostri colleghi: perché non proviamo a smetterla di piangerci addosso? Perché non cerchiamo di sfogarci in modo costruttivo?
Una volta ho letto che in Africa è diffuso un bellissimo proverbio: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce". Ecco, io sono stanca del rumore: voglio occuparmi di quella foresta che cresce. E tu?
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 25.05.06 17:02
Interventi
anche la rota mi piace. :) sono pallosa.
Pubblicato da: angela scarparo - 25.05.06 17:57
Sul sentimentalismo reazionario della pedagogia alla mastrocola
ha scritto pagine interessanti seppur non totalmente condivisibili
de michele (mi pare su carmilla - e già che ci siamo, visto che in questo sito si parla di letteratura aggiungiamo una cosa che poco si dice in giro : la signora torinese scrive da piangere - e il fatto che venga premiata dalla critica oltreche, pare, dai dati di vendita, la dice lunga sullo stato dell'arte)
dopodiché sarebbe interessante rilevare che non tutto ciò che dice la mastrocola sulla scuola meriti un'alzata di spalle - se per esempio date un'occhiata all'ultimo numero di "tecnica della scuola" trovate un'intervista a un altro campione delle odierne classifiche di vendita, p. coelho o cone si scrive lui, che sciorina delle cazzate belle e buone sulla scuola, che secondo lui dovrebbe far decidere ai ragazzi cosa bisogna studiare, cos' come al supermercato scegliamo cosa comprare: è contro qeuste cazzate pazzesce che ha scritto la mastrocola, anche (e con tutto quanto ho scritto prima è chiaro che non sto qui a difenderla)
faccio notare come questo genere di pedagogia (?) sia stato allegramente trasversale negli ultimi anni, da destra alla sinistra più sciamannata, così new age ossia così incancrenita su un'immagine non della scuola ma della società anni 70, direi anzi da dopoguerra, che ora non sta più da nessuna parte...
Pubblicato da: lupo - 25.05.06 18:14
Giusto Lupo, ci sono i libri di Lucio Russo, per esempio, o Ferroni sulle idee strampalate degli ultimi governi, anche quelli di sinistra.
Pubblicato da: marcello - 25.05.06 19:10
@ lupo
mi permetto di farti notare che la scuola-supermercato e il rimpianto acritico del buon tempo antico sono due facce della stessa medaglia: hai presente il vecchio "Apocalittici e integrati" di Eco? La tesi, in sintesi, era che sia gli apocalittici, per i quali siamo alla catastrofe (leggi Mastrocola & C.), sia gli integrati, allegramente adattati alle nuove derive (leggi Coelho e la sua accettazione della scuola come mercato) sono funzionali al "sistema". Il quale sistema, nel nostro caso, sta rapidamente galoppando verso una mercificazione dell'educazione (da diritto a servizio, a merce, il passo è breve). Ciò che mi sconcerta è che contro la mercificazione di altri diritti essenziali si comincia a fare qualcosa (penso all'acqua, per esempio), mentre nella scuola la faccenda sta passando quasi inosservata (vedi il mio precedente post sulla strategia di Lisbona). I catastrofisti alla Mastrocola non vedono neppure questa situazione, anzi, parlano di derive populiste, limitandosi a tirare i remi in barca sul lavoro e a cercare soluzioni personali alle proprie (motivate) frustrazioni. Nel frattempo, la scuola pubblica rischia di diventare merce di serie B destinata a formare cittadini di serie B, molto, molto flessibili, quindi funzionali all'attuale mercato del lavoro.
@angela
grazie, fossero tutti pallosi in questo senso!
Pubblicato da: Rosanna Rota - 25.05.06 19:11
La mia esperienza - non proprio nel campo dell'insegnamento - mi dice che da una rapa non ci cavi il sangue, neanche se gli fai una flebo. Ho cercato, indarno, d'insegnare a uno un po' di giornalismo - perché di coccio, fissato che doveva fare il giornalista - ma niente: aveva solo la vocazione del prete con il colletto bianco.
La Mastrocola, con provocazione intelligente, scrive e bene, storie divertenti: che fanno riflettere anche. A me piace.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 25.05.06 19:23
Mi piace questa metaforizzazione alla Oltre il giardino! - un po' di innocenza di colomba è necessaria.
E condivido la specularità delle due concezioni apparentemente opposte della scuola.
Però, dopo un'esperienza annuale in un liceo, è anche vero se la scuola non cambia, allora è destinata a implodere. La pressione del mondo là fuori è troppo forte - così la scuola perde senso. Il discorso sarebbe lungo (ci vuole un libro...): ma intanto, io a un governo di sinistra chiederei anzitutto classi con non più di dieci ragazzi. Poi parliamo di tutto il resto, magari rendendo obbligatoria la lettura di Avviso agli studenti di Vaneigem, che è un po' la mia idea di scuola.
Pubblicato da: marco rovelli - 25.05.06 19:31
@ rosanna rota
"mi permetto di farti notare che la scuola-supermercato e il rimpianto acritico del buon tempo antico sono due facce della stessa medaglia": e chi lo ha negato? ho detto solo che in una visione non condivisa come quella della mastrocola posso trovare elementi dialetticamente utili a smuovere la scena (intendo, malgrado le intenzioni della mastrocola stessa) ; debbo forse averne paura?
sull'iperpedagogismo che salta i contenuti, per esempio...
le stronzate di maragliano sul videogioco come la "più grande invenzione epistemologica di tutt i tempi, per esempio...
sulla cretinata di una scuola orientata sui vaghi, ineffabili, (opinabili mai) bisogni degli studenti...
sulle brache calate degli insegnanti, incapaci di una visione forte del loro ruolo, totalmente abbandonati ai dogmi di pedagogisti, psicologi e altre amene categorie che debbono per forza insegnarti il mestiere, per esempio... sulla rincorsa a modelli comunicativi già piuttosto invasivi, mi pare... e potrei continuare a lungo, e perdona l'ineleganza, ma visto che tiri in ballo la scuola privata (luogo appunto delle mercificazione del sapere), su di essa ho scritto un libro (un romanzo, toh) ormai da un bel po' di tempo, passato pressoché inosservato, forse perché fa schifo, forse perché della scuola non frega un tubo a nessuno,
ma insomma hai sbagliato interlocutore...
Pubblicato da: lupo - 25.05.06 20:03
Ha ragione Michele Lupo. Anch'io sono un insegnante: sono stanco di tutta l'aria fritta che si vomita sulla e dalla scuola. Se vogliamo fare della scuola un luogo interessante per insegnanti e alunni dobbiamo soltanto aumentare gli stipendi degli insengnanti. Punto. Non c'è altra soluzione. Cavolo, ci pagano poco più di mille euro al mese, che scuola volete che pensiamo e facciamo? Per mille euro al mese dobbiamo studiare teorie pedagogiche complicatissime, essere aggiornati sui saperi moderni, ecc. ecc. Milleduecento, milletrecento euro al mese! Ma vi rendete conto? I professionisti si pagano! Altrimenti accontentatevi di tipi demotivati. Dobbiamo fare i professionisti con uno stipendio da fame... Se si vuole attirare nella scuola gente preparata e motivata si devono aumentare gli stipendi degli insegnanti. Punto. E abbasso l'aria fritta.
Pubblicato da: Nicolò La Rocca - 25.05.06 22:46
No, in Africa le foreste non ci stanno più: c'è la polvere, c'è il fango, ci sono i bambini e gli scimpanzè la cui cacca è di aids. In Africa c'è la morte, alberi pochi oramai: e se anche c'è una foresta che viene buttata giù perché qualcuno ne faccia dei libri, il rumore non lo sente proprio nessuno. Solo Joan Baez, che ancora si batte per salvare un giardino cantando "We shall overcome".
'Notte
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 25.05.06 23:32
Sì, lo stipendio è basso. Ma partire di lì mi pare davvero riduttivo, e pure un po' svilente - per l'insegnante, dico. Basterebbe, ad esempio, stipulare convenzioni con le case editrici per fare avere gratuitamente o a basso prezzo libri et cetera. Occorrerebbe partire da questioni strutturali, prima che da rivendicazioni corporative.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 01:37
Svilente? Quando i tuoi figli ti chiedono di andare in vacanza e tu rispondi che non hai i soldi cosa fai? Quando non riesci ad arrivare alla fine del mese che fai? Ti senti un professionista bla bla bla? No, non sono rivendicazioni corporative. Dagli insegnanti si pretende una formazione culturale notevole... ma con questi stipendi? Decidiamoci, dunque: l'insegnante è un professionista e allora gli si riconoscano le qualità permettendogli una vita decente che lo renda sereno e quindi pronto ogni mattina a fare bene il suo lavoro (perché sereno, capisci?); oppure basta, si dica non valete un cazzo, ma a questo punto genitori, pedagogisti e venditori di aria fritta di tutti i tipi non vengano a rompere le scatole con "preparazione", "aggiornamento", "teoria di questo e di quello". Ci si accontenti di una classe di insegnanti dequalificata. Se vogliamo che le migliori menti (non mi viene un termine migliore a quest'ora del mattino) decidano di dedicarsi all'insegnamento dobbiamo permettere loro di sopravvivere, dobbiamo rendere il mestiere dell'insegnante appetibile. Oggi è terribilmente indigesto.
Pubblicato da: Nicolò La Rocca - 26.05.06 07:46
Caro nicolò, sembra inutile... tu dai le cifre, chiare e inequivoche, 1200, 1300 euro al mese e qui ti si risponde che fai "rivendicazioni corporative"... vivono sulla luna, evidentemente, evidentemente fanno appunto come fa la pletora di sedicenti esperti che hanno blaterato per anni sulla scuola non dal di dentro e nemmeno da un fuori concreto, materiale, biologico se non par troppo - loro parlano dalla loro pallida luna di evanescenze sentimentali, ideali, come gli aristocratici di una volta che mica parlavano di denaro loro, sei matto, poco elegante, salvo richiamare, come fa il rovelli, "questioni strutturali" che non si capisce bene cosa siano - io sono rimasto alla mia scuola, che vuoi farci, di là e di qua dalla cattedra, e quindi a un certo significato marxiano dell'espressione con annessi e connessi...
Pubblicato da: lupo - 26.05.06 08:22
L'altra estate, in Irlanda, avevo letto un articolo credo del ministro dell'educazione che osava proporre - nientepopodimeno - che un'idea.
Diceva che l'insegnamento "per obiettivi didattici" non poteva che continuare a mancare ai suoi fini, e vi contrapponeva l'insegnamento "orientato dalla visione".
Anche se "vision" resta una parola manageriale (la vision di microsoft è "un computer su ogni scrivania, per capirci") e visione qui in Italia ha dei connotati un po' troppo mistico/religiosi, credo che già meditare su "dove si vuole andare" (prima di incastrasrsi su "cosa devo/no sapere") può aiutare insegnanti e studenti ad aprire gli occhi e vedere il filo sottile sospeso nel vuoto su cui la socieà tutta sta camminando.
Pubblicato da: Paolo S - 26.05.06 09:52
Lupo (ma sei un poliziotto, che mi chiami "il" Rovelli?) - vorrei farti notare intanto che non sono un nemico della classe insegnante, visto che sto per finire l'anno insegnando la cattedra di storia e filosofia "presso" il liceo classico Pellegrino Rossi di Massa. Dunque le cifre le conosco, potrai immaginare.
Dunque prova a fare un reset e a ripartire. Magari degnadoti di leggere quel che avevo scritto dianzi.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 09:56
"insegnando - la cattedra" : qui non c'è solo l'ora mattutina, c'è anche la fretta perché sta per squillare la campanella e devo entrare in classe.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 09:58
Ops. Le vigolette chiudevano prima di «per capirci». A Gates non interessa che ci capiamo :-)
Pubblicato da: Paolo S - 26.05.06 09:59
rovelli, a me sconosciuto, l'articolo determinativo ti aveva sottratto alla ovvia opacità di una mancata individuazione... visto che te la pigli e mi dai del poliziotto, immagino che la tua mattinata scolastica sia andata male,il che dimostra che il primum sia biologico, e che con il denaro tutto ciò abbia a che fare, a meno di non vivere, appunto, sulla luna, ove si ciancia di "questioni strutturali" e qui sulla terra non si capisce cosa vuol dire...
Pubblicato da: lupo - 26.05.06 10:47
ma tu, o rovelli, certamente ce lo spiegherai, visto che insegni storia e filosofia
Pubblicato da: lupo - 26.05.06 10:50
ma tu, o rovelli, certamente ce lo spiegherai, visto che insegni storia e filosofia
Pubblicato da: lupo - 26.05.06 10:50
La mia mattinata non era ancora iniziata (e adesso scrivo nell'intervallo), dunque immagini male. Riprova.
E magari cerca di entrare nel merito.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 11:01
Dopodiché, se si deve scendere agli insulti, mi ritiro. Io reagivo solo al tuo sgradevole modo di riferirti al mio intervento: ovvero, io sono intervenuto dicendo delle cose, nel merito, senza attaccare personalmente nessuno. Tu hai risposto in un modo molto sgradevole, impostando la questione in questi termini. Termini nei quali non vale la pena di discutere con qualche senso.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 11:13
giusto , o rovelli, sei tu CHE MI Hai dato del poliziotto, o sbaglio? l'attacco personale è il tuo, in quanto al merito, basta leggere (basta che tu legga te stesso)
Pubblicato da: lupo - 26.05.06 12:22
cavolo, ancora gente che si accapiglia sulla scuola!
Pubblicato da: frittomisto - 26.05.06 13:42
Sono felice che esistano ancora tanti insegnanti maschi, almeno a giudicare dai commenti... perché purtroppo la femminilizzazione del nostro lavoro è, secondo me, una delle cause sociali della sua dequalificazione... mi piacerebbe riparlarne, ma ora devo correre a una riunione. A più tardi, quando riuscirò a leggermi tutti i commenti!
Pubblicato da: Rosanna Rota - 26.05.06 13:59
Sì, ti ho dato sul poliziotto. Però dovresti rileggere il tono del tuo intervento. Un tono sdegnoso, sufficiente, snob, nei miei confronti: parlavi in riferimento a ciò che avevo detto ma senza rivolgerti a me nonostante io fossi lì presente. Questo, a casa mia, si chiama maleducazione. Se è questo che insegni ai tuoi allievi, sinceramente mi auguro che il tuo stipendio venga dimezzato.
saluti.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 14:03
Marco, non sono rivendicazioni corporative, ma strutturali. L'Italia è agli ultimi posti nella spesa per l'istruzione. Che cosa significa? Significa che l'Italia è agli ultimi posti in Europa anche nella produzione di innovazione ad alto contenuto tecnologico e ad alto contenuto culturale (quest'ultimo è un concetto un po' vago e un po' forzato, ma spero che si capisca che cosa intendo dire). Quando si parla di disoccupazione - a destra e a sinistra - non si focalizza un punto: i paesi che sopportano meglio l'aggressione della Cina and company sono quelli che puntano sull'innovazione. E sono Danimarca, Svezia, Norvegia, in parte gli USA. In Italia ci sono problemi strutturali perché l'educazione è una risorsa strutturale (per l'economia e per la cultura) ma nessuno lo vuole capire. Gli insegnanti danesi e svedesi - per non citare gli svizzeri... - sono retribuiti proporzionalmente al loro ruolo. In quei paesi la ricerca è finanziata adeguatamente e, cosa ancora più importante, a pioggia. Insomma, per brutalizzare un po' il concetto: l'Italia è rimasta indietro perché ci pagano - a me, a te, a Lupo - milleduecento euro al mese, perché i ricercatori emigrano, perché non spunta una Nokia, una Apple da millenni nel nostro paese, almeno dai tempi di Marconi. Non si prendono opportune misure protezionistiche (e quindi etiche) per contrastare il capitalismo barbaro di Cina & Company, non si spende in ricerca ed educazione, si attende la morte cantando la canzone dell'aria fritta, la solenne canzone dell'aria fritta.
Pubblicato da: Nicolò La Rocca - 26.05.06 14:41
Quanto dici è verissimo, ma lo è su un altro piano. Sul piano, appunto, della ricerca scientifica, a partire dall'università: dove investire in ricerca significa anzitutto investire nelle strutture, e poi anche nei salari, certo. Ma se parliamo, come stiamo facendo, della scuola dell'obbligo di massa - la questione si pone diversamente. Se immagino "questa scuola qui" con l'aumento dello stipendio dei professori - ebbene, cosa cambia concretamente al di fuori del conto in banca dei suddetti (ovvero di qualche - legittimissima, mica voglio dire il contrario, mica sono autolesionista - vacanza in più)? Se invece - per ripartire da quanto dicevo nel primo interevento - la immagino con classi di dieci alunni, allora riesco a immaginarla diversa. Insomma, è certamente una questione di allocazione di risorse. Ma - di fronte all'alternativa secca - è meglio più professori (e dunque meno alunni in classe) che più stipendio.
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 14:51
Sì, anch'io d'istinto direi meglio più professori che più stipendio... Però, riflettendoci un po' tornerei al mio punto di partenza: non basta avere un numero congruo di insegnanti, dobbiamo anche avere gente preparata, intelligente. Abbiamo troppi insegnanti scarsi, credimi, e questo perché "le migliori menti della nazione" (come direbbe qualcuno e come dico io non trovando di meglio mentre lotto con l'abbioccamento pomeridiano) scelgono altre carriere. Per attirarli c'è un solo sistema: aumentare gli stipendi. Certo, lo capisco, ci arrivo, non è la soluzione, ma il punto di partenza. Ma se non partiamo non arriviamo. Poi: classi meno numeroso, dotazione di libri e tecnologie per le scuole, piani educativi seri, valorizzazione (reale, mica l'ipocrisia dei PEI sulla carta...)dei divesamente abili, progetti seri. La ricerca è importante, ma anche l'educazione della scuola dell'obbligo. Diritti, doveri, cosapevolezza, visione del mondo, questo è il cibo della scuola dell'obbligo. Che ricercatore sarà (anche quello di filosofia e latino, ovviamente)quello che non avrà avuto un percorso adeguato nella scuola dell'obbligo?
Pubblicato da: Nicolò La Rocca - 26.05.06 15:23
senti rovelli, capisco che un nome è un destino, e che tu i tuoi rovelli non sai come sbrigarteli - costretto come sei ad augurarti la mia fame- ma se un argomentino uno ce l'hai, tiralo fuori una volta per tutte e lasciaci in pace
Pubblicato da: lupo - 26.05.06 15:27
Sì Nicolò, capisco bene che è uno degli elementi. Non concordo che sia "il" punto di partenza. L'educazione della scuola dell'obbligo è l'insieme integrato di una serie di elementi. Porre al centro l'elemento salariale porta - stante anche la storia delle rivendicazioni sindacali - a oscurare gli altri elementi. E' evidente che se l'aumento salariale si pone uno "tra" gli elementi concordo. Ma - specie in una situazione di scarsità di risorse - la scala delle priorità non può vedere al vertice il salario, a mio parere. Se partiamo di lì, la situazione non migliorerà, la didattica continuerà a essere lasciata al caso e alla composizione delle classi, il burn-out e la dequalificazione resterrano immutati, e a quel punto questo costituirà un ulteriore pretesto per smantellare il sistema della pubblica istruzione.
(e la scuola, per inciso, continuerà a essere infestata da lupi maleducati e tristi)
Pubblicato da: marco rovelli - 26.05.06 15:38
ancora! rove'!
rilassati rove'
lascia perde
damme retta
'n fa per te
Pubblicato da: rovellichi? - 26.05.06 18:41
Grazie, grazie, grazie! Mi sono tirata giù un sacco di idee... come fa bene a volte litigare! Una bella litigata creativa...
L'unica cosa che mi dispiace è la tristezza: Paola Mastrocola è triste, Michele Lupo è triste... non è che tutta questa tristezza, poi, la attacchiamo ai nostri studenti? Non è che dovremmo prima di tutto cercare di lavorare sulla nostra visione della vita (sì, lo so, detta così sembra una deficientata new age: potere di internet e della necessità di sintetizzare nei commenti...).
Pubblicato da: Rosanna Rota - 27.05.06 12:49
ehi, voi due, ma perché non pensate un po' alla tristezza vostra?
rossannaarrotata, chi ti conosce? chi sei? perché non impari a scrivere, visto che basta "il potere di internet" (ecchesaràmai?) per farti dire "unadeficientatanewage"? cosa credi disintetizzare, se non loffiette da maestrina?
Pubblicato da: lupo - 27.05.06 18:22
Mai discutere con certa gente: si corre il rischio di porsi sullo stesso livello...
Pubblicato da: Rosanna Rota - 27.05.06 19:52
