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27.05.06
Giro d'Italia con vibrisse: Milano, la grande madre
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 24 giugno e altro materiale è stato annunciato. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Quando metto piede alla Stazione Centrale di Milano, una voce metallica annuncia l’ordinario alternarsi dei treni sui binari. Mi sembra che fra le arcate metalliche mi spii una cinepresa, registrando questa scena: a essa attingerò quando vorrò raccontarla.
La prima sera. Il cielo si fa pallido, prima di diventare buio. È il tramonto, ma potrebbe essere l’alba. Sono a casa, alla finestra. Assisto alla metamorfosi della città: a volte tana, altre volte bestia. Sono affascinato dalle luci che via via s’accendono, come tanti riflessi sul mare; attirato dalle promesse del suo ventre.
Ma che colore ha il cielo? Che forma, i palazzi? Che freddo è quello che sento? Mi ritraggo da tutto: questa non è la mia città, questa non è la mia casa.
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Le giornate sono umide e nuvolose: umido sopra e umido sotto. Mi sembra di nuotare.
Tutto è grigio: il cielo, la strada, i muri, le case, le persone e l’acqua cheta del Naviglio. Tutto è grigio. Nei viali novembre ha incendiato gli alberi e il vento ne trae scintille, quindi cenere.
Non ho mai avuto un gran senso di orientamento. Non sono mai riuscito ad ascoltare i discorsi della gente che mi circonda. Non mi è mai stato facile trovare la strada di casa. Quindi sono il più adatto a scoprire una città.
Mi metto in cammino e la strada mi porta. Perlustro Milano come un campo minato. L’attraverso non per lasciarmela alle spalle, ma per conoscerla e possederla.
La grande città: un po’ il mare, un po’ il deserto.
La libertà oltre il muro.
Tanti per questo vengono a Milano – la grande madre.
Milano ha un odore strano. E’ come se si fosse appena bruciato dello zolfo e una miccia fosse sempre accesa da qualche parte.
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Poi ci buttiamo nelle strade con ardore. Ridisegniamo nella città i nostri punti cardinali.
Milano ha librerie grandi, grandissime. In esse sono agitato da sentimenti contrastanti: di perdermi e di trovarmi. Di perdermi perché, tra banconi e scaffali, mi pare di attraversare una città: difatti ne esco ansante. Di trovarmi perché, come a una festa, a ogni passo vedo nei libri conoscenti e amici inaspettatamente riuniti. Leggo decine di titoli, qualche indice, qualche incipit, per realizzarne, almeno, un magico possesso. Una volta emerso, gli occhi non si sono riacclimatati alla luce esterna, che incontro un’altra libreria e ripeto l’operazione.
Giro per bancarelle di libri usati, cercando libri che non trovo, ma trovandone altri, che il buon prezzo invita ad acquistare. Così la lista s’allunga. Non riuscirò neppure a finire l’inventario.
A volte, camminando, lascio le strade principali, troppo caratterizzate, troppo affollate, per quelle secondarie; dove posso immaginare di essere in qualunque città del mondo.
Nel parco vedo sempre dei barboni. Sono gli ultimi, non hanno nulla, eppure parlano, scherzano.
Poi c’è la Milano delle fontane, di notte. Mai le fontane sono così presenti come la notte e le prime ore del nuovo giorno. La loro voce ci accompagna mentre andiamo, a gruppi o a coppie. Finché, ebbri per la stanchezza, guidati dall’odore arriviamo a un panificio e compriamo focaccia e pane appena cotto.
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A poco a poco nella memoria le città si sommano, i luoghi si sovrappongono, i ricordi si fondono, finché i contorni finiscono col combaciare.
Milano è sempre più Avola. Ecco l’angolo di casa, il centro, il corso principale, i percorsi familiari, la strada che porta fuori… e a una svolta m’aspetto di vedere il mare.
Le città richiamano le città; i visi, i visi. E forse è così che l’amico richiama l’amico; la donna, la madre.
A primavera, nelle strade fra il Carrobbio e sant’Ambrogio, e più su, oltre largo Gemelli, dove per un po’ ci accompagna la voce della fontana dei Caduti, dopo il bunker della caserma dei caramba, risuonano amichevoli i passi sul lastricato, ora interrotti ora intrecciati da abbracci e bisbigli amorosi.
Vaghiamo, tra pomeriggio e sera, tra il parco Sempione e il bar Magenta. Finché le strade si fanno deserte e prendiamo a barcollare per il corso, alternando discorsi di una profondità delirante a risate incontenibili. Le convulsioni ci agitano in movimenti inconsulti, e noi, come marionette mosse da un burattinaio maldestro, per non scoppiare ci dobbiamo stendere sulle macchine o sederci per terra a riprender fiato, con le lacrime agli occhi, mentre i palazzi patrizi ci osservano maestosi. E’ uno dei momenti della loro gloria, con i lampioni che fanno risaltare, con i giochi di luci e ombre, i fregi e le decorazioni di balconi e cornicioni. Ma noi dedichiamo loro appena uno sguardo distratto. Restano sullo sfondo, come uno schermo.
Lungo i Navigli si aprono tante osterie. Attraverso le porte a vetri tappeti di luce vengono proiettati, invitanti, sull’asfalto.
Al ritorno la città è addormentata. Il mondo ha cessato di esistere. Da un lampione all’altro, l’altalena luce buio, le ombre che s’accorciano e s’allungano.
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Fantasia metropolitana: trascorrere una giornata in tram.
In tram, in metro: appare una donna e lo spazio s’illumina.
Il tram è zeppo.
“Possiamo aprire il finestrino?" fa una donna anziana. “Sa, noi donne a una certa età abbiamo bisogno d’aria".
Una bella signora la guarda e sorride.
“Non si preoccupi, ne abbiamo bisogno anche prima".
Armeggia col vetro, poi desiste. Un signore l’aiuta.
“Mi alzo alle sei per essere al lavoro alle nove e ogni giorno arrivo in ritardo" dice un’altra.
“Ecco perché adesso il lavoro è flessibile, nessuno sa quando comincia".
Una frenata. Un giovane finisce in braccio a una donna seduta.
“Stia attento, mi è venuto addosso":
“Mi scusi" fa questo. “Stamattina pensavo di essere uscito solo con l’anima, invece ho portato anche il corpo".
Mi guardo in giro e conto: quanti italiani e quanti stranieri.
Gli stranieri sono vivi. Sono visibili. Dove arrivano, fanno la loro casba. Noi, che facciamo? Guarda le africane: talmente colorate, che non hanno bisogno di trucco; se appena tinte di rosso, le labbra splendono come la luna più rossa nella notte più nera. Oppure con un che di antico nell’aspetto matronale, come tante dee madri. Anche gli uomini ti trasmettono un senso di pienezza e nessun isterismo. Basta guardarli coi bambini: mai urla, sculacciate, sberle, occhi cattivi. Tutto il contrario di noi. E le latinoamericane, meno diverse – qualcuna si confonde con le italiane – se non fosse per la loro cantilena in castigliano. E i marocchini: felici se gli dai una piazzola o un parco, dove giocano a rincorrersi come cani. Appena uno ha raggiunto l’altro, fa dietrofront e scappa – e le parti s’invertono. Certi indiani sembrano principi e le donne regine. Anche negli albanesi vedi un segno che la vita non è passata invano. Ma noi? Noi che facciamo?
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 27.05.06 10:01
Interventi
Chiedo venia in questo periodo per la mia indolenza . Perderò un pò di tempo prima di mettermi a scrivere per la mia tappa del Giro d'Italia.
Un caro saluto a tutti!
Fabrizio
Pubblicato da: Fabrizio Corselli - 27.05.06 12:40
Giorgio, le tue fontane al buio non si scordano. Come quel panificio, il ridere nella notte, i palazzi liberty e spocchiosi, l'odore di solventi o il tram con gli esseri senza corpo. Ho abitato a Milano molti anni fa e ne conservo amici, alcune delle tue emozioni furono le mie (l'altoparlante della Centrale ti scortica lo stomaco). Quanto a sentimenti muliebri, mi era madre fallica e al tempo stesso amica. Tagliente quando prendevo il tram in Bonfadini, carezzevole come sbarcavo in Sant'Alessandro.
Oggi la vado come un'amante. Mia moglie la osserva con sospetto, mia figlia ci va per shopping col moroso. Affatto strano sentirsi innamorati a Milano, penserà.
Cari saluti
Carlo
Pubblicato da: Carlo Capone - 27.05.06 12:53
Fabrizio, aspetto di ricevere qualcosa anche da te.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.05.06 16:24
Caro Carlo, grazie della lettura. Avevo pensato a una presentazione di Milano basata sul vissuto e su aspetti forse meno noti per due motivi: 1. è difficile scrivere di Milano, c'è il rischio di dire cose risapute; 2. e poi sicuramente io ne so meno di molti milanesi, e meno di molti lettori di vibrisse, su questa città, dove vivo da trentacinque anni e che ormai è la mia città, ma nei cui confronti sento sempre un vizio di origine: mi mancano, insomma, i primi diciassette anni di vita. In particolare, ho pensato proprio che tu ne sai certamente molto più di quanto io potrei dire.
E poi scopro che è sorprendente non solo il tuo sapere, ma soprattutto il tuo sentire situazioni ed emozioni trasmesse dalla scrittura. Sono lieto, in questo caso, di essere riuscito a trasmettere emozioni che si riferiscono a esperienze condivise. E chissà a quanti meridionali approdati a Milano l’altoparlante della Stazione Centrale ha scorticato lo stomaco!
E per finire grazie a Bartolomeo, animatore instancabile, oltre che delle nostre letture, anche di questo Giro d’Italia!
Giorgio
Pubblicato da: Giorgio Morale - 27.05.06 20:26
Complimenti a Giorgio per questo ritratto lucidamente impressionistico di Milano.
Essere innamorati a Milano è paradossalmente più facile che nei "luoghi deputati dell'ammmore". L'ha espresso Guido Vergani, questo concetto; che io ho ripreso, citandolo,e mettendola in un mio libro.
E poi, molto prima ancora, quando forse non ero nemmeno nato, c'era il Memo Remigi con una canzone. Sapessi com'è strano... Ma tutto è strano:-)
Buona domenica,
Franz
Pubblicato da: Franz Krauspenhaar - 28.05.06 08:52
Franz, ne approfitto. Puoi scrivere anche tu qualcosa per il Giro d'Italia con vibrisse? Anche su Milano naturalmente. E' bello raccogliere punti di osservazione diversi su di uno stesso luogo.
Mi aspetto qualcosa da te. Il 6 giugno avrai una sorpresa (un articolo per il Giro inviatomi da un notissimo "indiano").
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.05.06 09:38
Molto volentieri, Bart.
A presto.
Pubblicato da: Franz Krauspenhaar - 28.05.06 12:07
Grazie, Franz. Resto in attesa, allora.
Mandami anche qualche foto di tuo gradimento (3/4) possibilmente in jpg.
Un abbraccio.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.05.06 12:38
morale
mi ritrovo in quello che hai scritto. nella città che non è casa propria, sopratutto.
saluti
Pubblicato da: melpunk - 28.05.06 12:52
Un pezzo di una bellezza commovente: sono nata e cresciuta (poco, vista la statura:D) a Roma, e ho sempre pensato che Milano avesse un fascino particolare, indefinito. Giorgio, credo che tu sia riuscito a comunicarlo meravigliosamente a parole: ora non è più un fascino "indefinito" per me, ma chiaro. E illuminato dalla lettura così profonda che tu fai di Milano. Stupendo il giovane che pensava di essere uscito solo con l'anima e invece si è portato dietro anche il corpo. Complimenti.
Pubblicato da: Gaja - 28.05.06 13:31
Cari Franz, melpunk, Gaja, sono esiliato per due giorni in qualità di presidente di seggio elettorale, comunque volevo dire che sono commosso delle vostre parole. Grazie di cuore
Giorgio
Pubblicato da: Giorgio Morale - 29.05.06 06:14
Milano, madre e anche matrigna, accudimento severo e libertà, grigiore di volti serrati, strade tuttedritte. Milano campo minato, ché non ti appartiene mai del tutto. Ma a volte bella di giorno e di notte, giardini fioriti e persone che disfano le loro maschere di gesso in sorrisi. E un tram diviene un luogo di conversazione. Stranieri ne ampliano i confini. Grazie a Giorgio Morale per il suo bel ritratto che mostra colori, sfumature, luci e ombre di questa città. Emozioni che si riferiscono a esperienze condivise, sì.
Pubblicato da: barbara caputo - 29.05.06 06:47
Carino questo réportage-racconto in giro per la città. Io ho abitato a Milano per una decina d'anni, fino agli anni Novanta. Mi piacevano i grigi. Non ho mai visto una città con la varietà di grigi come Milano (parlo da un punto di vista fotografico, poiché lavoravo nel settore). Milano era, e credo lo sia tutt'ora, anche se le periferie saranno senz'altro cambiate, uno sballo per le scale di grigio. E' una città enormemente fotogenica. Recentemente ho fatto un paio di rimpatriate, e mi hanno colpito alcuni quartieri del centro quasi completamente sprovvisti di bar e locali. Con un amico, dalle parti di Via Solferino, non siamo riusciti a farci una birretta. Negozi chiusi e abbandonati, fenomeni di dertificazione urbana.
Pubblicato da: Baldrus - 30.05.06 10:14




