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09.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Ricordi del paese dove sono nato

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

San_Prisco.jpgSono venuto al mondo in un piccolo paese vicino a Caserta: San Prisco. Quando nacqui, i miei genitori vivevano già a Lucca; mio padre vi era arrivato nel 1930, prendendovi la cittadinanza esattamente il 29 ottobre di quello stesso anno. Si sposò con mia madre il 17 aprile 1939 e a Lucca nacque il primogenito Giuseppe nel maggio del 1940, come pure il terzogenito Mario, nel marzo del 1946. Io sono il mediano, nato nel 1942. Era di gennaio, un freddo gennaio, e mia madre si trovava a San Prisco, dove si era trasferita sin dai primi di dicembre per partorire me presso la sua mamma Maria - essendo in tempo di guerra.

Nacqui il 14 di quel mese gelido nella casa dei miei nonni materni. Dopo 40 giorni mia madre fece ritorno a Lucca in treno. Con me erano anche mio padre e mio fratello Giuseppe. Da ragazzo, sono tornato spesso, in occasione delle vacanze estive, al paese natale, del quale mi sono rimasti indelebili ricordi. Ne scrissi molti anni fa, in un racconto che non ho più ripreso. Li ripropongo qui, sparsi com'erano.

OMAGGIO A SAN PRISCO

Al mio paese natale nel mese di settembre si celebrano grandi feste in onore della Madonna. Ero ragazzo e quasi ogni anno per quel tempo la mia famiglia si trasferiva da Lucca a San Prisco e vi restava per alcune settimane.
I miei genitori avevano molta nostalgia della loro terra e mi accorgevo, quando si era là, che acquistavano un colorito ed una allegria straordinari.
Il viaggio, che facevamo in treno, era massacrante, circa seicento chilometri in terza classe, su sedili quasi sempre di legno. Il cambio a Roma, dentro quell'enorme stazione già allora brulicante di viaggiatori, con la rincorsa che facevamo alla coincidenza carichi di pesanti valigie, mi dava una sensazione di sgomento e anche di avventura, soprattutto se pensavo che andavo nel mio Sud assolato, arido, bruciato, ricco di rovi e di fichi d'india.
Le stazioncine che incontravamo nel tratto campano erano minuscole, quasi sempre deserte, adorne al massimo di una panchina di ferro dalla vernice corrosa. Scendevamo a S. Maria Capua Vetere al mattino molto presto. Ci attendeva, sempre sorridente, zio Michele, dal cuore generosissimo. Andavamo al piano di sopra, dove era sistemato un ampio bar (così lo ricordo), ci ristoravamo. Il barman aveva imparato a riconoscerci e ogni volta ci accoglieva con molta cordialità.
Lo zio faceva sempre venire una carrozzella e con quella giungevamo in paese. L'aria era già satura di festa, lo sentivamo non appena si arrivava in piazza, dove a quell'ora del mattino, gli spazzini erano intenti a pulire e rimettere ordine.
La sera partecipavo anch'io alla festa. Veniva a prendermi mio cugino Luigi. Entrava nell'aia, dove lo attendevo giocando con altri ragazzi, vicini di casa, e si usciva insieme nella strada, tutta illuminata e già piena di gente.
Ricordo che una sera era stato allestito un palco per un cantante, noto da quelle parti. Intorno a quello che calca di gente! Alcuni ingegnosi davano in affitto le sedie di paglia (si usava, e forse si usa ancora, anche nelle chiese). Ne prendevamo per noi. Qualcuno passava a salutarci: delle ragazze che conoscevano mio cugino non mancavano l'occasione di avvicinare anche me, il forestiero. Quasi tutte indossavano abiti migliori, si chiacchierava, si mangiava soprattutto cocomero e noccioline. Non si pensava molto alle ragazze, ma il loro ricordo ora mi esalta, al pensiero di come la vita a quell'età è rigogliosa, intraprendente, spontanea.
Una ragazza del Sud quando è bella non lo è in modo semplice, diventa stupenda; ogni cosa è perfetta: il nero colorito degli occhi e dei capelli, l'abbronzatura della pelle; le forme di una rotondità misurata; le labbra rosse, aperte, pronunciate, colme di sensualità, inebriante su quel carnato scuro.

San_Prisco3.jpgDai pochi episodi narratimi ogni tanto, nei momenti di maggiore confidenza, riesco ad immaginare mia madre giovane, intenta a cucire sull'aia della casa paterna, a San Prisco.
Doveva essere una bella ragazza, ed io stesso ho sentito lodarla dai vicini, che la conobbero a Lucca.
Molti giovani la corteggiavano, ma mia madre non dava ascolto né incoraggiava nessuno, del resto i genitori non l'avrebbero fatta sposare o anche fidanzare se non dopo le sorelle più grandi.
Immagino le lunghe giornate trascorse sulla macchina da cucire, in mezzo a quell'enorme aia sulla quale si affacciavano altre famiglie. Quella di mia madre era numerosa: tredici tra fratelli e sorelle; i maschi soprattutto profittavano della sorella sartina e le ronzavano intorno per farsi cucire una camicia, una giacca, un pantalone, per poi correre in strada a mostrarsi belli.
Sgobbavano tutto il giorno nei campi, fino a tardi.
Degli zii Gaetano e Nicola, ricordo così bene quando al mattino, non ancora l'alba, venivano a prenderci col carro e ci portavano con loro.
Quelle notti non si dormiva; appena il rumore delle ruote entrava nel cortile, era una febbre che ci prendeva. Gli zii davano un fischio e subito si appariva: ebbri, elettrizzati.
Prendevamo il canalone, una gola stretta ricca di fascino, segnato da solchi profondi per il gran numero di carri che vi erano passati in tanti anni; si scendeva ogni tanto a cogliere fichi d'india, e anche le more che pendevano giù lungo la parete della gola.
Una volta nei campi, che ricordo così vasti, così ricchi di piantagioni, di frutta, per noi cominciava il momento più entusiasmante. Gli zii ci lasciavano correre liberi, e noi si turbinava lungo i filari della vigna, o sotto i noci, nel mezzo di un cielo limpido, asciutto.
Ai bordi dei campi, crescevano tanto copiosamente i fichi d'india, di cui eravamo ghiotti, Ci coprivamo le mani di spine, ma che gioia nel momento in cui assaporavamo il dolcissimo frutto, sconosciuto da noi in Toscana!
In questa terra è cresciuta mia madre; la sua giovinezza è maturata in questo ambiente rustico, ma denso di vita, colmo di sapore, in cui la giornata, pur lenta a passare, pesante per il clima arroventato, era tutta piena di lavoro, di operosità.
Quando si rientrava, gli zii portavano le mucche e i cavalli nella stalla. Ai nostri occhi quei gesti assumevano il fascino di un rito antico, sempre uguale; i finimenti erano appesi in cortile, ad un chiodo rozzo; il carro era messo sotto una tettoia, ci pareva altissimo, ci arrampicavamo fino a toccare le stanghe, ritte verso il cielo.
La partenza di mia madre, che veniva sposa a Lucca, lasciò molti rimpianti, La sua figurina gentile, sempre presente nel cortile, chinata sulla macchina da cucire (una Singer che si portò sempre con sé), era diventata per tutti una cara, calda consuetudine.
Mio padre, rimasto vedovo, l'aveva vista poche volte e se n'era invaghito.
Era riuscito a vincere la sua timidezza attraverso amicizie e parentele. E mia madre, forse incerta, ancora inesperta, si convinse a quel passo che segnò il mio destino.

San_Prisco1.jpgIl vigore del Sud erompe ad ogni angolo di strada, da ogni zolla.
Tutto è cotto dal sole; perfino i villaggi, i paesi, i muri dei viottoli (dei "vichi") paiono immersi in una luce bianca, allucinante.
La forza del Sud è la violenza del suo sole che ha soggiogato ogni cosa, l'ha vinta, l'ha costretta ad una quiete magica, che ubriaca, conturba il pensiero. Il mio paese, specialmente d'estate, così allungato nella campagna arsa, odorosa di terra e di tabacco, aveva lunghi pomeriggi assolati, silenziosi; i contadini, nei campi, riposavano sotto i noci; le bestie, liberate dall'aratro, brucavano qua e là tra i rovi.
Ne approfittavo per passeggiare in strada; al di là degli alti muri di cinta delle masserie sentivo il chiacchiericcio dei lavoranti, con la bocca piena di pane; soprattutto le donne ridevano, con rapidi trilli. Dai portoni usciva l'odore forte della stalla: lo starnazzare delle oche, il grugnire mugoloso del maiale. Mi sentivo invadere da una pienezza calda, ubriacato da questo superbo, stracolmo sapore della vita.
Per le viuzze non incontravo nessuno. I pochi sfaccendati stavano rintanati all'osteria. Passando di là, mi giungeva il loro gridare: e l'odore del vino, grasso, ricco di fumo.
Vorrei essere ancora là, toccare quei muri che certo mi ricordano; arrestarmi ad ascoltare l'abbaiare di un cane; gustarne lo sferragliare della catena.


Sull'aia della mia casa natale, al tempo della mia infanzia, abitava anche una famiglia di carrettieri. Il padre era un omone robusto ed energico e così anche i figli, uomini e donne, tutti ben piantati; le donne, soprattutto una ne ricordo, erano spigliate, vivaci, pronte al motto arguto, anche salace.
L'officina era sul retro. Lavoravano tutti là, con la fornace accesa che allungava i suoi bagliori fin nell'angolo più lontano del cortile. Dappertutto si trovavano stanghe, ruote, spallette da rifinire, qualche carretto pronto. Le ruote erano enormi, stupende per la bellezza che riuscivano a conferire al carro.
A guardia di giorno e di notte, poiché il cortile era aperto, stava un mastino nero, legato ad un filo di ferro che correva lungo tutto il perimetro, dimodoché il cane poteva arrivare all'improvviso dovunque.
Era una bestia armoniosa, anche se la sua grossa mole in principio poteva infastidire, farlo giudicare brutto. Invece era magnifico; il manto nerissimo accresceva la sensazione di potenza, di aggressività: molto lucido, sul quale spiccava il caratteristico collare di cuoio, largo, chiodato.
Quando andavo a trovarli, soprattutto le donne avevano piacere di mostrarmelo, in specie di sera, allorché accendendo la piccola luce del cortile, me lo trovavo lì davanti, ringhiante, con gli occhi gialli. Bastava però un ordine della padroncina perché si rincantucciasse.
Erano serate calde e si stava bene fuori. Da quel cortile allargavo lo sguardo sulla campagna scura; qua e là spiccavano le rade luci. Alcune case, costruite fuori del paese, si sperdevano nel buio; appena si notava la loro sagoma nera. Una luce era posta su di un ponticello minuscolo, quasi fiabesco.
Calamitava sempre il mio sguardo e anche oggi, ricercando le immagini di allora, lo vedo laggiù, in mezzo alla nera campagna, illuminato.

San_Prisco2.jpgDa ragazzo, quando mi recavo a San Prisco a trascorrere le vacanze estive, la sorella di mia madre, Matrona, voleva che andassi a stare con lei.
La casa era tipicamente meridionale, dal grosso portone che lo zio Alessandro la sera chiudeva con cura, con gesti che sapevano di antico: parevano attrarre nell'aia, illuminata da una fioca luce, la quiete calda del Sud.
Mia zia mi raccontava delle storie, rideva del suo dialetto, le piaceva non farsi capire. Mio cugino Luigi la burlava e si divertiva anche lui, quando sua madre e mia cugina Sisina si provavano ad insegnarmelo.
Nell'aia, sotto le scale che conducevano alle camere, si trovava il pozzo. Tiravo su il secchio con entusiasmo; mia zia allungava il braccio per afferrarlo e lo scroscio dell'acqua, che traboccando ripiombava giù nel fondo, mi procurava un piacere pungente.
Era un rito che si svolgeva più volte durante il giorno, ma il suo fascino magico lo aveva di sera quando s'era tutti in cerchio sull'aia, col portone chiuso, immersi nel silenzio circostante.

(nella seconda foto, sono quello a sinistra di chi guarda, a destra è mio fratello Mario e al centro il mio carissimo zio Michele. Nella quarta foto sono quello a destra di chi guarda, a sinistra è mio fratello maggiore Giuseppe, al centro mio fratello più piccolo Mario, e, su tutti, mia madre. Dietro, uno dei muri della casa dove nacqui)

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 09.05.06 13:04

Interventi

bartoleomeo
!!! è il paese dove la famiglia di mia madre era "sfollata" durante la 2° guerra mondiale. mia zia è nata lì, infatti!! è il paese della "pisgna di tarallo"!!!!!
saluti

Pubblicato da: melpunk - 09.05.06 13:28

Allora tua zia ed io, melpunk, siamo nati a San Prisco grazie alla guerra:-)
Non so chi dei vibrissini (tu o cletus o qualcun altro), in un'occasione in cui ebbi modo di accennare a San Prisco, mi disse che tutti i giorni passava davanti al paese, dovendo fare per lavoro il tratto Caserta-Santa Maria Capua Vetere.

Oggi San Prisco è cambiato molto. Quei miei ricordi sono degli anni 50, e tutto mi pareva così bello.

Sono contento che il paese abbia dei volontari molto bravi che hanno costruito un sito, quello che ho linkato nella prima foto, in cui parlano del loro paese. Ogni tanto ci faccio una capatina. Hanno anche loro questo mio omaggio.

La pigna di tarallo, i taralli pieni di zucchero, gli strufoli, erano la mia delizia.
Oh, che giorni! Lontani, ahimè.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 09.05.06 14:26

Caro Bart,
anche il padre di mio marito è nato in provincia di Caserta, a Grazzanise. Per me che sono nata e vissuta sempre a Milano rappresenta davvero un mondo a parte.
Adoro le storie che affondano le radici nei ricordi familiari e non mi stancherei mai di guardare le vecchie foto di famiglia.
Un abbraccio,
Emma

Pubblicato da: emma locatelli - 09.05.06 14:27

Emma, me lo sentivo che qualche affinità (anche se indiretta) ci doveva essere tra noi:-)

Quei posti, così come li ho impressi nella memoria, quante volte mi fanno compagnia! Se si potesse per un attimo rivivere i nostri ricordi più belli!

Un caro abbraccio, anche a tuo marito che, da qualche parte dentro di sé, ha il segno di una origine che è anche la mia.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 09.05.06 14:44

bartolomeo
non ero io a passarci. ma conosco bene il paese perché avevamo proprietà lì. è anche zona di tombaroli, mi pare. sono convinto che se parlassi con mia madre saleterebbero fuori molte conoscenze comuni. saluti
mel

Pubblicato da: melpunk - 09.05.06 17:48

Caro mel, puoi dirle che uno dei fratelli di mia madre, il quale, fra l'altro, ha ereditato la casa dove sono nato, si chiama Merola Michele (è quello nella foto 2), fu Bartolomeo. Purtroppo un paio di anni fa ha avuto la disgrazia di perdere tragicamente un figlio, mio cugino Giuseppe.
Voglio molto bene a mio zio, perchè quando frequentavo la Scuola Ufficiali di Caserta (durata sei mesi), come carrista, presso la Caserma Orsi, quasi tutti i giorni, allorché andavo in libera uscita, veniva a prendermi e restavo con lui e con gli altri miei cugini che venivano a trovarmi.

Il destino ha voluto che io facessi i primi mesi di leva a due passi da San Prisco, poi sono andato a Legnano, nella Divisione Legnano, come sergente AUC, e infine, come sottotenente, a Bellinzago Novarese, presso la Divisione Centauro.

Tutto questo accadeva dal gennaio 1965 al marzo 1966. Tempi lontani...

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 09.05.06 18:05

Caro Bart, conosco bene la tua terra di origine perchè, come ti dissi, mia moglie conserva dei parenti a Caserta. Da ragazzino, invece, si andava in villeggiatura a San Gregorio al Matese. Un sogno cittadino, al solo pensiero di corse a perdifiato per i campi fino a tuffarsi nei covoni e di inerpicate tra pietraie facendo a gare a chi arrivava primo. Stai fresco, intanto bisognava arrivarci.
Si faceva l'A2 fino a Caserta, dove a fine 50 l'auostrada terminava, si percorreva il Vialone e prima della Reggia svoltavamo per Caiazzo. Lasciate Limatola e San Leucio la strada si addentrava in un tripudio di orti e verzure lambendo Castelmorrone (il borgo in cima al monte omonimo dove Pilade Bronzetti resistè coi suoi garibaldini all'attacco di Ruiz e Von Mechel nella battaglia del Volturno, forse decidendone le sorti) per poi passare il fiume ai Molini e da qui puntare su Piedimonte di Alife. Dove iniziavo a morire.
Da Piedimonte a San Gregorio ci sono 12 chilometri di tornanti. Dopo un tratto all'ombra di boschi mediterranei la strada esce - usciva? -allo scoperto correndo a picco su burroni e sotto un sole caino. La 600 scatarrava lungo la salita e mio padre si esaltava nella doppia debraiata roteando i gomiti causa volantone. Io ero al sedile di dietro e dopo tre tornanti sentivo salivare. Guarda di fuori, mi diceva mamma, e in effetti c'erano pianori gialli per il grano tagliato da fare invidia al paradiso, senza contare i cori di cicale. Ma che dovevo guardare, giunti al castello di Alife la strada si impennava senza sconti e quel maniero diroccato degli omonimi baroni era il segnale del disgusto: ci si fermava a un ciglio e sputavo acqua. Attimi di sospensione, il sogno di una estate che si fa cattivo, senso di sperdutezza. Sentivo mamma tenermi la fronte mentre mio padre alzava il cofano per ispezionare il motore. Me li ricordo tutti e due, come fosse ieri: lei indossava uno di quei completi estivi lunghi al ginocchio, a piccoli fiorellini e un po' stretti in vita, lui una camiciola a mezze maniche e pantaloncini. Quando ero prosciugato mio padre si toglieva gli occhiali da sole, veniva verso noi e sorrideva: 'che dici, andiamo? un chilometro e ci siamo, dai'. Ne mancavano sette, forse anche dieci, durante i quali non sapevo se prendermela con lui o con me stesso perchè non resistevo. Adesso arriviamo, ma quando arriviamo, e non ce la faccio, mi rassicuravo lungo il restante strazio inventandomi canzoncine anti paura e ribrezzo. Quando finalmente scorgevo i primi asini con il bastio e i contadini con le fruste a schiocco svanito il mostro.
E' vero che alla pensione ci danno la lasagna? cinguettavo ai due lì di avanti.

Saluti

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 09.05.06 20:52

Anche al mio paese a settembre ci sono le grandi feste tra cui quella dell'8 settembre giorno dell'Immacolata. Abbiamo qualcosa in comune allora: siamo nati entrambi in Campania.
Ciao Lucia

Pubblicato da: Lucia - 09.05.06 22:13

Anch'io, Carlo, ho il ricordo di una strada in salita, quella che porta a Caserta vecchia, un vero gioiello peraltro. Solo che quella salita, la feci in auto, insieme con mia moglie:-)
Si vedevano esposte al sole grandi foglie di tabacco che caratterizzavano il paesaggio. Giunti in cima, nella piazzetta, con la sua antica chiesa, si rimaneva esterrefatti per la quiete e la bellezza del luogo.
Mangiammo in una trattoria che ci mise a disposizione un tavolino sulla terrazza, dalla quale si ammiravano le suggestive colline bruciate dal sole. Uno spettacolo superbo.

Naturalmente, mangiammo anche bene, ma non ricordo che cosa, ahimè:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 09.05.06 22:18

Sono contento, Lucia, di questa origine che abbiamo in comune. Io mi sento molto fortunato per avere sangue meridionale nelle vene al 100%, che mi stimola alla passione e al coraggio delle mie convinzioni, alla spontaneità, alla lealtà e al rifiuto della ipocrisia e della ambiguità, al rispetto degli impegni) e una educazione toscana, anch'essa al 100%, che mi aiuta a non drammatizzare mai, a proiettarmi sempre verso il futuro, a coltivare l'arguzia, l'ottimismo, il gusto per il garbo, a respirare un'incomparabile atmosfera intrisa di raffinatezza e di grande arte.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 09.05.06 22:31

" mi disse che tutti i giorni passava davanti al paese, dovendo fare per lavoro il tratto Caserta-Santa Maria Capua Vetere."

Io, caro Bart.

Però le cose sono cambiate, e molto. Quel mondo che descrivi, e che anch'io ricordo con lo stesso sapore, non esiste più. La ragazza del primo banco è invecchiata, forse male.

Ha resistito, nel complesso, bene la zona del matese, male caserta vecchia e san prisco. Peggio di tutte Caserta città.

Semmai qualcuno di voi - vale per tutti - si trovasse a passare in zona mandatemi una mail, vi incontrerò con piacere. Io abito a Caserta centro. Per lavoro sono spesso a Santa Maria e zona Matese se vi occorre qualcosa chiedete pure.

Ciao


Pubblicato da: Lucis - 10.05.06 11:12

Grazie, Lucis.

Mi dispiace per quel gioiello che era Caserta vecchia. San Prisco avevo già avuto occasione di vederlo un paio d'anni fa, di corsa.

Di Caserta, mi ricordo quel bar d'angolo della piazza (l'angolo verso la Reggia), dove, quand'ero in libera uscita, mi fermavo qualche volta con altri commilitoni.

Grazie della tua disponbilità. Per ora ti chiedo, quando passi davanti a San Prisco, di dargli un saluto affettuoso da parte mia: pronuncia proprio il mio nome, per intero: Tanti saluti da Bartolomeo Di Monaco. Lui non conosce Bart, nei suoi registri c'è scritto Bartolomeo Di Monaco e figurati se sa che intrabescolo in internet con quel diminutivo piccino piccino:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 10.05.06 11:42

bartolomeo

la famiglia di mia madre aveva una casa in via pola vicino alla chiesa. mia madre dice che di monaco è un cognome diffuso a san prisco, mi pare ci sia attualmente anche un geometra con questo cognome. e ricorda molto bene le feste e le processioni di san prisco, e santa matrona

Pubblicato da: melpunk - 19.05.06 12:45

Grazie, del racconto. Veramente bello. michele

Pubblicato da: Michele - 19.05.06 14:03

@melpunk

Mi pare che a Via Pola abitasse mio cugino Salemme Luigi, poi diventato professore di scuola.
Suo padre si chiamava Salemme Alessandro e la madre Merola Matrona (sorella di mia madre Merola Teresa).

Grazie, Michele.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.05.06 14:37

bart
letto. raccolgo altre informazioni

Pubblicato da: melpunk - 19.05.06 19:14

NON E'POSSIBILE!!!!
Bart leggo solo ora il tuo racconto e adesso capisco alcune tue allusioni. Ma lo sai che il San Prisco è stata la mia prima squadra di calcio agonistica? Eravamo i professori - età tredici anni- perchè di tutta la squadra eravamo gli unici ad andare ancora a scuola. La squadra più povera del campionato- più elegante il Casagiove, il San Vito, San Felice- e il campo di gioco un terreno, nel senso che nemmeno uno sparuto ciuffo d'erba cresceva in quella distesa di terra e polvere di cemento. Eh già. la polvere delle cave ci arrivava direttamente nei bronchi e quando pioveva s'alzava quasi empre un vento che ti bruciava gli occhi. La gente era semplice, semplicemente bellissima. Ci servivano tè rovente negli spogliatoi e dopo non potevamo parlare a causa di una lingua gonfia e rossa. Talmente poveri che non avevamo che una maglietta, blu e bianca, senza calzettoni intonati. E quando la squadra avversaria si presentava con la stessa maglietta blu, noi si doveva mettere l'estiva, gialla di seta, a maniche corte, anche a dicembre. Tutto quello che ho imparato è stato lì, dove la centoventisei di un maresciallo dell'esercito, diventato Mister, ci lasciava: i tre casertani. Con un presidente cieco. E che forse, aiutato dall'immaginazione, poteva permettersi di "vederci" più grandi.
effeffe

Pubblicato da: effeffe - 30.05.06 15:23

Caro effeffe,

avevo uno zio, Salemme Alessandro, padre di Salemme Luigi (un mio cugino che abita tuttora a San Prisco), che lavorava alla Cava di San Prisco.
Lì c'era anche uno spazio dove noi della Scuola Allievi ufficiali di Caserta andavamo a sparare.
Ti segnalo che San Prisco ha un bel sito dove puoi trovare foto che ti ricordano anche il passato: www.sanprisco.net
Sono sicuro che il tuo contributo alla squadra di calcio è stato di grande rilievo. Insomma, San Prisco ha avuto l'onore di veder militare nella sua squadra un vero fuoriclasse:-)

Un abbraccio.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.05.06 17:22

bartolomeo: pensa un po'. a poca distanza dalla cava di san prisco c'erano le proprietà di famiglia.
melpunk

Pubblicato da: melpunk - 06.06.06 23:19

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