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10.05.06
Giro d’Italia con vibrisse: Brescia, una domenica di maggio
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
La luce cade di traverso su via Musei senza depositarsi a terra, restando sospesa sui tetti. Chiuse nei loro portoni le case non lasciano respiro alla strada, addossandosi nel fondo di una curva fanno muro ai miei occhi. Vicoli come feritoie creano correnti di aria e luce.
In questa domenica mattina di maggio è deserta di uomini e macchine la via.
Il portone del museo Santa Giulia ha ancora i colori di Van Gogh e Gauguin.
Dopo la curva la luce mi cade addosso prepotente, le case lasciano spazio da un lato il tempio Capitolino dall’altro alla piazza del Foro, la luce gialla cadendo dal tempio si allunga nel cono d’ombra della piazza.
Pare di essere in un altro posto e in un altro tempo.
Pochi metri e la strada riprende le sembianze di prima: portoni grossi e chiusi e case addossate le une alle altre non tanto per stare in compagnia ma per fare muro alla luce.
Incrociare via Mazzini è come lasciarsi alle spalle un mondo, l’antico sparisce nel nuovo. Ma via Musei non si arrende, l’oltrepassa per giungere al cuore della città, per morire appena dopo la piazzetta Tito Speri dove s’innesta con la ripida salita della contrada S. Urbano che si arrampica verso il castello. La piazzetta è oscurata da ombrelli e tavoli, e non si sente il cinguettio degli uccelli che pure ci sono perché più forte è il ciarlare di tutte queste persone sedute ai tavoli e che hanno negli occhi soltanto il riflesso della tazza. Sorrido guardandoli meglio, non ci sono occhi, soltanto occhiali neri e la tazza riflettendosi assume forme strane e cangianti.
Guardo oltre la statua la luce che si macchia di piante e gerani appesi ai balconi.
Affretto il passo costretto contro il muro da altri tavoli e da biciclette che passano veloci, imbocco l’antro oscuro che si fa strada tra le case e giro a sinistra ansiosa di trovare e guardare la mia piazza: la luce qui cade da tutte le parti e si riflette nell’oro dell’orologio.
Mi porto al centro: mi piacerebbe avere occhi tutti intorno alla testa per abbracciarla con lo sguardo.
Questa piazza dalla ferita profonda mai rimarginata.
Gli occhi privi di lenti scure lacrimano.
Giro le spalle all’orologio per guardare la loggia col suo tetto tondo e bianco, rimessa a nuovo da poco, il marmo bianco acceca.
I tavoli anche qui stanno rubando al passo la gioia di sfiorare la pietra.
Improvviso un ricordo, veloce torno indietro, riattraverso l’antro oscuro e giro a sinistra: nascosto e stipato tra due muri il trullo tagliato a metà dalla luce mostra linee tonde trapunte di rossi mattoni macchiati dal tempo.
La musica di un violino si leva nell’aria, la ragazza pulisce tavoli vuoti, ha capelli neri e occhi profondi, guarda la strada e vede altro, seguendo la linea del suo sguardo mi trovo davanti la lama tagliente di un muro, finestre si girano verso la luce cercando calore.
La malinconia mi segue sulle note del violino mentre imbocco il vicolo tappezzato di tavoli e sbuco dentro piazza Paolo VI, guardo i gradini cercando l’impronta dei miei vent’anni.
Un ragazzo è seduto proprio lì dove c’è la mia impronta, ha la pelle scura, e lo stesso mio sguardo di allora.
Dietro l’imponenza del Duomo Nuovo si nasconde il Duomo Vecchio come a proteggere la propria pietra dal fuoco del sole e conservarla ancora e per sempre nei secoli dei secoli.
Imbocco via Trieste e sbuco di nuovo in via Mazzini e mi avvio verso i portici, sono quasi deserti, non paiono quelli di ieri alla stessa ora e con lo stesso sole: oggi le serrande dei negozi sono tutte abbassate.
Seguendo i portici all’angolo a destra si intravede piazza Loggia davanti a me corso Palestro: pittori espongono i loro quadri, ragazzi neri la loro mercanzia.
Salgo i gradini che mi portano in una piazza Mercato deserta, la luce cade ovunque, lo spazio si dilata e potrebbe inghiottirmi se non fosse per quella panchina posta a lato della piazza che allunga l’ombra sulla pietra fornendo l’ancora a cui aggrapparmi.
Allunga l’ombra in righe verticali e fa tutt’uno col suo corpo, seduto mostra spalle ricurve e testa abbandonata sul petto, capelli bianchi e coppola in meraviglioso equilibrio, orecchio grande e rosso: pare l’orecchio del mondo.
Proseguendo giungerei in P.zza Vittoria, più che una piazza è un ampio parcheggio ma non è per questo che torno in corso Palestro imbocco vicolo del Carro e mi trovo in contrada Soncin Rotto e aspetto davanti a un enorme portone grigio, aspetto paziente fino a quando si apre e come una ladra entro dentro veloce, fotografo e guardo il cortile.
E’ tardi, a casa qualcuno mi aspetta.
Ritorno in corso Palestro, attraverso P.zza Vittoria, giungo di nuovo in P.zza Loggia, riguardo il mio trullo, mi incammino per via Musei, affogo di luce nel Foro e improvviso un portone si apre, faccio appena in tempo a fare clic che è già chiuso.
Col muso sul portone sorrido.
Se fossi straniera oggi disegnerei questa città come una donna che nasconde le proprie forme e bellezze sotto un burqa, ma non sono più straniera, questa è la mia città, la conosco, e quei portoni non nascondono i cortili ma sono portoni e cortili insieme, un’unica costruzione, un corpo unico.
Sorridono anche i miei piedi stanchi quando finalmente, in macchina si riposano.
Il sorriso si disegna sul vetro della macchina mentre penso a queste ore trascorse con la mia città, io e lei a braccetto sotto il sole di maggio.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 10.05.06 10:34
Interventi
Bella questa descrizione della Brescia vecchia, anche se ognuno dei passaggi descritti meriterebbe molte altre parole e solo il "trullo" (San Faustino in Riposo) un intero racconto.
Un'unica perplessità: ma qual è la curva di Via Musei? :-)
Buona giornata. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 10.05.06 11:51
Quando sei vicino al portone del museo e guardi verso il Foro la strada curva verso destra, non è molto stretta ma da quel punto di osservazione sembra che si chiuda, perlomeno a me ha dato questa impressione. Buona giornata anche a te. Lucia
Pubblicato da: Lucia - 10.05.06 17:02




