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29.04.06

Più che umano, di Theodore Sturgeon

di Gaja Cenciarelli

[altri articoli di Gaja Cenciarelli in vibrisse]

theodore_sturgeon.JPGA Theodore Sturgeon la definizione di science fiction stava stretta. Per lui la fantascienza era piuttosto una speculative fiction, un fantapensiero, un luogo letterario in cui le riflessioni potessero estendersi e dilatarsi, dando vita a un'umanità elevata alla massima potenza. Nella speculative fiction di Sturgeon non esistono raggi laser o astronavi, ma facoltà umane o, come nel caso di questo romanzo (Theodore Sturgeon, Più che umano, trad. Norman Gobetti, Giano 2005, pp. 272, 16 euro), "più che umane". «Credo che il nome science fiction non sia molto azzeccato. Avrebbe dovuto chiamarsi in qualche altro modo, ad esempio speculative fiction. Alla maggior parte delle persone la parola fantascienza fa venire in mente ragazze in costumi da bagno metallici insidiate da mostri scheletrici e salvate all'ultimo momento da uomini nerboruti con tute spaziali e pistole laser: le guerre stellari, Flash Gordon e Buck Rogers. Ma la fantascienza è qualcosa di molto diverso. A parte la poesia, è l'unico genere letterario priva di limiti, privo di qualsivoglia parametro. Puoi andare non solo nel futuro, ma in quel meraviglioso luogo che si chiama "altro" – un altro universo, un altro pianeta, un'altra specie. Tutto accade dentro la tua testa. Ho sempre sostenuto che c'è molto più da scoprire nello spazio interiore che in quello cosmico. Lo spazio interiore è molto più interessante, anche perché lo spazio cosmico è talmente vuoto...».

Ai tempi in cui vennero pubblicati i suoi libri, Sturgeon destò l'invidia di parecchi suoi colleghi più celebri, quali Ray Bradbury e Arthur C. Clarke, influenzandone molti, altrettanto famosi, come Kurt Vonnegut. Ma si pose, per i motivi di cui sopra, all'opposto dei classici scrittori di fantascienza - leggasi Isaac Asimov.

Per Sturgeon il soggetto era sempre l'uomo, mai il "sovrumano". Sturgeon prendeva il mondo "normale" e lo capovolgeva, facendogli comunque mantenere le caratteristiche della verosimiglianza e della realtà, ma trasformandolo, al contempo, in qualcosa di diverso. Malgrado non si considerasse scrittore "di genere", e nonostante talvolta si sentisse rinchiuso in una sorta di ghetto letterario a causa di alcuni critici che lo avevano semplicisticamente bollato come scrittore di fantascienza, Sturgeon si rendeva conto che la speculative fiction gli concedeva parecchie possibilità di esplorare l'animo umano, un notevole spazio per muoversi "letterariamente" e la sicurezza di vedere pubblicate le sue opere (e di incassarne i proventi).

A questo fantapensiero, Giano Editore ha dedicato la sua collana di fantascienza, chiamata, per l'appunto "Violadelpensiero", che pubblicherà tutti i romanzi di Sturgeon e un'antologia dei suoi racconti, oltre a vari altri autori di speculative fiction, già notissimi - e pluripremiati - all'estero.

Il vero nome di Theodore Sturgeon era Edward Hamilton Waldo, ma lo scrittore decise di prendere il cognome del patrigno. Nacque a Staten Island, nello Stato di New York, nel 1915. Fece i lavori più disparati - gestore di un albergo in Giamaica, guidatore di bulldozer a Puerto Rico, pubblicitario per un'azienda produttrice di cristalli di quarzo – ed accumulò una tale quantità di conoscenze e di esperienza del mondo che poi riversò nei suoi romanzi, facendoci apparire la fantascienza un mondo possibile e vicino. Fu quando era imbarcato come marinaio a bordo di un mercantile – a vent'anni – che cominciò a scrivere racconti. Per evadere dalla realtà, mise a punto un piano per rubare qualche centinaia di migliaia di dollari all'American Express. Dopo aver pensato a tutti i dettagli, arrivando persino a scrivere all'AmEx per farsi spiegare i particolari delle loro spedizioni, ne scrisse una storia: gli era mancato il coraggio di passare all'azione, ma quello fu l'inizio della sua carriera di scrittore.

Pubblicò romanzi di grande successo, The Dreaming Jewels (Cristalli sognanti, disponibile in un'edizione Adelphi), More Than Human (Più che umano), The Cosmic Rape, Venus Plus X – e varie antologie di racconti: Without Sorcery, E Pluribus Unicorn, A Way Home, Aliens 4, A Touch of Strange, per citarne solo alcune. Quasi sempre, i protagonisti delle sue storie sono gli emarginati, gli indifesi e, soprattutto, i bambini – come nel caso di Più che umano. Il fil rouge dell'autobiografismo è alla base di queste scelte: Sturgeon era stato un bambino – e, in seguito, un adolescente - brutalizzato dai compagni di scuola, in marina, cresciuto in perenne conflitto con il patrigno.

In Più che umano, scritto nel 1953 – all'epoca della Guerra Fredda - i protagonisti sono creature reiette: un idiota, Lone ("Solo"), vissuto in completo isolamento fino ai suoi venticinque anni e che riesce a controllare gli altri con il potere della mente; una bambina telecinetica, Janie, abbandonata dalla madre; due gemelline di colore – Bonnie e Beanie - con problemi di linguaggio ma dotate della facoltà di teletrasportarsi, e Baby, un piccolo down con il cervello di un calcolatore. Erano cresciuti senza che nessuno parlasse con loro, per questo avevano inventato un linguaggio segreto, senza parole "sonore". Per esempio, il padre e la madre di Janie «le dicevano delle cose ma non parlavano mai», mentre per Lone «i suoni chiamati parole avevano ancora poco significato. Non imparò mai a distinguere la parole, piuttosto le idee gli si trasmettevano in modo diretto. Le idee in se stesse sono prive di forma, e non è certo sorprendente che imparasse con grande lentezza a dare alle idee la forma di parole».

Tutti e cinque, rimasti soli, si ritroveranno a vivere in una specie di caverna, in costante collegamento tramite "fusione" (spesso i bambini parlano della necessità di "fondersi l'uno nell'altro"), dando vita all'anello successivo dell'homo sapiens, ovvero l'homo gestalt, in cui ciascuno di loro è parte del tutto: Lone è la mente, Bonnie e Beanie sono le gambe, Janie le braccia e Baby una sorta di bocca da cui fuoriesce il sapere. E, dato che l'homo gestalt è immortale, ogni volta che un "pezzo" del suo organismo muore, viene rimpiazzato. Così, quando Lone perde la vita schiacciato da un albero, viene rimpiazzato da Gerry, un ragazzino che, con il tempo, si rivelerà una minaccia, e che – dietro indicazione di Lone – va a vivere con gli altri quattro a casa di Alicia Kew.

La signorina Kew – sorella di Evelyn, l'unica ragazza che Lone abbia mai amato - li accoglie con sé, involontariamente innescando, con il suo amore, una pericolosa reazione a catena. Perché Gerry comprenderà che fondersi, per loro quattro, è possibile solo se i bambini si "appartengono", solo se non ci sono adulti ad amarli e a "ottundere" con l'amore le loro facoltà, e "appartenere" all'homo gestalt è per Gerard il solo modo di sentirsi "di" qualcuno, dopo aver vissuto tutta la propria esistenza negli orfanotrofi e nelle fogne. Quindi, Alicia Kew, rappresenta ai suoi occhi un ostacolo da rimuovere, costi quel che costi. Lo stesso dicasi per il geniale Hip Barrows – anche lui bambino maltrattato e ostacolato nelle sue ambizioni da un padre medico -, ingegnere aeronautico che si è messo in testa di aver trovato il primo generatore antigravità della terra nel bel mezzo della campagna.

Quindi, malgrado tutto, l'homo gestalt non è perfetto: «In quanto gruppo, l'homo gestalt è in grado di risolvere i propri problemi. Ma come entità individuale: non può avere una morale, perché è solo.» E la morale è l'insieme di norme che regolano il viver civile delle persone in una comunità. Solo la capacità di abbracciare un'etica, di diventare, oltre che homo gestalt anche homo eticus, e di provare vergogna, lo renderà più che umano. Ed è questo – a mio avviso – il messaggio sotteso di Sturgeon: non si può progredire prescindendo dall'uomo.

Non c'è nulla che per arrivare a essere "più che umano", non debba "fondersi" – per usare le sue parole (tradotte in modo egregio da Norman Gobetti) con l'essenza stessa dell'umanità. Con una lingua a metà tra la poesia e la prosa, che crea un effetto "straniante, di rottura" e che, paradossalmente ci convince dell'autenticità dei personaggi, delle loro vicende personali, della storia in sé, Theodore Sturgeon ci restituisce un romanzo che forse sarebbe semplicistico definire anche di speculative fiction, perché rappresenta la grande parabola di una sconfinata ambizione ridotta alla ragione dal potere della moralità. Una metafora che si attagliava perfettamente al periodo della Guerra Fredda e che – come tutti i grandi libri – risulta di sconvolgente attualità anche più di mezzo secolo dopo.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 29.04.06 10:45

Interventi

Sto rileggendo, a proposito di grandi, Le notti di Salem. Il King, già dopo due o tre pagine, mentre mi addormentavo, mi ricorda che Zapatos in spagnolo vuol dire Scarpe, e così svegliandomi, deduco io che Scarparo in spagnolo si dice Zapatero...riprenderò il tema, sapendo che d'ora in poi per tutti avrà assunto un'importanza decisiva. allora, ricapitoliamo, SCARPARO=ZAPATERO :) oh, che gran bel nome, che ho!

Pubblicato da: angela scarparo - 29.04.06 19:40

"More than Human" era uscito nella collana Collezione Urania, nel novembre del 2003, recentemente, con il titolo "Nascita del superuomo": un ottimo romanzo, che si potrebbe trovare ancora sulle bancarelle, volendo.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.04.06 18:19