« Ipotesi e dintorni | Main | Le sue storie da una botta e via ovvero sia Peccato non esserci stati »
14.04.06
Gesualdo Bufalino: Diceria dell’untore (1981)
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
(Quest’anno ricorre il decennale della morte di Gesualdo Bufalino, che desidero ricordare con uno dei suoi romanzi più noti: Diceria dell’untore)
Sono queste le parole che meglio tratteggiano e ci fanno conoscere il Gran Mago: “siamo solo miliardi di calcoli nel rene di un corpacciuto animale, la sua colica senza fine". Il Gran Mago, "orbo e bizzoso Geronte", silenzioso ma robusto, e quando verrà la sua morte, docile e indifeso protagonista, è il medico del sanatorio La Rocca, “livido colombario di pietra", “vecchia tartana" da cui emana odore “di formalina e di soave putrefazione", dove si trova ricoverato il protagonista, che ha un polmone tormentato “dall’invisibile camola che mi brucava in silenzio, sotto la mammella destra, in un punto che ormai conoscevo a memoria."
Dio (“Dio Mannaro") e la morte sono i due misteri che alimentano la loro amicizia, e il medico, separato da una moglie “di spaventosa bellezza", i primi tempi va a trovarlo “spesso, dopo cena" e i due si siedono sulla veranda a chiacchierare e a bere.
Nella descrizione dell’ambiente desolato e cupo, da “vecchia tartana", percepiamo i brividi e gli echi di quei versi che gridano: “O Morte o morte vecchio capitano/Ischeletrito stendi le falcate/Braccia e portami in stretta disperata/Verso le stelle". Più che con La montagna incantata, si avverte, infatti, una affinità maggiore, di sostanza e di ispirazione, con il poeta Dino Campana, che meriterebbe qualche approfondimento. Anche con il dolore che nasce dai ricordi dei suoi sventurati, di cui scrisse Mario Tobino - un tenero Gran Mago, lui -, direttore di quella “vecchia tartana" che fu il manicomio di Lucca, vi è più di un’affinità.
Quei malati, reduci di guerra, rinchiusi nel sanatorio, umiliati da quei continui colpi di tosse, secchi “come uno sparo", anelano alla vita; accolgono l’alba spesso seduti su di una panchina a piangere, e quando odono “il cigolio dei carri di zolfo in fila per la collina" che passano oltre il muro di cinta, si rizzano a vagheggiare “qualche guizzo di vita durante la via". Oppure avvertono i nuovi rumori e il frastuono che fuori delle mura segnano la rinascita e la ricostruzione, dopo gli orrori della guerra appena terminata. Il dolore e la disperazione, e la “razione infallibile di dileggio e di pena", quando sono mescolati alla speranza, non sono la morte, ma una lenta, ostinata, crudele agonia: “ogni istante era un affilato coltello di luce a cui offrivo pazientemente le mani." L’attaccamento alla vita, quando essa minaccia di lasciarci, è l’occhio indagatore che ci fa scoprire le tenerezze di un’esistenza che abbiamo attraversato con occhi ciechi. Ne consegue un viluppo, un nodo di tristezza che è l’ultimo bastione della nostra dignità: “era già amore la passione con cui s’imparava la morte degli altri come se fosse la propria." E queste morti – questo “albo di croci" - scorrono, sono lì, nel “vagone piombato", e riguardano adulti e bambini, l’intero percorso, misterioso, imperscrutabile, della nostra vita: “Ed è poi così sicuro che sia suono la vita e silenzio la morte, e non invece il contrario?" La Rocca, questo ambiente nutrito da cascami di vita, diviene il luogo dove proprio la vita è più intensamente celebrata attraverso quelli che l’autore chiama “svolgimenti di degradazione". L’amore, ad esempio (“un no alla morte"), che nasce, esplode inatteso, tra il protagonista e Marta, “la principessa", “la ballerina", “una delle più fradicie", “Non la curano quasi più", ha bagliori di desolata, solitaria e struggente intensità: “l’impaurirsi degli occhi ogni volta che la guardavo" e: “si accingeva a cancellare un’impronta", e ancora: “una famelica solitudine che mi tossiva vicino". Dirà il giovane studente Sebastiano, condannato come gli altri a morire: “Mi piacerebbe avere un figlio. Che dico? Una memoria qualunque in cui sopravvivere", anche cercare un bambino per strada “per lasciargli una traccia lunga negli occhi". La sofferenza e il presagio della morte (“le mie lumacature e polluzioni d’untore", “spargere e ungere dappertutto la morte", “attaccarsi un sonaglio alla caviglia") sono anche la piccola finestra che si apre su Dio. Attraverso la figura dello sventurato frate Vittorio, con belle pagine a conclusione del capitolo VII, l’autore cerca di avvicinarsi a Lui, di immaginarlo “curvo, con lacrime e pietà, sul refuso immenso dell’universo, pronto a raschiare tutto per riprovare un’altra volta…" e di comprendere le ragioni di una “infetta divinità".
Dunque, è nella sofferenza, ancora una volta, la chiave per entrare in contatto con quelle verità inspiegabili che hanno tessuto e tessono continuamente, in un rinnovo dell’antico, l’ordito nascosto della nostra umana esistenza. Un contatto che non risolve mai, ma ci rende consapevoli di una germinosa architettura della quale facciamo parte. La stessa scrittura anticata, “archeologica" e impreziosita da rare parole e con “qualche trucco di crome", di Bufalino pare nascondere, “ronzante caligine", l’arcana profezia della nostra vita, con le sue costruzioni che trasudano fatica di esistere, complessità di pensiero, “grani di lenta insostenibile luce", come quel sole che sorge nella torrida estate siciliana: “grondante tuorlo, orrido mestruo del cielo." E le parole che le compongono (“la mia diceria"), essudate di ricordi, sono radiografie che mostrano cavità e postème. Raro trovare una calligrafia come questa, ingioiellata di minute metafore (“sparpagliarmi le foglie dei capelli", “Che rotonda moneta, lassù, la luna", “l’acqua battere il suo mite alfabeto"), che si ammanta e riluce della sua propria sofferenza, allo stesso modo dei fantasmi di dolore e di sangue che sono i personaggi di questo libro, nei quali si nascondono, pur nell’angoscia, il sogno e la verità che intravediamo nelle parole di Marta, figura splendida e centrale del libro, allorché ricorda un lontano amante: “Mi consola pensare che in un raggio ancora in cammino c’è lui che mi bacia e mi parla, e che qualcuno in capo al cielo non sa ancora ch’è morto." Tanto attaccata alla vita, questa infausta eroina, da gridare: “nei miliardi di secoli passati e futuri io non so trovare evento più importante della mia morte".
È lo stesso amore che ha radici dimenticate ma profonde nel cuore del protagonista (“Sai tu cos’è una ragazzo del Sud nell’ora di mezzogiorno?"), al quale, a lui solo tra i personaggi della storia, miracolosamente guarito e sopravvissuto ai tanti altri (“io solo m’ero salvato"), toccherà in sorte questa splendida occasione: “riinnamorarmi di me".
(Da Quarantatre letture – Il Sud nella letteratura italiana contemporanea, Marco Valerio Editore, 2005)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 14.04.06 11:17
Interventi
Secondo me, tra il protagonista e la ragazza non c’è amore. Entrambi sperano di ingannare la morte, fingendosi innamorati (vivi). E’ una recita (come nell’esordio del romanzo) di due solitudini sconnesse.
Difficile scrivere su Diceria, aspettavo da qualche tempo questo post.
Non avevo mai pensato a Campana.
Stasera rileggo con calma.
Grazie Bart
Pubblicato da: Francesco Sasso - 14.04.06 12:23
L'esere indiscusso di Gesualdo Bufalino è Aldo Nove.
Pubblicato da: Martin Balsam - 14.04.06 15:28
Spero che si torni a parlare di letteratura, finalmente:-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 14.04.06 15:37
Acomplia UK Buy
Pubblicato da: Acomplia - 06.09.06 10:54
