« Le figlie degli operai | Main | Gesualdo Bufalino: Diceria dell’untore (1981) »

14.04.06

Ipotesi e dintorni

di Massimo Adinolfi

[Mi permetto di riprendere per intero - visto che discute cose pubblicate qui in vibrisse - questo articolo testè pubblicato da Massimo Adinolfi, in arte azioneparallela, con il titolo Gli analisti fanno ok; cogliendo l'occasione per correggerne un lieve ma decisivo refuso (un "non" caduto). gm] [tutti gli articoli della campagna post-elettorale]

Collegio dei Docenti, Roccadaspide, anno del Signore 1999 (che i muri ancora se lo ricordano). Siamo chiamati a decidere sull’organizazione dell’insegnamento di Educazione Fisica. È in corso una lotta furibonda: basta professori per classi o corsi, un docente si tenga tutti i maschietti, un altro le femminucce.
Favorevole contrario contrario favorevole contrario favorevole mi astengo...
Come ti astieni? Mi astengo. E perché? Ma, sto qui da pochi giorni, l’anno prossimo non ci sarò, vedo che ci sono problemi logistici, però d'altra parte.. mi astengo, insomma.
Favorevole contrario favorevole contrario...
Colegio spacato a metà come una mela: ics favorevoli, lo stesso numero contrari, un astenuto. Io.


Ora, questa cosa della spaccatura a metà fa una certa impressione. (Gli analisti fanno oh). Mi domando, per cominciare: 51 a 49, il paese è spaccato a metà? 52 a 48? Con quali numeri il Paese non è spaccato a metà?

Se andava come per certi sondaggi, o come gli exit poll nell'ipotesi estrema (quella trionfale per l'Unione), 54 a 46, avremmo letto: paese spaccato a metà? Se 13664 elettori in più rispetto alla metà avesse votato a sinistra (centrosinistra), avremmo avuto, più o meno, 54 a 46: il Paese non sarebbe stato spaccato a metà? Non avremmo più avuto una metà del Paese che, eccetera eccetera? Ma cosa sono meno di un milione e mezzo di elettori su poco più di 34 milioni e mezzo di elettori (il corpo elettorale del Senato, mi pare: alla Camera è più ampio, mentre gli italiani tutti sono molti di più)? Politicamente quel numero è di sicuro una bella grandezza, in grado di determinare – come si dice – magioranze nette in entrambe le Camere, ma poiché le analisi tracimano dallo spazio politico e divengono analisi sociologiche, culturali, addirrittura antropologiche, la domanda è: non vi accorgete che qualunque esito ragionevole del voto, più o meno prevedibile, dal 50 a 50 al 54 a 46, avrebbe spaccato grosso modo a metà l’Italia?

Secondo. Nel 2001 mi risulta che la CdL ha vinto le elezioni. Mi pare di ricordare che in termini di voto popolare la CdL era avanti anche nel 1996, e nel 1994. Succede questa cosa che l’Unione vince di strettissima misura (in termini di voto popolare è anzi indietro al Senato, almeno nei confini del territorio nazionale) e tutti a chiedersi, a sinistra, come diavolo è potuto accadere. Com’è possibile che ci siano 17 milioni di elettori che votano la CdL. Violando un certo costume, ho dedicato ben due post all’insulto berlusconiano agli elettori che votano contro il loro interesse (cioè: irragionevolmente) per la sinistra, ma vedo che per molti, a sinistra, il voto per la CdL è proprio il voto dei coglioni, o di coloro che sono instupiditi dalla televisione, oppure dei furbi che però si vergognano di dirlo ai sondaggisti. In ogni caso, un voto non [*] difendibile razionalmente e moralmente e culturalmente. Non è granché, come analisi.

Terzo. Giulio Mozzi ha formulato l’ipotesi: facciamo che ciascuno ha espresso ragionevolmente il proprio voto. L’ipotesi mi pare corrisponda a quanto suggerisco anch’io al punto 2 e di cui sono passabilmente convinto (ovviamente non dico che ciascuno e tutti hanno espresso un voto libero, meditato, serio, responsabile e informato, ma dico che queste sono più o meno le caratteristiche del voto del paese tutto, e in generale del voto nei paesi liberaldemocratici). Però Giulio aggiunge: fatta questa ipotesi, ne verrebbe che la divisione non è meramente elettorale, ma antropologica, fra questa e quella metà della popolazione. Nego consequentiam. [**] E osservo:
a. che questa e quella metà ci sono anche con un risultato di non quasi perfetta parità, e ci sono da un pezzo;
b che tolto il feticismo dei numeri e la quasi perfetta parità, questa e quella metà ci sono in un mucchio di paesi: tutti antropologicamente divisi?
c. che può ben darsi sia, antropologicamente parlando, più profonda per esempio la divisione tra chi vota e chi non vota (nonché altre divisioni che attraversano il corpo elettorale senza disporsi secondo lo schema Unione/CdL);
d. che un sistema maggioritario ‘produce’ risultati elettorali di due metà intorno al 50%: dobbiamo allora rassegnarci ad essere sempre un paese antropologicamente diviso, oppure lo siamo solo quando la divisione si fa prossima alla quasi perfetta parità?
e. che dalla quasi perfetta parità, razionalmente espressa da elettori responsabili, non si deduce affatto una divisione antropologica, come se un elettore responsabile, che quest’anno ha votato Udeur, non possa la prossima volta cambiare parere (rimanendo un individuo razionale e responsabile) e votare UdC o Forza Italia;
f. che la divisione antropologica, posto che gli elettori siano tutti individui responsabili che hanno espresso razionalmente il proprio voto, è dedotta, se è dedotta e deducibile, non dalla quasi perfetta parità del risultato espresso ma dall’idea che i due schieramenti per i quali s’è votato siano non semplicemente diversi, ma opposti e contrapposti. Ma questo e piuttosto quanto e da dimostrare: il carattere opposto e contrapposto dei due schieramenti non viene infatti dimostrato dal fatto che il voto serio e responsabile dell’elettorato ha diviso il Paese a metà. Non solo non è dimostrato ma, a mio parere (ma questo è solo un parere qui non motivato), non è vero.

Quarto. All’ipotesi di Giulio Mozzi, Andrea Inglese risponde: se pero ci mettiamo a ragionare con quest’ipotesi, che fine fa un ottimo ferro del mestiere come la critica dell’ideologia? Inglese scrive: “Tutto quello che una persona pensa, sente e crede e “vero" per il semplice fatto che lo ha “veramente" pensato, sentito e creduto. Accettare questo principio significa voler ignorare una parte della realtà. Significa ignorare il grado di manipolazione della realtà che può essere perpetrato attraverso canali diversi".

Andrea Inglese ha ragione, anche se qui non discuto se ha poi ragione nel dettaglio, quando accenna alla capacità di manipolazione di Berlusconi e più in generale quando traduce tutto ciò che va criticato in termini di manipolazione – ma immagino sia una semplificazione richiesta dalla brevità. (Aggiungo en passant che trovo peraltro insopportabile ridimensionare il peso della televisione, e al contempo lottare come matti per okkupare ogni spazio televisivo possibile). Ma osservo: il principio che Inglese trova inaccettabile è certo inaccettabile sul piano metafisico, sul piano dell’analisi sociologica, e su molti altri piani (ivi compreso, a volte, il piano delle più banali relazioni interpersonali), ma lo spazio politico delle liberal-democrazie e costruito proprio su quella base di principio o, se si vuole, su quella finzione giuridico-politica. Perché non appaia una finzione odiosa, perché tutto lo spazio politico liberal-democratico non appaia una generale manipolazione (come peraltro può apparire e appare, in certe prospettive critiche radicali, sia a sinistra che a destra) io aggiungo che quella finzione mi pare al momento quanto di meglio abbiamo per costruire (idealmente, non domattina) un individuo libero, serio e responsabile. Altre strade per ora non hanno dato buona prova. Potrei aggiungere qualcosa sulla caratteristica di questa strada, ma non e la cosa in discussione. Faccio solo notare ancora che adottare la prospettiva di una critica dell’ideologia può essere persino salutare, sul piano scientifico come sul piano sociale e su chissà quali altri piani, ma questo non vuol dire che salutare sia sempre e su ogni piano, e per esempio che lo sia su quello politico, dove la delegittimazione dell’ideologia (non ho difficoltà a chiamarla così) liberal-democratica non sarebbe indolore. Aggiungo infine e ripeto che a mio avviso una tale delegittimazione sarebbe cosa buona e giusta qualora non si ritenesse che la costruzione di individui liberi e responsabili passi – idealmente, e sul terreno politico - attraverso quella finzione, ma che anzi quella finzione la ostruisca irrimediabilmente, come per esempio ritiene oggi un guru molto ascoltato dalla sinistra radicale, Slavoj Zizek).

Quinto. Credo che Giulio Mozzi abbia scritto Sfuggire al paradigma volterriano anche per approfondire meglio certi aspetti della sua ipotesi che erano venuti fuori dalla discussione [***]. Il ‘paradigma volterriano’ suona com’è noto così: “non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerle". Giulio domanda: è valido questo paradigma? Ci sono molti modi per dire: le tue idee sì, ma fino a un certo punto (oppure: il paradigma di Voltaire sì, ma a certe condizioni). Alla domanda di Giulio rispondo, horribile dictu: dipende. Se Giulio mi chiede se per me è valido universalmente, sempre, in ogni luogo e in ogni forma di relazione umana e interpersonale gli rispondo che no, per me non è valido in un simile modo (modo per il quale per me non è valido un bel nulla, se posso dire semplicemente). Se qualcuno mi chiede: ora che ne hai limitato la validità come farai a dire chi decide quando e come limitare e perché, ecc. ecc., a chi così mi chiede do la seguente risposta: lo dirò caso per caso (dove i casi possono essere grandi come epoche storiche, o piccoli come individui singoli). A chi mi dice: ma questo è relativismo! Peggio: è relativismo con un sobbalzo decisionistico del tutto arbitrario, perché poi alla fine occorre decidere, ecc. ecc., a costui dovrei fare un discorso lungo che vengo facendo spesso e che però qui riassumo soltanto, così:
1. ho scritto ‘dirò caso per caso’, ma la prima persona singolare è un modo per far presto: A volte a dirlo è la storia, oppure il costume di un paese, oppure ecc. ecc.: dipende.
2. questo genere di risposte appare insoddisfacente solo a chi vuole una regola valida sempre e comunque, e a chi non riesce a capire che una regola valida per lo più è comunque una regola (anzi: così sono tutte le regole: valide per lo più. Infatti:);
3. è nella natura della regola la possibilità della sua disapplicazione;
4. è nella natura della regola non contenere tutti i casi della sua possibile applicazione (su questi punti, Wittgenstein docet);
5. che una regola si applichi – per dir così – da sé è una finzione. Se la regola è la regola del gioco democratico, che vada da sé significa solo (ma è tanto) che, lo dico in breve, il paese nel quale è adottata è un paese maturo dal punto di vista democratico. Con l’espressione ‘paese maturo’ mi riferisco all’insieme di condizioni non formali che permettono alla regola democratica di ‘andare da sé. Tra queste condizioni non formali metto questa (non è l’unica, ovviamente, ma è importante): che il paese si rappresenti come un paese maturo. (En passant, è da paese maturo, nel senso che così si rappresenta, quel paese in cui l’esito delle elezioni è accompagnato dall’ammissione della sconfitta da parte dello sconfitto, o almeno da chiare espressioni di fiducia nelle procedure con le quali il voto è contato, certificato, proclamato);
6. se qualcuno mi chiede di elencargli, una volta per tutte, tutte le condizioni che rendono maturo un paese, vorrà dire che non mi sono spiegato;
7. analogamente, se qualcuno mi chiede di dirgli una volta per tutte quando bisognerà impedire a qualcuno di esprimere le sue idee invece che battersi alla morte, vorrà dire che non mi sono spiegato. Aggiungo solo che oggi, in Italia, il paradigma per me vale eccome;
8. se qualcuno giudica che allora le regole del gioco democratico non sono mica ben fondate, vuol dire a parer mio che non ha meditato abbastanza sul punto 2 di questo elenco;
9. se qualcuno giudica che allora la democrazia è solo una finzione, che io sarei pronto a strappare quando la vedessi in pericolo, ma è troppo comodo perché a decidere se strappare la finzione sarei solo io, vuol dire a parer mio che non ha meditato abbastanza su questo elenco, nonché su quanto trova sotto ‘Quarto’.

Sesto. Nei commenti Girolamo De Michele trova che il paradigma volterriano sia “una delle più stringenti definizioni di democrazia". E pensa che è “perfettamente democratico" avversare chi non la condividesse: non c’è da battersi fino alla morte perché possa esprimere le sue idee Tizio che pensa che va sgozzato colui il quale non condivide le sue stesse idee. Domando a GDM: crede lui che bisogna battersi fino alla morte perché possa esprimere le proprie idee Caio che pensa che non c’è da battersi fino alla morte perché l’altro possa esprimere le proprie idee? Senza pensare che gli altri che non sono d’accordo con lui vadano sgozzati, Caio mostra di non condividere la “metaregola" della democrazia: è ‘automaticamente’ fuori dallo spazio democratico? Gli tocca di esprimere le sue idee, oppure va censurato? C’è uno spazio ampio che va da Tizio sino a Caio: come lo regoliamo? Se io fossi Caio, questo mio post andrebbe censurato? C’è una regola per decidere quando la metaregola è violata?
(En passant, sono molto contento che GDM rifiuti lo scherzetto ratzingeriano della ‘dittatura del relativismo’, ma non ho ben capito se la rifiuta per motivi formal/procedurali, perché la considera una mera scorrettezza logica, o per altro. Quanto a me, io propendo per altro).


Settimo. Dopo un attimo di sconcerto e il tentativo del Preside di farmi esprimere comunque una preferenza, il Collegio tornò a votare... capita. Io riuscii ad attirare prima la stupefazione, poi l’aperta ostilità di entrambe le fazioni in lotta, a causa della mia impertinenza. E imparai che ti può riuscire di passare per antropologicamente superiore tuo malgrado, anche se non soprattutto quando ti senti semplicemente non adeguato alla cosa e non presente ad essa.

[*] Questo "non" manca nel testo originale di Massimo; è un refuso evidente; per sicurezza ho sentito Massimo al telefono prima di correggere.

[**] Ma io non ho scritto, mi pare, che da questo viene quello. Se così si è capito, mi sono spiegato male. Provo a rispiegarmi. Se io decido di non pensare che chi ha votato a destra lo abbia fatto perché è manipolato (mentre chi ha votato a sinistra lo avrebbe fatto perché non manipolato), ne viene che devo accettare l'idea che gli elettori di destra e gli elettori di sinistra siano culturalmente (l'espressione "divisione antropologica" era usata un po' ironicamente, in quanto espressione "di moda") diversi. Se invece io decido di pensare che chi ha votato a destra lo abbia fatto perché è manipolato (mentre chi ha votato a sinistra lo avrebbe fatto perché non manipolato), allora non c'è nessuna differenza culturale: ci sono semplicemente persone più e persone meno resistenti alla manipolazione (o, se si vuole, persone più intelligenti e persone più sceme). La faccenda può essere tranquillamente rovesciata (gli elettori di destra pensano che gli elettori di sinistra siano tali perché manipolati da Repubblica ecc.).
Quindi: dalla mia ipotesi non "viene" nulla. Ma permette di descrivere la differenza tra l'elettore di destra e l'elettore di sinistra in un modo diverso da quello corrente oggi, tanto a sinistra quanto a destra.

[***] Sì.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 14.04.06 10:25

Interventi

Ma non è che forse allora questa differenza culturale non è in fondo più propriamente una differenza politica?

ossia, non è che semplicemente possa dipendere da ciò che si ritiene sia prioritario risolvere o attuare per il bene del paese, magari talmente prioritario da sorvolare su altri problemi?

provo due esempi che rendano più chiaro ciò che voglio dire:
si ritiene che sia fondamentale assicurare una linea politica chiara ed efficace sulle grandi opere per ammodernare il paese, tanto da considerare secondaria la questione della risoluzione del conflitto di interessi.
oppure a rovescio
si ritiene prioritario risolvere il conflitto di interesse, rispetto a dare una linea chiara e decisa sulle grandi opere.
questa cosa, decidere tra grandi infrastrutture e conflitto di interessi, deciderne la priorità secondo me è una questione anche culturale, ma soprattutto politica. discutere, prendere posizione su quali problemi siano priorità da risolvere è ancora fare politica, prendere decisioni politiche.

Pubblicato da: dada - 14.04.06 20:35

Caro Dada: sì.
Però proporrei alternative diverse. Es.: "bisogna fare le grandi opere per lo sviluppo del paese; vi saranno alla lunga ricadute ambientali positive (meno povertà significa anche maggiori risorse per l'ambiente ecc.)", "le grandi opere hanno un impatto ambientale davastante, più importante dello sviluppo che possono produrre".
Nel senso che mettere su un piatto le "grandi opere" e le scelte politiche relative, e sull'altro il "conflitto d'interessi" e le scelte politiche relative, mi pare un po' come voler sommare alle lire cinque mucche e un contadino (come faceva Provolino).
Se questa osservazione è incongrua, vuol dire che non ho capito bene.

Pubblicato da: giuliomozzi - 16.04.06 09:53

Sì Giulio hai ragione. Effettivamente le due alternative che proponevo non è che stessero proprio sullo stesso piano.
Il tuo esempio mette in luce proprio due posizioni politicamente contrastanti.

Nel provare a tradurre analogamente la questione del "conflitto di interessi" ho delle difficoltà, forse perchè siamo proprio sulla pietra dello scandalo.
provo con queste due alternative, prese facendo il collage tra varie dichiarazioni:

"La legge sul conflitto di interessi è una legge severa. Rispetto a questa legge non c'è stato atto governativo che sia stato ritenuto illegittimo e dunque volto a favorire gli interessi economici o di qualunque altro genere del Presidente del Consiglio.
il conflitto di interessi è il prodotto di cause storiche profonde, non configura alcuna illegalità secondo la Costituzione e il diritto ordinario, non si può rispondere a un'anomalia storica con un'anomalia giuridica.
è costituzionalmente impraticabile obbligare qualcuno a vendere i propri beni per partecipare alla vita politica. In un regime di mercato, la vendita e l'acquisto sono atti liberi e volontari che determinano il prezzo del bene: l'obbligo di vendere è un controsenso economico, distorsivo del mercato.
Inoltre, chi preme per la soluzione anticostituzionale di costringere l'uomo di governo a vendere le sue attività economiche, finge di non sapere che i problemi resterebbero egualmente irrisolti: il soggetto in questione si troverebbe con un notevole patrimonio, che potrebbe comunque ulteriormente accrescere con atti di governo.
In nessun Paese democratico la proprietà esclude dall'attività politica: un ulteriore inasprimento della norma corrisponderebbe all'atto illiberale di impedire ai ricchi di accedere alle cariche di governo",

"la legge Frattini è arcaica e lacunosa, e quindi iniqua: verso alcuni è durissima, verso altri è inesistente. Se sei un sindaco non puoi fare il farmacista, se sei presidente del Consiglio puoi essere titolare di concessioni pubbliche.
Inoltre, il conflitto di interesse berlusconiano è colossale: le proprietà private, personali di Silvio Berlusconi sono tutte ancora riconducibili direttamente alla sua persona, e sono così estese da incrociare ogni giorno - persino involontariamente - il percorso del governo. Tra questi interessi attivi e patenti, ne esistono alcuni particolarmente sensibili in una democrazia politica e in una democrazia economica. La televisione è il caso più clamoroso.
Nella vita esistono incompatibilità (previste nel codice civile). Per esempio, un giudice non può fare l´avvocato di un suo cliente; un carcerato non può essere il proprio secondino. Se Berlusconi vuole essere rieletto, benissimo. Ma non può avere una carica che lo rende il controllore di se stesso."

Pubblicato da: dada - 17.04.06 17:23