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07.04.06
Sironi / Lo Zar non è morto: "Un vero feuilleton, ma di razza"
[Questo articolo non firmato è apparso nel quotidiano Il foglio mercoledì 5 aprile 2006. gm]
Gli ingredienti per un "grande romanzo d'avventure", come da sottotitolo, ci sono tutti: omicidi, intrighi internazionali, spie, colpi di scena, femme fatale, eroismi e (addirittura) erotismi, naturalmente le segrete stanze vaticane. Ma non è solo un romanzo d'avventure. Parlando di letteratura popolare, è un grande romanzo tout-court, dove trama, struttura e persino la lingua costituiscono un meccanismo a suo modo perfetto. Eppure non si può dire che il libro abbia avuto fortuna. Pubblicato nel 1929, il romanzo finì presto dimenticato. Fino a oggi, ripescato dallo scrittore Giulio Mozzi che nell'introduzione di questa nuova edizione racconta la storia di quello che (esagerando un po') definisce "uno dei libri più misteriosi del Novecento".
Comunque, Lo Zar non è morto è di certo molto curioso. Innanzitutto, primo esempio di romanzo collettivo, fu scritto a venti mani, da un'eterogenea e chiassosa compagnia di penne celebri ribattezzatasi Il Gruppo dei Dieci. Filippo Tommaso Marinetti, mente dell'operazione; Massimo Bontempelli, che con Mala parte fondò la rivista '900; Antonio Beltramelli, accademico d'Italia; Lucio D'Ambra, narratore e cineasta; Alessandro De Stefani, commediografo e regista; Fausto Maria Martini, poeta; Guido Milanesi, specializzato in romanzi di mare; Alessandro Varaldo, il primo giallista italiano; e Luciano Zuccoli, ricordato dalle patrie lettere se non altro per il romanzo I lussuriosi. Non solo. Il romanzo (che, rispondendo a una moda dell'epoca, conteneva la cedola di un concorso che premiava chi riuscisse ad attribuire ciascun capitolo al legittimo autore) rappresenta se non il primo, uno dei primissimi esempi italiani di romanzo ucronico, ovvero di storia alternativa. I dieci autori, infatti, immaginano cosa sarebbe successo se nel 1931 fosse riapparso lo zar Nicola Romanov, scampato all'eccidio di Ekaterinenburg.
Già, cosa sarebbe successo? Si sarebbero scatenate le diplomazie e i servizi segreti di tutto il mondo; il giovane e ancora fragile impero sovietico avrebbe fatto di tutto per eliminare un potenziale pericolo; una folta schiera di avventurieri, spie, militari, politici si sarebbe scatenata, ognuno per un motivo diverso, pur di mettere le mani sul misterioso personaggio. Ed è esattamente quello che accade, da Pechino a Istambul, da Parigi alla Cappella Sistina fino al "secondo incendio di Mosca". Un vero feuilleton, ma di razza. E figlio del suo tempo: i camerati italiani fanno sempre una bellissima figura.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 07.04.06 08:09
Interventi
Be', esagerata un po' sì, l'introduzione: non è che sia così tanto misterioso.
Recensedolo un po' di tempo fa, tra le altre cose, scrivevo: "“Lo Zar non è morto” de Il Gruppo dei Dieci è lavoro indubbiamente di Destra, ma a mio avviso nettamente superiore ai lavori collettivi di Wu Ming e Babette Factory. Siamo di fronte a una storia pienamente coinvolgente, che non rifiuta né il dionisiaco né l’apollineo, ma che soprattutto non lascia il tempo di respirare al lettore, troppo (pre)occupato di scivolare dentro alla storia: ritmo veloce, colpi di scena a ripetizione, linguaggio spedito, fanno de lo “Zar” un romanzo più che mai attuale, nonché una lezione di stile per scrivere una storia adatta ad esser commercializzata e venduta in un package letterario. Un romanzo adatto al lettore comune affamato di avventure, ma di uguale interesse per gli intellettuali con un po’ di tanta puzza sotto al naso."
Mi permetto, tanto non vado in OT: per chi interessato, la recensione integrale è qui
http://biogiannozzi.splinder.com/post/7181311
con una breve intervista a Giulio (Mozzi) anche.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 07.04.06 09:47
Jannozzi, sbaglio o nell\'intervista Mozzi ti ha cagato poco?
Stitichezza o domande poco interessanti?
Sembra che il suo intento fosse limitare il tuo entusiasmo, che forse lo metteva in imbarazzo.
Pubblicato da: Sterling St. Jacques - 07.04.06 10:10
@ STERLING
Che bel linguaggio che usi, da vero gentleman!
E' una domanda che, in verità, dovresti rivolgere a Giulio, e non a me.
Fatti passare l'attacco isterico: perché mi sembra proprio che tu ne sia vittima.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 07.04.06 10:32
Non gentile Vincenzo "Sterling St. Jacques" Pavoni: lei si sbaglia.
Pubblicato da: giuliomozzi - 07.04.06 12:27
Giuseppe, sono indeciso da un po' su questo libro, sono quasi al pari a dispari. Diciamo che visti i pregiudizi che ancora - ahimè - mi trascino dietro, l'idea di leggere qualcosa in cui "i camerati italiani fanno sempre una bellissima figura" mi inquieta un po'.
Ma qui c'entra il mio coraggio nel rinunciare ai pregiudizi separando dimensione politica e letteraria, mi ci impegnerò.
Per il resto che dici, il libro è da comprare (mi sa che ho bisogno di conferme....)?
Pubblicato da: giuseppe mauro - 07.04.06 12:38
iannozzi, nel suo sito, graficamente orrendo a parer mio, scrive cose interessanti.
la sua recensione su don luisito bianchi, per esempio.
ultimamente lo leggo, con interesse.
e dico anche: in passato mi dava la sensazione di un pallone gonfiato.
ora non più: cerca visibilità, come tutti credo.
ma con preparazione (credo).
(giuro: non lo conosco e, in passato, specie sul blog di mozzi, a volte non l'ho sopportato).
Sul libro: non so fare un raffronto con i Wu ming, semplicemente perché non li ho mai letti.
Ma quanto aveva scritto D'Orrico mi aveva convinto a comprarlo. E D'Orrico non mi convince sempre.
Pubblicato da: remo - 07.04.06 13:01
@ GIUSEPPE MAURO
Bisogno di conferme!
Io direi proprio di sì, che è proprio il caso di leggerlo, altrimenti è come voler perdersi a tutti i costi una di quelle avventure che Salgari ci ha regalato. Chiaro che Il Gruppo dei Dieci non è Salgari: però gli ingredienti dell'avventura "salgariana" ci sono tutti, e c'è di più, perché si entra in una dimensione di fantapolitica, che fa sorridere, nonostante i camerata (innocui, a dire il vero, oggi come oggi in un libro come "Lo Zar non è morto"). E' un po' come aver a che fare con una Indiana Jones in gonnella, che è tanto fatale quanto ambigua. Puro divertimento, tutto puro divertimento: tra l'altro - lo Zar - scritto con uno stile, a mio avviso, superiore, vicino a un "che" di letterario. Narrativa sì, per il piacere di leggere un'avventura, di entrare in un mondo, in un'ucronia, ma scritta con stile superiore a quello di quei collettivi che oggi vanno per la maggiore: superiore perché qui c'è il dionisiaco e l'apollineo nella giusta misura. Mentre i moderni collettivi - e non dico che non siano validi - sono troppo spesso rigidamente, e soltanto, per... per la storia senza alcun accenno dionisiaco. E vorresti perderti un'avventura così?
I pregiudizi rovinano gli uomini più della sete di petro"g"lio. :-)
Abbracci
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 07.04.06 13:06
@ REMO
E vabbe', si sa che ho un gusto pessimo in quanto a grafica. :-))) O forse è solo questione di gusti. :-)
Comunque, un particolare questo della grafica. Almeno per me.
Mi fa piacere, sicuramente, che trova che scrivo delle cose interessanti: questo è ciò che maggiormente conta per me, al di là della possibile visibilità che, d'altro canto, tutti cercano. :-)
"La messa dell'uomo disarmato" di Don Luisito Bianchi - mi ripeto, e lo so - è un romanzo da leggere, da avere. Un romanzo come non se ne vedevano dai tempi di Beppe Fenoglio.
Su "Lo Zar..." ho detto: non troppo spesso mi trovo d'accordo con D'Orrico, ma lo "Zar" merita. Detto banalmente, la seppur buona scrittura dei Wu Ming, manca ancora a mio avviso di una componente di spontaneità dionisiaca.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 07.04.06 13:15




