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11.05.06

La Sindrome di Stoccolma dell'intellettuale-Lolita italiano

di Mauro Baldrati

August Sander: Bohème, 1924Il processo è iniziato una trentina di anni fa, a Ravenna. In quella città esisteva una cellula molto attiva dell’Arci, sempre in fermento e alla ricerca di idee, di segnali, soprattutto nel mondo giovanile e della comunicazione. Questo gruppo di amici, di intellettuali, composto tra l’altro da Stefano Giunchi, poi emigrato all’Arci di Roma, e da Guido Pasi, oggi un autorevole assessore della Regione Emilia Romagna, decise di creare una sottocellula che chiamarono Cellula Hollywoodiana dell’Arci. Nel nome era contenuto tutto il programma della struttura, molto più che in qualsiasi documento o statuto: tutto ciò che era hollywoodiano, da baraccone, di cartapesta, tutto ciò che era trash (questa parola comunque ancora non si usava) era benedetto dal Cielo. Giocavano, quei ragazzi, si beavano a esaltare i filmacci con Ronald Reagan, i baci d’amore sullo sfondo di tramonti al calor bianco, con contorno di musiche che avrebbero strappato un brivido a Ennio Morricone. Si divertivano, cazzeggiavano, e non sapevano di avere inaugurato un genere, un atteggiamento che sarebbe dilagato inarrestabile tra gli intellettuali italiani come un’epidemia.

Passarono gli anni, e arrivarono gli Ottanta, col loro carico di leggerezza e disperazione, con la voglia di trasgredire ma anche di arrivare, di avere successo. Un nuovo programma televisivo, che andava in onda su una delle emittenti dell’astro nascente Silvio Berlusconi, irruppe come una meteora sulla scena mediatica italiana: Non è la Rai, una sfilata di adolescenti con minigonne mozzafiato che ballavano e cantavano. Non era importante il talento, ma la malizia con la quale il grande voyeur Gianni Boncompagni insinuava la telecamera sotto le gonne, le spiava, le frugava (poi, dopo le prime puntate, le inquadrature si fecero leggermente più caste, per evitare polemiche e accuse di oscenità).

Era presentato da una ragazzina coi capelli scuri, un po’ rotondetta, Ambra Angiolini, che “bucava" il video, e immediatamente divenne un’icona con la quale le spettatrici adolescenti si identificavano. Sui muri delle città italiane non era raro vedere scritte del tipo: Ambra, 6 un mito. Ambra aveva un’ottima parlantina, era ammiccante, ballava, canticchiava; era bravina, non era una di quelle stuatuarie vallette mute e seminude che vanno di moda oggi. Quel programma era puro nulla, ma tutti, in un modo o nell’altro, lo guardavamo: noi maschi per sfogare l’occhio, le ragazze per confrontarsi con le “macchine di desiderio" create dal mezzo televisivo.

In quegli anni Alberto Piccinini era uno degli intellettuali di punta della sinistra. Firmava sul manifesto articoli di letteratura, ed era molto ambita una sua recensione. Cosa fece Alberto Piccinini? Che idea ebbe? Quale luce illuminò la sua vita di intellettuale impegnato? Scrisse un libro su Ambra. Un intero libro. Non ci potevamo credere. Quelli erano tempi in cui gli intellettuali ragionavano ancora su concetti quali: che modello di sviluppo alternativo è possibile per superare la spirale produzione-consumi? Tematiche che, a tirarle fuori oggi, si rischia, nel migliore dei casi, il compatimento. Bene, Alberto Piccinini mise da parte queste riflessioni e scrisse un libro su Ambra. Se ne discusse, e in maniera piuttosto rumorosa, a lungo. Tutto ciò che ricordo di quel testo è il tono a metà tra l’ironico e l’ammirato. Un atto d’amore, in definitiva, e di desiderio, verso Ambra.

Desiderio che è puntualmente riemerso in tempi più vicini ai nostri in un altro intellettuale, questa volta altamente specializzato in fenomeni televisivi: Carlo Freccero. Durante un’intervista l’ex direttore di RAI 2, con quella sua aria sempre un po’ bohémienne, tesse un elogio entusiasta, addirittura selvaggio, dell’ultima icona prodotta dal video: Costantino Vitagliano. Definisce colui che è stato descritto come “la più compiuta trasfigurazione del nulla mai esistita", un grande personaggio, l’unico maschio perfetto che incarna la mascolinità contemporanea. Una nuova dichiarazione d’amore verso una macchina di desiderio televisiva.

Il tempo passa, ma la natura del processus non cambia. Esplodono le sorelle Lecciso. Due signore inabili al lavoro fanno impazzire per alcuni mesi i vertici televisivi e si scatenano fenomeni di fanatismo mediatico. A questo punto scende in campo un altro commentatore di grido: Francesco Merlo; dalle colonne de La Repubblica traccia una Fenomenologia delle Lecciso che equivale – dietro a uno stile frizzante e sarcastico - a una vera a propria esaltazione del fenomeno. Questo è il futuro, elzevireggia Merlo, e chi osa criticare, chi si permette di giocare all’intellettuale polveroso sappia che sarà iscritto nella lista nera delle “scimmie di Umberto Eco". Alè.

E veniamo ai giorni nostri, così aleatori, così fuggevoli. Il vecchio vizio si perpetua. Due scrittori trentenni, Giuseppe Genna e Michele Monina, insospettabili per impegno e spessori letterari, hanno pensato di ripetere l’impresa di Alberto Piccinini. Scrivono un intero libro sull’icona televisiva suprema dei nostri tempi, uno che quando scende in strada “vale più del Premier, del Presidente della Repubblica, delle elezioni"; uno che, “se Sofocle ed Eschilo fossero nati oggi avrebbero scritto una tragedia su di lui". Un libro sul “Costa", il sempiterno Costantino (che ancora “tiene il chiodo", benché si affaccino nuovi fustacchiotti nei programmi della De Filippi, nel Grande Fratello ecc.). E siamo alle solite: tra le righe di uno stile sarcastico, brillante, sotto lo smalto di una presunta ricerca social-mediatica della periferia milanese, si cela, neanche troppo mimetizzata, l’attrazione verso la macchina di desiderio televisiva, l’oggetto del fanatismo di “interi pullman" di ragazzotte che sperano di vedere da vicino colui-che-non-sa-fare-niente-però-è-talmente-famoso-che-gli-fanno-fare-pure-un-film.

Ho riflettuto a lungo, è dagli anni Ottanta che rifletto e mi chiedo: perché lo fanno? Perché questi intellettuali progressisti, impegnati, oserei dire organici, perdono la testa per personaggi che sono la negazione stessa del loro ruolo (come simboli ovviamente)? E non solo, si arrabbiano pure con chi osa criticare i loro eroi? Non ho mai trovato una risposta certa. Ho pensato che un motivo può essere una semplice attrazione sessual-mediatica verso l’eroe, o l’eroina del momento, mimetizzata nell’elzeviro; oppure un tentativo di assorbire un po’ di luce riflessa dell’astro, sfruttare il suo nome, vendere copie (aspirazione più che legittima) ecc: però nessuna di queste spiegazioni mi convince pienamente. Diciamo che le trovo plausibili al 50%. E l’altro 50%?

Per cercare una risposta mi sono avventurato tra le pagine di un grande classico del Novecento e ho trovato la citazione giusta: Lolita e Humbert, durante il lungo viaggio nella provincia americana, si fermano in un albergo. Hanno un rapporto sessuale: doloroso, umiliante quello di lei, estatico quello del suo carceriere; poi lui la fa soffrire, le svela brutalmente che sua madre è morta ed ora è sola al mondo. Litigano, e prendono due camere separate. Ma “nel mezzo della notte lei venne singhiozzando nella mia e ci riconciliammo con grande dolcezza. Vedete, non c’era altro posto al mondo dove potesse andare".

Non c’era altro posto al mondo. Forse è qui il restante 50%. Gli eroi mediatici, le macchine di desiderio televisive, sono l’Antiletteratura incarnata sulla terra. Questi sono tempi difficili, come sostiene qualcuno. Edmondo Berselli scrive che “questa è l’epoca postindustriale, c’è la stagnazione, il declino; I Costantino, i Daniele Interrante rispecchiano in modo adeguato un paese senza più capacità di creare valore aggiunto, che si autoconsuma".

Dove può andare un intellettuale che non crea più valore aggiunto, dove si nasconde in questo tempo fatto di nulla? Non c’è altro posto al mondo. Ecco allora che si rivolge verso il suo stupratore, il suo carceriere. Gli sorride, lo blandisce, cerca di abbracciarlo. Teme di essere condannato, perché il mondo scivola sempre più verso il potere mediatico degli eroi dell’Antiletteratura; ha una paura inconscia che prima o poi dovrà cadere, e cadrà nel fango. E allora, deve essersi chiesto l’intellettuale-Lolita italiano: perché non farlo almeno ridendo e scherzando?

(Nella foto di August Sander: Bohème, 1924)

Pubblicato da Mauro Baldrati, il giorno e l'ora: 11.05.06 10:19

Interventi

Molto lucido. Credo che scrivere di questi fenomeni, di questi personaggi famosi in televisione, sia anche per vendere copie. Però è affascinante questa tesi dell'attrazione per il nemico. Mi chiedo anche se è valida per tutti quegli scrittori e giornalisti di sinistra che scrivono sui giornali di destra. (E viceversa? Forse però non c'è viceversa)

Pubblicato da: running - 11.05.06 15:50

Caro Mauro, quando scrivi: "Quel programma era puro nulla, ma tutti, in un modo o nell’altro, lo guardavamo", a chi ti riferisci con quel "tutti" e quella prima persona plurale? (Quindi, in pratica, con quel "tutti noi"?).
Io, tengo a precisare, di quel "tutti" ("tutti noi") non faccio parte. Non ho mai visto "quel programma". Il che dimostra, credo, che "c'è un altro posto al mondo".

Pubblicato da: giuliomozzi - 11.05.06 16:30

Non ho letto i libri che citi, Mauro. Scrivi:
"perché lo fanno? Perché questi intellettuali progressisti, impegnati, oserei dire organici, perdono la testa per personaggi che sono la negazione stessa del loro ruolo (come simboli ovviamente)?"
Forse perché considerano la televisione-spazzatura una componente della cultura popolare diffusa, sentita, condivisa e utilizzata da molte persone in Italia. Conoscerla, usarne i codici e i simboli, appropriarsene per comunicare i propri messaggi, per capire le persone dovrebbe essere una delle cose che fanno gli intellettuali.

Un libro del genere ha anche il vantaggio di essere sostenibile, in termini di editore, distribuzione, mercato, guadagni. Quindi perché rinunciare alla possibilità di parlare a tante persone col loro linguaggio, per dirgli cose nuove? Che ci sarebbe di male a finanziarsi dignitosamente?

Certo poi ci sono cose imbarazzanti come Gianluca Neri sul suo popolarissimo blog che scrive e parla (podcast) dei reality show d'attualità con trasporto. Lui ha l'idea che la televisione sia la realtà, almeno per moltissime persone, e che quindi non possederla (e non parlarne) sia assurdo. Perciò sotto con la telecronaca della Fattoria.
(avevo in mente un articolo preciso che non trovo negli archivi di http://www.macchianera.net )

Si potrebbe discutere di quanto efficace sia questa scelta di linguaggi, se sia passiva, se ci siano alternative in grado di definire l'agenda invece di subirla, se sia una resa a un modello culturale ed economico generalista ormai decadente.

E come Giulio, io quell'altro posto al mondo ce l'ho.

Pubblicato da: jan - 11.05.06 19:40

Non mi convince la tesi dell’autore, che mi sembra si possa sintetizzare così: l’intellettuale tal dei tali è spinto da una sorta di sindrome di Stoccolma ad occuparsi di questo o quel personaggio televisivo. Anche se non conosco i testi citati (a parte Eco, citato indirettamente), penso che abbiano preso le mosse da una autentica fascinazione. Ha ragione jan: la televisione-spazzatura è "una componente della cultura popolare diffusa, sentita, condivisa e utilizzata da molte persone in Italia". Esiste certamente "un altro posto al mondo", anzi direi che – per fortuna – ne esistono diversi. Provo però a proporre un’altra ipotesi: quello che forse intriga - perché può anche essere proficuo, fecondo - è passare da un posto all'altro: dal trash al nobile, dal triviale al colto, dal nazional-popolare all'eccelso (e viceversa).

Pubblicato da: rossella - 11.05.06 21:47

per giulio e jan; sì, "tutti" non è inteso come l'intera umanità, ma era un riferimento "dall'interno" a un certo ambiente e a una certa generazione, diciamo chi in quegli anni aveva dai trenta ai quarant'anni e si interessava ai nuovi linguaggi di quel periodo, a quelle forme di "superfluo indispensabile" ecc. Ma forse sono stato un po' troppo "all'interno" e ho dato per scontato un riferimento estetico, per così dire; e oltre a voi, naturalmente, c'erano molti altri "in un altro posto al mondo" (però non so se moltissimi, non so se eravate la maggioranza, perché quel programma era seguitissimo..."

per jan e rossella: mi sembra di capire che voi vi riferite a forme di "contaminazione" con "una componente della cultura popolare diffusa, sentita, condivisa e utilizzata da molte persone in Italia. Conoscerla, usarne i codici e i simboli, appropriarsene per comunicare i propri messaggi, per capire le persone dovrebbe essere una delle cose che fanno gli intellettuali." La mia lettura (che è UNA lettura, e non LA lettura)è invece che nei testi che ho citato non vi sia questo; non vi sia un intento di studiarla, di analizzarla; ma che, dentro gli scritti, nei codici per così dire "nascosti" degli scritti, vi sia una forma di attrazione verso gli opposti; forse verso "il nemico", come ha detto runner. Ovviamente anche il concetto di "nemico" è UNA lettura, e non LA lettura.

Pubblicato da: MB - 12.05.06 00:19

Racconto un episodio di vita vissuta, violando le regole della privacy (d'altra parte, tutte le persone che nomino sono in qualche modo pubbliche)
Milano, una sera di circa un anno fa. Un bel ristorante. Al tavolo siedono, tra gli altri: Michele Serra, Giovanna Zucconi, Gianluca Neri, Loredana Lipperini, Leonardo Colombati, Giuseppe Genna, Violetta Bellocchio e un'altra persona di cui non ricordo il nome. Ci sono anch'io. Per tutta la durata della cena non si parla d'altro che di programmi televisivi. Naturalmente non si fa altro che dire che fanno schifo, che sono disgustosi eccetera. Noto che i commensali conoscono, di questi disgustosi programmi televisivi e dei loro orrendi autori e dei loro schifosi attori e dei loro tremendi produttori, vita morte & miracoli. Io sto sempre zitto, perché non ho niente da dire: di ciò che non mi interessa, non mi interesso; ciò che non mi piace, non lo gusto.
Quella cena mi fece star male. Scoprii, alla fine, che Giuseppe e Leonardo condividevano, almeno in una certa misura e benché fossero stati al gioco, il mio disagio.
Studiare i fenomeni culturali di massa è, ovviamente, doveroso e interessante: e fa bene Jan a ricordarlo. Ma Mauro parla di un'altra cosa. Rossella dice: no, quella è "autentica fascinazione"; e non si accorge, secondo me, che tra parlare di "sindrome di Stoccolma" e di "autentica fascinazione" non c'è molta differenza.
Ho il sospetto che abbia senso provare a parlare di queste cose come di una patologia. In fondo, non mi pare che Michele Serra (per dirne uno) sia meno teledipendente (visti anche i suoi articoli che di tanto in tanto leggo) della signora R. Z. (della quale rispetto la privacy, non essendo lei persona pubblica) che tiene la televisione accesa tutto il giorno e che ritiene esistente al mondo solo ciò che si vede nella televisione. (La signora R. Z. è un'artigiana pensionata pressoché al minimo. Ha lavorato tutta la vita. Vota a destra e legge La Padania).
Se l'intellettualità "di sinistra" non fosse stata profondamente affetta dalla "sindrome di Stoccolma", se non fosse stata in preda di una "autentica fascinazione" nei confronti del sig. Silvio Berlusconi, forse - forse, dico - avremmo avuta una campagna elettorale diversa. Nel corso della quale si sarebbe parlato d'altro che dello strapotere di Berlusconi, delle televisioni di Berlusconi, delle supposte gaffes di Berlusconi (se ciò che dici ti porta il biasimo del 49% e l'applauso del 51%, è una gaffe?), delle menzogne di Berlusconi, e così via. Si sarebbe parlato, magari, del mondo reale (intendendosi per "mondo reale" quello che si percepisce a televisione spenta).

Pubblicato da: giuliomozzi - 12.05.06 10:24

Mauro, siamo d'accordo sulla relatività del "tutti", che per me era più che altro un pretesto per constatare quante persone non riescano o non vogliano guardare le trasmissioni televisive.

Nella tua lettura (nel senso che li hai letti e io no, quindi ne sai di più) c'è lo stupore nello scoprire la fascinazione verso l'opposto, l'abisso dell'inutile e dannoso. Questo stupore lo provo anche io di fronte a gesti inconsulti come guardare un reality show, acquistare un SUV... ma qui vado lontano.

Pubblicato da: jan - 12.05.06 10:35

La sindrome di Stoccolma tra sequestrato e sequestratore, tra carceriere e carcerato, deriva dal fatto che – come ha ben descritto Baldrati facendo riferimento a Lolita – la vittima non ha “un altro posto al mondo” dove andare. Se però c’è “un altro posto al mondo” dove andare, allora non c’è sequestro, non c’è carcere. In questo senso, secondo me, l’autentica fascinazione non è la sindrome di Stoccolma.
Non credo che la fascinazione verso l’opposto sia di per sé negativa. Tuttavia, non avendo letto i testi, rischio di dire delle sciocchezze.

Pubblicato da: rossella - 12.05.06 14:00

Vedo che abbiamo scritto nello stesso momento. Mi piace l'aneddoto conviviale, con il disagio silenzioso di Giulio, l'imbarazzo delle due persone che tengono comunque bordone e la passione un po' oscena degli altri. Mi pare di vedere gesti, posture e sguardi.

La proposta di avvicinare la fascinazione alla patologia mi fa pensare più, trattandosi di comportamenti attivi e indotti, alle dipendenze, come il fumo o l'alcool. Spesso si è perfettamente consapevoli dei danni, ma si ricevono in cambio profonde gratificazioni fisiche e psichiche.
In cosa è gratificato l'intellettuale teledipendente? Forse nella riabilitazione dell'egoismo asociale e dannoso agli altri. Nell'idea che si possa finalmente avere lavoro, soldi, popolarità occupandosi di spazzatura, con pochi sacrifici e gran facilità. Non parlo della complessità, reale, della comunicazione popolare televisiva, ma delle gratificazioni che un inserimento oculato nel circuito televisivo può dare, se coronato dal successo. Detto in altro modo, salvare l'apparenza della dignità mentre la si svende.

Per la signora R.Z. credo che ci sia molto di più di quanto scriveva Eco a proposito di Mike Bongiorno, penso a sensazioni tranquillizzanti, volte ad appagare bisogni elementari di socialità, affetti, curiosità, noia.

Questo per la patologia. Ma avevo iniziato difendendo le esplorazioni nel televisivo e mi sono lasciato trascinare dal disgusto apodittico di Giulio: "di ciò che non mi interessa, non mi interesso; ciò che non mi piace, non lo gusto."

Pubblicato da: jan - 12.05.06 21:38

Ciò che non mi piace, può interessarmi. Posso studiarlo. Goderne, è un'altra faccenda.

Pubblicato da: giuliomozzi - 13.05.06 09:22