« La guerra selvaggia degli allegati | Main | Ai progressisti, gli manca solo la parola? »
27.04.06
Alessandro Piperno: Con le peggiori intenzioni (2005)
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Il romanzo ha avuto in Italia un successo immediato, vincendo nell’anno della sua uscita premi letterari importanti, quali il Viareggio e il Campiello nella categoria esordienti, ma come spesso succede, ad un certo punto l’esaltazione si è saturata e qualcuno ha cominciato a tirare frecce avvelenate su questo libro. Sbagliando, a mio avviso, ora che ho potuto leggerlo. Ho preferito, dunque, lasciar trascorrere il periodo incandescente delle discussioni e parlarne a distanza diciamo di sicurezza, quando tutto il clamore si è acquietato.
Alessandro Piperno, oltre che essere al suo esordio come romanziere, è anche giovane, essendo nato a Roma, dove vive, nel 1972. È insegnante di letteratura francese. Nel 2000 ha pubblicato il saggio Proust antiebreo. È redattore, come Mario Desiati e come Leonardo Colombati, di cui si è già parlato, e ai quali di nuovo si accennerà poco più avanti, della rivista letteraria Nuovi Argomenti, diretta da Enzo Siciliano.
Si nota subito la rotondeggiante scrittura di questo autore, una scrittura che parte dai contorni per arrivare lentamente a mettere a fuoco personaggi e situazioni, e più legata, rispetto ad altri autori contemporanei, all’insegnamento della tradizione.
Il romanzo narra, per bocca del nipote Daniel, la storia di alcune famiglie romane e di una in particolare, una famiglia ebrea, i Sonnino, di cui il narrante fa parte, iniziando dal nonno Bepy (“l’Irredimibile", “l’Iconoclasta"; “funambolico Mandrake"), donnaiolo incallito, che tradisce la moglie Ada, bellamente ricambiato (“gli immoralisti e voluttuosi coniugi Sonnino"), e che nella sregolatezza e nel vizio sperpera la sua ricchezza fino ad arrivare ad un crack finanziario che lo riduce in miseria. Per sovrappiù gli viene diagnosticato un tumore alla vescica, di fronte al quale la sua maggior preoccupazione è quella di sapere se ne sarà impedito nell’andare a donne. Coltiva, infatti, anche nella tarda età, una sua amante, Giorgia Di Porta, un po’ passaticcia, ma ancora formosa e utile alla bisogna. Una spiegazione di questa dissipatezza può essere ricercata nella fine, caduti Hitler e Mussolini, della persecuzione ebraica, e nella smaniosa voglia di lasciarsi tutto alle spalle, di cancellare quei morti “ancor prima che dalla faccia della terra, dalla memoria dei congiunti sopravvissuti"; “Evidentemente l’inferno aveva abolito il proibito."; “Bepy e Ada si sentivano in credito. Ecco tutto." Ma non sapevano che “La Storia avrebbe loro mostrato ch’è meglio essere braccati dai nazisti a venticinque anni con la speranza di sfangarla che ritrovarsi sessantenni senza il becco d’un quattrino in balia della pubblica deplorazione nel cuore d’una crudelmente indifferente democrazia occidentale."
Nel 2003 uscì un altro bel libro che narra la storia di una famiglia dell’alta borghesia, dedita ai traffici marittimi in una Genova ricca di fervore e di dinamismo: L’ultimo viaggio della Canaria di Francesca Duranti. Anche qui la storia è raccontata da una nipote, Francesca appunto, e i due periodi storici (se non si sovrappongono, lo è solo per qualche decennio), ci consentono di ricavare da un loro raffronto uno spaccato interessante e complementare dell’Italia di allora.
Anche due romanzi recenti hanno scandagliato Roma: Neppure quando è notte di Mario Desiati, del 2003 e Perceber di Leonardo Colombati, del 2005, e non è un caso che questi tre amici, che lavorano assieme in una delle nostre riviste letterarie più affermate, abbiano dato vita, come se li avessero in qualche modo coordinati, con i differenti mondi che vengono presi in esame, una densa e formicolante indagine su una città magmatica, ancora ricca di humus e di potenti risorse indagatrici e ispiratrici.
Bepy, quando viene messo a fuoco, non nello splendore della sua vita trascorsa, ma nell’umiliazione del male che lo sta devastando, rappresenta la caparbia ribellione dell’uomo ad un destino non condiviso. Non è tanto la morte che fa paura, anche se questa paura è presente, ma è soprattutto l’avversità del destino a generare la reazione grottesca dell’uomo: “nonostante i dolori e i conclamati impedimenti del suo status, continua a farsi la barba e a spargere le guance e i capelli di colonia, nello stesso modo toccante e irriflessivo con cui, nei giorni successivi al tracollo economico, perseverava in abitudini lussuose e in acquisti irresponsabili." Anche la moglie Ada declina in parallelo: affetta da “arteriosclerosi che le aveva sfasciato il cervello" conduce una vita grama: “Possibile che quell’accozzaglia di ossa tremanti sia quel che resta dell’incantevole ragazza che ha rovinato il marito, come tutti dicono? Colei a cui Bepy nulla sapeva negare?" Un tale segnale esposto all’inizio del romanzo diventa la striatura declinante, malinconica e dolorosa che ci accompagnerà con la sua ombra nel corso dell’intera storia: “Bepy ha continuato a vivere di volta in volta in alcune espressioni ipertrofiche di mio padre, negli sguardi luminosi dello zio neo-israeliano, o in certe esuberanze erotico-vitaliste di mio fratello, ma soprattutto in talune affettazioni di galanteria e snobismo che, inattese, emergevano dal mio acido cuore di secondogenito e di sopravvissuto."
Quando muore il nonno, Daniel è ancora un ragazzo.
Ne ripercorre la vita attraverso i propri ricordi e i pensieri attribuiti al proprio padre, Luca (“l’albino del suo papà"), sempre stato succube di Bepy, stordito e perfino nauseato dalle bizzarre e prorompenti manifestazioni della sua invadente vitalità. Lì davanti alla “cassa di pallissandro" avviene una specie di resa dei conti, quando, essendo necessari dieci ebrei adulti per procedere nella funzione religiosa, ne manca uno, e non si trova nel cimitero chi sia disposto a partecipare al rito per sanare la mancanza. Daniel, il protagonista, non può, e nemmeno il fratello maggiore Lorenzo, in quanto “non ebrei", essendo nati da un matrimonio misto tra un ebreo e una non ebrea. È un marchio d’infamia, questo di non essere considerato ebreo, per Daniel: “essere ebreo per i gentili e gentile per gli ebrei! Non c’è da stupirsi che qualcuno, benché ancora adolescente, desideri ardentemente essere ebreo. Non c’è da sbalordirsi che un bambino voglia essere come suo padre. Un ebreo come tanti altri." Sarà questa rivendicazione della propria eredità religiosa e di razza uno dei motivi portanti del romanzo, una rivendicazione talmente orgogliosa da trasformare Daniel in “un mezzo-ebreo che snida gli ebrei. Un mezzo-ebreo contro gli ebrei. Un mezzo-ebreo che accusa gli ebrei di razzismo e un mezzo-cattolico che accusa i cattolici di ecumenismo." Succederà la stessa cosa a suo cugino Gabriele (Lele), omosessuale, figlio dello zio Teo, che confessa al padre: “non posso più accettare una religione come l’ebraismo basata sul razzismo e sulla omofobia."
Dunque, già due posizioni, una proveniente dall’esterno, quella di Daniel, mezzo-ebreo, e una dall’interno, l’omosessuale Lele, che mettono nei programmi della propria esistenza la lotta ad una mentalità forgiata dall’ebraismo che condiziona e pone a disagio le nuove generazioni. I Sonnino, perciò, rappresentano in questo romanzo, non tanto la storia singolare di una ricca famiglia ebraica che ha fatto i conti con la bancarotta, bensì lo scenario di uno scontro tra una religione rigida (un castigo, questo è il pensiero di Teo di fronte alla confessione del figlio di essere omosessuale: “questa cosa abnorme che i nostri avi, con un senso di disgusto, chiamavano ‘sodomia’, fino a noverarla tra i peccati mortali.") e le modificazioni sociali e morali, psicologiche anche, arrecate dalla modernità. Riflette ancora, Teo: “Chi ha abbracciato con tanto calore il più estremista tradizionalismo ebraico si ritrova per figlio questa checca laburista!" Teo, infatti, è emigrato in Israele contro il parere del padre Bepy, sollecitato dall’eccidio degli otto atleti israeliani perpetrato dai palestinesi in occasione delle Olimpiadi di Monaco del 1972. Giuntovi, è diventato tra i più accaniti sostenitori di Shamir e Sharon, al punto che “ha finito di occupare un posto di prestigio nella lista stilata dall’OLP, alla voce «integralisti ebrei da eliminare»." Daniel viene mandato ogni tanto in visita presso gli zii, a Tel Aviv, ed è in queste occasioni che egli avverte il dramma che si sta vivendo in quelle terre dove “Anche i tramonti incredibili hanno il colore del sangue." e “i cui vecchi stentano a disintossicarsi di tutta la rabbia accumulata fin dai tempi delle persecuzioni faraoniche".
Questa esperienza, rafforzata da nuovi viaggi all’estero, come quello in Inghilterra dove frequenta altri ragazzi, mettono a nudo in lui il convincimento di vivere un rapporto con i genitori senza alcuna prospettiva, sterile, così come sterile e vuota gli appare la sua famiglia, intrisa delle convenzionalità amorfe dettate dalla loro non ancora sfiorita agiatezza.
La scrittura di Piperno, che si avvale di uno svolgimento dalla linearità esemplare, si accende e acquista una sua vorticosità ogni volta che si deve dare il senso di questo vuoto. Le parole toccano il volto di Luca Sonnino, il padre di Daniel, così attaccato al perbenismo e alla esibizione di sé (“quel tenero arrogante che era"), ma non lo scalfiscono, quasi una nemesi, così come non scalfiscono il volto della madre, pervasa dalle ansie di una sposa senza altri interessi che quello della cura del marito, spesso in viaggio per il mondo: “Forse perché un uomo di quella mole extralarge non sa che farsene del calore domestico: ha bisogno di spazi larghi, di affollate hall." Ne esce il ritratto di un Daniel nauseato, che dispiega il ruolo di un osservatore impietoso, consapevole di dover approdare ad una propria scelta diversa, ma che, tuttavia, è ancora insicura e vaga.
Torna in mente il romanzo già ricordato della Duranti, in cui la storia della famiglia è la storia di una conferma, la esibizione di un orgoglio mai sperperato, anzi rinvigorito nei momenti di difficoltà. Il confronto tra questi due romanzi italiani, cronologicamente molto vicini l’uno all’altro nel contenuto, fino a toccarsi negli ultimi decenni del secolo scorso, evidenzia le differenti anime di due Italie che incontrano nelle rispettive discendenze la loro convalida o il loro rigetto. Giuseppe Bianchi e Attilio Bagnara, gli avi di Francesca Duranti, trovano qualche anno dopo in Bepy Sonnino e in Alfio Bonanno i loro opposti, a dimostrazione di una varietà di scelte che non è possibile né sarà mai possibile ricondurre ad unità. Le due famiglie, ossia, non diventano altro che esempi delle svariatissime fibre di cui è composto quel corpo eterogeneo che si chiama umanità e che, ristringendolo al nostro particolare, si chiama Italia.
La prosa di Piperno non accarezza, pur nella sua rotondità, personaggi e situazioni, ma li inasprisce dentro una corrente di parole in ciascuna delle quali il perimetro del risentimento è oltrepassato da una tracimazione che intende trasportare via ogni cosa e lontano. Bepy e Alfio sono aggrediti, come lo è Luca, il padre di Daniel, come lo è la madre, ed anche il fratello Lorenzo che si muove sulle orme del padre. Alfio Bonanno, il padre di sua madre, ossia l’altro nonno, è cattolico e detesta gli ebrei. Come si sia potuto celebrare il matrimonio tra suo padre Luca e sua madre Fiamma (definita da nonno Bepy “La Cananea") resta un mistero, ma le conseguenze gravano pesantemente su Daniel: “credo di essere il primo ebreo nella storia dell’umanità ad aver subito discriminazioni dal proprio stesso nonno. Il primo ebreo della Storia con un nonno antisemita." Per il momento, il solo che è riuscito ad esprimere una forma di ribellione al sistema Sonnino, è Teo, lo zio, il fratello minore del padre, che ha preferito non stare con le mani in mano e andare a combattere per Israele.
Il romanzo si avvale di alcune propulsioni che innescano temi specifici: abbiamo visto la smania sensuale e la spregiudicatezza onnivore di Bepy, i nomadismi e i capricciosi istinti di Luca, le fissazioni borghesi di Alfio, e ora la faraonica ricchezza di Nanni Cittadini – che diventerà un personaggio tra i più importanti -, la cui ascesa “Rappresentava l’alternativa dialettica al destino inglorioso di Bepy e di tutti noi." Con questi personaggi l’autore, attraverso il protagonista Daniel, qualche volta dialoga per mezzo di una conversazione dai toni confidenziali, in cui ci si dà del tu. Trattasi di un accorgimento grazie al quale si cerca di ampliare il ritratto del personaggio, cercando di coglierne le implicazioni interiori; e rappresenta pure una variazione di registro finalizzata a vivacizzare il racconto e a rilanciare ogni volta l’interesse e l’attenzione del lettore. Direi che la storia di questo romanzo è la storia di più genealogie, ciascuna delle quali ha il suo bel personaggio da dipingere ed incorniciare.
Nanni Cittadini prende il posto, nella fantasia del padre Luca, del mito che era stato incarnato da Bepy. La sua travolgente ascesa nel regno della ricchezza, grazie alla fortuna di essere incappato in due dipinti di Caravaggio nascosti sotto delle autentiche croste, ne fanno oggetto di culto e di venerazione: “era stato lui, Nanni Cittadini, stimando le capacità e la cultura di mio padre, la sua attitudine al cosmopolitismo, a promuoverlo presso quei clienti di Manchester e quella signora di Pechino. Era stato lui ad aver trasformato il viziato figlio d’un ex grossista con l’acqua alla gola in uno dei più rispettati manager del settore." E lui avrebbe potuto “distruggere la mia famiglia." Bepy e Nanni (Giovanni) erano stati soci in quello che era diventato nel campo dei tessuti, “a buon diritto l’ingrosso più importante dell’Italia centrale." Poi si erano divisi quando Bepy aveva cominciato a spendere senza giudizio “per finanziare i lussi sfrenati della sua famiglia".
La madre del protagonista, Fiamma, è un altro dei ritratti che emergono grazie, in questo caso, alla miscela che coesiste in lei tra i sogni infranti di ragazzina e gli impegni di donna di casa: “oggi lei difende il proprio sgangherato matrimonio con le unghie. [...] Fiamma ha affrontato la crisi economica con uno spirito contrario a quello del marito, tutta dalla parte dell’austerità e del karma borghese. [...] Mentre i Sonnino intorno a lei si squagliano, cercando conforto in previsioni irragionevolmente ottimistiche, mentre questi (che un tempo l’hanno tanto intimidita) non smettono di chiedersi come il disastro sia potuto accadere, lei si rimbocca le maniche, mostrando un coraggio, una dedizione alla causa, una stupefacente nobiltà nello sfidare le avversità." Con ciò, non ha mai, tuttavia, perdonato a Bepy la sua dispendiosa condotta di vita e il conseguente crack finanziario, al contrario del marito, Luca, in cui albergava “l’infedeltà a ogni sentimento ostile..." È, questa, la parte del romanzo in cui le citazioni cinematografiche fanno da leit-motiv al senso di risveglio alla realtà di questa madre entrata sognatrice e timida in casa dei Sonnino. Esse continueranno a circondare anche altri personaggi, vedrete. Insieme con il cinema sarà anche la musica - ancora una volta rivelatasi una specialità di questi nuovi autori - ad accompagnare il viaggio del protagonista.
Quando si avvia la seconda parte del romanzo, incontriamo Daniel nei panni di un “professore a contratto in una delle tante università di Roma" chiamato a New York dal compagno di scuola Giorgio Sevi, “che da anni fa soldi in America", per partecipare ad un seminario su “I destini della letteratura ebraica nei tempi della piena assimilazione e della minaccia islamica". Questo primo capitolo ci dà l’esempio forse più chiaro della struttura che Piperno ha impresso al suo romanzo, che è un romanzo di memoria. Nel trovarsi a Manhattan, Daniel (diventato “una palletta di grasso inoffensiva") pensa all’amico Giorgio, che fra poco incontrerà, con il quale non è mai stato in buoni rapporti. E da lui risale al ricordo di un altro compagno di liceo, un ebreo dal nome inequivocabile, David Ruben, idolo delle ragazzine le quali, anche quando fu costretto a mettere gli occhiali, sventura per tanti giovani, continuarono a vederlo come “il ragazzo più bello di tutti i tempi." Ossia: l’autore sottopone la memoria ad una sollecitazione, ad una vera e propria spremitura, incessante, e mette in scena alcuni personaggi che subito ci sgusciano di mano facendo un passo indietro e lasciando il posto ad un altro personaggio su cui il ricordo questa volta si sofferma più a lungo. Partito da Giorgio Sevi, l’autore orienta la memoria del suo protagonista, anziché su Giorgio, su di un altro, e non solo su di lui, perché quel David Ruben (“Dav ha la fortuna di desiderare quello che possiede e di possedere quello che desidera. Non conosce la speranza ma solo l’ordinaria prassi della propria letizia.") innesta a sua volta nella memoria del protagonista il ricordo di un altro personaggio, sua madre Karen, “assolutamente bella." In questa operazione, emerge una specie di progressione sui tempi di messa a fuoco e spesso il primo personaggio apre semplicemente la strada a focalizzazioni sempre più ampie. Come quella, appunto, di Karen, la quale, morti nel campo di sterminio di Buchenwald i genitori, viene cresciuta a Parigi da una prozia, ma non si libererà mai dalla sensazione di vuoto che ha dietro di sé e inventerà mille parentele nel tentativo di liberarsi “da una specie di sindrome dell’esclusa", che approderà ad una specie di vergogna per aver avuto dei genitori morti a quel modo: “Possibile che lei arrivasse a considerare inelegante il modo in cui i suoi genitori e i suoi nonni e tutti gli altri s’erano fatti ammazzare?" La reazione di karen alla tragedia della Shoah è volta alla affannosa ricerca di una dimenticanza che la condurrà ai limiti della ossessione e della follia. Karen sarà una delle figure più disperate e inquiete messe a fuoco nel romanzo: “Naturalmente Karen concludeva sempre con una frase che alludeva all’educazione che le era stata impartita da quella famiglia inesistente." Il romanzo, quindi, si rivela infine anche come la storia non soltanto di più famiglie e di una dinastia in particolare, i Sonnino, ma la storia di un ragazzo, Daniel Sonnino, appartenente ad una di queste dinastie, il quale amplia lo spettro dei suoi ricordi ben oltre l’ambito strettamente familiare. Si potrebbe dire, ancora meglio, che il romanzo tratti di una crescita e di una delusione, quelle a cui va incontro Daniel, che sono state determinate dai personaggi e dalle sensazioni incontrate in quei lontani anni e ora messi a fuoco dalla memoria. La struttura dell’opera si appoggia, così, a una serie continua di ritratti, in alcuni dei quali la trama si rinforza di una solidità portante, destinata a restare più a lungo nella memoria del lettore. Ma poi, dopo messe a fuoco più lunghe, l’autore torna ai personaggi sui quali aveva fatto scivolare i riflettori, e indugia ora su di essi, al pari di quanto di solito ci accade di vedere in un’abile e sapiente regia teatrale. Dopo Karen, infatti, ritorna sotto l’occhio di bue del regista, dopo che era stato oscurato per un momento, il figlio di Karen, David Ruben (Dav), che è il modello a cui si attengono tanto Daniel quanto gli amici: “le nostre vite erano scandite dall’ultima follia di Dav che in poche settimane diventava anche nostra", e così Dav assurge anche lui al ruolo portante che già ha consacrato Bepy, Ada, Teo, Luca, Fiamma, Alfio, Karen. Dopo di lui, ecco illuminarsi l’oscurità in cui era stato rintanato Giorgio Sevi, “l’amico-valletto" di Dav, dotato di una avvenenza ingannevole, che non resisteva ad una osservazione più attenta, un’avvenenza definita da Daniel “insipida". Piperno sembra voler mettere accanto al personaggio che in quel momento viene illuminato, una specie di scatola cinese, così che il gesto istintuale di aprire via via i coperchi metta allo scoperto altri protagonisti, alcuni dei quali possono trovare un illuminamento più duraturo come, ad esempio, i genitori di Giorgio, di cui il figlio si vergogna per le loro umili origini, sebbene divenuti ricchi.
La scrittura asseconda con un perfetto accordo i registri di una multiforme e variegata biografia dei personaggi che vengono rievocati dalla memoria di Daniel, adattandosi al ritmo e alle finalità della narrazione, che è quella di catturare e rendere visibile l’immagine che si accende dietro il click di un lampo fotografico. Gaia, ad esempio. L’abbiamo conosciuta di sfuggita, grazie a quel breve accenno nelle prime pagine: è tenuta per mano dal ricchissimo nonno Nanni Cittadini, ed è semplicemente “quella ragazza dagli occhi color brezza marina." Scivolerà ogni tanto, come un’ombra, nella storia, finché quel click ad un certo punto scatterà su di lei e la metterà a fuoco. Sono passati anni e anni e sono state scritte molte pagine prima che l’autore decida il ritorno a quell’oscurità in cui era stata confinata, per arrivare a illuminarla.
È questa, a mio avviso, la qualità - più ancora della scrittura che resta limpida e scorrevole per tutto il romanzo - che dà movimento e vivacità alla narrazione, la quale appare, così, non piatta e cronologicamente scontata, bensì mossa da questa speciale articolazione che, dopo averli in qualche modo abbozzati e messi in disparte, va a riprendersi dal buio quei personaggi per illuminarli.
Daniel ricorda il suo innamoramento per questa ragazzina osservata “all’apice del suo fluorescente splendore". Nella sua vita adulta (siamo alla fine degli anni ’80 del 1900), contraddistinta dalla insicurezza rappresentata da “un posto precario all’università" e da una fidanzata, Sharon, il cui rapporto appare ormai “sbrindellato", le sue giornate scorrono tra la noia e il completo disinteresse per ciò che gli sta intorno: uniche cose che lo attraggono nella loro insipienza sono la continua masturbazione (che sembra andare di moda in questi ultimi anni tra i protagonisti di romanzi), “la Play Station e la tv satellitare." È proprio su di un canale della televisione che Daniel vede passare le immagini della splendida villa a Positano in cui ha trascorso, quattordicenne, una breve vacanza con il padre, ospite di Nanni Cittadini, e ora messa sorprendentemente in vendita per ragioni sconosciute. E che cosa vede anche?: “un’immagine riflessa da una delle grandi finestre del living-room: una figura di donna." Si tratta nientemeno che di Gaia, una Gaia adulta, anche lei. Così il ricordo di quella vacanza giovanile si fa di nuovo insistente. La constatazione, in quegli anni lontani, della sterminata ricchezza della famiglia di Gaia, come della famiglia Ruben, avevano creato nel ragazzo un amaro risentimento nei confronti di quella fastosa ricchezza dalla quale probabilmente esse riuscivano a ricavare “gioia e soddisfazione", mentre egli, quando fosse ritornato nella sua casa che fino ad allora gli era sembrata “splendida", l’avrebbe guardata con occhi nuovi e umiliati, e l’avrebbe paragonata ad una misera “catapecchia". Quella lontana esperienza, ossia, è valsa a generare un altro motivo di insoddisfazione non solo nei confronti della propria famiglia, ma dell’ambiente che gli sta intorno e che gli procura soltanto inquietudine, rabbia, orgoglio, gelosia, invidia. Daniel, perciò, è in quegli anni che radica la sua attuale sofferenza nonché quello scetticismo che lo indurrà a non avere più alcun interesse per la vita. Apparentemente sembra, così, che tutto debba farsi risalire a quella ricchezza mancata, o meglio dissipata anziché accresciuta da Bepy, i cui numerosi vizi indotti dall’esaltato piacere di vivere finiscono, dunque, di produrre il loro maggior fallimento proprio nell’animo di Daniel, la cui crescita non potrà più fare a meno dell’amarezza e della delusione provate allora: “Questa è la storia della festa di Gaia [...] Questa è la storia della mia fine. Della mia fallita rivoluzione. Delle mie dimissioni da figlio di papà."
L’anno è il 1989. Gaia compie diciotto anni. Com’è consuetudine in quell’ambiente dell’alta borghesia, la famiglia organizza una sontuosa festa in suo onore, e Daniel, diventato, attraverso il fratello di lei, Giacomo, amico di Gaia, è il suo consigliere per la scelta della torta, dei biglietti d’invito e così via: “Gaia è piccolina e ben proporzionata. Il biondo ungherese dei capelli di Gaia è ereditario e il suo naso è quello di Brigitte Bardot." Le va dietro come un cagnolino, sbavando per ogni parolina dolce che la ragazza gli rivolge, ma sempre con un certo distacco, come abituata ad elargire complimenti di quel tipo ai suoi adoratori: “ciò che le chiedevo – o meglio ciò che non avevo il coraggio di chiederle ma che non potevo impedirmi di desiderare con tutto il mio ardore – era che lei mi prendesse in considerazione come maschio della sua specie." Avrebbe rinunciato a far sesso con lei per questo: una considerazione di Gaia che lo ponesse al livello della sua classe sociale avrebbe valso ben più di un rapporto sessuale. Sa, tuttavia, di non piacerle. Gaia è troppo attenta ad osservare la perfezione fisionomica dei ragazzi per non avere potuto riscontrare in lui, sin dal primo momento, una quantità di difetti: “constatavo con panico assoluto come la ragione per cui io odiavo la mia immagine dipendeva essenzialmente dalla sua incapacità di esercitare alcun fascino su Gaia." Ecco un altro motivo per accumulare risentimento. Avrebbe voluto somigliare a Marlon Brando per poter attirare a sé l’attenzione di Gaia. Ebbene, il nonno Bepy, ma anche i propri genitori “l’avrebbero pagata. Sarebbe stata mia cura, lungo il corso dell’unica adolescenza concessami, avvelenare loro la vita". David, invece, bello e atletico (“gigante normanno"), nonché smodatamente ricco, sembrava il naturale predestinato alla vittoriosa conquista di Gaia.
Ma che cosa succede di così irreparabile quel giorno dell’antivigilia del ricevimento organizzato per il diciottesimo compleanno di Gaia? Succede che Gaia ha dato un appuntamento a Daniel e “Gaia mi dà buca." Manda il fratello Giacomo a giustificarsi, e l’autore, a questo punto, compie una delle sue operazioni alle quali ci ha abituato. Trae dal buio il personaggio Giacomo e lo mette sotto i riflettori. Così sappiamo di lui quanto vagamente era stato annunciato nel corso del romanzo, ossia che è un giovane bizzarro e isterico, in cui si manifestano, al contrario che nella sorella, i segni di un disfacimento fisico che appare volontario, una sua scelta: “Accende sigarette in continuazione. Il giornaliero cocktail di alcol, hashish, tranquillanti e antidepressivi sembra avergli alterato i connotati. Il viso, oltre ad essere esteso, ha acuminato gli spigoli." La ragione sta nel fatto che è alto “un metro e sessantacinque" e “Per Giacomo la statura era il problema dei problemi". Il nonno teme per lui, che ripeta ossia il gesto di Riccardo, suo figlio e padre di Giacomo, che si suicidò insofferente alle sue imposizioni. Cerca di blandirlo, ma viene respinto ogni volta.
Ricordate quando si è accennato alla tecnica che l’autore impiega facendo colloquiare il protagonista Daniel con i vari personaggi coi quali ha a che fare, cui dà del tu come fosse la loro coscienza (“vaniloqui interiori")? Succede anche questa volta nei confronti del nonno di Giacomo. È una scelta che si può, a questo punto quasi conclusivo del romanzo, meglio inquadrare e definire. Essa, ossia, è finalizzata a rappresentare, di ogni personaggio al quale il protagonista si rivolge in questo modo, la complessità del suo rapporto con la vita, scoperchiando tutti quei meccanismi nascosti, quelle bielle e quegli stantuffi interiori, che si mettono in movimento ogni volta che si deve comporre il pensiero e l’azione di un uomo. Tale complessità, sempre presente in ogni individuo, è la causa spesso – per la delicatezza del meccanismo e delle nostre scelte - dei molti misteri e delle molte anomalie della nostra esistenza. Va detto che un simile meccanismo viene replicato qualche volta anche nei confronti del lettore, al quale è suggerita una partecipazione solidale, più che conflittuale, all’indagine psicologica in corso.
Dunque, a “cinquantadue ore" dalla festa per il diciottesimo compleanno di Gaia, Daniel viene a sapere da Giacomo che Dav e Gaia si frequentavano e ora si sono lasciati. È stato lui a farlo senza dare spiegazioni, e Gaia è sconvolta, in preda a “singhiozzi e convulsioni notturne."
L’autore ci segnala che, a questo punto del racconto, il Daniel adulto, colui che ricorda, è sull’aereo che lo sta riportando a casa. I movimenti di Daniel, perciò, il suo passaggio per Manhattan, perfino il suo incontro con Giorgio, si trasformano in qualcosa di evanescente e di effimero, ricoperto e sovrastato dal denso fluido della memoria, che è la vera protagonista e l’autentica mattatrice del romanzo. Si noti, addirittura, che nel momento in cui Giacomo rivela a Daniel la separazione tra Gaia e Dav, è la memoria di Daniel che si sostituisce alle parole di Giacomo, che noi non ascoltiamo semplicemente perché sono state fatte proprie dalla memoria di Daniel.
Gaia reagisce: “Come se essere stata lasciata, e continuare ad amare senza essere amata, rappresentasse per lei una caduta di stile o addirittura una colpa gravissima." Ma non rinuncia ancora, augurandosi perfino la morte della sua presunta rivale: “Era così bello pensare alla morte di quella anonima troia!"
La rivelazione di Giacomo sortisce un altro deludente risultato: fa capire solo ora a Daniel per quale ragione Gaia fosse stata così assidua con lui: perché attraverso di lui avrebbe potuto avere notizie di Dav, di cui Daniel è amico. Dunque, Gaia è stata la ragazza di Dav e ha coltivato l’amicizia con Daniel per interesse. Ne discende una sorprendente novità per il protagonista: “il solo fatto che lei fosse stata rifiutata da David – che pur essendo incommensurabilmente superiore a me restava pur sempre un essere umano – la poneva ai miei occhi in una prospettiva diversa." Non solo, ma Dav, con l’aver rifiutato Gaia, “la ragazza che io amavo da matti" poneva Daniel “in una posizione, nella crudele catena alimentare, di netta inferiorità. Sì, ero il pesce piccolo che veniva quotidianamente divorato da Gaia a sua volta fatta a pezzi da Dav." Ne consegue che dalla sera alla mattina Daniel toglie il saluto al suo amico: “Sapevo che non è poi così difficile rinunciare ad un amico."
Come, a questo punto, appare evidente, la sfarzosa galleria di personaggi e di famiglie che si sono trovati il loro spazio nella fantasia del lettore, alimentando coloriture e scenografie, l’autore ha deciso ora di collocarla come fondale della nostra memoria, poiché è giunto il momento di tirare le fila – ci fa capire - e di convergere le luci sulle due vicende che sono lievitate a poco a poco tra le pagine del romanzo e che stanno per incontrarsi. Esse rappresentano l’esito – il precipitato - di tutti gli sforzi, dunque, che i vari personaggi hanno compiuto allo scopo di prepararci a questo evento. Giacomo diventa, così, con le sue rivelazioni, la miccia destinata ad accendere il grande finale. Pare divertirsi a rivelare le stravaganze sessuali della sorella, pare divertirsi soprattutto a mettere il dito nella piaga della sorpresa e della rabbia che sta salendo nell’animo di Daniel. Sembra un diabolico folletto, che si aspetti da Daniel una qualche follia. Beh, la reazione di Daniel sembra assecondarlo. Arriva il giorno della festa, Daniel è tutto in ghingheri. Si è fatto precedere da una lettera inviata a Gaia. È sicuro di averla spaventata scrivendole di quelle rivelazioni apprese da Giacomo e soprattutto indirizzandole una minaccia terribile. Entra nel salone splendidamente illuminato. Ci sono tutti i ragazzi più in vista della Roma bene: “Non manca nessuno." C’è anche Dav: “A Dav lo smoking non dona."
Quello che accadrà da quel momento in poi segnerà la sua vita; lo renderà consapevole – ora che da Manatthan sta per tornare a casa e la rievocazione è giunta al termine - che “il grande errore di quegli anni" è stato quello di aver “creduto ingenuamente che gli uomini fossero uguali." La fine è arrivata, dunque, di un sogno, di una esaltazione che non ha potuto o saputo trovare il posto giusto nella sua vita.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 27.04.06 10:16
Interventi
BArt, non sono d'accordo.
Ho letto il romanzo una settimana fa e mi sono terribilmente annoiato. (giudizio e non pregiudizio personale, la critica non può mai essere oggettiva.)
Sei riuscito ad entrare nel mondo dei Sonnino? Io no.
E ti confesso che ho iniziato a leggere il libro con una gran voglia di lasciarmi andare, senza star lì a fare le pulci al testo.
Nessuno mette in dubbio le qualità tecniche/narrative di Piperno (da artigiano), ma i personaggi del romanzo non hanno vita propria, sono spenti. Lo stile: come ho detto da me, egli si crogiola al sole della dispersione concettuale, in superficie, e la pagina si piega su se stessa, appesantita da una dilatazione linguistica che alla lunga annoia.
Un caro saluto
Pubblicato da: Francesco Sasso - 27.04.06 13:31
Segnalo che una stroncatura memorabile, a firma dell'ottimo Luigi Weber, fu pubblicata dal sito "Sguardo mobile" alcuni mesi fa.
Pubblicato da: sergio garufi - 27.04.06 13:32
A me è piaciuto moltissimo. Mi ha molto divertito. Mi schiero dalla parte di Piperno. :)
Bart, certo che racconti tutto il libro, però! Non sveli troppo a chi lo deve ancora leggere ? :)
Pubblicato da: Federico - 27.04.06 13:50
Caro Bart, questa volta - a differenza di tante altre - non sono d'accordo con te, ma concordo con Francesco Sasso. con Weber e Garufi. E ti dirò di più: non sono riuscito ad andare oltre le prime 50 pagine! La noia mi ha ucciso. Non lo dico da adesso, ma da tempo - naturalmente invano e, anzi, beccandomi risposte al cianuro - ho segnalato la cosa a Giulio Mozzi.
La stessa cosa mi è capitata - sono arrivato a pagina 122 - con Perceber dell'ottimo Colombati. Non tanto per noia, questa volta, ma per eccesso di complicazione. Allora mi e ti chiedo: e' questo tipo di letteratura che io non riesco a digerire? Oppure è questa letteratura che non sa farsi amare/capire?
Cordialmente.
za'
Pubblicato da: za' - 27.04.06 13:52
A proposito, caro Bart, vorrei segnalarti - ma sono sicuro che non ti è sfuggito - il bellissimo
ANGELI SULLA PUNTA DI UNO SPILLO di J. Druznikov.
Io sono un lettore a livello patologico, ma di una pigrizia mortale e non riesco a scrivere recensioni. Tu,invece, sei particolarmente versato e mi piacerebbe davvero leggere un tuo commento a questo romanzo che mette a nudo il vecchio (ma poi tanto?, visto come butta da noi) metodo sovietico di controllo e di oppressione.
Cordialità.
za'
Pubblicato da: za' - 27.04.06 13:59
No, Piperno no! :-)
Caro Bart, m'ha profondamente annoiato, più d'una soap-opera made in Argentina. Sono tentato di dire: a Piperno preferisco Melissa P. :-)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 27.04.06 14:27
Mi unisco al coro dissenziente: dissi la mia qui (http://apprendistastregone.splinder.com/post/4787205) e anche qui (http://blogsenzaqualita.splinder.com/post/4787389).
ezio
Pubblicato da: Ezio - 27.04.06 14:40
Ho letto il libro e non mi è dispiaciuto anche perchè mi sono riconosciuto in alcuni atteggiamenti e mentalità degli adolescenti degli anni 80 (sono poco più vecchio dell'autore). Sinceramente ritengo che valga la pena di essere letto, trovo eccessive certe esagerate acclamazioni al capolavoro (con tanto di premi) come pure certe dure stroncature.
Pubblicato da: JP Rossano - 27.04.06 14:43
@ Federico
Mi dài l'occasione di ripetere che quelle che io scrivo qui non sono recensioni, ma letture. Non so se io stia facendo una cosa nuova, come taluni hanno scritto anche su vibrisse (tra gli altri il bravissimo scrittore Gaetano Cappelli), ma è questo che desidero fare, poiché le recensioni come si fanno oggi non lasciano intendere molto su di un romanzo. Ci sono, ovviamente, delle eccezioni, ma anche queste sono riduttive rispetto a ciò che merita - secondo me - un romanzo. Io suggerisco un percorso, e per farlo comprendere devo camminare su quella strada e mostrare le ragioni di ciò che scrivo (emozioni, immagini, affinità, richiami letterari, e così via). Cerco sempre, tuttavia, di astenermi dallo svelare in modo troppo esplicito il finale. Credo di averlo fatto anche in questo caso.
- agli altri amici
Il mio metodo di lettura, che ho descritto a Federico, se da una parte mi assorbe completamente facendo della mia lettura un impegno in qualche modo gravoso, ha per rovescio un grosso vantaggio che io ritengo la cosa più bella che un lettore possa ricavare da un romanzo: quello di percorrerlo nei suoi sentieri forse anche i più nascosti. Naturalmente la sonda con la quale mi inoltro è tutta forgiata dalla mia personale sensibiltià, con la quale devo fare i conti nel bene e nel male. Immaginate che la mia intera persona sia stata ridotta ad una piccola molecola e introdotta nel corpo del romanzo. Così si forma il mio punto di vista. Entrando nel romanzo, nella sua buca rappresentata dall'incipit, io mi inoltro nel Paese delle meraviglie, come accade ad Alice.
Il romanzo di Piperno continua a far discutere, lo so bene, ma se qualcuno vuole riconoscermi che di romanzi italiani ne ho letti abbastanza, vi posso assicurare che "Con le peggiori intenzioni" è un buon romanzo. Non ripeto qui quali sono i romanzi per i quali stravedo, ma questo di Piperno è sicuramente un buon romanzo.
La convinzione iniziale, tutta fiduciosa, del protagonista che tutti gli uomini sono uguali si sgretola nel romanzo con una sapienza narrativa di tutto rispetto. Le nuove generazioni che si scontrano con un ebraismo rimasto immobile nel tempo, viene fatto vivere al protagonista con una rabbia che si accompagna all'angoscia di non essere ebreo al 100%, essendo la madre una non ebrea. Il brillio della ricchezza smodata che fa capo al nonno di Gaia ed ad uno dei suoi pretendenti, Dav, creano quella situazione che chi sa quanti di noi hanno avvertito in ambienti anche diversi, laddove ci si è sentiti poveri e impotenti. E così via.
Bepy è un gran bel personaggio. E anche il padre albino di Daniel ha il suo rilievo nel mostrare per contrasto la forza di Bepy e nel suo tentativo di emularlo nei confronti del figlio Daniel.
Ma ciò che ho trovato interessante è quello spegnersi ed accendersi delle luci intorno ai personaggi. Qui l'abilità di Piperno è invidiabile. Tutte queste cose credo di averle dette nella mia lettura.
Ti ringrazio, za', del suggerimento che terrò da parte. Tuttavia, salvo qualche eccezione, sto orientando il mio lavoro sulla narrativa italiana. C'è un grande fermento e mi pare doveroso porvi attenzione. Ho i miei limiti e non posso fare molte cose.
Dopo altri due o tre post, mi dedicherò ad alcuni scrittori - come avevo promesso - che non hanno gran spazio e faticano a farsi conoscere. Non li conosco nemmeno io, e non so il loro valore (salvo qualcuno), ma credo che sia giusto parlare qui su vibrisse anche di loro. Scriverò quindi di: Luigi Pingitore, Michele Lupo, Cinzia Zungolo, Francesco Randazzo, Pino Loperfido, Raffaele Mangano, Federico Platania. Magari alternando con qualche autore più conosciuto. Poi tornerò agli altri, e a quelli del passato dimenticati.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.04.06 15:16
Za', ti chiedo un chiarimento.
Hai scritto: "Non sono riuscito ad andare oltre le prime 50 pagine! La noia mi ha ucciso. Non lo dico da adesso, ma da tempo - naturalmente invano e, anzi, beccandomi risposte al cianuro - ho segnalato la cosa a Giulio Mozzi".
Dici dunque di avermi segnalata la tua noia la cosa "invano". Mi domando che cosa tu ti aspettassi da me, quale esito tu ti aspettassi della segnalazione a me della tua noia. Dovevo chiedere il ritiro del libro dal commercio, poiché una persona che manco so chi sia si è annoiata a leggerlo? Dovevo far fare dei manifesti per la strada, con su scritto: "Un tipo che si fa chiamare Za' si è annoiato leggendo 'Con le peggiori intenzioni' di Alessandro Piperno"?
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.04.06 16:15
E' che ti consideriamo onnipotente giulio, almeno a livello editoriale :-)
Pubblicato da: sergio garufi - 27.04.06 17:13
mozzi l'onnipotente democristiano è uno dei casi non proprio singolari della letterat. ital. : un boy scout con gli occhiali, precisino, moralista quando gli conviene, sessuofobo (uno che scrive cose tipo "la donna della mia vita"...)
aspetto pari insulti
Pubblicato da: giulio - 27.04.06 19:35
Sarò un sentimentale, ma a me i suoi rari pezzi scritti per Stilos in cui parla della "donna della mia vita" li considero le sue cose migliori.
Pubblicato da: sergio garufi - 27.04.06 20:08
Innanzitutto volevo fare i miei complimenti a Bartolomeo Di Monaco per il pezzo, perché è un post scritto con delicatezza e con rispetto. Una lettura così attenta (è un vizio o una conquista?) mi pare sia talmente rimarchevole da scavalcare qualunque giudizio a seguire.
In merito al libro di Piperno, io ho finito di leggerlo da poco e devo dire m'è parso una buona opera prima, un più che dignitoso libro d'esordio.
Non l'ho trovato affatto un libro noioso; forse un po' "dilatato" in certi punti, quasi a volersi - ingenuamente - garantire una comprensione piena, ma godibile nel complesso. Noioso, tra l'altro, mi pare che come aggettivo voglia dire molto e non voglia dire niente, visto il grado di soggettività che si porta dietro. Un esempio di libri che considerate tutt'altro che noiosi?
Pubblicato da: Fainberg - 27.04.06 23:53
Caro Giulio, la nostra interessante discussione - era il 9 settembre 2005 e si può rivedere, per chi è interessato, in http://www.vibrissebollettino.net/archives/2005/09/gianni_biondill_2.html#comments - verteva su "facilità di lettura" e "bellezza". Se rileggi i vari commenti di allora comprendi certamente quello che volevo dire e cosa mi aspettavo da te.
Non certo i manifesti, ma almeno il riconoscimento che alcuni libri - perchè noiosi o troppo complicati o scritti male, ecc. - allontanano i lettori e non fanno bene alla letteratura. Anche se vendono qualche migliaio di copie grazie ad un azzeccato battage pubblicitario e a recensioni "amiche". Se si tiene conto che in Italia la media di lettura pro capite non raggiunge "un" (uno!) libro all'anno, vedi che sarebbe bene incentivare il lettore con lettura "facili" e magari anche "belle". Qualcuno ci riesce, altri no. E credo che sia bene dirlo. O almeno provarci.
za'
Pubblicato da: za' - 28.04.06 00:45
Grazie, Fainberg.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.04.06 07:40
@zà
Di "facile" non dovrebbe esistere nulla.
Le cose (e letture) "facili" sì che sono una noia!
Se gli italiani leggessero più libri, ma se tutti questi libri fossero "facili" (ma poi,tu, cosa intendi di per "facili", Mellisa P.?) avremmo solo molta più gente mediocre. No, grazie, preferisco l'ignoranza alla mediocrità.
E se poi uno scrittore chiere ai lettori di fare uno sforzo in più, di non essere pigri (ti faccio notare che tu ti descrivi come "un lettore a livello patologico, ma di una pigrizia mortale...", una descrizone che mi fa dubitare sulla buona qualità delle tue letture)*, per me quello scrittore diventa degno di attenzione.
Saluti.
*dalla tua affermazione non è evidente che ti riferisci al non riuscire a scrivere recesioni, e la mancanza di questa evidenza è di per sè significativa.
Pubblicato da: Mirfet - 28.04.06 09:00
Thomas Bernhard chiamava Hedwig Stavianicek "mein Lebensmensch", la mia persona della vita. e forse lo pensava di suo nonno Johannes Freumbichler.
Pubblicato da: monica - 28.04.06 11:06
@Mirfet
Forse, se tu avessi fatto lo sforzo di andarti a rileggere lo scambio di opinioni del 9 settembre 2005 al quale ho fatto rinvio dandone anche il link, avresti capito qual era il thema decidendum e non avresti scritto un post fuori tema.
Nello specifico: 1° non ho letto e non ho intenzione di leggere i libri di Melissa P.;
2° ho potuto mettere insieme una discreta biblioteca di oltre 8.000 volumi e mi piace di più leggere che scrivere;
3° sono capacissimo, comunque, di scrivere, tanto è vero che sono autore di decine di saggi e di alcuni volumi inerenti alla mia professione (che è tecnica e non è nè quella di scrittore nè quella di critico, insomma che non ha niente a che vedere con la letteratura);
4° quanto alla "bonta'" delle mie letture: a) lascia giudicare a me; b) la tua preferenza per l'ignoranza è sufficientemente indicativa.
za'
Pubblicato da: za' - 28.04.06 11:18
@zà.
1. Spiegami perchè il mio post è fuori tema.
Ti faccio presente che quanto tu hai scritto qui....
"Se si tiene conto che in Italia la media di lettura pro capite non raggiunge "un" (uno!) libro all'anno, vedi che sarebbe bene incentivare il lettore con lettura "facili" e magari anche "belle". Qualcuno ci riesce, altri no. E credo che sia bene dirlo.”
......Non è molto diverso da quanto scritto il 9.09.05(e che tu hai pensato io non avessi letto), ovvero “Quindi la lettura deve essere “facile”, cioè scorrevole, cioè senza la necessità di andare a leggere le note a piè di pagina o nell’Appendice, senza bisogno di avere sotto mano la Treccani (o, molto meglio, oggi, Internet) per capire cosa voleva dire l’Autore.” [...]chi legge un romanzo vuole - credo - una “storia”, una “trama” (si dice “plot”?), che si sviluppi secondo un filo logico; vuole dei personaggi da capire, da amare, da ricordare.”
Non vedo perchè il mio post sarebbe fuori tema. Se puoi e vuoi, illustrami pure come e dove ho sbagliato.
2° Il numero dei libri della tua biblioteca per me è irrilevante. Per te lo è. Perchè? Cosa significa avere tot e tot di libri? E’ indice di cosa?
3°Non ho detto che non sei capace di scrivere. Ancora, come nel caso 3°, il fatto è per me è irrilevante. Anche se tu fossi un dio della scrittura creativa, sentirei comunque il bisogno di esprimere la mia opione, soprattutto se diversa dalla tua.
4° a) Se tu sei in grado di giudicarti da solo, beh, allora devi proprio essere un dio (ma forse neppure Dio sarebbe in grado di giudicarsi da solo, non so...)
b) Ti sbagli, io non preferisco l'ignoranza (che secondo te sarebbe "indicativa" di... cosa?).
Io prefersico l'ignoranza alla mediocrità: dall’ignoranza nasce la conoscenza. La mediocrità, invece, è sterile.
Pubblicato da: Mirfet - 28.04.06 13:17
Cart Bart, ho letto il libro di Piperno proprio l'anno scorso a quest'epoca e anche a me è parso un buon romanzo.
Un forte abbraccio,
Emma
Pubblicato da: emma locatelli - 28.04.06 18:06
Finalmente, ti ritrovo, emma. Spero che continui a seguire il mio lavoro, e che in qualche modo ti sia gradito. Ti ricordi? Sei il mio portafortuna:-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 28.04.06 19:05
@Mirfet
Il tuo post era fuori tema perchè il significato di "facile" che hai dato tu è completamente diverso da quello che dò io. Tanto è vero che avendo letto (solo ora, confessa!) i post del 9.9.2005 (non solo i miei ma anche degli altri che partecipavano alla discussione) mi sembra che adesso tu abbia capito cosa intendevo per "facile". Quindi non hai sbagliato ... semplicemente non hai capito perchè ... ignoravi i precedenti (noti, invece, all'amico Giulio, che per ora tace). Anche per me è irrilevante il numero dei miei libri, tanto è vero che continuo a comprarne e a leggerli. Anche qui non hai capito (forse non "volevi" capire). Era un modo per dirti che se non scrivo (di letteratura), tuttavia leggo (e cerco di capire). Naturalmente tu puoi esprimere tutte le opinioni che vuoi; però tu avevi dato su di me un giudizio (errato) di incapacità e, poi, addirittura di "non buone" letture. E non potevo lasciarteli passare, questi giudizi trancianti (chi si crede il dio?). Anzi, ho cercato di spiegarti perchè eri in errore. Se tu non lo capisci ... pazienza, me ne farò una ragione. E, sempre nella libertà delle opinioni, continuo a pensare che l'ignoranza (e mi pare che tu ne abbia dato ampie prove - questo per evitare che i puntini di sospensione non siano abbastanza chiari)sia peggiore, nel peggio ovviamente, della mediocrità. E che dall'ignoranza nasca o possa nascere la conoscenza e tutto da dimostrare. Anzi, nel nostro bel Paese ne abbiamo tanti esempi contrari.
za'
Pubblicato da: za' - 28.04.06 20:44
@zà (ops, za'!)
1. Io non ho dato nessun 'significato di "facile" Sei stato tu a darlo, "il 'significato".
2. A me sembra che oggi il cielo sia più blu rispetto a ieri.
3.Non ho dato nessun guidizio, soprattutto di incapacità. Ho manifestato un dubbio.
4.Tu hai tirato in ballo la storia del numero dei tuoi volumi, non io.
5."Anche qui non hai capito (forse non "volevi" capire). Era un modo per dirti che se non scrivo (di letteratura), tuttavia leggo (e cerco di capire)." Forse sei stato tu a non spiegarti bene, za'. Non credo tu abbia bisogno di giustificare in quel modo le tue affermazioni. Se ha delle tesi, argomentale. Il numero dei tuoi libri per me non è un'argomentazione valida.
5. Za', io sono certamente ignorante in molte cose, moltissime. Non ho mai detto il contrario.
6. I punti di sposensione ti fanno paura?
7.Questa discussione è diventata sterile.
Quindi, caro za', whatherver!
And take it easy,zà...
Pubblicato da: Mirfet - 29.04.06 08:57
Za', mi dispiace, ma la discussione tra te e me alla quale fai riferimento non verteva sull'argomento che tu dici. Quindi: o non hai capito (allora come ora) qual era l'oggetto della discussione, oppure (ora) deliberatamente sostieni il falso (cioè che la discussione aveva un certo oggetto, mentre ne aveva un altro).
Che i cattivi libri facciano male alla letteratura, è fuor di dubbio. Il problema è che certi libri secondo me sono buoni e secondo te sono cattivi (e viceversa, presumo). E di questo discutevamo (nonché, come questioni accessorie, del come determinare la bontà o cattiveria d'un libro, ecc.).
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.04.06 10:23
Giulio "linguamozza", perché mai dovrei insultarti? Non è più pratico, per me, ignorarti? (Se ci sono delle buone ragioni perché io ti insulti, mi dici quali?).
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.04.06 10:25
Caro Giulio, con tutto il rispetto, mi pare che la nostra discussione, l'8 e 9 settembre 2005 - ma anche prima, come tu stesso allora ricordavi: l'esempio di Tizio ... ecc. ecc. - vertesse proprio su libri di "facile" lettura, libri ben scritti, libri "belli", ecc. Naturalmente nè allora nè adesso siamo venuti a capo di nulla, essendo diverse le nostre idee. Pazienza. Mi basta quello che hai appena scritto: "Che i cattivi libri facciano male alla letteratura, è fuor di dubbio". Mi pare, allora, che l'unico metro di giudizio valido possa essere quello dato dal tempo - che di norma è galantuomo. Se, poniamo, tra dieci o venti o trenta anni "Con le peggiori intenzioni" sarà ancora un libro letto, commentato, ecc. allora vuol dire che era un buon libro e che io avevo torto, o viceversa. Tanto per fare un esempio: "Chiedi alla polvere" di J. Fante era ed è un buon libro, perchè dal 1939 a oggi - addirittura più ora che allora, povero Fante! - lo si legge, lo si apprezza, se ne trae perfino un film. "Orcynus Orca" di D'Arrigo era ed è un buon libro - anche se "difficile" - e resiste al tempo (chiedi a Biondillo). Altri libri resistono qualche mese e poi scompaiono: non sono buoni libri. Credo che la riprova principe si possa trovare - almeno per i romanzi americani - nella classifica a suo tempo stilata da Colombati e messa a concorso tra i bloggisti. Quelli (tutti quelli citati, non solo i primi in classifica) sono i libri "buoni" che resistono al tempo. Il resto è tutto soggettivo: quello che piace a me non piace a te. Del resto basta vedere come siamo spaccati su tutto! (Mi sto godendo lo spettacolo (?) dell'elezione del Presidente del Senato).
za'
Pubblicato da: za' - 29.04.06 11:00
Za', se assumiamo che "l'unico metro di giudizio valido possa essere quello dato dal tempo", ne viene qualche conseguenza non trascurabile:
[a] Un editore che deve decidere che cosa pubblicare, non potendo usare l'unico metro di giudizio valido, cioè il tempo, è costretto a usare metri di giudizio non validi. Pertanto, non è possibile contestare le sue scelte affermando che egli usa metri di giudizio non validi, essendo i metri di giudizio non validi gli unici a sua disposizione.
[b] Ci si può domandare se, tra i metri di giudizio non validi (che sono gli unici a disposizione), non ve ne siano di "più non validi" e di "meno non validi". A questo punto, però, la discussione ricomincia dal principio.
Questo vale, ovviamente, per un editore che pubblichi opere nuove: e gli editori che pubblicano opere nuove sono indispensabili (se non ci fossero, nessuna opera - poiché tutte le opere, per una volta, sono "nuove" - verrebbe pubblicata).
Ora: io lavoro per un editore che pubblica opere nuove, e ho la responsabilità di sceglierle e proporle per la pubblicazione. Non posso usare l'unico metro di giudizio valido, cioè il tempo, e posso usare solo metri di giudizio non validi. Tuttavia, il mio lavoro (non il mio personale: il lavoro di tutti coloro che fanno il lavoro che faccio io) è indispensabile.
Fatte tutte queste considerazioni, che tutte discendono dalla tua affermazione che "l'unico metro di giudizio valido è quello dato dal tempo", ti rendi conto come sia praticamente impossibile criticare il lavoro che io faccio?
(E dico questo, sia chiaro, non per sostenere che il lavoro che io faccio non sia criticabile, ma per sostenere che affermando che "l'unico metro di giudizio è quello dato dal tempo" si ottiene l'effetto paradossale, e indesiderato - da me, e penso anche da te -, di non poter criticare il lavoro che io faccio).
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.04.06 11:33
Tra i peggiori romanzi mai scritti, quello di Piperno. Super-promosso, da Genna, da Lipperatura, poi da Liberazione, da Aldo Nove, da D'Orrico, ecc. ecc. Si è arrivati al punto di dire che Piperno uguale Roth. Io continuo a dire: che Melissa P. a confronto è un genio, e con vendite assolutamente più alte di Piperno. Se proprio mi devo rovinare occhi e mente dietro a delle fantasie, allora preferisco quelle di una ex lolita: che alla fine inventa meglio, una sorta di Eleonora Duse moderna. Mentre Piperno, boh!
Buon 1mo Maggio.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 29.04.06 12:01
Veramente, Aldo Nove scrisse che "Con le peggiori intenzioni" faceva schifo. Vedi qui:
http://66.249.93.104/search?q=cache:fgCU2WoiiH4J:www.liberazione.it/giornale/050409/R_NOVE.asp+%22aldo+nove%22+%22con+le+peggiori+intenzioni%22&hl=it&gl=it&ct=clnk&cd=19
Pubblicato da: giuliomozzi - 29.04.06 22:50
Sono andato a leggermi la recensione di Nove, segnalata da Giulio, e fatico a credere che Nove ed io abbiamo letto lo stesso libro. Dove sia tutto quel sesso che vi vede Nove non saprei, così questo sontuoso snobismo dell'autore.
Sono propenso a credere, anche per il tono che emerge dalla scrittura di Nove, che sia stato giudicato secondo un qualche pregiudizio. Mi sbaglierò?
Ho letto di Nove Milano non è Milano. Non me ne vorrà Nove - il cui libro ho giudicato positivamente -, se Con le peggiori intenzioni mi pare migliore.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 29.04.06 23:11
Sì, Giulio, hai ragione, o meglio mi sono espresso un po' male: quello che intendevo dire è che anche Aldo Nove, pur stroncandolo, l'ha però promosso. Insomma un libro che non è passato inosservato, ecco: con lodi e stroncature. Anche se quella di Luigi Weber su Sguardomobile è quella che mi sembra più onesta e completa, e non un semplce attacco di bile o di finta bile. :-) Weber fa un gran bella analisi, citando anche Nove. Ti lascio il link, casomai avessi voglia di leggertela:
http://www.sguardomobile.it/article.php3?id_article=182&var_recherche=piperno
Mi sa che si son lette più recensioni sul libro di Piperno che non il libro stesso.
Tra l'altro ho visto, oggi, che è anche nei Miti Mondadori: adesso si potrà dire che un Mito di regime. :-)
Indubbiamente, al di là del suo valore, il libro di Piperno è stato oltremodo pompato, troppo: purtroppo è una malattia cattiva, cancerogena, quella di oggi di gridare al capolavoro. Una malattia che è quella del "capolavorismo", un altro inutile pericoloso "ismo".
Vado in OT: per la Bottega di Lettura, chissà, forse qualcuno sarebbe interessato a "L'ultima tentazione di Cristo" di Kazantzakis: questo un vero Capolavoro, da tempo scomparso dalle librerie. Io, per mia fortuna, ne ho una sola copia: e me la tengo ben stretta. Altro che Dan Brown ed epigoni. Kazantzakis è stato un peso massimo della Letteratura: ed è una vera vergogna che un simile Capolavoro sia assente dagli scaffali delle librerie, da quasi 17 anni oramai.
'Notte
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.04.06 01:38
Hai certamente ragione, caro Giulio. Infatti non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di criticare il tuo lavoro e di tutti coloro che fanno parte della catena editoriale che porta alla pubblicazione dei libri e, in particolare, delle opere nuove. Tu, scegliendo, esprimi una tua opinione, una tua sensibilità che, appunto perchè non vi è riscontro immediato ma soltanto protratto nel tempo, è soggetta al vaglio di altre opinioni e di altre sensibilità che possono essere più o meno in concordanza con le tue. Vedi, qui poco sopra, le opinioni di Iannozzi (con cui di solito sono in totale disaccordo), di Nove, di Bart Di Monaco (con cui di solito sono in totale accordo) radicalmente divergenti, tra loro e in parte con le tue e con le mie. Ma si tratta sempre di opinioni, che (forse) potranno avere solo in futuro riscontro positivo o negativo. Quindi in materia vige l'opinabilità del gusto e ciascuno - lo rivendico anch'io per me - ha la possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni, per quanto esse siano provvisorie e/o risulteranno in seguito corrette o fallaci. Detto questo, ribadisco che per me "Con le peggiori intenzioni" è risultato un libro "non leggibile". Non voglio dire con questo che sia brutto (e nemmeno bello): semplicemente non sono riuscito a leggerlo. Ad esempio, il celebratissimo (e, purtroppo, vendutissimo) "Codice Da Vinci" seppure a fatica sono riuscito a leggerlo, ma rimane - per me - un brutto libro (che è diverso da "non leggibile"). E non solo e non tanto per la trama in sè, ma proprio perchè è scritto male. Non so se sia colpa del traduttore (mi guardo bene dal contribuire ai profitti di Dan Brown acquistando anche l'edizione originale in inglese per un confronto), ma la scrittura non è fluida, i periodi a volte sono sconnessi e così via. Inoltre, tutto sommato, è anche prevedibile, una volta capito l'impianto, dove l'autore voglia andare a parare. Si capisce benissimo che è stato costruito a tavolino miscelando gli ingredienti per solleticare i palati meno raffinati (un po' quello che fa, dopo i primissimi romanzi, quel furbone di Follet e con lui molti altri che ormai conosciamo benissimo e che sfornano un libro ogni pochi mesi, vedi Camilleri).
Evviva, dunque, la libertà di giudizio, senza che chi non è d'accordo abbia ad adombrarsene.
za'
Pubblicato da: za' - 30.04.06 01:49
Urca!
Il mio commento si è incrociato con l'ultimo di Iannozzi e - mio malgrado - debbo dire che nuovamente mi trovo d'accordo con lui! E se volete rileggere un altro "bel" libro (mi terrei alla larga da definire qualsiasi libro un "capolavoro") andate a rivedere "La casa sul canale" di Simenon.
za'
Pubblicato da: za' - 30.04.06 01:54
Ho letto la recensione di Luigi Weber, segnalata di Beppe, e devo confermare che risente del clima di quel momento in cui si parlava del romanzo di Piperno come di un capolavoro. Che non è, pur trattandosi di un buon romanzo. Tanto Nove che Weber sono impegnati in un lavoro di demolizione, c he pare più deciso a priori, che ex post. Questa è la mia sensazione, che mi rende felice di aver lasciato decantare il clamore suscitato dal romanzo per leggerlo oggi che le acque si sono calmate.
Lo scritto di Luigi Weber - a mio avviso - è inficiato dal presupposto di partenza, ossia che Piperno abbia copiato Philip Roth. La sua puntigliosa ricerca di punti che si somiglino tra i due autori, sacrifica la visione unitaria del romanzo di Piperno, i cui motivi principali, completamenti autonomi da Roth, ho cercato di evidenziare nella mia lettura e in uno dei miei commenti riportati più sopra.
E' banale ricordare - ma a questo punto lo devo fare - che gli autori, soprattutto quelli di oggi (e fra questi, quelli che vogliono essere scrittori a tutti i costi), risentono sempre delle personali letture. Spesso nelle mie letture richiamo atmosfere che ho riscontrato altrove, tanto nel cinema che nel romanzo. Queste atmosfere è difficile dire se siano autonome o generate da quelle letture. Ma non porterà mai a niente un'eventuale ricerca sofisticata intesa a determinarne le origini, poiché, come la vita, la scuola, anche le letture partecipano alla formazione di un individuo e tanto più di uno scrittore, la cui sensibilità è particolarmente pronunciata. Voglio dire che Piperno è tale per l'insieme di queste cose, come lo fu il Manzoni, o lo fu Shaskespeare, per citare due nomi che non sono stati alieni da influssi di altri autori. E l'elenco potrebbe allungarsi.
Quindi un'analisi di questo tipo potrebbe servire solo a scoprire una parte della formazione di Pieprno, e anche qui rischiando una conclusione errata (anzi questa conclusione sarà sempre errata), poiché, anche se trovassimo una frase gemella, dovremmo riconoscere che essa non vive più isolata, ma in un contesto che ha a che fare con la formazione complessiva dell'autore. L'indagine quindi è fuorviante perché si rivolge non all'opera, ma all'autore. A meno che un'opera non sia l'esatta copiatura di un'altra, essa ha vita propria, autonoma, così come un figlio, che può avere qualche somiglianza con i propri genitori, è assolutamente autonomo e diverso da essi.
Il desiderio quindi - sempre a mio modo di vedere - di opporsi alle eccessive lodi spese nei confronti del romanzo di Piperno, ha fatto commettere a Nove e a Weber l'errore di contrastare quel giudizio per loro irritante, andando ad arenarsi sul letto di un rigagnolo anziché navigare il vero fiume del romanzo.
Sono convinto che una lettura oggi del romanzo di Piperno da parte di questi due critici - oggi che le spuntature contro le lodi si sono tutte espresse ed è venuto meno la spinta contrappositrice iniziale - darebbe un risultato diverso, e coglierebbe gli aspetti più autonomi e complessivi di quest'opera.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 30.04.06 07:55
Za', scrivi: "Hai certamente ragione, caro Giulio. Infatti non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di criticare il tuo lavoro", eccetera.
Ma se non ti passa nemmeno per l'anticamera del cervello di criticare il mio lavoro, allora non mi dài ragione: mi dài torto.
Per piacere, leggi quello che ho scritto.
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.04.06 09:54
Caro Giuseppe (Iannozzi), scrivi: "anche Aldo Nove, pur stroncandolo, l'ha però promosso. Insomma un libro che non è passato inosservato". In somma, come dire che Berlusconi raccoglie così tanti voti perché la sinistra parla in continuazione di lui...
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.04.06 10:03
Mah, Giulio. Mi pareva di averlo letto e non mi pareva un arzigogolo e sono andato diritto. Non ti critico e - se ti fa piacere - ti do' anche torto! Ma quello che volevo dire io mi pareva abbastanza chiaro.
Poi leggo (solo) ora l'intervento di Rosalba Casetti sul Romanzo del XXI secolo e le sue parole, che mi piace riportare anche qui: ""Un bel romanzo deve essere scritto bene, con un bel linguaggio ricco, ma non professorale; che abbia una bella storia ben ancorata alla realtà; che abbia almeno un’illuminazione, una luce sulla “vita”, qualcosa di nuovo, qualcosa che dia origine a un nuovo pensiero, una nuova riflessione, che mi faccia esclamare “ecco, proprio così”"", riflettono esattamente quello che io penso del romanzo "bello", "facile per il lettore", "scritto bene", ecc. ecc. A queste condizioni, caro Giulio, ti critico, non ti critico, mi va bene tutto, ma cerca di fare in modo, per quanto puoi, di far pubblicare solo romanzi così.
za'
Pubblicato da: za' - 30.04.06 11:38
In effetti: se la Sinistra avesse dato meno attenzione alle sparate di Berlusconi in campagna elettorale, probabilmente avrebbe raccolti meno consensi.
C'è comunque da evidenziare che alcune parti politiche - dopo le sparate che sappiamo - si sono cautamente allontanate dall'ex Premier.
Per un libro vale lo stesso ragionamento: se passa nell'"indifferenza", non se ne dirà né bene né male, e nessuno se lo filerà. Ma stroncalo in maniera forte - anche non giustificata, per un mero attacco di bile, diciamo così -, e vedrai che sicuramente qualcuno comincerà a dirne o per rincarare la dose o per difenderlo a spada tratta. Insomma, anche una stroncatura può servire al libro, alla sua vendita e al fatto che se ne parli. E' quando non se ne parla affatto che è brutto davvero, per l'autore, per il libro e per l'editore ovviamente.
Io stesso, stroncandolo qui, con poche frasi di commento, in un certo qual modo sto aiutando il libro...? Credo di sì. :-)
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 30.04.06 14:22
"Una bella storia ben ancorata alla realtà"?
Quindi: niente "Orlando furioso", niente "Gargantua e Pantagruele", niente "Don Chischiotte", niente "Signore degli anelli", niente di tutto ciò che ha scritto Borges...
Pubblicato da: giuliomozzi - 30.04.06 14:54
Le eccezioni - naturalmente - confermano la regola.
Per il "Signore degli anelli" rimango con notevoli dubbi, che sia davvero una eccezione.
za'
Pubblicato da: za' - 30.04.06 22:17
'Listen : a fourworded wavespeech : seesoo, hrss, rsseeiss ooos.' (James Joyce's Ulysses)
Pubblicato da: Mirfet - 01.05.06 09:32




