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17.04.06
Giro d'Italia con vibrisse: Lucca e la sua Monaca di Monza
[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Tutti conosciamo, grazie a I promessi sposi di Alessandro Manzoni, la storia della Monaca di Monza (suor Virginia), al secolo Marianna di Leyva, discendente di don Antonio de Leyva, gran capitano di Carlo V. Nel celebre romanzo ha il nome di Gertrude.
Pochi sanno, forse, che questa donna, nata probabilmente tra il 1575 e i primi del 1576 e morta nel 1650, era quasi coetanea di Lucrezia Buonvisi, la nobile lucchese che negli stessi anni ebbe a Lucca una storia d’amore e di delitti ancora più terribile.
Lucrezia era figlia di Vincenzo Malpigli, appartenente ad una delle famiglie più ricche della città, il quale trascorreva molto del suo tempo a Ferrara. I Malpigli furono in corrispondenza nientemeno che con Torquato Tasso e, secondo quanto si apprende da Salvatore Bongi, nel suo libro Storia di Lucrezia Buonvisi (riedito in copia anastatica da Maria Pacini Fazzi, Lucca, nel 1978. L’originale è del 1864), “sovvennero il povero Torquato con doni e cortesie d’ogni modo, e colla ospitalità nelle proprie case, anche nei tempi de’ suoi maggiori infortuni." Era sposato con Luisa Buonvisi, figlia di Benedetto, appartenente ad una famiglia ancora più ricca e prestigiosa. Va ricordato, infatti, che fu Martino Buonvisi (anche: Bonvisi) che con i suoi armigeri debellò La sollevazione degli straccioni scoppiata nel maggio del 1531, che tenne in agitazione la città per ben 11 mesi. Di essa, spero di poter parlare più a lungo un giorno. Dal matrimonio nacquero tre femmine e un maschio. Lucrezia fu l’ultima dei figli, nata a Lucca nel 1572 (3/4 anni prima, dunque, della Monaca di Monza) visse la sua infanzia a Ferrara e “appena potea dirsi donna" fece ritorno a Lucca, “messa in ischiera tra le più belle". Il suo destino era quello di sposare un Buonvisi, famiglia da cui discendeva la madre. “Se non che la provvidenza pareva che si opponesse a questo parentado", poiché il primo dei prescelti morì “poco dopo fissato il matrimonio"; si scelse allora uno dei fratelli e accadde la stessa cosa. Ma le due famiglie, “non sgomentate da siffatti presagi stabilivano che la sposasse un terzo di quei fratelli, di nome Lelio e le nozze infauste si celebrarono in Lucca nell’agosto del 1591." Lelio aveva 26 anni e Lucrezia 19.
Non era passato ancora un anno da quel matrimonio, che si rivelava sterile, e al quale Lucrezia non aveva portato il suo cuore, che la giovane sposa cominciò a coltivare una vecchia passione, quella che, a Ferrara, l’aveva vista amoreggiare con Massimiliano Arnolfini, discendente pure lui da una illustre famiglia lucchese, la stessa ritratta nel celebre quadro di Van Eyck, del 1434, conservato alla National Gallery di Londra. Così avvenne che una sera, il primo giugno del 1593, mentre Lelio passeggiava con la moglie, giunti nella piazza San Lorenzo (dove si erge la Chiesa de’ Servi), fu assalito da un gruppo di uomini e “cadde trafitto da diciannove ferite". La notizia si sparse rapida per la città e molta folla accorse a vedere il cadavere esposto nella Chiesa de’ Servi,
e non mancarono da parte della famiglia minacce di vendetta. Il giorno successivo fu emesso un bando “che ingiungeva ad ogni persona, che per qualunque via o modo avesse notizia o indizio degli omicidi, di farne denunzia al Gonfaloniere dentro ventiquattro ore, pena il taglio della testa e la confisca a chi non ubbidisse."
Si sospettò subito di Massimiliano Arnolfini. Il primo ad additarlo fu un parente dell’ucciso, Lorenzo figlio di Giovanni Buonvisi, “forse l’uomo di maggiore autorità che fosse allora fra i cittadini di Lucca". Si seppe che il sospettato, insieme con “i suoi scellerati" aveva valicato il confine lucchese “dalla parte della Garfagnana." Si interrogarono diversi sospettati, usando anche la tortura, finché uno di questi, Vincenzo da Coreglia, confessò di “essere stato avvisato come veramente dovesse ammazzarsi il Buonvisi per ordine di Massimiliano, e che al fatto sarebbero stati Pietro da Castelnuovo, Ottavio da Trapani e Nicolao da Pariana. Essergli stata assegnata la parte di star presente all’assassinio per salvare le armi e sostenere gli uccisori nel caso che sopravvenissero i birri."
Massimiliano fu condannato “ad aver mozza la testa e nella confisca dei beni; i tre assassini dover essere posti in un luogo eminente, ivi tanagliati con tanaglie infuocate, poi appiccati; più la confisca senza detrazione di legittima ed il bando ai figli e fratelli germani e con essi abitanti, secondo quanto disponeva lo Statuto. Il Carli e Vincenzo da Coreglia esser incorsi nella pena della testa." Anche per Lucrezia fu ordinata la cattura, che non poté avvenire “per esser costei rifuggita nel convento di s. Chiara, ivi tonsurata e vestita monaca.", assumendo il nome di suor Umilia Malpigli. Consigliata dalla famiglia, era entrata in convento il 5 giugno 1593. La Repubblica di Lucca inviò, allora, un cancelliere a Roma “per impetrare dal Papa di catturare Lucrezia, la quale dicevano «indiziatissima» d’aver tenuto mano all’assassinio del marito, poi rifuggita in frode della legge nel convento." Il processo si concluse “dopo otto giorni di esami e di ricerche, e undici dal commesso delitto." Ma Clemente VIII trovò molti appigli per non consegnare la suora. Prima dell’arrivo dell’ambasciatore lucchese, infatti, “si seppe che un corriere privato, partito lo stesso giorno che lui, ma più di buon’ora, lo aveva prevenuto. E questo fu il primo prognostico che i protettori di Lucrezia lo avrebbero vinto nel gioco." Cosicché l’inviato della Repubblica, il 13 agosto prese congedo dal Papa.
Continuava, nel frattempo, la caccia a Massimiliano che “s’era ridotto coi suoi bravi, e con altri simili che aveva raccolto per via, nei paesi di Valdimagra tra Castelnuovo e Sarzana". Da un tal Giovanni da Fano si apprese che Massimiliano non solo “non negava di aver ammazzato Lelio Buonvisi, ma liberissimamente lo confessava." Di lì a poco, tuttavia, doveva raggiungerlo la notizia che la donna per la quale aveva commesso il delitto, “niente fedele alla prima passione, benché monaca, andava moltiplicando gli amori e i delitti." Fu per lui un duro colpo che fiaccò “all’audace le forze del corpo e la serenità della mente, tantoché fu detto addirittura da alcuni cronisti che «il rimorso di sì atroce delitto l’avea reso stolido e mentecatto.»" Fu per questa ragione che la Repubblica decretò che “«trovandosi Massimiliano Arnolfini fuor di cervello» gli fosse permutata la pena col murarlo a vita nella torre di Viareggio". Quella torre, costruita nel 1534 e attorno alla quale si costituì il primo nucleo cittadino, è ancora presente in Viareggio e conosciuta come Torre Matilde. Fungeva ancora da carcere fino a non molti decenni fa. Scrive il Bongi: “Era a quei tempi Viareggio uno squallido villaggio di povere capanne, quasi inabitabile per le nefande e pestifere esalazioni delle vicine paludi." Chiuso nella torre e con quel clima, l’Arnolfini resistè per circa dieci anni, quando si seppe, nel maggio del 1625, “che da tre giorni non aveva tocco il cibo, e che per una gran perdita di sangue pareva in procinto di morte." Andarono per assisterlo “ma quel disperato, cui forse era in odio l’aspetto degli uomini più che la morte, non consentì di essere visitato." Riuscì a guarire con le sole sue forze, finché, quattro anni dopo, nel luglio del 1629, il Commissario che lo aveva in custodia scrisse “che il carcerato era moribondo, e che questa volta da per sé avea dimandato di un sacerdote." Da quel momento non sappiamo più nulla di lui, e soprattutto se sia morto in quella circostanza. Il Bongi scrive: “Ma il non averne trovato mai più il nome in niuno de’ pubblici documenti ce ne dà molto probabile congettura. Se ciò fosse, Massimiliano Arnolfini sarebbe morto nell’anno sessantesimo dell’età sua, dopo averne passati ventidue ramingo, e quattordici stretto in quella crudelissima prigione." 
Lucrezia continuava, intanto, a coltivare in convento le sue passioni: “si era ugualmente saputo che Tommaso Saminiati era preso particolarmente di suora Umilia Malpigli. Costei toccava oramai i trentacinque anni di età; ma tanto avea conservato di bellezza e di fuoco, da affascinare del tutto esso Saminiati, benché di dieci anni più giovine." Nell’Archivio di Lucca sono conservate alcune lettere facenti parte del carteggio intercorso tra i due amanti. Anche un certo “Pietro pittore" figura tra gli amanti della donna, e il Saminiati l’aveva talmente in odio che voleva ucciderlo per “levarsi questa peste d’attorno." Al modo della più celebre Monaca di Monza, anche suora Umilia “dovea col veleno spengere una povera monaca. Era costei suor Calidonia Burlamacchi, che ritiratasi dalla sua compagnia, temeva potesse palesarne le colpe." Fu il Saminiati a procurarle il veleno. Quel convento fu presto in preda a scelleratezze e, oltre suor Umilia, altre suore furono implicate in scandali: “Orizia Orsucci, Cherubina Mei, Paula Altogradi, Dionea Martini, e Massimilla Ludovici". Fu informato il nuovo Papa Paolo V che autorizzò il processo. Suor Umilia godeva di protezioni altolocate, soprattutto da parte del fratello Gio. Lorenzo Malpigli, “gentiluomo molto accetto e favorito nelle corti italiane, il quale avea amato svisceratamente la sorella e sempre difesala e sostenuta nei suoi molti travagli", al punto che suor Umilia “non solo persisteva nei soliti costumi, ma che, altera e superba, scorreva il convento minacciando le compagne se mai avessero palesato i suoi mancamenti; di che tutte le monache vivevano inquiete, ed alla tavola comune mangiavano con sospetto e paura di veleno. Fu riferito ancora, poiché oggimai di tutto si credeva capace, che sperperati i vecchi amanti, ne avesse trovato un nuovo nello spettabile Simo Menocchi, col quale, a dispetto della badessa, si diceva avesse trattenimenti frequenti; e che fino seguitassero sotto le finestre della sua cella le serenate ed i canti." Le protezioni di cui godeva Lucrezia si infransero, tuttavia, di fronte alla ostinazione di Paolo VI; fu quindi concluso il processo e gli atti inviati a Roma “dove era riserbata la sentenza", che fu pronunciata dal Papa. nei confronti delle monache implicate negli scandali del convento. Riguardo a suor Umilia la sentenza dispose una punizione più tenue rispetto alle altre, in forza delle sue protezioni, e cioè che fosse “condannata pure alla carcere come sopra; ma solamente per sette anni & alla privatione per sempre dello scapolare, del velo e della voce attiva e passiva". In realtà trascorse nove anni imprigionata nella cella, non volendo sottomettersi, scaduti i sette anni della pena, all’umiliazione di non poter più indossare l’abito e il velo, finché, il 6 marzo 1618, “le fecero grazia della carcere, restituendole l’abito e la voce attiva; a condizione però che mai potesse accostarsi ai parlatorii, ruote e porte del convento, senza una licenza riservata alla stessa Congregazione." Di lei non si parlerà più se non nel testamento della madre Luisa Buonvisi scritto il 17 settembre 1618, ossia pochi mesi dopo la sua scarcerazione. “Avea allora raggiunto l’anno quarantesimo sesto d’età. Quando poi cessasse di vivere non ci fu dato di ritrovarlo, mancando i registri mortuari del convento, disperso col maggior numero delle sue carte allorché fu soppresso. Così scompariva senza lasciare traccia della sua fine, forse negletta e solitaria nella cella, colei che tanto avea fatto parlare di sé nell’età più fiorita, ed infiammato il cuore di più d’uno a caldissimo amore." Forse visse tra i rimorsi “pensando a coloro che per causa sua avevano perduto la vita, la libertà e la patria. E più di tutto dovette stringerle il cuore il sapere dal fondo della prigione in che misero stato fosse ridotto per lei quel suo primo amante Massimiliano Arnolfini, che pure per uno strano giuoco della fortuna, sembra che sopravvivesse a tutti i personaggi di questa odiosa tragedia."
(Nella prima foto: la Torre Matilde, a Viareggio; nella seconda, sullo sfondo, la Chiesa dei Servi)
Altre donne lucchesi: Ilaria del Carretto; Lucida Mansi.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 17.04.06 00:15




