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03.05.06
Il Giro d'Italia con vibrisse / Lecce
di Ramona
[tutte le tappe del Giro d'Italia con vibrisse]
La Lecce che io ricordo è quella di 20 o 30 anni fa. E fa un po’ a pugni con la Lecce di oggi.
La Lecce anni ’70-’80 era un’altra signora, una prozia della Lecce del terzo millennio.
La Lecce che io ricordo gravita soprattutto in zona Porta Napoli, dove sono nata e cresciuta. L’obelisco, l’Arco di trionfo, perfino l’enorme cimitero comunale, sono i miei punti di riferimento, i paletti della mia memoria. Per fortuna sono ancora là. E insieme alle tre porte (porta Rudiae, porta Napoli, porta S. Biagio), alla colonna te Santu Ronzu e alle tante magnifiche chiese, insensibili al progresso e a ciò che si perpetua in suo nome, indifferenti a nuovi e incolori monumenti, mi ripetono affettuosi che sì, Lecce è sempre Lecce. Devo solo convincermene.
Nella Lecce dei miei ricordi quella che oggi è via Taranto (così detta perché è la via che, in appena un’ora di auto, porta davvero a Taranto), si chiamava invece via D’Aurio. Un bel nome, con un che di fatato, di prezioso. Era una strada a doppio senso di marcia (possibile?, ci si chiede oggi increduli), molto frequentata. Auto in sosta vietata, da un lato e dall’altro, il contiguo cimitero e diversi negozi la rendevano quasi impraticabile. Specie nelle ore di punta. La sua peculiarità era di essere una strada periferica, eppure centrale. Da qui arrivare al centro storico era un soffio.
Abitavo in un vicolo, una costola di via D’Aurio, anche questo dal nome molto poetico: Corte dei Fiori. C’era ben poco di più squallido di quel vicolo, lo capivo anche da piccola e lo confermo da grande. Ma pare che in tempi remoti passasse di là un certo sindaco, si accorgesse di tante belle ragazze affacciate ai balconi e quindi esclamasse estasiato: che bei fiori in questo posto!! Da qui, dall’animo ispirato di un sindaco, il nome.
Nella Lecce che io rammento il Viale degli Studenti era invece Viale Taranto, e perciò oggi vado in confusione con quella che è l’attuale via Taranto... Non mi ci raccapezzo più… Il viale era popolato da filari di pini maestosi, dispensatori di fresco nei torridi pomeriggi estivi e protettivi durante gli inverni di tramontana gelida. Quante passeggiate, sotto la loro ombra… Era un viale rassicurante. Ora quei pini sono tutti morti. Decapitati e divelti. Per mettere in sicurezza la strada con lavori di ammodernamento, dicono. Ma il mio cuore, la mia memoria, senza più riferimenti, chi li mette in sicurezza? E non m’importa, forse egoisticamente, che l’incolumità dei cittadini sia così assicurata. Il mio amico viale è stato stravolto, i grandi alberi sostituiti da giovani virgulti dall’esile ombra… E non è finita. La strage continua, l’epidemia distruttrice dilaga. Altri grandi vecchi, in altre zone della città stanno per cadere, sono caduti. In nome di cosa, santo cielo?… Qualcuno me lo spieghi.
La Lecce degli anni in cui ero bambina è anche la Lecce del mare nelle domeniche d’estate. S. Cataldo (approdo di Ottaviano Augusto), Frigole e Torre Chianca le spiagge più accessibili, più vicine e più economiche, da toccata e fuga in tempi di austerity. Ricordi di sabbia sporca, catrame vagante, di mare ingombro di alghe e rifiuti disseminati ovunque. Eppure era pur sempre mare, e sabbia, dove costruire castelli e sogni.
Il mare è però, allora come oggi, anche quello di Castro, di Otranto, di Porto Badisco, dove i nonni prendevano in affitto una casa per tutta l’estate, e dove risiede il mare più blu, più limpido, più leggero che abbia mai visto anche in seguito. E’ il mare che guadagna vele e bandiere blu. E’ a Porto Badisco (approdo di Enea) che ho imparato a nuotare. Avevo già 13 anni e dunque ero in ritardo rispetto alli piccinneddhi di pochi anni, gli scugnizzi indigeni imparentati stretti coi pesci che come i pesci sembravano nati nel mare.
La Lecce cittadina che io ricordo era una signora placida, tranquilla e caotica al contempo. Non avvenivano clamorosi fatti di cronaca nera, o almeno non ne giungeva notizia a me, fanciulla ingenua con la testa fra le nuvole. A parte la solita delinquenza spicciola. Vigeva la legge del più furbo, che per un fenomeno di compensazione si associava a quella del più coglione: il primo fa strada, il secondo viene annientato. Ma a Lecce, caso strano, sono tutti furbi, e nessuno è coglione. Corruzione o concussione nessuno sa cosa significhino, eppure sono un modus vivendi dell’intera popolazione, magari in forma sottile e anche per piccole cose. Si parla di favori, mica di soldi. Vuoi un servizio, che magari ti spetta? Se sei riconoscente in anteprima, l’ottieni subito, altrimenti… dovrai penare nel purgatorio degli onesti. D’accordo, non tutta la popolazione è così. Buona parte. Ed è un dato di fatto quasi sempre accettato. Caso strano… credo che in ciò la Lecce dei miei ricordi sia proprio uguale alla sua pronipote moderna… sbaglio?… I miei informatori confermino.
La Lecce di me adolescente era la Lecce delle lunghe passeggiate con le amiche, in un centro storico tutto nostro. In bici (una vecchia Graziella), che poi legavamo con un solido catenaccio al semaforo di via Trinchese, o a piedi, tanto si arrivava in un attimo. Il cuore di Lecce è raggiungibile con poca fatica. Lo struscio era quello classico: dal Corso Vittorio Emanuele, trafficatissimo, intasato di macchine, pieno di buche, a piazza Duomo, sede di parcheggio. Oggi anche questa è un’eresia. Il centro storico è tutto vietato ai mezzi che non siano elettrici (auto messe a disposizione dal Comune per i turisti), la pavimentazione è stata rifatta, si cammina a piedi in una bomboniera. Che meraviglia fare la turista nel posto in cui sei nata! Guardi tutto con altri occhi e scopri particolari che allora non vedevi. Un pupo barocco sull’angolo di una casa, un soffitto affrescato che fa capolino da una finestra, un giardino pensile, e, guarda un po’, l’inferriata di una finestra a forma di fallo… era una vecchia casa di appuntamenti, ma l’ho scoperto da poco. Prima, scusate, ero troppo piccola per certe cose...
Da piazza Sant’Oronzo, per tramite della chicchissima Via Trinchese, a piazza Mazzini, dove all’epoca riuscire a parcheggiare era un terno al lotto, e nell’ora di punta del mezzogiorno o della sera era come trovarsi a Roma o Milano.
Piazza Mazzini è stata una scoperta dei miei 12 anni, grazie ad un amico più grande che mi ci ha portato. E’ una piazza moderna, di recente fattura. Fino a qualche anno prima si disputava il palio con i cavalli durante la festa del patrono, sant’Oronzo. Me lo ricordo. Non ricordo invece, e come potrei, risale a tanto tempo prima, la calca di trecentomila persone che venivano a omaggiare il papa. Difatti per i leccesi questa è ancora piazza trecentomila. Da dodicenne quasi adulta, vidi per la prima volta la fontana oggetto di polemiche. Era stata appena costruita. Asimmetrica, sbagliata. Ne avevano parlato tutti i giornali. Dopo un periodo di grigia trascuratezza ora è ripulita, c’è l’erba, ci sono i fiori, c’è un clima di mondanità. Ma la fontana rimane asimmetrica. Per l’eternità.
Memorabili erano le soste nella Villa comunale, qualcosa di più di semplici giardini pubblici, su panchine il più delle volte scassate. Ore e ore a chiacchierare con le amiche di cose da grandi.
Se torno ancora più indietro, a quand’ero bambina di 6 o 7 anni, nella Villa vedo anche i lupi. Una grande gabbia, o così mi sembrava, ma forse non lo era, ospitava due o tre poveri lupi, magri e assai puzzolenti. La lupa è il simbolo di Lecce, ma in quelle povere bestie non c’era traccia di fierezza. Come mai io che ero piccola lo capivo e mi veniva da piangere nel vedere la loro umiliazione, e gli adulti no? E poi c’erano i cigni, più in là, e il pavone, che quando faceva la ruota con la coda era una festa, perché non si concedeva così spesso a noi cittadini. Ora niente animali, ma i busti severi di personalità illustri rimessi a nuovo.
E la Lecce sportiva, anche quella è nei miei ricordi. La Lecce del pallone, del primo salto in serie A, dell’inseguimento, insieme alle amiche, dei calciatori per ammirarli dal più vicino possibile. Ero pazza del portiere Divo Vannucci, un omone alto e biondo e con i baffi. Come si poteva non farsi incantare da uno che si chiamava DIVO??. E poi la Lecce delle feste in piazza per il mondiale dell’82 e i bagni nella fontana, la frenesia, la gioia popolare più autentica che ora un po’ mi manca.
La Lecce che ricordo è quella del vivi e lascia vivere, del culto dell’amicizia e delle teste calde che fanno i bulli, specialmente con una macchina sotto al sedere. Era la Lecce dei ragazzini in motorino che i segnali stradali non immaginavano cosa fossero, mentre il casco era roba per astronauti. Ragazzini che viaggiavano minimo in due sulla stessa sella, talvolta in tre, e che spesso invece di scippare la gente si accontentavano di mollare un tremendo sculaccione alle ragazze.
Era la Lecce in cui le ragazze che uscivano da sole, o anche in coppia con l’amica, si ritrovavano alle costole un codazzo inesauribile di pappagalli attacca bottoni, giovani e meno giovani, e tanti esibizionisti che aprivano la patta dei pantaloni, tutti fieri della loro miseria. Non so come sia ora. Non ci cammino più da sola e soprattutto non ho più 18 anni…
Era la Lecce di Mara, primo travestito dichiarato e orgoglioso di esserlo. Si diceva che fosse stato a Casablanca per l’intervento, ma la cosa è tuttora circondata da un alone di mistero. Mara da tempo non c’è più, ce ne sono altre (altri) a raccoglierne l’eredità spirituale (che quella economica chissà a chi è andata), in un clima di disprezzo che da allora non è cambiato.
Era la Lecce della giravolte, di via delle Bombarde, dell’Arcu te Pratu celebrato da un altro mito del tempo, più di un mito, un culto: Bruno Petrachi e le sue canzonette in dialetto. Chi se la ricorda la canzone te lu Pascalinu tou, ora che impazza la taranta? La taranta non è che un ripescaggio culturale di successo, montato ad arte e diventato un business. Scuole di ballo, comparsate in fiction e in programmi televisivi… dov’era vent’anni fa la taranta? Questo no, non me lo ricordo.
La Lecce dei miei ricordi è cristallizzata, più o meno, ai primi anni ’80. Come tutti i ricordi, si veste della magia incantata di ciò che non c’è più… Ed è meravigliosa.
Ringrazio l’amico Andreache con i suoi preziosi aggiornamenti mi fa sentire, nonostante tutto, ancora a casa...
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 03.05.06 16:46
Interventi
quella lecce degli anni '70-'80 oggi è portata a spasso su carrozzine trascinate da badanti extracomunitari. provare per credere: proprio il centro 'commerciale' della cittadina, piazza mazzini e intorno, dove io abito, offre a più riprese questa scena epica, di un mondo che va a morire grazie alle mani calme e rassegnate di quella prima generazione di migranti che ha deciso di lavorare e far crescere qui i propri figli. altro che immagini antiquarie!
lecce è in mutamento straordinario ma pare che nessuno, inclusa questa amministrazione, se ne
sia accorto.
a lecce un partito come AN è (ahimè) fortissimo, ma nessuno ha colto che da qui a qualche decina d'anni alcune parole come 'patria', 'valori' 'identità ' dovranno essere ridefinite. i miei genitori insegnanti negli ultimi anni, prima della pensione, hanno toccato con mano la presenza massiccia di fanciulli cinesi, albanesi, nord africani, tuttavia il passatismo(termine bodiniano per eccellenza) resiste e non si vede alcun progetto che non siano le misere carrozzine, citate sopra, che possa legare le due anime moriture e nasciture della nuova lecce.
buon lavoro
Pubblicato da: daniele - 03.05.06 19:46
Complimenti, Ramona. Ho letto con piacere questi tuoi ricordi di una Lecce che forse non c'è più, come dice Daniele.
Sarebbe bello che qualcun altro commentasse sulla Lecce di oggi, come ha fatto Daniele.
E il luogo dove ora vivi, non ha nulla di interessante? Che confonto puoi fare con la Lecce dei tuoi ricordi?
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 03.05.06 20:33
Daniele, la realtà che tu stai vivendo oggi a Lecce è la realtà di tutte le città del nostro paese. Il processo pare inarrestabile per ora, gli stranieri invadono più o meno pacificamente i luoghi più... "abbandonati", cioè quelli dove c'è possibilità di lavoro, abitazione, inserimento, perchè svuotati della popolazione indigena (denatalità, emigrazione, rifuto di lavori "umili", ecc.ecc... queste cose già si sanno). Non è una condizione esclusiva di Lecce, prova a venire al nord e te ne accorgerai. Forse non farà piacere, ma è così dappetutto, oggi. I popoli si spostano dove le condizioni sono favorevoli, e chi ne fa le spese sono gli indigeni. La storia trabocca di esempi... Non so se il processo è reversibile e non sarò al mondo abbastanza a lungo per scoprirlo. Queste cose sono lunghe, per il nostro metro di misurazione del tempo... Ciò non toglie che io sia perfettamente consapevole dei mutamenti, soprattutto fisici, di una città, proprio perchè li vedo di anno in anno. E ogni anno fatico a riconoscere il mio passato. Credimi, il ricordo che ho di Lecce è molto sentimentale, non c'è dubbio. Ma ho il sospetto che se tu ora andassi via e tornassi dopo 20 anni, proveresti la stessa cosa. Bisogna andarsene per comprendere. Grazie per il tuo parere.
Pubblicato da: ramona - 04.05.06 12:43
Caro Bart, ti ringrazio per i complimenti. In effetti ciò che ho scritto è frutto solo di nostalgia... per questo appare bello. Ma indubbiamente la Lecce dei miei ricordi è magica, e spesso compare perfino nei miei sogni.
Ora abito a Belluno. Confronti ce ne sarebbero da fare, ma sarei di parte... Magari tra qualche tempo, quando mi passeranno le nostalgie... Comunque ci penserò. Grazie ancora.
Pubblicato da: ramona - 04.05.06 12:48
@ ramona
condivido e rispetto quanto hai scritto.senza se e senza ma.
forse il mio commento era un modo risentito per esprimere la carenza di racconto che riguarda la nostra città.
a parte alcune pagine di livio romano in "porto di mare" e di francesco lanzo ne "i lanzillotti" (2003-2004.. circa, vado a memoria!)mi pare che in pochi abbiano operato un'analisi profonda di questo fazzoletto di terra.
ci sono delle bellissime pagine di tondelli(fine anni ottanta), nel suo weekend postmoderno, che raccontano lecce meglio di chi la vive quoitidianamente.
chissà...
forse la distanza aiuta a vedere il tutto con uno sguardo meno compromesso(come il mio)
buon lavoro a tutti
Pubblicato da: daniele - 04.05.06 13:55
Ramona, quando ti sarà passata la nostalgia (ma può passare?) aspetto di leggere qualcosa di tuo su Belluno, al limite opposto della tua Lecce.
Daniele, perché non scrivi qualcosa anche tu su Lecce? Credo sia importante mettere insieme, in questo Giro d'Italia con vibrisse, anche punti di osservazione diversi sugli stessi luoghi.
Puoi mandare il materiale a Giulio, ma anche a me - visto che Giulio ne deve fare un sacco, di cose.
Inviate anche qualche foto che vi sta a cuore (due o tre, massimo quattro) ed io penserò a postare l'intervento. Credo che le foto siano un complemento assai importante.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 04.05.06 16:52
@ Ramona,
mi fa un certo effetto vedere questo tuo ricordo di Lecce in questa sede, perché quando ci scambiammo le mails con le nostre impressioni non si poteva immaginare di ritrovarle nientemeno che su vibrisse. Ti ringrazio ancora una volta per il link incorporato, e mi allaccio
@ Daniele,
caro concittadino sei lucidissimo nel descrivere la situazione attuale(sul mio blog, nella categ. "Piccola Bottega degli Orrori" non sono stato tenero neanch'io, mi piacerebbe confrontarmi anche con te sulle tematiche affrontate), pur essendo palese il distacco dell'idea che abbiamo della nostra città rispetto a quella che se ne fanno i turisti.
La mia è una storia che vede prevalere la squallida periferia al lustrato centro di questi ultimi anni.
Tra l'asfissia delle "Casermette" e le discariche delle "Tre Colline", che Bodini elesse come emblemi del passatismo salentino(nessuno al di fuori di un leccese, potrebbe chiamare colline quelle lievi ondulazioni del terreno), in quei luoghi ho decantato la mia desolazione in una visione più critica di tutto, città compresa. Qualche volta ho proposto alternative, altre ho solo denunciato, ma noi leccesi siamo inclini a riempirci del nostro ego e delle parole che hai riportato nel tuo primo commento.
Città barocca, in tutto e per tutto. Sarebbe bello prima o poi veder restare qui i giovani che non intuiscono opportunistiche possibilità, chissà...
Pubblicato da: andrea aufieri - 04.05.06 20:23
cari miei
vi dò uno scoop:
il comune di lecce ha allestito un leggio vicino la basilica d santa croce sul quale c'è una poesia di vittorio bodini "lecce" alla quale è stato tagliato l'ultimo emblematico verso: "simula in mille guise l'infinito", un atto di barbarie culturale che non ammette scusanti.
quando ho fatto questa scoperta non sapevo se ridere o piangere...
comunque vi lascio il mio link sul quale trovare ogni notizia
(il post sul mio minuscolo blog è uno degli ultimi del mese di aprile.)
http://spaces.msn.com/danielegreco2004
se volete fateci un salto!
Pubblicato da: daniele - 04.05.06 23:56
Daniele, sono andato nel tuo blog, ma non so navigarci (sono imbranato, lo so). Ho scorso la colonna fino in fondo (29 aprile) ma non trovo la poesia. Ci sono altre pagine? Come ci si arriva?
Poi una domanda, alla quale se non sai rispondere tu, spero che qualcuno che ci legga, mi sappia rispondere: hai messo l'incipit di un libro scritto per Pequod da Mattia Signorini. Non sai se questo Mattia Signorini sia lo stesso che frequentava it.cultura.libri?
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.05.06 07:40
Ho vissuto qualche anno, da piccolo, in questa città. Posso dire che tornandoci, di recente, dopo 10 anni, l'ho trovata si cambiata: le tangenziali che quasi nemmeno a Roma, interi quartieri nuovi a cavallo della periferia, ma, passeggiando per il centro, è immutata. Immutato il colore delle case in quella pietra calda e speciale che il tufo leccese che odora di sole, immutato il carattere della gente, cortese all'inverosimile, gentile e signorile sempre. Non so,agli occhi di un bambino di dieci anni, resta quella strada che percorrevo a piedi, per andare a scuola, e quell'odore inconfondibile di pane fresco, proveniente da un forno. Una città, o nelle sue immediate adiacenze, penso alla campagna con tutta quella terra rossa e i muri a secco a delimitare i fondi, nella quale pensare, serenamente, di andare ad invecchiare.
Pubblicato da: cletus - 05.05.06 09:15
Devo dire che anch'io sono stato a Lecce, ma di passaggio, con altri in una gita collettiva che ci portava in giro per la Puglia. Ricordo il suo barocco, e, sì, quella pietra giallognola (se non ricordo male), friabile, con cui erano costruiti i suoi monumenti. Troppo poco per dirne qui, ahimè.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.05.06 09:22
@ bart
se vai sull'home page del mio blog(http://spaces.msn.com/danielegreco2004)
troverai l'elenco dei mesi, a metà pagina sulla sinistra,
cliccando su "aprile" dovrebbero uscire tutti gli articoli del mese: quello segnalato è del 26 aprile e si intitola "comune di lecce bocciato!!"
dovresti trovarlo.
per quanto riguarda signorini non sono in grado di rispondere alla tua domanda. so che signorini è un ragazzo dell'80 che ha pubblicato dei racconti editi per "fernandel" in un volume dal titolo "dove comincia la strada", e poi un romanzo "severo american bar".
l'ho inserito perchè ritengo che sia lui quanto marco mancassola possano essere due autori importanti per la nostra narrativa prossima.
buona giornata.
Pubblicato da: daniele - 05.05.06 11:37
Daniele, letto la poesia di Bodini, davvero bella. Incredibile che abbiano omesso l'ultimo verso. Ma nessuno ha poi rimediato?
Sì, è proprio il Signorini che ho conosciuto (virtualmente), gran brava persona, giovane come te (ho visto la tua foto nel blog). Il libro di Fernandel che hai citato lo scrisse insieme con Papotti Paolo (avevano entrambi due lunghi racconti). Lo lessi e dissi qualcosa su it.cultura.libri.
Comprerò il suo romanzo, e ne parlerò qui. E' uscito, vedo, nel 2004, e mi dispiace di non averlo saputo prima. Penso anch'io che sia un narratore che meriti attenzione.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.05.06 12:04
bart fra un po' esco in bici e vado a vedere se è cambiato nulla (avevo idea di completarla io la frase con un pennarello, ma non vorrei essere tacciato di vandalismo!!sarebbe il massimo)
su signorini: i racconti li ho ordinati a dicembre ma il mio libraio da un po' di tempo non è molto in forma!!
aspetto la tua lettura, allora.
buon lavoro
a presto
Pubblicato da: daniele - 05.05.06 12:13
Da questi commenti è facile dedurre un paio di cose. Il giovane, come Daniele e come Andrea, che abita a Lecce oggi (ma anche ieri...) vede l'aspetto negativo di una città oppressa dal suo stesso provincialismo, da una chiusura intellettuale e del vivi e lascia vivere, come dicevo nel post. Il che non è una visione sbagliata. E' ciò che si avverte stando lì, vivendoci ogni giorno. Persino ai miei tempi si aveva l'impressione di essersi tagliati volontariamente fuori dal mondo; di una grande città (non è piccola una città di 100.000 abitanti) si aveva solo la confusione del traffico, mentre le opportunità, la possibilità di scelta, la proiezione verso il mondo stesso erano prerogative che non esistevano e che non volevano essere contemplate. Si stava bene nel proprio guscio provinciale.
Però chi ci è stato, e poi se n'è andato, ricorda solo gli aspetti positivi. Come me, come Cletus, il quale può capire ciò che voglio dire, sebbene ci abbia abitato solo da bambino. Questa in fondo è la magia di Lecce. Ritorni, e vedi le belle chiese, un centro storico come altrove non ce n'è, senti il calore della gente (non buttiamoci giù, ragazzi, l'ospitalità salentina è rinomata), ti godi il clima... Ciò che ti sembrava vuoto e stantio acquista un altro sapore e perfino un altro aspetto. Il sapore di casa. Che può essere vecchia e decadente, ma è sempre casa tua. Ecco perchè poi i cambiamenti disorientano chi è lontano. E' giusto comunque essere critici per cercare migliorie, perchè no? E' l'amore per i propri luoghi che spinge a esserlo. Invece da lontano si vive solo nel rimpianto.
@ Cletus, grazie per il tuo contributo. Hai riconosciuto porta Rudiae sul mio blog?...
@ Bart, la pietra che tu ricordi è il tufo,la pietra leccese. Morbida, friabile, calda eppure fresca,adattabile e modellabile, dura in quanto pietra, ma fragile, e comunque eterna. Contradditoria. Come i leccesi.
Pubblicato da: ramona - 05.05.06 14:11
@ bart
la poesia di bodini è ancora monca, mentre tutto intorno i turisti, oggi che è una splendida giornata primaverile, sguazzano attorno al "carnevale di pietra" che non simula nulla, neanche una stilla di infinito.
Pubblicato da: daniele - 05.05.06 17:59
Allora Daniele, devi intervenire. E' una magra figura, altrimenti, quella che ci fa la tua amministrazione pubblica. Porta all'Assessore il testo completo della poesia e invitalo a rimediare.
Per punizione, digli anche che deve impararsela a memoria:-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.05.06 22:34
per daniele...
...ma sei daniele, il nuovo arrivato (come me) nella redazione dell'impaziente?
Ma daiiiiiiiii
Stefano
Pubblicato da: stefano - 06.05.06 16:14
ciao stefano
sono proprio io
ci si vede presto al giornale
ciao ciao
Pubblicato da: daniele - 06.05.06 22:00




