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15.05.06

Lacrime generazionali

di Stefania Nardini

Non capita spesso, e forse non è «ortodosso», scrivere di un romanzo letto a metà. Ma proverò a giustificare questa mia esigenza lasciando spazio, per una volta, a quel disagio generazionale che da un po’ di tempo mi assale.
Conosco Bruno Arpaia come autore di due romanzi che ho idealmente piazzato nella mia classifica dei preferiti: L'angelo della storia e Tempo perso (tutti e due editi da Guanda). Il caso ha voluto che proprio mentre mi sto cimentando in un lavoro che “passa" nell’Italia del dopoguerra, con una sosta negli anni ’70 e ’80, mi è giunto in “soccorso" l’uscita di un suo libro. E’ Il passato davanti a noi, cinquecento pagine che raccontano attraverso una serie di personaggi che si muovono nell’hinterland napoletano, la realtà che va dal ’72 fino al ’78, anno in cui fu sequestrato e ucciso Aldo Moro. Una storia che rimette insieme i sentimenti di quella sinistra vissuta con l’orgoglio dell’appartenenza.

Naturalmente chiedo scusa ad Arpaia se, pur essendo solo a metà del guado, apro subito una riflessione. Anche io ero una militante in quegli anni. Gli anni del ciclostile, del sogno, dell’utopia, delle botte e dei miti. E mi sono ritrovata nelle sue descrizioni: nelle serate passate ad ascoltare Neil Young, o a discutere sul Cile.
Mi ritrovo. Anche se io ero a Roma.

Mi identifico, anche se io ero una ragazza, dunque con un approccio sicuramente diverso a quel fare politica.

E, confesso, di essermi ritrovata con due lacrimoni sulla faccia quando Giorgio Gaber ha scritto, col tono di un testamento alla vigilia della sua morte, La mia generazione ha perso. Che ho rabbrividito nel leggere Lettere da una città bruciata, di quell’Erri De Luca che è andato smarrito. Di aver ho provato umana indignazione quando a Parigi ho stretto amicizia con un’esule che stava ancora pagando, non essendosi mai sporcata le mani di sangue, quegli “errori" di gioventù in attesa dell’amnistia.

Ma adesso sono stanca. Si, mi sono stancata di continuare a riflettere con nostalgia a quel nostro passato. Non ne posso più, e mi scusi Arpaia se prendo spunto dal suo libro, di guardare con gli occhi del come eravamo un periodo della storia, della nostra storia generazionale, che abbiamo il dovere di metabolizzare e di ripercorrere con distanza e lucidità.

Quei giovani di cui racconta Arpaia, eravamo noi, lo era lui.
E non siamo più giovani...

Molti di noi sono padri o madri. Molti di noi provano dolore per la società e per i valori in cui crescono i nostri figli, lontani dagli ideali, dalle passioni.

Personalmente sono stanca di piangere, di commuovermi, e di dispiacermi per un mondo, una generazione, un paese, un’Europa alla deriva.

Si, sono stanca e voglio prendermi delle responsabilità.

Le responsabilità di quel dopo, tanto nefasto, che ha reso grigie le nostre prospettive di vita, oltre ai nostri capelli che nel grigio di oggi non riescono a sprigionare quel briciolo di saggezza indispensabile per aprirsi alla costruzione di un “nuovo" decente.
E continuo a domandarmi perché le donne e gli uomini di cultura non danno una spallata a questo muro di nebbia attraverso la chiarezza delle idee. Trovando l’occasione per ripensare al perché eravamo comunisti, al perché siamo orfani, al perché eravamo e adesso non sappiamo cosa siamo e dove andiamo.

E’ un’operazione indispensabile. Un dovere generazionale per riscattare, con tutto il rispetto per Gaber, la posizione dei perdenti.

Siamo forse perdenti perché pensiamo, leggiamo, facciamo il nostro lavoro, crediamo nella civiltà, nell’umana creatività, in una giustizia che non c’è?

Come madre sono stufa dei genitori miei coetanei che non danno sogni ai figli, non gli danno regole, non gli danno comunicazione in nome di una tolleranza fricchettona di altri tempi in cui è lecito prendersi anche un vaffanculo da un adolescente.

Non dobbiamo farci perdonare nulla!

Tantomeno collocarci nelle nicchie, nei nostri salotti buoni che sono prigioni dorate, dove in solitudine ci sciroppiamo storie di bambini cinesi bolliti, giochetti elettorali sui numeri, o “pacchi" televisivi, in un ‘Italia che non è soltanto litigiosa, ma isterica.
Il nostro passato, chiedo ancora scusa ad Arpaia, non è davanti a noi. E’ in una gigantesca tomba dalla quale di tanto in tanto emerge la scintilla del fuoco fatuo.

E mi piace pensare ad Angelo, a Mariano, al Cinese, gli eroi che si muovono nella sua storia. La storia di un'Italia con la tv in bianco e nero, dove si producevano meno rifiuti domestici e più idee. L’Italia della diccì e delle tribune politiche. Del dissenso e non della disobbedienza, dei cattolici bacchettoni e dei gruppettari. E continuero’ a leggerlo questo romanzo perché è un documento sulla nostra avventura umana e politica, di noi che siamo vivi, capaci di prendere la parola, e anche di gridare se necessario. Ma dobbiamo regolare il conto. Superando la fase dell’ amarcord per recuperare invece il valore della gioia di vivere in un percorso di chiarezza dentro la storia.

Non siamo gli ex giovani. Siamo noi, donne e uomini di una generazione capace di dare tanto. Con la forza delle nostre idee forse strampalate, ma che si possono rivisitare, per rimetterle e rimetterci in gioco. Con la passione di chi apprezza la vita che, come cantava Violeta Parra, “ci ha dato tanto...".

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 15.05.06 10:47

Interventi

Il 68, Stefania, è stato anche una gran voglia di menar le mani. Se non prendiamo dolorosamente atto, noi che l'abbiamo vissuto, o complici vi abbiamo assistito, e sempre e con passione indocile a osservazioni l'abbiamo difeso, non vi sarà requie per una riflessione. Più di Arpaia, autore che comunque stimo e leggo, più del mio amato e controverso Gaber, trovo funzionali a una dimostrazione dell'assunto, e ci vedo l'implicita chiamata a un addio alle armi, in senso lato e stretto, le immagini del Bellocchio di Buongiorno, notte. Percepisco in quelle lacrime notturne della brigatista, nei suoi amari silenzi, nei pugni in tasca che continua a stringere come il paranoico e datato Lou Castel, i prodromi di un odio che svanisce. Mirabile e infernale contraddizione. Fu quell'odio a smuovere i migliori istinti della mia generazione.
Saluti

Carlo Capone

Pubblicato da: Carlo Capone - 15.05.06 11:50

Domani, Stefania, i vibrissini conosceranno Bettona (Perugia), il paese dove, quando sei in Italia, vivi.

Io vorrei fare qui un discorso sull'importanza della famiglia - che in questi giorni (da ultimo stamattina) intrattengo anche con mio fratello Mario. Ma come dice mio fratello, rischierei di passare per antiquato (ed anche, come ha scritto qualcuno, per esibizionista). Quindi taccio, pur essendo arciconvinto che se si cercasse di resistere sull'importanza e sul valore fondante della famiglia, gli anni futuri sarebbero meno bui, come prevedo, ahimè.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 15.05.06 16:43

C'ero anch'io, in quegli anni; ero a Bologna, a una delle assemblee del 77 quando gli autonomi di Scalzone lanciavano sedie sulle teste dei partecipanti, e le cariche della Celere con le teste spaccate ecc.
Tuttavia, Stefania, capisco e in parte condivido le tue parole, però credo che sia possibile riflettere su quegli anni, e su ciò che è accaduto, perché è accaduto qualcosa di importante, anzi, molte cose importanti, senza nostalgia, senza dolore e/o sensi di colpa, senza la sindrome del perdente. E un racconto, un romanzo, se non è opera di documentazione, ma è appunto narrativa, può essere ambientato in qualunque epoca, e se va, va; se avvince, avvince; se spaventa, spaventa. Si è discusso sulla mancanza, in Italia, di un grande romanzo sugli anni di piombo. E sottolineo "grande", cioè un testo storico-narrativo di alto respiro. Questo libro di Arpaia secondo te potrebe avere questi requisiti?

Pubblicato da: Mauro Baldrati - 15.05.06 19:33

Il libro è un buon libro scritto da un uomo che riesce a ben comunicare attraverso la scrittura. Ma non è il "grande" libro di cui tu parli. Arpaia, che apprezzo, forse avrebbe dovuto trovare il coraggio, la formula, per "sporcarsi un po' di più le mani" in prima persona. Operazione che non ha compiuto, immagino, in buona fede. Qualche volta bisogna osare.E lasciare anche lo spazio a un dopo meno nostalgico. Altrimenti, per dirla alla Troisi, non ci resta che piangere.
E a proposito dell'odio che ha smosso i migliori istinti di una generazione mi viene da pensare al perchè quel sentimento estremo, estremo perchè giovane, non riesce a diventare adulto. Dunque a trasformarsi

Pubblicato da: stefania nardini - 15.05.06 19:55