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18.04.06

Bestie d'Accademia

di Elisabetta Convento
[Elisabetta Convento è docente a contratto di Lingua Inglese presso l’Università di Trento, collabora con l’Università della California a Trento e con lo Study Abroad Program di Florida Atlantic University a Firenze. Ha conseguito un Dottorato in Letterature Comparate dall’Università di Trento e Paris VIII con una tesi dal titolo “Il génie féminin o la disseminazione del sé: Kristeva e Colette". Autrice di diversi saggi, ha recentemente tradotto e curato per Nuovo Melangolo Il rischio del pensare di Julia Kristeva.]

Premessa

È colpa loro, dei modelli, dei maestri (ci hanno spiegato che si debbono sempre citare, facciamolo anche nei momenti di disperazione), di quell’austero professore di latino del liceo che s’infiammava declamando Catullo, dei Leopold Bloom e Stephen Dedalus di cui non si è probabilmente ancora capito un accidente, ma che ci hanno tenuti svegli nel dilatato tempo notturno della giovinezza.
Non ci sono dubbi, quello che spinge alcuni sbandati a gettarsi con accanimento nel mondo accademico e sui libri, accettando soprusi e privazioni, deve essere un morbo, per forza.
Da sempre i dettami del vivere civile hanno sancito l’importanza della cultura il cui climax si raggiungeva con la laurea. Il titolo di “Dottore" è stato a lungo non solo motivo di soddisfazione personale, ma vero e proprio elemento di stabilità sociale: “l’ha detto lui che è Dottore" poneva fine a diatribe e interrogazioni senza fine. La certezza dell’autorità intellettuale di chi era in possesso di laurea ha albergato nella mente di molti adolescenti spingendoli poi a iscriversi all’università. Fine supremo: il bene della collettività.
Eppure bastava la laurea, perché spingersi oltre? Com’era prevedibile, oltre sarebbe stato il caos. Nonostante questo, taluni si sono avventurati addirittura in terra straniera per acquisire esotici master e specializzazioni plurime, ignorando volutamente le profezie degli oracoli che li mettevano in guardia sui rischi del mestiere di collezionista di titoli.
Perché, in effetti, non rimanere in patria, e stare comodamente in graduatoria, in attesa di una supplenza alle scuole, attesa che offre l’occasione per lunghi periodi di riflessione tra un pranzo e l’altro preparato da mammà? È che quando si crede di aver avuto la meglio sulla malattia, questa ha una recrudescenza, così ci si prova, tanto che sarà un concorso per il Dottorato di Ricerca? Si ha la certezza matematica che non lo si supererà mai.

Esordi nel paese delle meraviglie

Avviene che, proprio quando ci si convince che il sistema della baronia universitaria è infallibile, si scopre che la legge di Murphy funziona benissimo e che esistono incrinature anche nelle istituzioni di più lunga durata; basta infatti un concorrente ammalato per finire nella rosa dei primi in graduatoria e si passa il concorso. Iniziano così lunghe attese e peregrinazioni per i corridoi dei dipartimenti di facoltà per la scelta di un progetto di lavoro in nome della libertà della ricerca.
Il gioco di fair play tra dottorando e direttore di tesi prevede che il primo accetti di essere spronato a divenire indipendente e propositivo, ma che non si spinga mai sino ad entrare totalmente nella parte. In effetti, se esporre le proprie idee è tollerato, aspettarsi che vengano addirittura accolte è un atteggiamento sovversivo. In un gioco democratico tutto italiano, infatti, è il docente in causa a stabilire un argomento di ricerca che sia di interesse per lui e anche per il candidato.
Compiuto questo passo, non è così complesso intraprendere un percorso accademico di successo, purchè si faccia proprio un motto fra i più efficaci: visibilità massima. Esserci non è sufficiente, è invece necessario essere notati, per cui conta essere appariscenti, o per come ci si agghinda, o per l’abilità di mettersi in luce ad ogni occasione; non è così fondamentale che gli interventi siano opportuni, purchè offrano l’occasione per parlare, per mettersi in vetrina. Gli acquirenti, attratti o da una gonna aderente, o dalla loquela da venditore, non mancheranno.
Queste norme basilari permettono di essere avvistati nei luoghi in cui la cultura si fa, ad esempio in biblioteca; non importa se ci si è passati rapidamente per raccattare amici con cui andare al bar. N.B. Benchè sembri un po’ faticoso, una volta avvistati si può stare tranquilli a lungo.

Powerpoint è l’oppio degli accademici

Non importa quello che si fa, o quanto e cosa si sa, al disopra di tutto conta come lo si espone. A questo luogo comune, la cui imperitura verità è testimoniata innanzitutto da una folta schiera di politicanti-venditori di fumo di ogni colore che occupano saldamente posizioni di rilievo, si deve aggiungere che la capacità espositiva, un tempo frutto di assiduo esercizio retorico, impiega, negli ultimi tempi, la dimensione ludica della tecnologia.
Non è infrequente, infatti, che anche la costruzione intellettuale più ardita, nel senso di meno solida e dimostrabile, divenga allettante se accompagnata da abile sfoggio di slides che ritraggano di preferenza l’inesprimibile. Si potrebbe malignamente pensare che, non avendo granché da dire, si colmino i vuoti del pensiero con immagini che almeno riescono a intrattenere un pubblico, tuttavia non è semplicemente così, basti pensare all’efficacia di una citazione da Essere e Tempo accompagnata dalla proiezione di un’antica meridiana, o a come le incisioni su una teiera ottomana sappiano condensare i molteplici concetti espressi in Orientalismo di Said.
Powerpoint ha nelle università la stessa funzione e diffusione della pubblicità in televisione: un rassicurante continuum brevemente interrotto da rare, inutili trasmissioni. Disegni animati e squilli di trombe: “Signori e Signore ecco a voi…"; ci siamo trasformati in prestigiatori della domenica del sapere.
Se ingenuamente si pensa che si possano tenere lezioni agli studenti senza utilizzare questo prezioso strumento tecnologico, si sappia che ci si troverà esposti al pubblico ludibrio; peggio ancora se si crede di ingannare qualcuno usandolo solo per proiettare segmenti di testo: così facendo ci si consacra ad incarnare il prototipo del dinosauro accademico.

La conferenza

La prima e più inutile domanda da porsi è perché alle conferenze gli studiosi non vadano mai da soli, ma debbano sempre trascinarci familiari, amici, o un gruppetto di fedelissimi. Forse che il Re non è attorniato dalla sua corte? Altra caratteristica inspiegabile è che tutti conoscono già tutti, ergo, se la statistica non è una disciplina mendace, sono sempre le stesse persone a popolare i templi deputati allo scambio intellettuale.
Fra i più assidui frequentatori spicca quasi sempre un anziano professore con moglie al seguito. La lingua di comunicazione al convegno, come spesso accade, è l’inglese che il gentleman-professore parla con marcato accento romano. Per il contenuto, la sua comunicazione appare farneticante a tratti, ma ciò è di poco conto dal momento che è abile nell’intrattenere il pubblico con gag da avanspettacolo. La domanda che capita di porsi è come mai un personaggio con tale vena creativa non si sia espresso al meglio in una professione a lui più consona, come quella del muratore; quale scenario migliore, infatti, che quello di giovani donne che passeggiano all’aria aperta per le quali comporre originali apprezzamenti da declamare dall’alto di un’impalcatura!
Il gentleman lascia il posto alla speaker del momento, una trentenne che ha abilmente costruito il suo ruolo di professoressina elaborando un look immediatamente identificabile, una sorta di marchio di giovane studiosa promettente. Porta le gonne ma non sa accavallare le gambe in quella posa tutta femminile che da generazioni viene inculcata al gentil sesso, di modo che le calze rosso fuoco svelano gambe ben tornite e cosce generose.
Il vecchio professore ha un motto di approvazione che parrebbe addirittura rivolto all’argomento trattato dalla professoressina, ma l’impulso è di toccarsi e la moglie interviene: è l’ora della pillola per il cuore. Lui si scrolla, si riconcentra, trangugia dell’acqua, inghiotte avidamente la pasticca pensando a chissà che altro, e ritorna alla giovane erudita che, con la gonna fucsia che stride accostata al rosso delle calze, i capelli lisci un po’ unti e la montatura degli occhiali azzurrognola, squadrata e oblunga, è in grado di risvegliare solamente i sogni erotici di un settantenne.

Al di là della barricata, ovvero promozione alla stampante

Durante e in particolare dopo il Dottorato, l’ascesa ai vertici dell’accademia è segnata da due tappe fondamentali: la dimestichezza con la fotocopiatrice e il poter far liberamente uso di una stampante.
La prima fase è la più faticosa, consiste, infatti, in una vera e propria lotta all’ultima fotocopia in cui ci si contende il privilegio di aiutare i vertici del sapere a riprodurre estratti di testi. Si immaginino studi di docenti dove si accampano giovani studiosi attratti dal prestigio dell’occupare gli ultimi gradini del pantheon della conoscenza, pronti a duellare a suon di fogli formato A4 per portare a termine la missione al posto del collega. I corridoi dei dipartimenti sono stati veri e proprie palestre per schiere di ricercatori che, anziché occupare le facoltà per protestare contro un sistema accademico che li spreme ingiustamente, hanno imparato a presidiare la fotocopiatrice.
Dopo anni di applicazione del kamasutra della carta stampata, oramai provetti nella riproduzione di ogni formato nelle posizioni più ardite, fronte, retro e chi più ne ha più ne metta, avviene l’agognata promozione alla stampante. Si capisce immediatamente che questa è il simbolo massimo del potere se si pensa che presuppone l’esistenza di un computer a cui è collegata e, a monte, di uno studio, spesso condiviso con almeno altre 5 persone, ma questo dettaglio non è di rilievo. Si stampa tutto, è meraviglioso; poco importa se buona parte di quel che è rimasto delle foreste tropicali viene distrutto a causa nostra, si ama sguazzare nell’abbondanza di fogli stampati. La stampante rappresenta il vero salto di qualità, la libertà di dare forma e imprimere il nuovo anziché riprodurre il già edito.
Chi, a questo punto, non proverebbe commozione volendo considerare le aspettative della stampante, da anni in trepidante attesa del momento in cui poter fissare sulla carta le intuizioni geniali di un novello Leonardo. Pianto e stridore di denti, quelli per l’appunto della stampante… ecco impresso, invece, l’orario dei treni, i voli aerei low cost per la conferenza a Palermo, pagine di siti internet da cui ricavare rapidamente la lezione del giorno. L’allievo ha di gran lunga superato il maestro, afferrando fin troppo bene in cosa consiste il mestiere dello studioso.

Pubblicato da Emanuele Pettener, il giorno e l'ora: 18.04.06 16:57

Interventi

Forse è anche così, ma… io, per esempio, sono al secondo anno di un corso di dottorato. La mia tutor ha accolto la mia proposta di progetto di ricerca. Ho l’opportunità di studiare qualcosa che mi interessa, e la responsabilità di studiarlo bene, in modo che l’Università non si penta di aver fatto un investimento su di me. Non cerco visibilità, non conosco “soprusi e privazioni”. Mi sembra che questo sia un periodo piacevole della mia vita. Sono un caso a parte?

Pubblicato da: Cano - 18.04.06 18:04

Divertente, ma con una buona dose di luoghi comuni. Dopo David Lodge bisognerebbe inventarsi qualche modo nuovo di scherzare sull'ambiente accademico. Per esempio, concordo sui danni da powerpoint (e lo dico da utente), ma non conosco troppi umanisti che sappiano cosa sia. D'altra parte, i matematici fanno lezione con la lavagna rigorosamente di ardesia.

Pubblicato da: Vincenzo - 19.04.06 13:02

Ottimo spaccato. Niente da dire, forse solo che aspettiamo ancora i decreti d'attuazione della legge Moratti per capire a cosa serve l'aggettivo "magistrale" appiccicato alla laurea.

Pubblicato da: tonino pintacuda - 19.04.06 16:50

Soprattutto il powerpoint è vero che dilaga, con turbe di follia pura, dove il professore non sapendo che mettere frammista foto sue con tanto di sigaro, oppure basta pensare che mia sorella, che sta seguendo la SSIS a Catania mi tortura ogni materia (duplicazione di qualcosa già fatto al vecchio ordinamento) per impomatare sequenza di diapositive digitali per la lezione immaginaria in cui si sustanzia l'esame di profitto.
Di questo passo se i luddisti prendono piede e fracassano tutti i videoproiettori l'intero mondo accademico crollerà.
Sui dottorati di ricerca già vinti prima del bando c'è tutta una flora di aneddoti, e sull'utilità di tale utopica chimera la miglior cosa l'ha scritta
Andrea Bajani:


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Quando hai vinto il Dottorato di Ricerca in Storia economica hai fatto festa con i tuoi amici per tutta la notte. Hai bevuto, cantato, ballato e quando alle otto del mattino sei rientrato in casa non ti sei nemmeno sdraiato sul letto. Hai alzato il telefono, hai chiamato tuo padre e gli hai detto Dovresti essere fiero di me. Quando hai vinto il Dottorato di ricerca in Storia economica erano tre anni che provavi a vincerlo. Compilavi le domande, prendevi il treno, andavi a Bari, provavi il concorso e non lo passavi. Compilavi le domande, prendevi il treno, andavi a Firenze, provavi il concorso e non lo passavi. Compilavi le domande, prendevi l’aereo, andavi a Palermo, provavi il concorso e non lo passavi.

Quando hai vinto il Dottorato di Ricerca erano tre anni che tuo padre pagava l’affitto del tuo alloggio a Torino. Tu giravi per la città e pensavi al giorno in cui avresti vinto il tuo Dottorato di Ricerca e avresti potuto restituirgli finalmente i suoi soldi col tuo stipendio di 830 € al mese. Per questo dopo una notte passata a ballare l’hai chiamato e gli hai detto Dovresti essere fiero di me. Per questo il giorno dopo tuo padre ti ha telefonato di nuovo per complimentarsi con te. Quando ti ha chiesto Ma di preciso, cos’è che adesso studierai?, e tu gli hai detto Le oscillazioni del prezzo dei cereali nella Toscana del Seicento, tuo padre ha detto Ah. Poi ha messo giù la cornetta.

Quando hai finito il Dottorato di Ricerca hai telefonato a tuo padre e gli hai chiesto un aiuto per pagare le bollette. Erano tre anni che ti sentivi una persona normale, che pagavi gli affitti, che mangiavi la pizza, che andavi al cinema il lunedì. Erano tre anni che tuo padre ti chiamava e ti diceva Ripensandoci, non è mica male questa cosa dei cereali del Seicento. Quando hai finito il Dottorato di Ricerca, tuo padre ha ricominciato a darti la paghetta mensile nonostante i tuoi trentadue anni compiuti. Tu ogni sera lo chiami e gli dici che appena vincerai il concorso da Ricercatore gli restituirai fino all’ultimo euro. Adesso hai un po’ di spese, però. Compilare domande, prendere il treno, andare lontano, provare il concorso è una cosa che costa.

Andrea Bajani
(Pubblicato su Torino Sette, supplemento settimanale de La Stampa, il 7 luglio 2005)

Pubblicato da: tonino pintacuda - 19.04.06 16:56

enumererei, oltre alla fotocopiatrice e alla stampante, tra i privilegi accademici, l'accesso ad un bagno pulito riservato al personale. tappe nell'avanzamento di carriera sono inoltre da considerarsi il volantinaggio, svariate mansioni organizzative e archiviazioni varie. segno di umiltà, peraltro, e dedizione al bene collettivo (salvo che poi quando trovi il tempo di far ricerca).

Una volta, fui così improvvida da leggere un testo senza slides ad un workshop soprattutto di economisti (cosa che io non sono). Alla fine nessuno aveva capito nulla.

e certo, provenire da una buona famiglia e magari con padre/madre accademico permette di considerare l'attività più come nobile impegno sociale che come lavoro vero e proprio, giusto per tenere alto il nome di famiglia, la propria autostima dicendosi che si lavora duro e non si campa coi soldi di papà e mammà e avere qualcosa di originale da raccontare alle cene mondane.

Ciononostante, i fondi che circolano in europa e in giro sono molti (e bisogna avere la preparazione per captarli), la selezione dei papers nei convegni e nelle pubblicazioni e nelle posizioni internazionali, paradossalmente più accessibili di quelli nostrani, qualcosa la dice, anche se talvolta e ancora troppo spesso può più un atteggiamento seduttivo.
Insomma, come chi ha scritto il post sa, le nicchie e le crepe nel sistema ci sono.

Pubblicato da: olandesina - 19.04.06 23:31