« Il Romanzo secondo Sandra Petrignani | Main | Pier Antonio Quarantotti Gambini: I giochi di Norma (1964) »

05.04.06

L'origine dei romanzi [17]

di Pierre-Daniel Huet

[puntata precedente] [tutte le puntate] [scarica il testo completo]


Leggi tutte le puntate di L'origine dei romanziCosì la Spagna e l'Italia ricevettero da noi un'arte ch'era il frutto della nostra ignoranza e della nostra rozzezza, e che era stato il frutto della pulizia de' Persiani, degl'Ioni, e de' Grci. In fatti, siccome nella necessità, per conservare la nostra vita, nutriamo i nostri corpi di erbe e di radici, quando ci manca il pane; così, quando viene a mancarci la cognizione della verità, che è il nutrimento proprio e naturale dell'intelletto umano, noi lo nutriamo di menzogne, che è l'imitazione della verità. E siccome nell'abbondanza, per soddisfare al nostro gusto, lasciamo sovente il pane e le vivande ordinarie, e cerchiamo i saporetti; così quando la nostra mente conosce la verità, lascia sovente lo studio e la specolazione, per divertirsi nell'immagine della verità che è la menzogna; mentre l'immagine e l'imitazione, secondo Aristotile, sovente sono più gradite della medesima verità. Di maniera che, due strade affatto opposte, che sono l'ignoranza e l'erudizione, la rozzezza e la pulizia, conducono sovente gli Uomini ad un medesimo fine, che è lo studio delle finzioni, delle favole e de' Romanzi.

Quindi ne avviene, che le Nazioni le più barbare amano le invenzioni Romanzesche, come le più culte. Le origini di tutti que' Selvaggj dell'America, e particolarmente quelle del Perù, non contengono le favole, non men che l'origine de' Goti ch'essi scrivevano in altri tempi ne' loro antichi caratteri Runichi su gran pietre, di cui ne ho veduto qualche avanzo in Danimarca; e se ci fosse restata qualche cosa di quelle opere che componevano i Bardi tra gli antichi Gauli per eternare la memoria della loro Nazione, tengo a fermo che le vedremmo ricche di molte finzioni.

Questa inclinazione alle favole, che è comune a tutti gli Uomini, non proviene loro dal discorso, dall'imitazione, o dall'uso; ma è lor naturale, e ha la sua esca nella disposizione medesima della loro inclinazione; mentre, il desiderio d'imparare e di sapere, è particolare all'uomo, che la ragione fa distinguere dagli altri animali. Si truovano ancora in alcuni animali de' lumi d'una imperfetta ed abbozzata ragione; ma la brama di sapere non si vede se non nell'uomo. Quindi proviene, secondo me, che le potenze della nostr'anima, essendo d'una ampiezza troppo grande e d'una capacità troppo vasta per esser piene dagli oggetti presenti, l'anima cerca nel passato e nell'avvenire, nella verità e nella menzogna, negli spazj immaginarj e nell'impossibile medesimo, di che occuparle ed esercitarle. Le bestie truovano negli oggetti che si presentano a i loro sensi di che empire le potenze dell'anima, e non vanno più oltre; di maniera che non si vede in esse quell'avidità inquieta che agita continuamente lo spirito dell'uomo, e lo porta a cercar nuove cognizioni, per proporzionare, se può, l'oggetto alla potenza, e trovarvi un piacere simile a quello che si truova nel saziare una fame violenta, o a dissetarsi dopo una lunga sete.

Questo è quel che Platone ha voluto esprimere colla favola del matrimonio di Poro e di Penia, cioè, delle ricchezze e della povertà, da cui egli dice che nacque il piacere. L'oggetto è disegnato per le ricchezze, le quali non sono che nell'uso; altrimente sono infruttuose, e non fanno nascere il piacere. La potenza è espressa per la povertà, che è sterile e sempre accompagnata da inquietudini, quando ella è separata dalle ricchezze; ma quando si unisce, il piacere nasce da quella unione.

Questo si vede nell'anima nostra. La povertà, cioè a dire, l'ignoranza, l'è naturale, e sospira continuamente presso la scienza, che è la sua ricchezza; e quando ella la possede, da questa unione ne ridonda il piacere. Ma questo piacere non è sempre uguale: le costa qualche volta della fatica e della pena; come, quando ella si applica a speculazioni difficili, o a scienze nascoste, la cui materia non è presente a' nostri sensi, e dove l'immaginazione che opera con facilità, ha minor parte dell'intelletto, le cui operazioni sono più faticose. E perché la fatica naturalmente ci annoja, l'anima non si porta a queste cognizioni spinse che col disegno del frutto, o colla speranza d'un piacere lontano, o per necessità. Ma le cognizioni che la tirano e la lusingano maggiormente, sono quelle ch'essa acquista senza pena, e dove l'immaginazione opera quasi sola, e sopra materie simili a quelle che cadono su' nostri sensi; e particolarmente se queste cognizioni eccitano le nostre passioni, che sono i mobili principali di tutte le azioni di nostra vita. Queste fanno i romanzi: non vi bisognano grandi contese d'ingegno a combinarli, grandi ragionamenti a farli: non bisogna affaticar la memoria: altro non fa uopo che immaginare.

[continua]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 05.04.06 09:44

Interventi

Ribadisco: costui è un genio.

Pubblicato da: Luca Tassinari - 05.04.06 13:46

Lo sapevo, Luca, che questo passaggio qui ti avrebbe preso!

Pubblicato da: giuliomozzi - 05.04.06 15:45

Eh sì, Giulio, ci hai preso in pieno. Questo ragionare di verità e menzogna, realtà e invenzione, sapienza e ignoranza mi affascina. E ti dirò, al di là dei contenuti mi affascina il ragionare in sé: leggendo si sente il ronzio del cervello ueziano che lavora il pensiero come il tornitore lavora il suo pezzo: una goduria!

Questo libro meriterebbe di essere ripubblicato (specialmente perché io continuo a cercarlo nei remainder, ma non lo trovo mai :-)).

Pubblicato da: Luca Tassinari - 05.04.06 16:24

Pubblica un intervento




Vuoi che mi ricordi di te?