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30.04.06
Francesco Biamonti: Le parole la notte (1998)
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Aspro e dolce come la sua terra, la Liguria (“rupi dorate intervallate da terrazze"), Francesco Biamonti, morto nel 2001, a settantatre anni, per un male ai polmoni, ci ha lasciato opere significative come L’Angelo di Avrigue del 1983, Vento largo del 1991, Attesa sul mare del 1994. Il romanzo Le parole la notte è del 1998. Seguirà, postumo, nel 2003, l’incompiuto Il silenzio.
Un uomo, Leonardo, che era stato ferito ad una gamba, esce dall’ospedale e fa ritorno a casa, a Argela, “poche case schierate al sole su un cocuzzolo."; “La sua casa e il suo uliveto erano di un azzurro che anneriva nell’ombra della rupe. Il sole se ne andava presto."; “un ramo nudo se ne andava per traverso inciso dalle stelle."
Abbiamo già, in queste brevi frasi d’inizio, tutti i segni di una scrittura essenziale e solida, costruita e cresciuta con la tenacia e la forza giustappunto di un ulivo, e attraversata, come in Silvio D’Arzo, dalla poesia. Se ne avverte il profumo: “Andò dal sorbo e si fece un bastone, poi aggirò la rupe per un sentiero tra i cespugli e rivide il mare"; “Gli tornavano agli occhi gli ulivi incielati, il brillare dei muri che facevano gobbe, le mimose novembrine, già in fiore, nuvole abbarbicate."; “Dietro l’Esterel una vampa diafana apriva nelle ceneri una sorta di sera eterna."; “Nel cielo, rotto dalla rupe, si aprivano dei cammini: vi trasparivano luci vitree in fuga e come braccate, a forma di fogliame." Sono i primi esempi di una strada che percorreremo insieme costellata da queste gemme. Frasi secche, ridotte all’osso, dalla tenerezza velata, e ciò che affiora, tuttavia, ha il vigore di una penetrazione robusta: quella di un uomo che non ha mai smesso di osservare e di interrogarsi. Ci sono dei momenti in cui questa prosa ha qualche legame anche con quella di Mario Tobino, che – ricordiamoci – aveva sangue ligure nelle vene per parte di madre: “un tordo cantava sopra un ulivo, voce d’organo che sapeva di grandi boschi lontani. [...] Riprendeva il suo flauto, ma infrascato nei cespugli." Osservate la cura messa in questa descrizione, che incontreremo più avanti: “Venne l’usignolo e prese possesso di un folto di querce. Gli occorreva uno spazio suo. Provò il canto di giorno e di notte. Falliva ancora nei suoni liquidi, prolungati, e troncava i gorgheggi. Perfezionava una musica che, a poco a poco, animava le rupi. Aveva cominciato ancora stanco del viaggio. Sembrava non avere rimpianti africani. O forse era un canto di nostalgia."
Leonardo sta salendo un sentiero per andare a confidarsi con l’amico Midio, un contadino che in quel momento si trova nel campo a vangare la terra. Gli rivela che gli hanno sparato, ecco perché è finito all’ospedale. Vuole scoprire chi è stato. Ho la faccia tutto il giorno sulla terra, non so che dirti, gli risponde il contadino. Al bar di una frazione vicina, Vairara, fa amicizia con due coniugi francesi, Alain e Veronique. Sono passati a trovarlo, ma lui non c’era, era salito in cima alla collina, da Midio. Hanno ammirato i suoi ulivi. Risalgono “I più giovani al Seicento, al Trecento i più vecchi", risponde Leonardo. Gli ulivi hanno gran parte nel romanzo. Si trovano presenti ovunque, ne sentiamo il profumo anche quando sono assenti dalla pagina. Ad un certo punto – è sera – il protagonista osserva e pensa: “Le mimose sprigionavano un po’ di luce quasi marina. Gli venne voglia di parlare agli ulivi che le proteggevano. – La vostra anima coriacea non è la peggiore delle anime."
Argela è un luogo vicino al confine francese, vi passano profughi, soprattutto curdi, fuggiti dalla loro terra. Al confine gli aspettano certi arabi per ucciderli (“Un nero è stato sgozzato al Cornaio, un altro al Cardellino. Una donna è stata trovata morta in una grotta vicino al mare. Dicono ch’era seminuda."). I profughi non sanno del pericolo. Una notte si rifugiano nel suo uliveto, accendono un fuoco: Leonardo “Conosceva chi fuggiva la propria terra e vagava fra Italia e Francia. E quei tipi cupi e quelle donne dal volto fine non erano né ladri né assassini."
L’atmosfera che si respira, pur nella quiete della natura, è quella di una società che si sgretola e va in cerca di un sogno, ma senza speranza: “la brezza, che muoveva la cenere, sembrava rovistare nella tristezza degli uomini."; “I sogni erano al tramonto, anche quello della ragione." Pure ad Argela tutto sta scomparendo: “Gli venivano in mente i calzolai, le scarpe chiodate. E altra gente faceva ressa all’intorno: il campanaro, i mulattieri, l’organista."
Veronique intreccia un’amicizia con lui. A volte passeggiano insieme per i sentieri, in mezzo ai pini, con il rumore del mare sottostante. Anche per ore. Veronique (“Bionda e slanciata, il seno pieno di grazia, sembrava ancora un’adolescente.") ama quei loghi. Salvo Veronique, che appare quasi come la raffigurazione di un sogno (“Seduta al suo fianco Veronique era viaggio e sogno."; “una donna che nei barlumi della luna, sui sassi della strada, era riposo e sogno."; quando la sorprende a fare l’amore con un uomo, pensa: “Procurava sogni e viaggi. Lei non viaggiava."), gli altri personaggi che incontra nel corso delle sue passeggiate tra Argela e Vairara compaiono e presto spariscono, sono senza volto, rappresentati quasi unicamente dal loro nome (Midio, Michele, Ernesto, Giobattista, Bernardo, Bartolomeo, il pittore Eugenio, Pietro, Amilcare, la cameriera Carla, Edelmiro, il medico Emanuele e sua moglie Astra, il loro figlio Daniele, Medoro, Virgilio, Arancio, e così via): voci della natura. Essi paiono sorgere e confondersi con le pietre aspre della collina: “C’è una promessa d’immortalità per l’uomo amalgamato al suolo". L’umanità, ossia, è appena sussurrata: un suono, un colore, un fruscio, un’eco. Come il passo dei fuggiaschi (“i passeurs") che cercano di raggiungere il confine francese. Il motivo di questa fuga, di questo simbolo di un tempo crudele, sarà continuamente evocato: “Adesso passano anche di giorno, passano a gruppi, non c’è più ritegno."; “Passava di tutto su quelle scorciatoie: uomini seminudi e altri con casacche e corti caffetani. Una silente disperazione dilagava su quelle rocce e corrodeva il cuore." Oppure, riguardo ai giovani del paese: “Avevano l’aria di volere un mondo che non valeva più la pena di essere conteso."
Il romanzo è alla ricerca di una pausa del tempo. Il suo trascorrere, infatti, non ci consegna nulla di buono: “Questo mondo va lasciato andare in rovina, oppure va difeso senza che nessuno se ne accorga, in gran segreto." Dentro la scrittura vibra il desiderio di trattenerlo. Attraverso il sapore delle cose che ci passano accanto, il protagonista aspira addirittura a dimenticarlo, cancellarlo, vuole che non esista: “si può far finta che nulla accada." Per il tramite delle minute cose, per mezzo di osservazioni il cui indugio è il segno di una lenta lotta, Leonardo imprime alla sua esistenza l’inesorabile declino della sconfitta che ciascun uomo subisce nella contesa con il tempo: “non so davanti a chi risponderò di questo mio tempo, del modo in cui lo perdo."; “Passavano davanti a colombaie vuote, a stalle senza odore." Dell’amico Medoro, che lo aiuta a potare gli ulivi, pensa: “Forse è l’uomo giusto per aiutarmi a cercare, uno che non sente la fine del tempo."
Vi è un movimento glabro del tempo, su cui l’autore incide i graffi della propria vita, sofferta e meditata, illuminata da lampi che si generano dalla bellezza e dal silenzio. Veronique è uno di questi lampi. La nudità in cui viene sorpresa di tanto in tanto non è altro che la seduzione che il tempo cinico riversa su di noi nel momento in cui passa davanti alla nostra vita: “Veronique era nuda, il volto reclino, la mano allungata sul ventre di un uomo."
Leonardo, già avanti con gli anni, sa che il tempo è attraversato dal dolore, difficile purificarlo. La povertà, la sofferenza, l’ingiustizia, la cattiveria sono le piaghe che lo infettano. Questo pensiero è intriso nella prosa e ogni tanto affiora come se la scrittura ne trasudasse: “Il levante aveva girato e adesso entrava dal mare. Prendeva la valle d’infilata e illuminava l’argento d’ulivi rovesciati sino alle montagne."; “Il mare si era liberato. Da lì salivano crinali e crinali; andavano a levigarsi lontano, verso Cima Marta nebbiosa, dove il cielo non riusciva a districarsi dall’oro che vi si posava." Descrizioni sofferte, terragne: “se ne stava di fronte alla stufa, dopo aver mangiato il pane scaldato sulle braci, e ascoltava il crepitio del ceppo che bruciava, la brezza che stormiva fuori, e il sordo assestamento di qualche pietra nei muri delle terrazze; e dopo ore che stava lì ad ascoltare gli sembrava di sentire il canto funebre della terra, senza cadenza e senza suono." È una scrittura che è passata attraverso la liturgia di una perfezione quale può essere quella di un seme fecondato dalla terra: “Di là dai vetri gli ori e gli argenti aggredivano già la terra, strisciavano al suolo, salivano alla montagna, anche se il grigio predominava. Poi l’azzurro fattosi vivo fece tremare ciò che toccava."; “Si vedeva un mare alto che portava a riva secche ondate di sole."; “si vedeva un po’ d’azzurro solo nei crepacci tra le nuvole, color abissale."
Il ritmo lento impresso alla storia, oltre che dare la misura del tempo che si cerca di arrestare, sortisce un altro effetto, che è quello di mettere in risalto una scrittura la cui asciuttezza è il segno di un lavorio attento, di una scelta che mira a fare della parola non una sorgente di significati che promanino dall’uomo, ma un parto sofferto della natura: delle pietre, del torrente, degli olivi, del falco, dell’usignolo, della civetta (“Era l’ora in cui la civetta volava sulle cime e cantava, dorava il cielo di linee e punti."), del mare, della chiesetta sopra la rupe di Beragna. La stessa Veronique che si offre spontaneamente al protagonista (ma anche ad altri uomini) fa parte di questo vocabolario che trasforma l’uomo di carne in un pensiero ed in un’immagine della natura: “I vicoli erano protetti, senza vento, ma in certi punti groppi d’aria battevano in faccia."
È anche un tempo che si tenta di arrestare in vista di un’attesa; c’è in tutta la storia la ricerca di un perché che deve manifestarsi. Non solo Leonardo si è domandato chi gli abbia sparato, ma durante il suo andare e venire per questi luoghi sperduti sulla collina, egli ci dà la sensazione di un’attesa disvelatrice: sta rientrando a casa, è sera, ha in mente che qualcuno possa seguirlo, magari più di uno: “erano gli altri sottovento, stasera: non lo potevano sentire." Gli dirà Veronique: “Pensi ancora a chi ti ha sparato."
C’è uno strano traffico di uomini da quelle parti, non solo di passeurs, ma di gente ancora più misteriosa. Luigi, uno scorbutico compaesano, gli confida di aver visto, nascosto di notte dietro un cespuglio, passare quattro uomini, “solo che uno era avvolto in una coperta, secondo me era morto. Se fosse stato ferito si sarebbe lamentato." Rimasto solo, Leonardo pensa tra sé: “Quanto ti costa, amico, ciò che hai commesso cinquant’anni or sono [...] Mancavi da qualche anno e sei tornato." È a Luigi che si riferisce. Più avanti lo vedrà comparire nel buio, lo chiamerà, ma Luigi dirà semplicemente “a denti stretti": “Non t’immischiare!" Il romanzo inserisce questo motivo misterioso, proprio nel mentre noi lettori stiamo ancora domandandoci chi abbia sparato a Leonardo, e perché. Sul finire ne capiremo il motivo. La natura fa i conti con l’uomo, incrudelito e selvaggio, meno nobile di quanto si creda, e forse peggiore delle bestie: “una doppia indagine: su chi gli aveva sparato e su chi aveva rapito la ragazza curda."; Stia attento lei, di questi tempi in cui la gente va randagia e si scanna."; “È stato trovato un altro morto nella discarica."; “È tutto un mondo edificato sulle rovine e sui delitti."
La ragazza curda di cui si parla, rimasta sola col nonno, non essendo riusciti a passare la frontiera, era stata ospitata e curata da Astra, ma poi, un giorno, il vecchio era stato trovato ucciso a bastonate e la ragazza era stata rapita.
Il vero rifugio che Leonardo cerca è dentro la natura. Egli vi entra con le sue parole, vi si trasferisce. Abbiamo già riportato qualche descrizione, ma il romanzo ne è intriso. Ognuna di esse pare la traduzione di un colloquio intimo, di un contatto desiderato che il protagonista ha con la natura: “Il sole moriva sfiorando pareti ombreggiate. Non girava più sul mare, non suscitava sere di abbagli sulle rocce e le vetrate di Vairara. La notte con qualche guizzo sui sassi saliva modestamente. Il giorno declinava senza accendere fuochi. Ma qualche ramo appena alonato di cielo evocava, spegnendosi, lunghi silenzi." Sono questi, i silenzi che soltanto la natura può dargli. Sono i soli momenti in cui ci si può illudere di aver fermato il tempo. Leonardo ha scoperto finalmente chi gli ha sparato, questa scoperta lo rattrista ancora di più. Non va a parlare al colpevole, però, come lì per lì avrebbe voluto. Non è più così importante. Sara, che ha con sé le ceneri dell’amico Corbières, per seppellirle nel cimitero di un paesino di confine, Bargème, ed è in compagnia di Veronique e di Leonardo, dirà: “Soltanto la quiete dei paesi ci difende dai deliri.", “Finché dura.", risponde Veronique. “È già finita, disse Leonardo. Ci pensò un poco: - Non c’è mai stata." Dunque, “La vita, sorta dall’abisso, nell’abisso ricadeva.", chiosa l’autore. Nemmeno la quiete sopravvive, non si può arrestare il tempo, è cosa vana; tutto declina.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 30.04.06 08:06
Interventi
Tra i suoi romanzi, quello che più amo è "L’Angelo di Avrigue": scrittura essenziale e solida, come per la più più parte dei romanzi di Francesco Biamonti. Questo è un Autore. Gran bella recensione, Bart.
Giacché si parla di Biamonti, della Liguria, e bene, ne parla nell'intervista anche Marino Magliani in un'intervista che potete leggere qui, se ne avete voglia:
http://biogiannozzi.splinder.com/1146062418#7875862
Cari abbracci
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.04.06 09:38
La vado a leggere subito, Beppe, poiché ti preannuncio che il romanzo di Marino sarà oggetto del mio prossimo post.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.06 10:04
Grazie cari amici. Ho indicato questa questa calda e bella lettura all' Associazione
Amici di Biamonti, che ha un sito e dove mi piacerebbe comparisse. Il tuo lavoro Bartolomeo
é superbo e calcolatissimo, dalla luce - dalle
tue letture - si intuisce un mare, per usare
visioni liguri, e alla fine si ha una gran voglia di andarlo a scoprire
Pubblicato da: marino magliani - 30.04.06 10:54
Grazie, Marino.
La prossima riguarda il tuo romanzo. Per non farti stare in ansia, ti anticipo che mi è piaciuto. Ho letto anche la bella intervista che hai rilasciato a Beppe Iannozzi e ho provato a cercare su iBs e Maremagnum per acquistarlo il romanzo di Elio Lanteri: La ballata della piazzetta. Ma non si trova. Peccato.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.06 11:19
Elio Lanteri, amico d' infanzia di Biamonti,
amico di Seborga, e grande conoscitore di letteratura spagnola e di mistici, non ha mai voluto pubblicare nulla, e ha negli occhi la magia delle pietraie liguri.
Un giorno spero proprio di farti dono della sua Ballata, Bartolomeo.
Pubblicato da: marino magliani - 30.04.06 11:33
Grazie, Marino. A presto.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.06 11:43
Sai Bart, sono una innamorata di Biamonti ed ho letto tutti i suoi romanzi, qualche volta anche riletti,come "L'Angelo". La sua poesia è un canto straziante da una terra di confine. Si, lo strazio. Quello che continua dopo quel confine nostro. Che continua a Marsiglia dove io ho scelto di vivere per grande parte dell'anno. E la voce di Biamonti accompagna esistenze e vite, il mare e il vento, la fatica di stare nella vita.
In Francia è molto amato. E i suoi romanzi sono tradotti. Da noi dovremmo cercare di farlo conoscere ancora di più. E' un autore che merita un posto serio nella nostra letteratura. Peccato che anche lui, come il marsigliese Izzo, se ne sia andato. Ma la memoria resta. Restano le parole ...
Pubblicato da: stefania nardini - 30.04.06 17:22
Cara Stefania, il mondo di Biamonti e la sua scrittura sono davvero maiuscoli. Credo che i suoi romanzi supereranno il tempo, e saranno letti con piacere anche dalle future generazioni.
Certo, hai ragione tu. Toccherebbe ai critici che contano preservarne la memoria, ma sembra che vadano dietro ad altri interessi...
Comunque questa mia lettura di Biamonti è già inserita nella terza raccolta che sta per uscire per i tipi di Marco Valerio editore - Torino, e che dovrebbe portare il titolo: "Letteratura italiana - Generazioni a confronto" Ho restituito proprio ieri le bozze corette. Questi gli autori che ho inserito: Alvaro, Angelini, Bassani, Benni, Berto, Biamonti, Biondillo, Capone, Cappelli, Capuana, Chiara, Cicognani, Cilento, Colombati, D’Arzo, De Carlo, Deledda, Dell’Era, De Roberto, Desiati, Farina, Ferrandino, Franchini, Fucini, Ginzburg, Giorgi, Krauspenhaar, Lagorio, Morale, Morante, Moresco, Nori, Nove, Paglieri, Parise, Pazzi, Piperno, Pirandello, Quarantotto Gambini, Romano, Ruscello, Giuseppe A. Samonà, Scarpa, Serao, Tramutoli, Verga, Veronesi, Vitale.
Se pensi che nelle due precedenti raccolte ho inserito:
nel volume: "Quaranta letture - Percorsi critici nella letteratura italiana contemporanea", Marco Valerio Editore, 2004, i seguenti autori: Ammaniti, Baldini, Barolini, Bianciardi, Bilenchi, Ciabatti, Cialente, Conti, Fenoglio, Ferracuti, Gadda, Mari, Mozzi, Palazzeschi, Pallavicini, Papini, Stelzer, Tobino, Tomizza, Tozzi, Trevisan, Vinci, Sgorlon, Zena.
E nel volume: "Quarantatre letture - Il sud nella letteratura italiana contemporanea", Marco Valerio Editore, 2005, i seguenti autori: Abate, Alianello, Brancati, Bufalino, Loreta Cerasi Mandrelli, Compagnone, Consolo, Corti, De Luca, Dessì, Angelo Fiore, Incoronato, Jovine, La Capria, Mario Mandrelli, Marotta, Montesano, Nigro, Ortese, Ottieri, Pomilio, Prisco, Domenico Rea, Salvatore Satta, Sciascia, Silone, Tomasi di Lampedusa, Vittorini,
credo di aver dato il mio contributo. Dico questo perché sono contento del lavoro a cui mi sono dedicato in questi ultimi 2/3 anni. Era una cosa che avevo nel cuore, visto che si parla sempre di autori stranieri, e si dimentica che anche la nostra letteratura è viva e valida. Spero che questo mio lavoro resti ( perché è nato dall'amore per la nostra letteratura) e prima o poi qualcuno mi aiuti a farlo conoscere.
(Naturalmente continuerò a leggere, finché potrò, e a scriverne, e sarà l'editore a decidere se continuare a sostenermi. So che non guadagna coi miei libri, e questo coraggio va a suo merito).
Un caro saluto, sperando di poterti incontrare a Lucca.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.06 17:53
Conosco l'entroterra ligure prossimo al confine francese. Questa lettura di Biamonti, caro Bart, ne restituisce il clima di mistero, sperdutezza, passaggi in ombra che avviluppa gli uomini e una natura aspra e silente.
Da Arma di Taggia si piglia per una valle a imbuto. Quando il mare è scomparso, e la strada impenna tra uliveti e macchie, dopo un po' si scopre Triora. Nel 600 Triora godeva di importanti franchigie, era un bastione strategico della Repubblica Genovese. A seguito di una carestia scoppiarono tumulti e la Repubblica inviò suoi messi. Questi si imbatterono in una situazione dantesca. I maggiorenti locali additavano un gruppo di donne, abituate a riunirsi in una dimora fuori pmura per intrecciare ghirlande e cantare insieme, come responsabili del flagello. Fu istruito un processo con l'accusa di stregoneria: le poverette, più di una ventina, furono straziate con orribili torture. A testimonianza oggi a Triora sorge un piccolo museo, con le carte dell'epoca e gli schizzi originali di come avvenne il supplizio. La visita di quel museo mi fece effetto, sia per la cupezza dell'ambientazione sia perchè scoppiò un temporale, che avvolse tutto in una cappa di foschia. Esauritasi la buriana estiva andammo alla cosiddetta casa delle streghe, sottopassando archi in ombra e inciampando lungo vie deserte. Al margine del cammino una radura, e sotto il terrazzamento la costruzione diroccata. Sembrava fumasse ancora.
Nel post qui sopra, a proposito del tuo prossimo libro, ho scorto un nome, provando qualcosa di così bello da rivalutare una vita. La mia.
Te ne rendo pubblicamente grazie.
Un abbraccio
Carlo
Pubblicato da: Carlo Capone - 30.04.06 19:45
Bello il tuo ricordo di Triora, Carlo. Tu sai raccontare. Dovresti mettere in un libro tutti questi ricordi, visto che hai viaggiato molto, e molto conosci.
Sono convinto che ne uscirebbe qualcosa di molto bello. Pensaci.
Non è un caso che ti abbia messo nella mia raccolta. Mi aspetto grandi cose da te, come da Giorgio Morale.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.06 19:54
Nel ringraziarti fortemente per questa meravigliosa analisi dell'ultimo romanzo compiuto di Biamonti, mi preme segnalare l'esistenza del sito web www.francescobiamonti.it, creato dall'Associazione cui faceva riferimento Marino Magliani in un precedente post.
Per quanto riguarda Triora, segnalo il libro storico "Triora anno Domini 1587 - storia della stregoneria nel Ponente Ligure" di Ippolito Edmondo Ferrario (De Ferrari, 2005), oggetto di una recente (bella) presentazione a Ventimiglia da parte del filologo Giovanni Choukhadarian.
Pubblicato da: Achille Maccapani - 01.05.06 15:46
Il grande Giovanni Choukhadarian!
Ma ho cercato, Achille, su iBS e non lo trovo.
Ho vari libri sulla stregoneria e sarei interessato. Dammi qualche ragguagklio in più circa la possibilità di acquisto.
Grazie, anche per i complimenti (che mi incoraggiano sempre) e per la segnalazione del sito di Biamonti che andrò subito a visitare.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 01.05.06 19:07
Carissimo Bartolomeo, il libro esiste su Ibs. Questo è il link al libro:
http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=FGU9Q9FNQKOMX
A presto
Achille
Pubblicato da: Achille Maccapani - 01.05.06 22:01
Grazie, Achille. Già messo in ordine.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 01.05.06 22:26
Caro Bart, amo molto la scrittura di Biamonti, una prosa che spesso confina con la poesia. Grazie per le parole affettuose e sappi che ti seguo sempre con immenso piacere.
Un forte abbraccio,
Emma
Pubblicato da: emma locatelli - 02.05.06 14:28
Cara Emma, ti ringrazio dell'attenzione, a cui tengo molto.
Proprio stamani ho ricevuto una lettera di Giorgio Barberi Squarotti, con cui sono in corrispondenza da sei anni. A lui invio le mie letture, ricevendone un giudizio. Gli invierò ora Biamonti e Piperno.
Su Casa d'Altri di D'Arzo, Squarotti mi scrive: "è, a mio parere, uno dei romanzi più alti del nostro novecento, nella tragica religiosità che rappresenta." Di Quarantotti Gambini scrive: "è un narratore mirabile, che molto ancora amo e ogni tanto rileggo. Ti consiglio di leggere L'onda dell'incrociatore, fra passione dell'infanzia, inquietudine dei sensi, erotismo e tragicità."
Così conclude: "le tue 'letture' di Silvio D'Arzo e di Quarantotti Gambini sono esemplari. Te ne sono grato."
Ribadisco: Seguimi, Emma, perché sei il mio portafortuna:-)
Con affetto.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.05.06 15:54
Caro Bart, sono davvero commossa...
Ti seguirò senz'altro.
Con tanto affetto e stima,
Emma
Pubblicato da: emma locatelli - 02.05.06 17:29
