« Pincio&Luperini nel XXI secolo | Main | Sull'ultimo libro di Raffaele La Capria »

20.04.06

Mario Desiati: Neppure quando è notte (2003)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

(In questi giorni appaiono sui giornali e nel web recensioni – a cominciare da quella di Leonardo Colombati, che fu il primo - sull’ultimo libro di Mario Desiati: Vita precaria e amore eterno, uscito il 28 marzo 2006 per Mondadori. Desidero offrire qui la mia lettura del suo primo romanzo: Neppure quando è notte.)

Desiati.jpgÈ il romanzo di esordio di questo autore pugliese, nato a Locorotondo nel 1977 e trasferitosi a Roma, dove vive. Autore di poesie, di racconti e di saggi, è redattore della rivista letteraria Nuovi Argomenti, oggi diretta da Enzo Siciliano. Nel 2006 è uscito il suo secondo romanzo per Mondadori: Vita precaria e amore eterno. Il titolo Neppure quando è notte è preso da un brano dell’Ecclesiaste (o Qohélet), riportato in epigrafe.

Desiati si guarda intorno e legge nei comportamenti dei giovani, indotti dall’avvento dell’era consumistica, il successo di chi vuol ridurli a niente: “ma c’è un prezzo per questo e questo prezzo è che non ti ascolta nessuno." È la nullificazione di una generazione di giovani, e non sarà né la prima né l’ultima.
Il romanzo va alla ricerca di una risposta che travolga questo processo per avviarne un altro di segno contrario.
Ma da dove cominciare? Tutto è dilagato così all’improvviso, è penetrato nei recessi più nascosti della società, che il lavoro di risanamento si presenta immane. L’occasione per questa riflessione e per questa indagine è offerta dall’anno del Giubileo, il 2000. “Forse sono ribelle", dice il protagonista. Anzi: “Sono un esule perché chi si ribella finisce esule in un mondo fatto di ghetti. Questi ghetti sono subdoli, si chiamano centri sociali, rassegne musicali alternative, terze pagine, collane di poesia, mercati notturni, cantine sociali e stazioni Fs. Ergo. Tutto questo sono io il crepante Franz Maria, ultra ventenne che sta morendo." Franz fugge dalla sua terra, la Puglia, e si trasferisce a Roma, portando nello zaino le cose più care, tra cui alcuni libri. C’è quindi un connotato autobiografico che ci fa da guida; tuttavia esso dà l’occasione a Desiati di esprimere nella scrittura anche una rabbia interiore che lo pone senza indugio contro la società (“mostro sociale") così come si è costituita nel sopruso e nella finzione. Si intravedono gli accesi e amari accenti di una prosa che rimanda un po’ alla protesta della Beat Generation (non è un caso che venga citato “On the road" di Jack Kerouac), e la cui sete di libertà si scatena in una rappresentazione che vorrebbe fare tabula rasa dell’esistente (“prendere a calci la vita."), con la consapevolezza, tuttavia, dell’invincibile mostro che si ha di fronte. “Mi sistemai come un cane sotto il primo capezzale di pietra.", “una mostruosa catapecchia" abbandonata dove si sono rifugiati: “Magnaccia, tossici, clandestini, puttanoni, transessuali e ovviamente io.", questa è la sua prima risposta. La catapecchia si trova nei pressi della stazione Tiburtina. Franz non rimpiange di essersene andato dal suo paese: “Certo non rimpiango minimamente le pistole grigie dell’Italsider con la canna rivolta verso l’alto; la nebbia nera, densa come inchiostro dove s’inzuppava l’orizzonte dietro Taranto. Una nebbia di morte, che ogni giorno uccide con il cancro una città e una terra." Ciò che dà più fastidio a Franz sono l’ipocrisia e quel perbenismo di maniera che maschera un’ostilità preconcetta verso gli altri, nonché l’egoismo di chi ha avuto più fortuna. I pellegrini che verranno da ogni parte del mondo in occasione del Giubileo, e che scorreranno assordanti per le strade di Roma, sono un esempio di ipocrisia e di riprovevole contaminazione. Nell’occasione del Giubileo: “I senzatetto furono trattati con meno dignità dei feti abortiti, furono spazzati come rifiuti e persero tutto." Tra i suoi compagni di vita, ridotti barboni come lui, e tossicodipendenti, sono Damiano, Oblomov, Jerry, Tarcy, Mauri, Mary, una figura tragica che si allungherà su tutto il romanzo, Nonna Speranza, della quale ad un certo punto l’autore scrive: “Non era una vecchia, non era nemmeno una signora, era una cosa."

La prosa è piacevole, resa con molta freschezza, aderente allo spaccato di vita che ci descrive: sesso, alcool, droga, infelicità, inquietudini, rassegnazione, rabbia, assumono il valore di una corrosiva e lenta distruzione a cui reagisce solo, con una speciale capacità di rappresentazione, la scrittura. Si potrebbe dire che la prima risposta al degrado morale in cui sono costretti a vivere i personaggi, viene da questa scrittura esantematica, caratterizzata da un ribollire di sentimenti mescolati in una purulenza che dà il senso della malattia che non si può più nascondere e che infetta e si diffonde come male radicato dall’uomo nella società: “Mi faccio due ore di fila alla Caritas in mezzo a slavi scabbiosi e curdi polmonitici". La scrittura aderisce ai personaggi, li modella, li plasma, li fornisce della nausea e della solitudine come conseguenza di un rifiuto a vivere: le vite degli amici di scuola, Berty, Leira, Daniel (“correva nudo tutte le sere che si sbronzava"), Rossy, ora ridotti ad un fardello, che vengono a trovarlo dalla Puglia, sono la punta dell’icesberg venuto a scontrarsi con una umanità inselvatichita, egoista e ipocrita. Come anche il padre di Daniel, Federico Zani, “operaio dell’Italsider, mansione gruista." che esprime la sua protesta contro il cibo che gli viene somministrato alla mensa della fabbrica, calandosi i pantaloni e facendola in mezzo alla stanza al grido: “Questa pasta fa cagare!", mentre gli altri operai “hanno abbassato la testa sul piatto". O come Mary, “eroinomane", ridotta a “una bambola di ossa." Leggete questa descrizione, emblematica della scrittura di Desiati, di cui si è già parlato più sopra: “Non dimenticherò mai il corpo di Mary diventare una statua di ghiaccio, scosso da brividi freddi e sudore denso. Ancora la notte esala nelle mie narici il forte sapore di acido ascorbico del suo corpo, il suo profumo di gomma bruciata, la pelle ruvida e screpolata dal freddo invernale o dal sudore sporco e torrido dell’estate." Mary è una delle figure più tragiche rappresentate nel romanzo, e delle più riuscite: “Mary era una sorta di regina della spazzatura, una fascinosa strega dell’autolesionismo, con i suoi capelli luridi e corvini, abitava nei letti e nelle auto di chi se la passava, soffiava giorno dopo giorno in un palloncino, che era il suo fisico, la sua vita, la sua tossicodipendenza, pronto a esplodere." Franz partecipa a questa sofferenza, che patisce e vorrebbe combattere con la propria testimonianza: “non chiuderò gli occhi davanti al deserto, morirò da miserabile perché sento che questa è l’unica condizione di mia appartenenza." La battaglia che intraprende Desiati con questo romanzo è la stessa di Pasolini (il capitolo 5 porta il titolo di un suo film: Porcile, del 1969, e il capitolo 8 mette insieme due suoi romanzi: Ragazzi di vita, 1955, e Una vita violenta, del 1959), con in più una società che si è ancora maggiormente imbestialita e depravata. Anche Fellini non sarà estraneo alla sua ispirazione, come vedremo. Un libro denso, dunque, la cui luce sta tutta nell’oscurità in cui l’uomo ha gettato il dolore e il desiderio di vivere.

Sono gli ultimi giorni del 1999, fra poco si apre l’anno giubilare, i barboni vengono scacciati dalla stazione, è inverno, fa freddo: “Ogni giorno ne moriva uno, ora a Prati, ora a Monteverde, ora a Porta Metronia, morivano uccisi dal freddo, e i loro cuori si fermavano congelati, assiderati, nonostante l’alcol puro e i brandelli di cartone bruciati con cerini inumiditi." Desiati, pur nella loro miseria, nello smarrimento morale in cui sono precipitati, non dimentica mai di rappresentarli come esseri umani, con gli stessi sentimenti di amore, di ansia, di preoccupazione, di gelosia, di sgomento, e qualche volta perfino di speranza. Abbiamo ricordato Mary: c’è un altro bel ritratto offertoci dalla scrittura mordente e visiva di Desiati: “Damiano aveva tutta l’aria dello sbandato, un pantalone ultra stretto, refrattario a coprirgli le caviglie, il piumino forato in più punti con abbondanti perdite di piume, e le mani con le dita annerite." Riguardo alla freschezza dello stile (che si avvale anche di termini e espressioni gergali e giovanili, come roscia, rasta, sgamare, capasone, slumare, andare in rota, connessi in fiocca, ciospa, gabbio, pelliccia etilica, lavorare a mula, scora, e così via), leggete questo brano: “Hoda mi piantò una lacrima perché la collana fregata era il caro ricordo dei suoi nonni, e uscì una fiaba di storia sul fatto che i loro nomi erano incisi su quella collana, e un altro mucchio di cose zuccherose da farmi venire il diabete alla testa." O anche, a proposito dell’amico Berty: “Agli occhi del pianeta si presentava tarchiato e taurino, massiccio ed esplosivo come una forma di caciocavallo, non era obeso, era solo sovrappeso e la roba che portava addosso gli andava come la pelle di un salame." Oppure: “ci sarebbe stato il mio congedo dagli esseri verticali." Desiati non strafà, il modo di scrivere ha, seppure al suo esordio, già la naturalezza di una consuetudine ormai sicura e affinata.
Ogni tanto l’autore inserisce parti in corsivo in cui si esprimono direttamente alcuni personaggi. Uno di questi, Chiara, ex fidanzata di Franz, fotografa il carattere di quest’ultimo, che è in perfetta sintonia con l’intento del libro: “Era pieno di sogni irrealizzabili, era pieno di odio furioso e impossibile verso la mia società, verso quello in cui vivevo, avrei dovuto rinunciare a tutto, camminare scalza e nuda, povera come l’ultima creatura della terra, umiliarmi e rendermi schiava di tutto, mi voleva nel completo asservimento del suo idealismo malato". Che è anche il modo in cui gli altri vedono e recepiscono la personale risposta di Franz alla vita. La scelta di inserire questi monologhi in capo a vari personaggi, non solo Chiara, ma anche, ad esempio, Miriam, Damiano, Sandro, Hoda (una palestinese di Gerusalemme), Berty, viene sfruttata dall’autore per una soluzione molto interessante. Accade il fatto: questo è fermato in un’istantanea il cui successivo svolgimento viene dato da questi monologhi, che a volte fanno seguito l’uno all’altro e da parte di personaggi differenti, i quali hanno partecipato alla scena. Così che il movimento che ne risulta è sfaccettato non solo per le immagini prese da punti di osservazione diversi, ma sfaccettato anche per le sensibilità differenti dei personaggi. Questa scelta risulterà indovinata, capace di dare, ossia, briosità alla narrazione, e al lettore un interessante impegno di ricomposizione tutta interiore.

Tornando alla storia, le amicizie ritrovate del tempo della scuola, come quelle di Miriam e di Sofia, tengono il protagonista legato a quella società da cui in realtà è partita e parte tutta la miseria morale che si rivale poi sui più derelitti. Franz è invitato coi suoi vecchi amici di scuola Berty, Leira, Rossy e Daniel (“il nucleo storico") ad una festa organizzata, lì a Roma, in casa di Miriam e di Sofia, alla quale prendono parte altri ex compagni di studi, Pelo Rosso, Medusa, Luca, Piero, e alcuni stranieri, quasi tutti figli di papà e con i segni decadenti della dolce vita felliniana, anch’essa, tuttavia, in via di estinzione: “dove l’aria della dolce vita si respira sempre meno e sempre per meno gente, dove la vita è sempre più turpe per tanti, sempre più." Naturalmente, se questi amici possono sopportare Franz per i trascorsi scolastici insieme, non tollerano, invece, Damiano, alcolizzato e barbone, della cui presenza incolpano Franz. Per fortuna che mancano pochi minuti alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 e devono uscire e correre a Piazza del Popolo, dove c’è una festa in grande, con qualche milione di persone che “avrebbe venduto l’anima al diavolo per divertirsi."
Desiati lascia che il personaggio venga fuori dalla “mostruosa catapecchia" in cui si è ridotto a vivere, per disegnare una specie di cordone ombelicale tra il disfacimento dei derelitti che vivono con lui alla stazione Tiburtina e il borghesismo di una vita che ormai di normale non ha più niente. La festa in casa di Miriam e di Sofia assume, cioè, la valenza di una incipiente devastazione la cui conclusione s’identificherà con la vita randagia e dissoluta del protagonista. A più di quarant’anni dal capolavoro di Federico Fellini, La dolce vita, che è del 1960, assistiamo, così, con questo romanzo, ad una specie di seguito di quella straordinaria storia e ci vengono in mente proprio le ultime immagini del malinconico saluto di Marcello (Mastroianni) alla ragazzina Paola (una giovanissima Valeria Ciangottini), con il quale il film sembra preannunciare quel declino che troveremo nel disfacimento e nella dissipazione di Franz.

Finita l’orgia di Capodanno, partito per tornare in Puglia il gruppo storico dei suoi amici, Franz torna a riprendere la sua vita con i barboni. Mauri e Oblomov gli dicono che Damiano è stato trovato morto, non solo, ma addirittura morto carbonizzato, bruciato dentro un cassonetto della spazzatura, in cui l’aveva gettato Piero, il fidanzato di Miriam. Vanno all’obitorio per il riconoscimento. Con loro si reca anche Hoda, che si era messa in ghingheri per un appuntamento con Franz; ormai si è innamorata di lui e non lo molla. È il legame che unisce ancora Franz al ricordo dei festeggiamenti.
All’obitorio “c’era solo cenere nera, sembrava carta bruciata. Poi un tronco che pareva il rimasuglio infiammato di un maiale cotto due giorni nel fuoco."
Anche Franz s’innamora di Hoda, e così decide di mettere la testa a posto, ossia si imborghesisce (“causa Hoda il mondo adesso aveva una forma diversa."); un amico di Hoda gli offre pure un posto di lavoro “dentro un pub": “facevo panini e dio solo sa come." Berty, che si rifugia a Roma dopo la morte dei nonni, quando lo incontra ha l’impressione di trovarsi davanti “un padre di famiglia, andava molto imborghesito, non c’era nessuna traccia dei suoi trascorsi da mendicante. Portava dei pantaloni neri, una camicia di lino, un cappottino da far accapponare la pelle." Ma non durerà molto, vedrete.
Tuttavia, non cessano di presentarsi nel mondo di Franz personaggi comunque puniti e umiliati, come lo stesso Berty, e come l’amico Alessandro venuto apposta dalla “terronia" per portargli una lettera di Chiara e soprattutto per confidargli che al suo paese ha messo in cinta la figlia quindicenne del prefetto e non sa come venirne a capo e teme vendette, o il compagno di lavoro Franco, tossicomane. L’autore mantiene fisso, dunque, per tutto il romanzo, lo sguardo su quella parte della società che subisce il degrado sociale, e non manca mai di farci capire che molto spesso esso è subito anche incolpevolmente, e la sola risposta che la società riesce a dare è quella rappresentata dalle Teste Glabre, squadracce di naziskin che girano per Roma e seminano violenza e paura.
Quasi sempre i capitoli si aprono con una epigrafe dedicata alla musica, quella dei Led Zeppelin in particolare. Devo dire che essa si armonizza efficacemente con il testo; vi si trasferisce con le sue note immaginarie, segnando i capitoli di quella ansietà che viene dalla speranza. Ossia, il mondo abbandonato in cui si muovono i personaggi, non è negletto e vinto una volta per tutte, ancora non si è separato dall’umanità, e ancora le appartiene.

Ricordate Mary? Franz, che ora ha come compagna Hoda, incontra i vecchi amici della Tiburtina per una specie di definitivo commiato. Tra essi è presente anche Mary, ancora più dimagrita: “si muoveva a scatti, dando ugualmente l’idea di una morta che camminava. Pareva un cadavere a cui avessero attaccati dei fili elettrici." Franz si chiede: “Perché era stata tanto sfigata nella vita Mary, perché io mi ero innamorato di Hoda e non di lei? Forse l’avremmo fatta finita insieme, romanticamente. Su un materasso di paglia, aspettando la morte in mezzo a un lago di sangue con le nostre vene aperte, rivolte verso il bagliore solare. Mi diceva cose insensate, mi diceva che mi voleva sposare, che voleva avere bambini, che voleva costruire una casa a Fregene, a due passi dal mare, costruirla con la sabbia, con l’acqua, come i bambini e i loro castelli." Eccolo, il collegamento con la vita, che non si stacca mai da noi, anche nei momenti più terribili, anche quando siamo vicini a morire, come Mary. Ecco la risorsa che resta intatta in noi pure nel momento più alto della umiliazione. L’autore dà attraverso questa ragazza sfortunata la misura della ricchezza dell’umano racchiuso in noi: “Ma era davvero impazzita d’amore". Mary muore due giorni dopo, e la trovano “davanti alla mia vecchia casa, in mezzo a cocci di bottiglia e merde di cani."; “Forse si era davvero innamorata di me, era venuta a morire lì perché voleva starmi accanto." Sarà l’occasione per una riflessione: “Ero un perduto, mi tuffavo in tutti i buchi neri che avessi incontrato, mi facevo di erba, mi sbronzavo"; si sente solo: “l’atomo lampante di una generazione astrusa, senza capo né coda, senza punti di riferimento precisi e modelli, senza nessuno che si fosse alzato a darmi un motivo per non vivere sotto un ponte." L’accusa è ora lanciata a chiare lettere, la disperazione genera la rabbia e l’odio, rivela non la debolezza del singolo, ma quella della società.
Il tradimento di Hoda lo induce ad abbandonarla. Ritorna alla Tiburtina, la “mia vera casa. Stazione di Tiburtina, stazione di smistamento del dolore, traffico di metadone, odore di vino e bisolfito, wisky e silicone, sudore e acido ascorbico."
Ma il tempo della riflessione è giunto e, spietato esattore, non lo lascia più: “tutto questo fuggire, da casa, da Chiara, da Tiburtina, da Hoda, da me stesso, che era poi fuggire da scelte nette, dalla stessa esistenza."
Saprà uscirne? “Qualche volta un ideale, un sogno, un qualunque desiderio può realizzarsi aspirando ad una persona, dandosi a lei." È sconfiggere la solitudine, la via d’uscita, dunque, partecipare della vita altrui, offrendo la propria. Anche amare la letteratura, i suoi autori a noi più cari, può essere la soluzione, l’ancora di salvezza e la sorgente della speranza. Ma non sempre ce la facciamo. E nostre, di tutti noi, saranno le colpe: “un giorno potrebbero derubarci del nostro cervello, del nostro pensiero, potranno far sparire dai libri di letteratura Pasolini, Moravia, Montale, Parise, Fortini, Penna, Tondelli e Bellezza con qualche scusa del cazzo: tipo che sono stati comunisti magari, oppure froci ecco... Spero che quel giorno non arrivi mai, perché bisognerà resistere..."
Franz, vedrete, non ne avrà il tempo.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 20.04.06 11:04

Interventi

Bart, ineccepibile come sempre la tua recensione, però... incomincio a essere stufo di "giovani autori" che mi raccontano la realtà del "sacco in spalla", delle mense della Caritas, etc...
Possibile che non ci sia altro da raccontare?
O forse è, questa realtà, una comoda scorciatoia per farsi notare?

Buona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 20.04.06 15:36

Sono i temi dei nostri giorni, Vincenzo. Le grandi città, poi, li moltiplicano e li acuiscono. Un ragazzo che fugge dal Sud per andare a conquistarsi una fetta della sua speranza, si trova a vivere una realtà spesso peggiore di quella che ha lasciato.
L'ho scritto nella mia lettura: il libro di questo giovane e interessante autore mi ha dato la sensazione di un proseguimento de "La dolce vita", partendo proprio dal malinconico saluto con cui si conclude il capolavoro felliniano.
Ci mostra, ossia, che cosa è successo dopo, e che cosa sta succedendo ancora ai giovani come Marcello.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.04.06 15:59

Bart, può essere, ma quando leggo queste storie mi rimane sempre l'impressione di un sapore finto: di plastica.
Deve essere l'età :-)

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 20.04.06 16:45

Tienmi aggiornato, Vincenzo, sugli spasimi d'amore di quella studentessa che abita nell'appartamento di fronte al tuo, "sull'altro lato del cortile interno":-)

Non so se la storia narrata nel romanzo di Desiati sia autobiografica, ma Desiati è salito a Roma da un paese vicino a Taranto, proprio come il suo protagonista. Ho ragione di supporre che parte della sua esperienza esistenziale sia stata filtrata in questo romanzo d'esordio.

Ho in casa il suo secondo libro, non lo leggerò subito, perché ho in programma altre cose, ma ho già sentito dire da Colombati e ieri da Bajani su Nazione Indiana che anche questa nuova prova è di grande interesse.

Beh, devo dire che quando incontriamo giovani che non si dedicano a melissate e falettate, significa che la strada del romanzo non è ancora coperta dai rovi.

Leggilo, tra un esame di bilancio e l'altro:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.04.06 18:41

Vado per associazioni. Scorrendo la lettura di Bart ho pensato in continuazione a un film. Per mia dannazione non è La dolce vita o Porcile nè è tratto da Ragazzi di vita o da Una vita violenta. Il film in questione è tratto da un romanzo che non amo: Non ti muovere. Stesse desolazioni di quartieri marginali, identico e polveroso mondo di barboni, puttane e tossici di Italia (la misera e commovente donna oggetto del protagonista, un clinico affermato ), medesima ripulsa di Timoteo, il medico, per la personale formazione borghese. Ora io ignoro come sarà il romanzo del XXI secolo, se per esempio svilupperà il nascente tema della drop out. Comunque sia credo in certi suoi temi fondanti, imprescindibili da certe atmosfere: le periferie urbane, i sottoboschi metropolitani e l' angoscia- cito i primi esempi che ritrovo - da aereoporti, supermercati e autostrade. Sarò banale, la gente legge un libro se vi trova ciò che vede, in assenza di una cultura - un tempo elitaria, oggi non richiesta - che rifornisca di strumenti interpretativi.

Trespolo non a torto lamenta l'eccesso di offerta giovanilista dell'attuale narrativa, specificandone l'artificiosità. Mi sento di ribattere che se tale eccesso esiste, in ragione di una realtà editoriale munita di sensori, la spiegazione è ovvia: questo filone, cui il romanzo di Desiati secondo me non appartiene affatto, intercetta l'ansia e il bisogno di esplorarsi, peggio, di specchiarsi come un narciso nello stagno di un'identità perduta, di 'questa' generazione. La generazione del secolo XXI.
Cito a titolo personale. Recentemente ho provato una pena e una gioia. La prima: quando ho scoperto che mia figlia legge Federico Moccia. Come dire, una caporetto del padre. Il Piave l'ho però intravisto giorni fa, mentre me la godevo, la figlia, viaggiando insieme a Pasqua. Tornanti da un'escursione ha estratto dalla sacca una copia stropicciata de Il giovane Holden. E qui si impone una riflessione. Nel senso che sarebbe tutto maledettamente più facile se mia figlia - 19 enne studentessa di Medicina, e con profitto- leggesse o solo l'uno o solo l'altro. Ennò, invece, la realtà è complessa, come asseriva quel distinto signore fin de siècle viennese, affrettandosi a spiegare che in certi ambiti gli estremi coesistono. Tranquillamente. Senza impacci. E meno male,prosaicamente aggiungo io.

Come sempre un bravo a Bartolomeo, che saluto.

Carlo Capone


PS Trovo in qualche modo attinente questa segnalazione per Bart. Si tratta di una curiosa e intrigante pubblicazione, Traccia Fantasma, di Simone Marchesi, ed:Erasmo, che pare sia già un caso (editoriale? letterario? e chi lo sa). Marchesi è un giovane ed affermato (all'estero) dantista. Ha preso i testi di un complesso pop, rock, punk, o sa il diavolo cos'altro, livornese (i Virginiana Miller, sconosciutissimi se non a 300 entusiasti, che ne citano a memoria le composizioni) e ha posto " testo in colonna , numero del verso a fianco, note a piè di pagina e commento, per lo più riferito a versi della Divina Commedia", come riporta Repubblica Cultura di ieri.
Un esempio. Testo della canzone: "Ventolin e pneumotorace/ una ragazza del quinto terreno/ con una lieve paresi facciale/ l'ho vista e mi piace".
Commento a piè di pagina: Evidente allusione ai dannati per lussuria. A questi 'che la ragion sottometton al talento' è dedicato il canto V (vedi il 5o terreno) e il modo della loro pena è di essere sbattuti da una bufera infernale. La voce della tempesta si avverte nel lessico tecnico: "Ventolin, medicamento per l'asma e pneumo-torace, immissione di aria o gas nel cavo toracico".
Bart, tu che sei un versiliano, sai qualcosa di questo autore e della sua originale uscita?


Pubblicato da: Carlo Capone - 20.04.06 19:47

e.c. il nascente tema 'del' drop out.

Pubblicato da: Carlo Capone - 20.04.06 19:53

Carlo, su Simone Marchesi mi cogli assai impreparato, insomma se mi interroghi, mi prendo un zero tondo tondo.
Ho cercato in internet e trovo che è uno studioso di Dante, Boccaccio, Petrarca ed insegna in una università degli Stati Uniti. Trovo anche questo pezzo:

http://www.princeton.edu/~dante/ebdsa/sm499.html

Mi lasci intendere che è nato dalle mie parti. Ohibò, che ignoranza smisurata è la mia. Non ne ho mai sentito parlare, né trovo tracce di una sua biografia. Dal suo libro, mi sa che non mi ci senta troppo attratto...

Il tuo commento alla mia lettura è, come sempre, un arricchimento. Salutami Federica e Valentina. Ricordo con molto piacere la tua visita.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.04.06 20:24

Approfitto della cortesia di Vibrisse per ricordare che i Di Monaco sono una famiglia deliziosa. Bartolomeo, poi: una persona di simpatia e umanità non comuni. Con lui il tempo vola, sul serio.

Carlo Capone

Pubblicato da: Carlo Capone - 20.04.06 20:37

Grazie, Carlo. Buono e generoso, come sempre.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.04.06 21:26

Bart,

seguirò il tuo consiglio e mi leggerò il libro: mi fido.

Per quanto riguarda le pene d'amore della Signorina bé, che dire: già la sera stessa le orecchie non riportavano tracce strane. Ritengo possa guarire rapidamente ;-)

Buona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 21.04.06 11:02

Grazie della fiducia, Vincenzo.

Magari la ragazza aveva il cuore straziato perché parlava anche di politica:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 21.04.06 11:58

Ho ventiquattro anni, ho letto "neppure quando è notte" appena uscì, mi piacque moltissimo, poi l'ho ripreso un paio di mesi fa, m'è piaciuto molto meno. Sarà stato l'umore? Boh!

Pubblicato da: stefano - 22.04.06 16:56

C'è un momento, stefano, in cui il libro è il nostro specchio: lo specchio, intendo, d'un nostro stato d'animo. Tutti i libri hanno in sé uno di questi momenti destinati a noi. Siamo noi che cambiamo e non lo incontriamo più, mentre lo incontreranno altri. Qaunte volte avviene il contrario? Un libro che non ci è piaciuto in principio, poi, ad una rilettura, ci piace. Abbiamo, ossia, incontrato quel momento destinato a noi. Tutti i libri, scritti con convinzione e serietà, ne hanno uno. Succede qualche volta, per nostra sventura, che non lo incontriamo mai.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 22.04.06 17:06

condivido bart, condivido.
Credo che, a proposito di "Neppure quando è notte", mi coinvolse molto un pezzo di Elio Paoloni pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Il pezzo in questione si chiamava "Recensione di una recensione": parlava del romanzo di Desiati partendo dalla recensione che ne aveva fatto L'Unità. Paoloni diceva più o meno (intanto spero di ritrovare quel pezzo da qualche parte tra i miei file)che per certa critica basta centrare il bersaglio (berlusconi, i soldi, la figa, ecc.) e si è realizzato un capolavoro. Mi scuso con Paoloni se ho riassunto brutalmente il suo pensiero. Se avessi il pezzo riporterei fedelmente le sue parole. Lo cerco appena posso.

Pubblicato da: stefano - 24.04.06 16:15

Grazie, Stefano. Mi interessa. Fra l'altro sto leggendo un libro di Paoloni: "Piramidi", di cui scriverò, forse ai primi di maggio.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 24.04.06 17:39

...come non detto, bart! Qualche giorno di ricerca ma... niente!
Non ho ritrovato il pezzo di Paoloni.
Ora gli mando un'email.
Stefano

Pubblicato da: stefano - 27.04.06 15:38