« Lettori forti | Main | La tenzone Zizzi-Raimo »

04.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Brescia - Calitri (Av): Andata e Ritorno

di Lucia Marchitto

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Calitri.jpg22 dicembre 2005

Cappello, guanti, valigia, pizzica il naso dal freddo e dalla polvere, mi faccio largo tra la folla, paletti e divieti e pannelli di plastica coprono gli sportelli, i lavori di rifacimento dormono un sonno di ghiaccio mentre il giorno si fa strada nella notte e tutto ha questa luce strana di risveglio sonnacchioso.

E poi la vedo, cammina veloce verso il treno senza fermarsi a guardare il pannello degli arrivi/partenze, dritta sparata verso il 1° binario, la chiamo, mi abbraccia, dice che ha fretta, che deve prendere il treno, il mio è in ritardo: 10 minuti recita il display.
E poi ritorna: il suo treno è anche il mio e il ritardo adesso è di venti minuti che diventano poi quaranta e poi quarantacinque. Qualcuno mi chiama “Anche tu!" Dico e ci abbracciamo contente scoprendo che dobbiamo, se arriva, prendere lo stesso treno. Così adesso siamo in tre ad aspettare, mio figlio non aspetta è lì, la cuffia nelle orecchie, gli occhi puntati sul nulla.
E quando poi il treno arriva e riusciamo anche ad entrare restiamo bloccati all’ingresso del vagone stipati come acciughe e non so come fanno loro due a parlare e a ridere e a parlare ancora come se non ci fossero tutti questi cappotti che si spiaccicano sui nostri nasi, come se tra le gambe non ci fossero tutte queste valigie e borse e scarpe e dio ... come fa mio figlio a stare lì con gli occhi puntati sul nulla? Come fa a trovarlo il nulla in questo ammasso di carne e occhi e scarpe e borse?
E quando poi finalmente mi siedo le guardo e capisco che non si sono accorte di niente e le parole ancora piene di polvere e ghiaccio fumano nel caldo del vagone sciogliendosi e colando mi inondano e non so cosa pensano tutti questi visi attoniti e assonnati che pure ci circondano e che a volte ci guardano e Bologna arriva così improvvisamente come se fosse stata dietro l’angolo e allora saluto prima l’una e poi l’altra e scendo.
Una donna con tre bambini e non so quante valigie cerca di correre affannata verso il binario, mio figlio afferra due borsoni e l’aiuta, io corro in stazione, il mio treno è partito da un pezzo, il prossimo è un Eurostar devo fare il supplemento.
“Non c’è nessun posto, non posso farle il supplemento. Le consiglio di rivolgersi all’ufficio clienti" dice l’omino dietro lo sportello dopo non so quanti minuti di coda.
Cerco l’ufficio clienti, lo trovo, affannata entro, gli occhiali mi si appannano, non vedo niente, sento una voce, sembra quella di una pubblicità “Desidera?" mi tolgo gli occhiali, porgo i biglietti, spiego il tutto alla ragazza con la divisa che prende i biglietti e li timbra “Non c’è posto sull’Eurostar però con questo timbro devono farla salire per forza, certo dovrà stare in piedi però si rivolga al capotreno forse riuscirà a trovarle un posto" Scendo di nuovo il sottoscala e poi di nuovo salgo e poi arrivo presso il binario e trovo mio figlio che forse si è svegliato perché sta mangiando un panino e la signora con tutte quelle valigie è così contenta del ritardo perché così può chiedere il rimborso e le sue bambine adesso sono attorno ad un cane, un bassotto con gli occhi di bue: tristi e buoni, legato alla catena, abbracciato dalle bambine, spinto dai passanti e dalle sue tozze zampe, la grossa gabbia lo segue come una bocca pronta a spalancarsi e a inghiottirlo e poi arriva il treno, e con immane fatica si riesce a salire e poi con altrettanta fatica riesco ad avvicinarmi alla cabina del capotreno e una lunga coda mi aspetta, quella lunga coda porge biglietti timbrati dall’ufficio clienti così torno indietro fino alla fine del vagone, lui è seduto per terra le cuffie dentro le orecchie,io cerco di trovare almeno lo spazio per stare in piedi.
Dall’altoparlante una voce ci dà il benvenuto sull’Eurostar e ci augura buon viaggio con Trenitalia prima in italiano e poi in inglese. Per andare al bagno devo scavalcare corpi seduti per terra a tappezzare il treno. Calitri1.jpg

Quando arriviamo a Foggia il nostro trenino è partito. Il prossimo ci sarà tra un’ora e mezza. Andiamo in un bar, prendiamo un panino, torniamo sul binario quattro e mi avvio verso il troncone sud. “Sei sicura che è questo?" dice mio figlio guardando il trenino. La locomotiva rantola e sbuffa. I vetri scuriti dal buio riflettono la mia faccia stanca, mi avvicino per capire dove siamo ma ormai la notte si è mangiata i contorni delle cose.
E poi fa un ultimo sbuffo la carrozza e si ferma: Rocchetta S.Antonio (PZ), scendiamo, attraversiamo il binario “Ma ..." guarda avanti e indietro e ancora avanti e poi ancora indietro e poi “Ma ... è ... il deserto?" mio figlio stranito con gli occhi finalmente aperti guarda la notte e questa stazione spenta, le maniglie delle porte arrugginite, il cartellone del bar come una bandiera sventola insieme a quello dei tabacchi.
Nel vento freddo penzola la stazione, sospesa nella notte come una nave fantasma dal cui ventre fuoriesce il rantolo del treno.
Mio fratello arriva, entriamo in macchina e si parte per l’ultimo pezzo del viaggio.
Dietro la tenda mio padre e mia madre aspettano. Nel forno la pizza è pronta. Nel camino il fuoco scoppietta, sui tetti brilla la neve.
Dormono tutti. La casa respira piano. Da dietro il vetro guardo.

23/24 dicembre 2005

Quando torno mi addentro sempre nella parte vecchia. Mi piace sentire il rumore dei passi sui sassi della strada e questo silenzio strano si riempie di voci, ogni porta chiusa si apre e sulla soglia i volti sono sempre gli stessi e sono sempre ugualmente giovani o ugualmente vecchi così come li lasciai quando senza girarmi a guardare mi avviai col passo allegro verso la stazione gli occhi puntati in avanti come il muso del treno a fendere l’aria. E sempre mi meraviglia questa mescolanza di case abbandonate e case abitate che sono sempre meno ogni volta che torno, sempre più spesso i portoni si chiudono e comincia a crescere l’erba e tutto ha questo sapore di rimpianto e perdita e bellezza, la bellezza di questi alberi che spuntano sulle pareti delle case alla conquista del cielo, questo cielo turchino che sa di infanzia e profuma di nostalgia.

25 dicembre 2005

La mezzanotte mi ha colto nel letto ghiacciato in questa casa fatta di archi e scavata nella roccia. Sento il cuore della pietra battere il tempo.
E poi mi sono avviata a cercare mia madre nella chiesa dell’Immacolata e a cercare il presepe che da sempre mi affascina. Ricostruita dopo il terremoto la chiesa mi appare diversa, troppo bianca e troppo spoglia, niente rimane degli affreschi alle pareti, dei cassoni di legno del soffitto, mi pare più piccola, mi pare abbia linee diverse ma forse sono i ricordi che fissano linee che non si trovano più da nessuna parte se non dentro di noi.
In piedi dal fondo della chiesa osservo le persone davanti a me, e strano, quasi tutti uomini, quasi tutti anziani, quasi tutti ben rasati, mostrano orecchie così grandi, mi fisso sulle orecchie, non riesco a staccare lo sguardo, sembra che ascoltino qualcosa che io non sento, sono sorda da tempo, lo so, mi sembra che pulsino tutte quelle orecchie, e poi osservo ogni volto e ogni volto riconosco anche quello mai conosciuto, come se l’eredità delle rughe si fosse replicata nei volti dei figli, come se ogni figlio fosse il padre, come se la vita non fosse altro che un continuo duplicarsi sempre uguale a se stessa. E lui mi guarda e mi riconosce e forse pensa lo stesso mio pensiero.
Calitri2.jpg Fuori, sul sagrato, dopo tutti questi anni ,la vedo e mi pare la stessa, e mentre penso che sia sempre uguale proprio in quel momento percepisco lo sbaglio, io non sono la stessa, lei non è la stessa, i passi si sono arrampicati per strade diverse e hanno messo una distanza che un abbraccio non può colmare. Adesso il presepe non è più nella chiesa bisogna uscire, girare intorno, scendere le scale e mi trovo in una stanza bianca e squadrata, il presepe è lì appoggiato alla parete sinistra “è sempre lo stesso" dice mia madre “quando passa natale abbassano la tenda per poi tirarla l’anno dopo" Lo sguardo lo sfiora appena, esco.
Il vento forte mi fa lacrimare gli occhi mentre mi avvio verso casa.
A mezzanotte ho il naso incollato sul vetro della finestra: attendo, riconosco il motore della macchina, non fa in tempo a suonare mio marito che ho già aperto la porta.

26 dicembre 2005

C’è aria di festa, si parla tutti insieme e tutti insieme ridiamo mentre scendiamo verso l’Ofanto, il cielo ha nuvole grandi e bianche. Scendo dalla macchina e sono con un piede in Campania e con l’altro in Basilicata. Mio padre parla dei briganti, di Crocco, e si infiamma, e dice che sono storie che gli raccontava suo padre e guarda la Valle Ofantina e i paesi abbarbicati sui cocuzzoli delle colline e delle montagne, abbraccia il suo mondo con lo sguardo, e il suo mondo non ha linee di confine, lui non sta con un piede in Basilicata e l’altro in Campania: questa è la sua terra!

27 dicembre 2005

Piove, una pioggia fitta che porta via l’ultimo sottile strato di neve, e tira vento, l’acqua rotola sulla strada come un piccolo fiume seguendo le curve dall’alto verso il basso, dalla finestra i tetti sovrastano altri tetti, dentro al camino il fuoco scoppietta e scandisce il tempo.

28 dicembre 2005

Si parte, questa volta niente locomotiva, niente Eurostar, questa volta si sale in macchina. Per strada il cielo è di un azzurro incantevole, un sole che pare primavera, così fin verso Rimini poi la pioggia ci bagna e infine a pochi chilometri da casa la neve cambia i contorni del mio piccolo mondo.
Chiudo la porta lasciando fuori il freddo e la neve e i gesti di sempre cancellano questa manciata di giorni che mi hanno accolto in una bolla sospesa sopra il tempo.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 04.05.06 09:13

Interventi

Bello Lucia,
hai trasmesso emozione

Pubblicato da: stefania nardini - 04.05.06 21:19


Chi aveva risposto più alla domanda ti mancano
i posti: " No, ma ci pensi"
Che bella prosa e che bel paese dev' essere!

Pubblicato da: marino magliani - 04.05.06 22:15

Lo stile di Lucia è inconfondibile.

Pubblicato da: Francesco Sasso - 04.05.06 22:38

Sullo stemma di Calitri ci sono disegnate tre rose che stanno ad indicare: tre volte bella, per me è proprio così, è chiaro che non posso essere obiettiva. Ciao e grazie a tutti e tre. Un abbraccio al mio amico Francesco.
A Bartolomeo che mi ha ospitato va il mio più caro saluto e un GRAZIE! Lucia

Pubblicato da: Lucia - 05.05.06 17:07

Lucia, grazie a te. Mi attendo altre cose da te in questo Giro d'Italia. (Spero che Giulio sia contento che mi prenda in carico un po' di lavoro per questo Giro d'Italia - riguardo al materiale che ricevo direttamente -, che ritengo più bello del Tour de France:-) )

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.05.06 20:02