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29.04.06

I lavoratori delle Librerie Feltrinelli

di Fernando

[Ricevo questa lettera e, col permesso dell'autore, volentieri la pubblico. gm] [effelunga, il blog dei lavoratori delle Librerie Feltrinelli] [tutti gli articoli in vibrisse su questo argomento]

Effelunga, il blog dei lavoratori delle Librerie FeltrinelliCaro Giulio, ti ringrazio per l'interesse che stai mostrando nei confronti dell'"affaire Feltrinelli".
Sento il bisogno di scriverti dopo aver letto l'intervento del mio collega Klingo.
Lavoro in una città del Nord per la Grande Iniziativa, come la chiamava Luciano Bianciardi, e negli ultimi cinque anni ho assistito alla lenta e inesorabile distruzione della mia professionalità di libraio, messa in atto da manager strappati con arguzia dall'Esselunga e dal Pam, dal Gigante e da Decathlon.
Potrei fornire decine di esempi grotteschi riguardo all'organizzazione del lavoro all'interno delle librerie Feltrinelli e dei negozi di dischi Ricordi, ma non voglio stufare nessuno. Potrei raccontare di dirigenti interessati solamente alla conquista di un potere triste, che dopo aver impartito ordini privi di alcun senso logico ti inseguono disperati perché non sanno come si scrive Jack London, oppure quale sia la copertina del cd Blonde on blonde di Bob Dylan. Potrei descrivere presunti corsi di aggiornamento basati sulla visione di spezzoni del film Alta fedeltà, mostrati per far capire a noi dipendenti come non ci si deve comportare con i clienti. Potrei osservare l’ipocrisia di un’azienda culturale che pubblica libri di denuncia sul lavoro temporaneo per poi utilizzarlo all'interno dei propri punti vendita.

Voglio invece solamente precisare che se si è arrivati allo sciopero è stato per pura disperazione, perché il nostro contratto è scaduto da più di un anno e la proposta che ci fa Effelunga è oggettivamente inaccettabile. Ad esempio, caro Giulio, se tu fossi un nuovo assunto, il tuo ticket per pranzare sarebbe di tre euro. Ti basterebbe, no?
Mi permetto inoltre di appuntare che anche a me, al tavolo delle trattative, piacerebbe trovare nuovi metodi di confronto capaci di andare oltre atteggiamenti piatti, triti e ritriti, ma nell'attesa che questi vengano creati da un nuovo e misterioso motore immobile, mi tengo stretti quelli che ci sono, si sa mai che un giorno scompaiano perfino quelli.
Ho il fondato timore che la nostra protesta non otterrà molto, ma non provarci nemmeno sarebbe da vigliacchi. Gli articoli riguardanti gli scioperi comparsi sul Corriere delle Sera, sul Manifesto, su Repubblica (in misura minore, e per nulla sulle pagine bolognesi, chissà perché...) hanno quantomeno tolto le fette di salame dagli occhi di chi entrava a comperarsi un libro in Feltrinelli convinto di donare soldi all’azienda più buona, onesta e politicamente corretta del Paese.
Certo mi sarebbe piaciuto assistere ad improvvisati dibattiti tra lo scrittore X e lo scrittore Y, così coraggiosi da dire la loro più sincera opinione sulla “questione Feltrinelli", senza timore di subire vendette da parte di chi controlla una discreta parte della distribuzione dei libri in Italia.
Mi sarebbe piaciuto, ma è meglio stare con i piedi per terra.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 29.04.06 11:03

Interventi

Mi pare che l'ultima frase di Fernando sia da meditare: pochi scrittori in Italia intervengono "eversivamente" su temi di attualità, probabilmente preoccupati di passare per gente che si conta i peli del culo o per odiosi guastafeste. Così è più facile leggere critiche radicali da parte di chi non ha "gradi" intellettuali e non firma per esteso per non essere licenziato.

Pubblicato da: andrea barbieri - 29.04.06 13:03

Noto una strana similitudine fra la lettera di Busi non pubblicata dal Corriere e la "ristrutturazione" del Gruppo Feltrinelli. In entrambi i casi le scelte della proprietà abbandonano "l'elemento rischio" e giocano sul consolidato, rivangano il noto, evitano accuratamente l'uso della fantasia e stringono a cerchio i poteri acquisiti.

Ho l'impressione che in un caso - Corriere - si stia cercando disperatamente di mantenere una posizione di credibilità virando verso il mondo dei "presunti" lettori forti, mentre nell'altro caso - Feltrinelli - ci si dimeni nel tentativo di costruire una dimensione sufficiente per contenere e limitare i danni a fronte dell'entrata sul mercato di altri potenziali attori e altre reti distributive.

Per Corriere non ho alcuna idea di come andrà a finire, ma per quanto riguarda Feltrinelli un'idea ce l'ho: aumenteranno le marginalità e l'efficienza, almeno inizialmente, ma apriranno ancora più spazio ad altre iniziative uccidendo, con l'applicazione delle linee commerciali dei Signori Pam e Decathlon, l'originalità di Feltrinelli.

Non ci rimane che attendere gli immancabili cambiamenti. Potrebbe anche non essere un danno, anche se capisco le preoccupazioni di chi in Feltrinelli lavora e vede un mondo "diverso" - o presunto tale - sgretolarsi e rientrare nella normalità.
E' significativo che la notizia non sia passata sull'inserto di Repubblica allegato per Bologna. E cosa si pensava? Che bastasse chiamarsi Repubblica e tifare rosso perché correttezza e chiarezza emergessero? Non è mai stato così; peccato che questi comportamenti emergano solo a sprazzi e siano dimenticati subito.

Buona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 29.04.06 13:08

Caro Fernando,

c'è una Feltrinelli anche a Bari (io vivo in provincia di Lecce). Mi ha molto colpito il tuo intervento. Posso fare qualcosa? Collaboro con praticamente tutti i giornali pugliesi, credi che possa essere d'aiuto alla vostra battagglia? Scrivimi privatamente, parliamone, io sono pronto a denunciare questa situazione invereconda.

Pubblicato da: Livio Romano - 29.04.06 19:27

Abito in una città del sud, un medio capoluogo, un giorno mi viene voglia di comprare un romanzo "Gli esordi" di Antonio Moresco. Il romanzo è uscito nel 1998 quindi, penso, trattandosi di Moresco e trattandosi di edizione Feltrinelli non dovrebbero esserci problemi nell'acquistarlo. Vado nella mia libreria e mi dicono che non c'è. Non è in resa. Il che vuol dire, tecnicamente parlando, che il romanzo può essere disponibile se e solo se una qualunque feltrinelli lo ha in giacenza oppure se qualche altra libreria in Italia lo ha in giacenza, cosa non verificabile. Però nelle Feltrinelli si potrebbe verificare, veloce verifica al computer...nulla. Passa un mese. Vado a Roma da un amico. Galleria Alberto Sordi, Libreria Feltrinelli. Entro diretto alla sezione narrativa, capisco dopo un po' che i libri sono a cerchio e in ordine alfabetico dall'alto verso il basso. Cerco Moresco a colpo sicuro, non trovo nemmeno la prima parte dei Canti. Va bene. Riluttante vado da un commesso, riluttante perchè c'era la coda e perchè la coda era di persone che chiedevano se era arrivato il tale cd o quanto costava il tale calendario o poster eccetera eccetera. Va bene. Il commesso mi dice che lì non c'è traccia de "Gli esordi", forse ce n'è una copia in Largo Argentina, potrebbero farla arrivare ma non prima di lunedì (e oggi è sabato) perchè ora c'è "troppa confusione". Stop. Tu puoi farmi arrivare un libro in due giorni, da una libreria diversa della stessa città, e ci vogliono due giorni perchè c'è troppa confusione di sabato. Così tanta confusione che non si può dar retta ad un cliente che vuole un libro in particolare. Qui comincio a pensare male. Intanto perchè si da per scontato che se uno vuole un libro che non è un blockseller deve avere culo. Va bene. Passi anche questo. Decido di andare io in Largo Argentina, da solo. Ne vale la pena, però prima telefonate da Galleria Alberto Sordi, così so se devo farmi un viaggio a vuoto. Il commesso telefona, dice che forse c'è una copia. Basta. Vado con il mio amico in Largo Argentina. Vado da una commessa e chiedo se c'è "Gli esordi", la commessa, più grande degli altri e vestita diversa (ma era una commessa?), scompare, la seguo, spero che non sia fuggita, vedo dov'è andata, da uno scaffale prende la copia, l'ultima copia de "Gli esordi".

Alcune riflessioni:

1) Venite pure dall'Esselunga, cari manager, ma non per importare un modello di efficenza che non funziona, perchè se voglio un libro (e "Gli esordi" c'era) questa non è efficenza, semmai deficenza.

2) Se non fossi andato a Roma per caso come avrei potuto leggere "Gli esordi", dato che, a quanto pare, dopo 8 anni Feltrinelli non ne ha stampata una seconda tiratura? Ammetto di avere il palato fine, ma anche in questo caso, l'Editore Feltrinelli, non sembra essere attento nemmeno al suo catalogo (anche se qui si apre un altro baratro).

3) Per non parlare dello scaffale delle riviste, sempre alla Feltrinelli in Galleria, ma questa è un'altra storia...

Pubblicato da: Lettore di Antonio Moresco - 29.04.06 21:20

Io ricordo una fase magistrale, di pochi mesi fa, di NICOLA LAGIOIA - non ricordo più dove l'ho letta - che sosteneva che "LA FELTRINELLI ORMAI E' PIU' A DESTRA DI FORZA ITALIA". Mi è sembrata una denuncia importante, tanto più perché detta da uno dei più notevoli scrittori italiani (vabbe', questo secondo me) per di più impegnato nel mondo dell'editoria. Fate un po' voi...

Pubblicato da: Graziano - 29.04.06 23:16

Credo che una "denuncia", per essere "importante", dovrebbe essere quantomeno circostanziata. E le frasi a effetto lasciano il tempo che trovano.

Pubblicato da: giuliomozzi - 30.04.06 00:21

Caro Fernando, mi piace utilizzare questo spazio che Giulio gentilmente offre alla discussione per approfondire con chi ha voglia di farlo pacatamente come te quelli che sono i problemi sul campo. Il blog dell'Effelunga, che comunque seguo regolarmente, spesso è troppo affollato di persone rapite dal morbo della rivoluzione per essere genuino. Per carità ci sono a volte scatti d'ironia e di ottima creatività (penso alla riproduzione dei manifesti "Exciting") ma troppo spesso invece si scade nel personalismo o nella contrapposizione "a prescindere". Penso che sarai d'accordo con me che lo scopo delle proteste sia quello, infine, di giungere ad una riapertura del dialogo con chi l'ha voluto chiudere e quindi ad una soluzione più vicina alle richieste dei lavoratori. Errori in passato sono stati compiuti, da tutte le parti. Io sono qui a chiedere che si faccia tabula rasa e si ricominci ad organizzare ed a ragionare su qualcosa di nuovo cercando di coinvolgere tutte le realtà esistenti, anche quelle che, assieme a me per esempio, hanno deciso in prima battuta di NON aderire allo sciopero. Ci sono realtà piccole dove la comunicazione su come si stava svolgendo la trattativa non è arrivata o è arrivata in maniera frammentaria e parziale, magari arricchita da "leggende metropolitane" che non hanno fatto altro che infittire la nostra curiosità ma allontanare la possibilità di crearci un'opinione decente. Io denuncio inoltre che la situazione così come si è andata creando nel corso di questi ultimi anni ha visto soltanto pochi, pochissimi e sparuti gruppi di librai cercare di comunicare all'azienda e al gruppo dirigente quelle che erano le perplessità sulle nuove direttive di lavoro. Troppe volte, criticando una nuova procedura che reputavamo "debole" ci siamo sentiti rispondere che "eravamo gli unici a protestare, 'chè per tutti gli altri funziona e funziona bene"; troppo spesso magari noi librai ci siamo rifiutati di segnalare al direttore di queste carenze, non so per quali paure, e i direttori di far proprie le nostre perplessità presso i capo-area e il gruppo dirigente. Ne ha conseguito una situazione dove da un lato i rappresentanti sindacali portavano avanti instanze spesso condivise da tutti ma apparentemente senza molto consenso alle spalle, e dall'altra invece la realtà della vita in libreria dove si subiva passivi ogni cosa posto poi lasciarsi covare dentro una rabbia che è esplosa in questa prima serie di scioperi e che non si sa dove porterà.
Allora... quello che io dico e che tanti di noi dicono è che, sì, ci sono problemi... sì, li vogliamo affrontare e risolvere, sì, ci piacerebbe farlo il più uniti possibile ai nostri colleghi di tutta Italia. E per far questo a mio avviso ci sono poche soluzioni in maniera da evitare spaccature odiose o conflitti interni che farebbero il gioco soltanto di chi ha piacere a vederci deboli:
1) fare punto zero e annunciare un momentaneo blocco delle proteste per analizzare quelle finora svolte e preparare le mosse future. Riportare al nostro interno la discussione poichè, come da voi è stato anche onestamente detto, parlare di tecnicismi durante gli scioperi allontana l'opinione pubblica che si annoia o non capisce. Ma io credo che in questo momento a capire dobbiamo essere prima noi e poi il gruppo dirigente, non il lettore occasionale de "il Manifesto" o di "Repubblica".
2) allargare più e meglio la rete d'informazione nella catena (più contatti, più incontri, più materiale, più idee condivise e non soltanto slogan e rabbia filtrata)
3) prepararsi ad uscire di nuovo allo scoperto ma con qualcosa di diverso. Io penso ad un documento, sulla falsa riga di quello che Ragazzi ottimamente produsse per "la Rivisteria" ma ancora più dettagliato e puntuale. Un documento firmato (proprio fisicamente) da più lavoratori possibile che denunci le carenze non solo contrattuali (i buoni pasto sono un problema ma solo fino ad un certo punto, parliamo di analisi di venduto, riordino secondo arcane e semplicistiche formulette, centralizzazioni cieche e selvagge, burocratismo da tardo e morente Impero Romano). Usciamo fortemente sui media di nuovo ma su questo piano... allontaniamo l'idea che la protesta sia quasi di livello goliardico... chiediamo serietà, esigiamo coerenza solo in quanto seri e coerenti. Facciamo vedere che la nostra rabbia non sfocia in "effelunghe" o "frutta e vedure" che sono slogan da occupanti di Liceo post-Pantera ma che punta a far veramente capire ai nostri managers che vendere pomodori, SUV, prodotti di bellezza o libri NON è la stessa cosa e NON può procedere secondo i normali criteri di valutazione che hanno tenuto nelle loro precedenti occupazioni. Facciamo capire che non potranno permettersi di essere delle comete che arrivano, cambiano il volto di un'azienda che è soprattutto composta da libri e da noi, e poi andarsene felici di aver ottenuto il risultato mal ragionato in partenza per approdare magari alla nuova catena di prodotti per auto. Facciamo loro capire che la libreria è un sistema complesso, che è regolato da leggi complesse, più vicine a quelle che regolano gli aggregamenti sociali piuttosto che movimenti economico-produttivi di inerti oggetti in vendita. Spieghiamo loro che non possiamo prevedere all'inizio del mese quante copie venderemo di un titolo perchè quel titolo ha una vita che può cambiare per mille fattori, e che quindi non è sostituibile la professionalità di un "libraio" ad una formula. Che non possiamo accettare che una regolina di riordino pretenda di distunguere dal saggio di scienze applicate al romanzetto estivo super letto. Che sono io libraio che capisco la differenza e che comprendo che vendere 4 copie in un anno di uno è un successo identico a venderne 400 dell'altro. Spieghiamo che dopo tanti investimenti strutturali ci si deve necessariamente fermare per consolidare il parametro "umano". Ci si "deve" fermare, perchè se oltre a non saperli vendere i libri non li leggono mai non sapranno neppure che tutte le strutture sociali o economiche in espansione violenta alla fine tendono alla disgregazione o al collasso se non vengono consolidate da una fase di rafforzamento (impero romano, impero sovietico, sistemi coloniali insegnano). Dobbiamo denunciare che un buon librario, preparato, aggiornato, valorizzato, costa meno di un qualsiasi progetto di Customer Satisfaction che ci insegni a dire "laFeltrinelli Buongiorno". Dobbiamo urlare con parole pacate ma affilate che la nostra intelligenza viene frustrata da questo analizzare i dati senza dare corpo... che un libro importante che non vende una copia ma che resiste sul mio scaffale è uno specchio, un messaggio al lettore, che "giustifica" un settore e che spinge per esempio un acquirente che si senta protetto dalla sua importanza a valutare di conseguenza importante anche il libro o i libri che gli stanno accanto. Dobbiamo quindi sburocratizzare il nostro intervento, svecchiarlo, renderlo inattaccabile, renderlo comprensibile a tutti i colleghi, renderlo "amabile" e non sconfessabile. Cercare quindi di metterli alle corde ma contemporaneamente permettere a tutti i colleghi, anche i responsabili di negozio o i più moderati, di capirne la giustezza e l'importanza. Solo a quel punto, estremo tentativo fallito, si potrà ottenere da tutti uno sciopero che abbia risonanza nazionale. Ma per far sì non abbiamo bisogno di tanti megafoni... Abbiamo bisogno di arrivare alla testa di poche persone e spiegare loro che non c'è la nostra fiducia, e non essendoci la nostra fiducia non applicheremo le loro "regolette" e se non applichiamo le nostre regolette loro forse non sono utili all'azienda quanto invece lo siamo noi. A quel punto valuteremo insomma se tornare a dialogare anche sui problemi satellite e cioè la parificazione di trattamenti, la precarietà di alcune figure, l'aumento di stipendio ecc. ecc.
Insomma infittiamo il dialogo ma facciamolo su di un piano che sia accetabile da tutti, altrimenti continueremo noi a protestare in un modo e voi in un altro... noi applicando piccole ma pervicaci resistenze giorno dopo giorno nelle nostre attività e voi col blog e gli scioperi solo di una parte. Penso che lassù qualcuno si compiaccia di questo serpeggiante caos che ci riguarda. Invece più silenziosi ma spietati potremmo... potremmo molto e di più. Aspetto ulteriori ragionamenti qui o sul blog Effelunga o sul mio... ma parliamo ancora e chiariamoci meglio le idee.
Scusate la lungaggine cercherò le prossime volte di essere un pelino più conciso. A presto.

Pubblicato da: Klingo - 30.04.06 10:06

Caro Klingo,
ho letto le tue riflessioni con attenzione, e la mia naturale moderazione mi spinge a condividerle nel loro insieme, tuttavia c'è un punto fondamentale sul quale non sono d'accordo.
Noi lavoratori Feltrinelli abbiamo fatto di tutto per dialogare, e siamo arrivati allo stato di agitazione solamente perchè l'azienda ha scelto la strategia del silenzio. Le ultime esternazioni dei nostri dirigenti sono state la lettera del 20 febbraio firmata da Carlo Feltrinelli,nella quale si dichiara che l'azienda ha fatto tutto ciò che poteva fare e che quindi sta a noi accettare la loro proposta così com'è (una sorta di "o così, o Pomì" per citare un antico slogan pubblicitario) e, nei giorni successivi allo sciopero del 15 aprile, l'imbarazzante intervista al vicepresidente delle Librerie Feltrinelli, Dottor Sardo, che sulle pagine del Corriere della Sera ha evitato ogni commento sui problemi reali dei dipendenti, descrivendoli come dei nostalgici che, a suo dire, non volevano nemmeno i computer nei negozi. Cito dal Corriere del 19 aprile: "Volevano stare sulle caverne, mentre il mondo va su Marte?"
Poi il silenzio. Ora, io credo che di fronte a questi atteggiamenti che dimostrano un'assoluta insensibilità nei confronti delle problematiche reali dei propri dipendenti, l'unica risposta sensata sia quella di continuare lo stato di agitazione, fino a quando dai dirigenti non arriverà un segnale di sincera apertura democratica nei confronti di chi tutti i giorni ci mette la faccia, nelle librerie Feltrinelli e nei negozi di dischi Ricordi.

Ciao, e buon primo Maggio!
Fernando

Pubblicato da: Fernando - 01.05.06 11:41

Buon Primo maggio anche a te e speriamo che si riesca a far giungere la nostra voce, in un modo o nell'altro.

Pubblicato da: Klingo - 01.05.06 13:46

Mi chiedevo come sono i contratti dei dipendenti Lafeltrinelli rispetto a quelli della Fnac o Giuntialpunto...

Qualcuno ha già fatto dei confronti?

Pubblicato da: Paolo S - 02.05.06 10:21

Giuntialpunto, se sono rimasti così come mi raccontava una amica che ci ha lavorato... sono roba da miniera belga ai tempi degli emigrati italiani. Lavoro tutto l'anno Natale e Capodanno compresi fino alla mezzanotte... straordinari non pagati... Comunque non voglio pretendere di saperlo bene perchè non ho notizie fresche dai tempi nei quali i negozi Demetra sono stati tutti riassorbiti e riorganizzati nei Giuntialpunto. La qualità del lavoro comunque, a prescindere dal contratto, è notevolmente peggiore se si tiene conto anche del tipo di assortimento proposto. No da quel punto di vista c'è chi sta peggio di noi. Per FNAC invece non so proprio, dalle mie parti non ce ne sono e non ce ne dovrebbero essere, almeno per un po'. Ma mi dicono comunque ch sono negozi che vendono "anche" libri... quindi davvero forse lì il gioco è diverso dal nostro. Se qualcun altro se la sente di spiegarci qualcosa di più...

Pubblicato da: Klingo - 02.05.06 23:14

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