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22.05.06

La restaurazione (1974)

di Franco Berardi (Bifo)

[Questo testo, originariamente intitolato "L'istituzione culturale", è un capitolo del libro di Franco Berardi (Bifo) Scrittura e movimento pubblicato nel 1974 presso l'editore Marsilio, nella collana "Collettivo" curata da Nanni Balestrini e Piero A. Buttitta. gm]

1. L'istituzione culturale

Franco Berardi (Bifo), oggiAll'inizio degli anni settanta, sul piano dell'istituzione culturale, alcune cose sono pur successe.
Molti dicono che, nella letteratura, e nella cultura più in generale, assistiamo a un processo di restaurazione.
Ma è davvero questo che accade? Che cosa si potrebbe, in fondo, restaurare, e contro chi la restaurazione dovrebbe aver luogo?
D'accordo, gli anni sessanta sono stati il luogo della formazione di un'avangaurdia sperimentale che, mentre metteva in crisi il linguaggio neorealista, produceva un linguaggio teso ad adeguarsi al modo di esistenza della società industriale. Tutto questo è avvenuto nel terreno dell'istituzione letteraria, senza nessun rapporto (consapevole) con la lotta di classe che in quegli stessi anni riprendeva, sotto l'apparente pace sociale, sotto un terreno apparentemente piano, la sua marcia.

Alla fine degli anni sessanta, l'impatto con l'emergenza di questa lotta che veniva allo scoperto, trasformandosi in lotta aperta di massa, metteva in crisi la premessa stessa su cui l'avanguardia aveva costruito la sua pratica letteraria (ideologica): la premessa della messa tra parentesi delmondo, dell'autonomia della letteratura dalla "politica".

Come istanza specificamente letteraria, formale, questa dell'autonomia della letteratura aveva avuto una sua funzione positiva: aveva significato che nessun Politburo può dare ordini agli intellettuali, perché, se questi sono borghesi, al massimo diventeranno borghesi pieni di buoni sentimenti, e di volontarismo.

Ma ora la lotta di classe coinvolgeva tutti quei settori sociali che il processo di proletarizzazione aveva toccato, e fra questi il lavoro intellettuale proletarizzato.

Il '68 era anche e soprattutto la rivolta degli studenti, solo in superficie, però, poteva essere ridotto a una "contestazione culturale", in fondo, e questo ri rivelava quando il movimento degli studenti andava configurandosi come settore del movimento di classe, era lotta politica contro l'organizzazione capitalistica del lavoro, contro la fabbrica nella sua forma estesa a tutta la società. E allora il mondo che la neoavanguardia aveva messo fra parentesi veniva prepotentemente all'attenzione, e non si poteva continuare a ignorarlo. Diciamo: per gli intellettuali che trovavano la loro origine nella società capitalistica di tipo paleo-industriale la politica (intesa come collocazione nei confronti della lotta di classe) era una scelta volontaristica, un'adesione, l'obbedienza conformista a un dovere morale o alla direttiva di partito.

Ma la lotta di classe restava un mero oggetto da descrivere, da rappresentare, da conoscere, del tutto estraneo.

La lotta di classe non diventava mai il soggetto stesso, il punto di vista in cui si forma la disposizione a scrivere. In questa situazione aveva fatto bene la neoavanguardia a rifiutare un rapporto di glorificazione con la politica e a riconoscere la propria vocazione a essere letteratura di un capitalismo maturo che all'ideologia preferisce la tecnica, che alle commistioni con la politica preferisce la finzione di un tecnicismo che si pretende neutrale, autonomo.

Non riuscendo ad assumere come soggetto della scrittura la classe operaia, per uscire dall'impasse di una scrittura senza soggetto, occorreva accettare che il soggetto della scrittura fosse il meccanismo, la ripetizione, la struttura ipostatizzata, lo sviluppo, cioè nella sua forma capitalistico-tecnocratica. Occorreva, dello sviluppo, accettare la (in realtà ideologica e solo apparente) avalutatività, la (mistificatoria) neutralità.

Il linguaggio andava ripreso là dove nessuna intenzione eteronoma (politica, morale...) lo toccava, e dove si presentava come pura tecnica; questo era avvenuto, ma la fine degli anni sessanta provoca la crisi: la lotta di classe irrompe nelal scrittura non più come un oggetto ingombrante che vuole essere riconosciuto, ma proprio come la condizione materiale che determina e pone la premessa di ogni pratica particolare.

A questo punto, però la scelta è ben più radicale che in passato; il problema non è più essere "moralmente" con la classe operaia o con le forze rivoluzionarie, assumerle come oggetto di un'attività letteraria che non muta al proprio interno.

Non è solo l'uso della letteratura, la sua destinazione, il suo oggetto (contenuto) che deve mutare, ma la sua stessa struttura va costretta a esprimere un punto di vista nuovo. E perché questo avvenga non basta una conoscenza esterna del nuovo dato emergente, non basta una volontaristica adesione. Occorre che la pratica politica della classe rivoluzionaria diventi il soggetto stesso della pratica significante, teorica, letteraria, poetica e artistica.

Pensare è oggi momento di un processo collettivo di modificazione; anche scrivere lo è.

Ma questo significa esattamente la fine di ogni discorso sull'intellettuale organico e sulla letteratura impegnata.

Questo vuol dire che - perché la pratica significante possa presentarsi come momento interno alla pratica complessiva operaia - lo scrittore deve materialmente essere interno alla condizione di classe operaia (non in senso sociologico, ovviamente, ma nel senso politico), che vede la direzion eoperaia estendersi su una serie di strati di lavoro intellettuale tendenzialmente proletarizzati.

Ma ora torniamo a parlare della cosiddetta "restaurazione". Che cosa accade in realtà? Accade un fatto in qualche misura positivo.

Se ancora negli anni sessanta era possibile produrre qualcosa di interessante nel campo della letteratura come istituzione, conducendo là dentro un discorso di adeguamento e di rinnovamento, oggi questo non è più possibile.

Oggi vi sono due operazioni possibili, che non hanno fra loro un campo comune (se non quello, spettacolare, mistificatorio, della letteratura come istituzione): da un lato l'istituzione letteraria mette ordine in se stessa (questa è l'operazione che si chiama restaurare?); dall'altro si costituisce il terreno della scrittura come pratica significante determinata dalla pratica collettiva di lotta comunista e di modificazione operaia dei rapporti esistenti fra le classi, e fra gli uomini.

Non bisogna pensare che fra questi due campi ci sia qualcosa come una battaglia (gli "scrittori proletari" che fanno una strana battaglia contro i servi prezzolati da Rusconi*, mentre nelle piazze operai e studenti si scontrano con il nemico reale). Niente di tutto questo. La battaglia avviene fra due classi in lotta, e ogni militante si scontra sul terreno dei rapporti materiali fra le classi, senza riprodurre nel movimetno comunista la divisione fra lavoro manuale e intellettuale. E scrivere è una pratica particolare che porta il segno della classe il soggetto che scrive, vive, lavora, lotta, e si riconosce**.

Allora non agitiamoci perché i pennivendoli fanno i pennivendoli, e se vanno in Cina parlano della cucina cinese. Che Volponi stia dalla parte di chi sfrutta, e che Salinari sia un bempensante zelatore dell'ordine nei libri come nelle scuole e nelle fabbriche, questa non è restaurazione, è il risultato di una lotta che ha costretto ciascuno a dichiarare la propria vocazione.

D'altra parte riconosciamo che nella condizione in cui ci troviamo può cominciare a lasciare segni questa pratica massiccia della lotta comunista.

Abbiamo detto, dunque: non una battaglia fra istituzione letterari ee pratica testuale che si riconosce nella lotta di classe, ma completa divergenza, estraneità totale.

La battaglia si svolge altrove, nelle piazze e nelle fabbriche.

In questa completa dissociazione, il movimento comincia ad articolare alcune sue forme di intervento sul piano della pratica significante, sul piano letterario ecc.

Vogliamo tutto*** è un tentativo di muoversi in questa direzione, di fare un testo non come battaglia letteraria, ma com eintervento determinato da una pratica complessiva che è quella della lotta operaia.

Molte cose si possono dire sulla riuscita (e sui limiti) di questa operazione, ma intanto una cosa va detta: che questo testo nasce dentro un momento della lotta di classe, e non come una battaglia letteraria, come proposta di riforma dell'istituzione letteraria.

La scrittura di Balestrini, è, in questo senso, un fare interno a un processo storico; è un momento di conoscenza di questo processo, di modificazione teorica e linguistica del processo reale.

Qui scrivere significa accumularsi di una esperienza politica e materiale, e l'atto di scrivere si rivolge verso la realtà conoscendola e riducendola a linguaggio (cioè così modificandola), in un modo che è determinato dallo svolgersi di tutto lo stesso processo, dalla pratica complessiva precedente.

Certo, in questo libro ci sono dei limiti che hanno reso possibile l'equivoco di chi ha letto Vogliamo tutto come un libro realista-socialista.

Ma quella che va comunque riaffermata è l'intenzione di uscire, con qeusto libro dall'ambito della battaglia dentro l'istituzione letteraria, per agire invece all'interno di una pratica determinata dalla pratica complessiva comunista. Molto, invece, va detto e fatto ancora sul piano del modo linguistico in cui questa intenzione deve realizzarsi.

Il fatto è che mutare l'uso della tecnologia non basta, ma occorre mutare la struttura delle tecnologia, e la struttura della scienza stessa. Questo significa che l'appropriazione operaia è necessariamente anche modificazion (e distruzione) della forma capitalistica dell'oggetto appropriato.

Tutto questo - che in modo così sommario si è cercato di delineare per quel che riguarda il problema della scienza e della tecnica - può essere esteso e applicato al problema del linguaggio e della conoscenza.

Il linguaggio è una forma di pratica significante, la cui appropriazione non è in nessun modo significativa se non si accompagna a una sua modificazione strutturale.

Una pura e semplice appropriazione unilaterale del linguaggio, infatti, comporta forse una diversa circolazione del messaggio, implica un problema di committenza..., ma l'assunzione di un oeggetto diverso da "descrivere", conoscere, trattare, e anche un pubblico diverso, una diversa circolazione non significano nulla se il "modo di produzione" del testo non cambia, se il linguaggio e il soggetto che parla non cambiano.

Sappiamo, con Marx, che i riformisti riducono sempre il problema della rivoluzione a una diversa distribuzione e circolazione. Ma "non vogliamo un capitale senza capitalisti" (Vedi Grundrisse, ed. it., I, p. 289: "hanno un bel dire i socialisti... ecc.").

Il revisionismo, riduce l'appropriazione operaia della macchina produttiva a un problema di produrre cose diverse, e di modificare la "persona" al comando, cioè riduce la trasformazione socialista a un uso alternativo della "stessa" tecnica e della "stessa" scienza - che così esprimono lo stesso rapporto di produzione e la stessa forma del processo lavorativo, la stessa oppressione e sfruttamento.

Non a caso contemporaneamente, il discorso culturale legato al revisionismo riduce il problema del rinnovamento sul piano artistico e letterario alla comunicazione di messaggi diversi, alla circolazione in un ambiente diverso, più vasto, popolare.

Sappiamo che la scienza tramite la mediazione della tecnologia forza produttiva, e come strumento per il controllo sul processo di produzione, è una forma di pratica conoscitiva organica allo sviluppo capitalistico.

Essa si presenta, nella sua forma presente, come furto dell'invenzione operaia da parte della organizzazione del lavoro, e come rovesciamento di questa invenzione operaia contro i movimenti politici della classe operaia stessa.

La lotta operaia è lotta contro l'uso capitalistico della tecnologia (un uso che ne fa strumento di asservimento e di intensificazione della produttività, e di aumento del grado di sfruttamento della forza lavoro).

Giustamente si criticano, da parte del marxismo, certe concezioni che identificano l'oppressività della società presente con la sua forma tecnologica, intesa in modo metastorico e generico, e che di conseguenza identificano la liberazione con la soppressione della tecnologia (restaurazione di un rapporto immediato con la natura...). Ciò che le lotte operaie rifiutano e tendono a sopprimere è il rapporto capitalistico di produzione, e, quindi, l'uso capitalistico della tecnologia.

Ma una cosa va chiarita. Se è vero che il problema non è quello della soppressione della macchina tecnologica, d'altra parte questo non significa che una volta sovvertito l'uso della tecnologia (sottratto per così dire il potere ai capitalisti e al loro ceto politico) la macchina tecnologica (il processo lavorativo) resterà immutato nella sua struttura.

E' importante notare che la riduzione leniniana della trasformazione rivoluzionaria a "soviet più elettrificazione", a passaggio formale del potere più ripetizione del modello capitalistico dello sviluppo conteneva già in sé il pericolo implicito di ogni degenerazione revisionistica e staliniana. E quando Lenin affermava che occorreva introdurre il fordismo come punto più avanzato della tecnologia mostrava di ridurre la trasformazione rivoluzionaria a un fatto puramente "politico-formale" che non intacca la struttura materiale del modo di produzione, dei rapporti tra gli uomini.

Ma in realtà i "messaggi" restano (vedi il caso della scrittura realistico-socialista) del tutto esterni alla pratica di costruzione del testo, perché questa non era mutata. E così la stessa circolazione diversa era una mistificazione: agli operai si presentava un'arte che glorifica l'eternità dei rapporti di classe nell'eternizzazione della struttura linguistico-formale esistente.

E' la struttura stessa che deve essere mutata; questo è il punto. Appropriazione operaia della pratica di costruzione del testo vuol dire anzitutto distruzione della struttura data del linguaggio, che, dentro la sua eternità, vorrebe rappresentare l'eternità dei rapporti che esprime. E vuol dire costruzione di un linguaggio che esprima il carattere collettivo del pensiero comunista, e il movimento continuo del rapporto parola/senso di una condizione in cui i rapporti di classe, i rapporti fra gli uomini, e fra gli uomini e le cose sono in continuo movimento, ed è quindi impossibile fissare il senso delle parole, in quanto non può essere fissato (senza mistificazione) il senso delle cose.

[il séguito di questo testo sarà pubblicato nei prossimi giorni]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 22.05.06 11:22

Interventi

saggio interessante che avevo recuperato da una bancarella anni fa e che rileggerò, magari con un altro testo che sto rileggendo, "Apocalittici e integrati" di Eco; la collana "Collettivo" di Marsilio era diretta da Balestrini e Pietro A. Buttitta, caro Giulio, è un momento questo, nel quale può essere portata avanti e ricontestualizzata un'analisi del genere? Potrebbe essere un inizio?

Pubblicato da: Giorgio Tesen - 22.05.06 23:48