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09.05.06

Dalla Liguria alle Ande, per non morire

di Bruno Quaranta

[Questo articolo di Bruno Quaranta è apparso in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La stampa, sabato 6 maggio 2006. gm] [tutti gli articoli su Marino Magliani]

Clicca qui per leggere la scheda del libroNon ancora sfumata la «stendhaliana» Estate dopo Marengo, Marino Magliani invoca Quattro giorni per non morire. Con l’imprimatur di Dario Voltolini (ma occorreva?, la landolfiana bandella intonsa non sarà mai abbastanza rimpianta, al lettore si va, si dovrebbe andare, in perfetta solitudine) e spargendo, nell’opera, un grazie inesauribile a Francesco Biamonti, a un poema in prosa soprattutto dello scrittore di San Biagio della Cima, Attesa sul mare. Dall’Ottocento ai nostri giorni, inquieti, randagi, picareschi. Dalla Liguria alle Ande e dintorni. Due amici, Gregorio e Leo, inseguono la prova che il nostrano Ponente e l’America Latina non sono così estranei l’uno all’altra. Anzi: nei tempi remoti parlavano (avrebbero parlato) la stessa lingua.

In Val Prino, nella Tana delle Rane, scoprono «il disegno delle bestie» risalente all’Età del Rame. «Qualcosa che ci assomigliava molto» era stato rinvenuto - un libro americano avverte - «su un drappo funebre guatemalteco, nella valle di Algorrabla, nel Perù meridionale e in un cimitero di Chauchilla». L’avventura comincia. Di peripezia in peripezia, di vecchio stregone in gigantesca febbre, di cartina segreta in scheletro, cercando l’anello di congiunzione.

Leo non tornerà, forse ucciso, una raffica a suggellare il disinvolto andar (scavar) di tomba in tomba (o lo condannò l’aver scoperto un traffico di gioielli precolombiani?). Gregorio ce la farà, invece, a raggiungere Roma, salvo finire a Regina Coeli, tale e tanta la cocaina che lo grava, e non solo. A socchiudergli la porta della cella sarà la morte della madre. Quattro giorni ha davanti a sé. Il tempo di raggiungere Fontanelle, in Liguria, «una chiesa dai muri color della terra, pieni di buchi da cui a ogni ora di campana scappava un volo di piccioni». Il funerale. Il fratello Gilberto, avvoltolato in un ancestrale riserbo. L’eredità da dividere. Lori, una donna nel cuore (nelle viscere) mai avvizzita. Le antiche stagioni, «in cui gli ulivi tenevano il frutto fino alla Pentecoste», un richiamo sempre nitido. I remoti vagabondaggi in Provenza con Gregorio. Una malefatta non sbiadita. Quattro giorni alle fonti di un’energia necessaria per non morire. Un’infezione tropicale rosica Gregorio. A Città del Messico è il medico che può arginarla, se non guarirla.

Il maresciallo dei carabinieri, ostinato, epperò non pedante (come la «divisa» di Mario Soldati), scruta il detenuto in libertà vigilata che medita la fuga. Chissà se, una volta ammanettato, il novello passeur troverà (trovò) conforto nel Rimbaud carissimo a Biamonti: «La vera vita è assente, noi non siamo al mondo»? Biamonti, la voce che signoreggia nei Quattro giorni, il fantasma non ancora fantasma («Gli dispiaceva di non aver messo nel sacco di Gilberto i romanzi della luce ligure, forse perché aveva saputo che l’autore era molto malato anche lui e avrebbe voluto conoscerlo, vedere le fronde dei suoi ulivi che assomigliavano a polverose ali di farfalla»). Biamonti, ovvero la scabra Liguria dispiegata verso i maestrali di Francia.

Il viaggio oltreoceano è un’occasione che Marino Magliani ad hoc architetta per non lasciare la sua terra, arandone atmosfere, caratteri, palpiti, ad essa tutto riconducendo («La rassegnazione andina così simile alla rassegnazione che si leggeva negli occhi dei liguri»). Ogni parola affilata, gelosamente accudita, meticolosamente offerta. Passo dopo passo lungo i sentieri di un mondo scomparso, che, ritrovato, non dovrà scomparire mai più. «Gettò un ultimo sguardo sull’Italia, c’erano uliveti, orti tra lo spoglio e il verdeggiante, orti di marzo e rocce d’arenaria. Erano gli affetti dello scrittore di confine». Qui la sfida che Marino Magliani si cuce inesorabilmente addosso: nell’angelo di Avrigue identificare «un volto ch’era al di là di qualcosa... avviato alla pietra».

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 09.05.06 08:01

Interventi

"Al lettore si va, si dovrebbe andare, in perfetta solitudine", scrive Bruno Quaranta. Quindi, magari, non solo senza bandella ma anche senza immagini in copertina, al limite senza titolo e senza nome d'autore; e - va da sé - senza azioni promozionali, senza *battage*, senza inserzioni pubblicitarie (ma chi può permettersele?), senza siti e senza blog, eccetera eccetera. Immagino che Bruno Quaranta salverebbe solo, in tutta questa cianfrusaglia comunicativa, l'illuminata figura del Recensore... O dovremmo fare a meno anche di lui?
(Scherzi a parte, un paio di domande. Prima: qual è il potenziale commerciale di una bandella firmata da Dario Voltolini? Seconda: le persone che scrivono di letteratura non si ricordano proprio mai, mai, del fatto che questi disgraziati benedetti dei "piccoli editori" stanno comunque lottando dentro un mercato?).
Ciò detto, ringrazio Bruno Quaranta per non aver lasciato il libro di Marino in "perfetta solitudine".

Pubblicato da: giuliomozzi - 09.05.06 08:23

E a me non mi ringrazi, caro Giulio? ^_____^

L'hai letta l'intervista che feci a Marino? non dico la recensione - quella mia che vale quel che vale -, ma le parole di Marino credo siano interresanti e tanto, scacciano molti dubbi, danno prospettive di lettura, o no?

La recensione di Bruno Quaranta mette IN NUCE una linea consolidata fra Marino e Biamonti, che un po' tutti dicono recensendo "Quattro giorni per non morire": in tal senso non dice nulla di nuovo.
Di nuovo c'è l'accanimento di Bruno Quaranta contro la bandella firmata da Dario Voltolini: mah! Mi lascia perplesso questa critica.

Al di là di questa bandella, come già detto, un buon romanzo, sull'ottimo se vogliamo dare un giudizio qualitativo, che a me ricorda la prosa secca di Pavese oltre che quella di Biamonti. Un noir che è un non-noir: o meglio, c'è la scusa di scrivere un noir per raccontare una storia.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 09.05.06 10:19

Non so se Quaranta intendesse stigmatizzare l'uso promozionale della bandella, ma la sua osservazione rivela un tratto psicologico secondo me molto diffuso fra i lettori: ogni lettore ambisce segretamente a essere il primo - e, nei casi più gravi, l'unico - lettore di un libro. Per questo mal sopporta i suggerimenti e le letture di altri lettori, specialmente quelle di chi ha letto il libro prima di lui.

Secondo me, insomma, Bruno Quaranta non ce l'ha con l'uso strumentale o promozionale del nome di Dario Voltolini, ma ce l'ha proprio con Voltolini, reo di aver letto il bel libro di Marino Magliani prima di Bruno Quaranta.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 09.05.06 10:36

Dario Voltolini non fa complimenti a tutti e non dice fesserie. Forse il potenziale commerciale di una bandella firmata da lui è basso, però è certamente un grande onore.
Dispiace per Quaranta che non pare rendersene conto, e parla addirittura, davanti alla gentilezza riservata di Voltolini, di un "imprimatur". Povera critica.

Pubblicato da: andrea barbieri - 09.05.06 12:20

Ah, tra l'altro vorrei ricordare che il sottoscritto pubblicò un post su Nazione Indiana in cui faceva notare che Morozzi non era un esordiente, come sosteneva Bruno Quaranta nella recensione su TTL a Blackout, ma aveva pubblicato già parecchi libri con l'editore Fernandel, cosa del resto segnalata anche sul risvolto della copertina.
Quaranta poi si scusò con Morozzi, forse perché qualcuno di Nazione Indiana particolarmente corretto gli passò il post, che a quel punto diventava una specie di pizzino.
Resta la opaca capacità percettiva verso le case editrici che fanno scouting facendosi il mazzo per chiudere decentemente il bilancio.

Pubblicato da: andrea barbieri - 09.05.06 12:35

E poi - sempre off topic ma non troppo - Morozzi, che è fernandellianamente spiritoso e olimpicamente sereno, lasciò questo messaggio sul forum di Fernandel all'indomani della recensione quarantesca:

"Ah, ciao, ragazzi, mi presento, sono un ragazzo di bologna che si chiama Gianluca Morozzi e che ha appena coronato il sogno di pubblicare il suo primo libro, si chiama blackout. Volevo dirvi che il vostro forum è molto bello e che siete tutti simpaticissimi, e poi volevo dire al signor Pozzi che mi piacerebbe pubblicare qualcosa per Fernandel, un giorno, e volevo anche chiedergli se potrebbe farmi la recensione per Repubblica, visto che è una firma abituale delle pagine culturali.
Grazie, non vi disturbo più."

Pubblicato da: andrea barbieri - 09.05.06 12:47

Caro Andrea,
vorrei precisare che il paragone tra il mio quasi conterraneo Morozzi (sono di famiglia ferrarese) e Marino Magliani non calza totalmente. Il precedente romanzo di quest'ultimo, "L'estate dopo Marengo" (Philobiblon edizioni, Ventimiglia - www.philobiblon.it), venne infatti recensito, a suo tempo, con esito positivo da Tuttolibri.

Pubblicato da: Achille Maccapani - 09.05.06 17:03

Leggete assolutamente questo libro. Se non vi fidate di me, fidatevi di Voltolini.

Pubblicato da: gianni biondillo - 09.05.06 19:31

Ma non è un paragone, nel primo post Mozzi ha rifilato centomila stoccate a Quaranta facendole passare per un mazzo di fiori. Io mi ricollegavo alla penultima frase di Mozzi: "le persone che scrivono di letteratura non si ricordano proprio mai, mai, del fatto che questi disgraziati benedetti dei "piccoli editori" stanno comunque lottando dentro un mercato?"
facendo un esempio di miopia dello stesso recensore (che comunque si è scusato, non è certo il più miope, non è un dorrico).
E poi su TTL ci sono recensori coi controcazzi, c'è per esempio Pallavicini che recensisce con impegno libri di piccoli editori e bisognerebbe fargli un monumento.
E poi ancora tutte le volte che toccano uno di questi autori: Moresco Scarpa Voltolini e il padrone di casa, io mi incazzo: sono un lettore feroce, sono la reincarnazione di un longobardo.

Pubblicato da: andrea barbieri - 09.05.06 19:51

Gianni, concordo totalmente con te! Quello di Marino è un romanzo incredibile, favoloso, trascinante! Mi è spiaciuto sia finito così rapidamente... Pensa, ha fatto meglio di un dentista, riuscendo perfino a lenirmi un mal di denti acutizzatosi nelle alture di Palanfré (a fianco di Vernante - CN -), trascinandomi tra carrugi, emozioni mai sopite ed un respiro di entroterra che non mi ha mai abbandonato.
Andrea, il "paragone" era da intendersi quale raffronto. Se tu sei la reincarnazione d'un longobardo, allora pensa a me (nato a Rho, nel cuore dell'hinterland milanese, cresciuto tra la provincia milanese al confine con la bassa trevigliese-bergamasca, laureatomi a Milano e trasferitomi infine nell'estremo ponente ligure) che ancora adesso, quando mi reco in edicola a Ventimiglia mi ostino a chiedere l'edizione milanese (che non distribuiscono più, tranne che d'estate!) del Corriere della Sera, la sera mi guardo sul satellite Telenova o Telelombardia (ovviamente, i programmi calcistici!)...un po' di spirito milanese m'è rimasto addosso...ci ho vissuto fino a 30 anni di età! Pertanto comprendo la tua (giusta) incazzatura!

Pubblicato da: Achille Maccapani - 09.05.06 20:10

Leggete, leggete Marino Magliani, "Quattro giorni per non morire". E che cavolo! Di qualcuno dovrete pur fidarvi, alla fine.

Questa volta è un vero Libro, con L maiuscola. Letteratura e non solo un noir.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 09.05.06 20:27

Longobardo, mica lombardo. I longobardi si sono sistemati anche in Emilia senza perdere la cattiveria. Quando arrivava l'imperatore gli offrivano un bel pollo arrosto. Insomma, un trucidone dai modi legnosi.

Pubblicato da: andrea barbieri - 09.05.06 20:31

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