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16.03.06

Omaggio a Dickens: Grandi speranze (1861)

di Bartolomeo Di Monaco

Casa Desolata. Tempi Difficili. Grandi speranze (Trad. Maria Felicita Melchiorri).

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Dickens.jpgSono trascorsi sette anni da Tempi difficili e uno in più da Casa Desolata, quando appare Grandi speranze, che è del 1861. Anche questo: romanzo cospicuo, voluminoso. Leggete il suo incipit: “Poiché il cognome di mio padre era Pirrip, e il mio nome di battesimo Philip, la mia lingua infantile non riuscì mai a ricavare dai due nomi nulla di più lungo o di più esplicito di Pip. Così presi a chiamarmi Pip, e Pip finii per essere chiamato.” C’è tutta la felicità espressiva del narratore che ha dimestichezza non solo con la sua scrittura, ma con il mondo della fantasia.
E aggiungerei che non è tanto l’invenzione a stupirci quanto la resa stilistica, la facilità di trasmettere l’idea, percepibile soltanto se anche noi ci cimentiamo a rendere quell’idea con le nostre parole. Vedrete sul campo quanto sia operazione assai ardua.

Il primo capitolo merita anche di essere citato per la sua incomparabile bellezza. A Pip, che si trova dentro il cimitero dove sono sepolti i suoi genitori e cinque suoi fratellini, che sorge in mezzo ad una palude (“il marese”) vicina al mare, nei pressi della foce del Tamigi, compare un uomo “spaventoso, con un vestito di grezza tela grigia e un grosso ferro alla gamba. Un uomo senza cappello, con le scarpe rotte e un vecchio straccio legato intorno alla testa” che con fare minaccioso gli ordina di portargli una lima e del cibo. Quando questi si allontana, Pip non riesce a scorgere sulla linea dell’orizzonte che due cose: il faro e “una forca da cui pendevano delle catene che un tempo avevano sostenuto un pirata.” Lo sconosciuto sembrava nientemeno che “il pirata tornato in vita che, dopo essere sceso a terra, tornava nuovamente a impiccarsi.”
Pip vive con la sorella più grande di lui di oltre vent’anni; carattere forte e violento, non esita a levare le mani non solo sul ragazzo (lo tirava “su con le mani”), ma anche sul marito, un pacioccone, di buon senso tuttavia, “un uomo dolce, onesto, dedito al dovere”, che fa il fabbro e si chiama Joseph (Joe) Gargery. Tra Pip e Joe c’è simpatia, forse per il fatto di subire entrambi le furie della donna. Tra di loro si svolgono dialoghi che trovano pochi altri riscontri nei romanzi di Dickens, per semplicità, candore e bellezza, e si incontrano, ad esempio, nei capitoli settimo, nono, quindicesimo e nello straordinario ventisettesimo, in cui la dignità dell’umile artigiano Joe dà una garbata ma ferma lezione al disagio di riceverlo che prova Pip nel momento in cui si sente baciato dalla sorte: “Mi sfiorò delicatamente la fronte, e uscì. Non appena riuscii a riprendermi, gli corsi dietro e lo cercai nelle strade vicine; ma era scomparso.”
La storia prende avvio nel giorno della vigilia di Natale, quando nella palude Pip incontra l’evaso descritto più sopra. Il giorno di Natale, mentre sono a pranzo, irrompono i gendarmi e chiedono a Joe di aggiustare un paio di manette, Joe va nella sua fucina e tutti, soldati compresi, se ne stanno intorno a lui a vederlo lavorare. Sistemate le manette - ricordiamoci che siamo a Natale - escono per recarsi nella palude alla ricerca dell’evaso, anzi degli evasi, giacché i fuggiaschi sono due. Joe, Pip e Wopsle vanno con loro: “Un nevischio pungente, portato dal vento di levante, ci assalì sibilando, e Joe mi prese sulle spalle.” È un altro capitolo questo, il quinto, che si deve segnalare per la sua bellezza. La narrazione è già ricca di sottili cesellature e le scene che compaiono, per esempio la fucina di Joe, sono vive e reali senza che Dickens si sia speso in minute descrizioni. È bastato – a proposito della fucina - un paragrafo in cui si citano mantice, fuoco, fumo, il gesto del martellare e quel: “la vivida fiamma si alzava e si abbassava e le scintille incandescenti ricadevano e morivano” per disegnare un quadro di inoppugnabile compiutezza. E ancora: siamo nel pomeriggio, un “pallido pomeriggio”, sta nevicando. I gendarmi procedono nella perlustrazione distanziati l’uno dall’altro, i tre civili li seguono e “Sotto il debole riverbero rosso del tramonto, il faro e la forca e la collinetta della Batteria e la riva opposta del fiume si scorgevano chiaramente, per quanto tutti di un plumbeo slavato.” All’improvviso spuntano nella nebbia mucche e pecore coi loro campanacci, che si voltano a guardarli e in mezzo a tutto ciò, scrive Dickens, si percepiva: “il fremito del giorno morente su ogni filo d’erba”. In queste scarne descrizioni, trovo che vi si racchiuda un’atmosfera di occulto e di mistero che ci trasporta, senza che forse ce ne rendiamo propriamente conto, nelle oscurità della vita e della stessa Creazione. Chi racconta è Pip e il suo punto di osservazione diventa anche il nostro nel ripercorrere la sua storia e l’arricchimento portatogli in dono dall’esperienza.
Se si desidera un esempio della felicità espressiva, quasi della gioia prorompente di un narratore nato per raccontare, leggete con quanta leggiadria e compiutezza entra in scena la prozia di Mr Wopsle: “La prozia di Mr Wopsle dirigeva una scuola serale nel villaggio; vale a dire che era una vecchia assurda di mezzi limitati e di acciacchi illimitati, che soleva dormire ogni sera dalle sei alle sette, in compagnia di giovani che pagavano ciascuno due pence a settimana per l’opportunità di migliorarsi guardandola dormire.”
E quando, all’improvviso, Pip, che viene afferrato dalla sorella Mrs Gargery, lavato e rivestito di tutto punto per essere condotto da Mr Pumblechook presso la “immensamente ricca e arcigna” Miss Havisham, che aveva richiesto un ragazzo per giocare, salutato Joe, si trova sul calesse e guarda il cielo dove scintillano le stelle, riflette che nemmeno una riesce a gettare “nessuna luce sul perché mai dovessi andare a giocare a casa di Miss Havisham e a che mai ci si aspettava che giocassi.”
La catena degli artigiani che si trastullano spiandosi l’un l’altro descritta in poche righe nel capitolo ottavo è di una tale arguzia e vivacità da imprimere con la sola sua concatenazione un movimento perpetuo e circolare alla scena.

Dickens ci trasmette integra, suadente e preziosa la sua gioia di raccontare. Pur tratteggiando ambienti pervasi da sofferenza e da povertà, egli trova sempre il modo di colorare con una nota di leggerezza e di sorriso la sua storia. Devo dire che provo una grande felicità nel percepire tutto ciò; ossia, che un talento geniale come quello di Dickens, pur in mezzo ai guasti che l’uomo non sa evitare di produrre, sia permeato da una fiducia e da un ottimismo rivolti, non tanto alla nostra disordinata specie, ma a quell’indicibile respiro della Creazione che aleggia su tutto e tutto riesce a ricomporre per dare la sensazione, se non addirittura l’immagine, di una continuità e di una vastità dell’esistenza universale, nella quale il fine ultimo non è mai la sofferenza e l’umiliazione che ci circondano e che paiono sovrastarci, bensì la ricomposizione di ogni cedimento e di ogni frattura in un unicum indistruttibile che reca intatte le ragioni escatologiche, vitali e taumaturgiche del proprio esistere.
Il ritratto di Miss Havisham, una vecchia zitella che vive rinchiusa in un maniero (“casa Satis”) dalle finestre serrate e non vede la luce del sole da molti anni, muovendosi per la casa al lume di candela e vestita di un consunto abito bianco tutto pizzi e merletti, ci conduce dall’oscurità della palude che circonda l’essere umano all’oscurità che si racchiude dentro di noi rappresentata da questa signora che ha il cuore “spezzato” e per la quale il tempo si è fermato alle “nove meno venti” di un certo giorno, come rivelano gli orologi della sua casa.
Si intuisce dal suo abito da sposa e dal suo incompiuto abbigliamento che qualcosa di orrendo è intervenuto nella sua vita e tutto ciò che ha fatto seguito è qualcosa che le è assolutamente estraneo e senza importanza.
Naturalmente, in un ambiente così tetro e malinconico, resta difficile a Pip di mettersi a giocare, ma la donna gli ordina di chiamare la nipote Estella (in realtà è stata adottata, come sapremo più tardi), l’altezzosa ragazza che ha introdotto Pip nella casa, sua coetanea, ma che, sprezzantemente, si comporta come se fosse molto più grande di lui. Si mettono a giocare a carte e la signora sembra distrarsi dai suoi cupi pensieri guardandoli: “Così ella rimase seduta, simile ad un cadavere, mentre noi giocavamo a carte, le trine e le gale increspate del suo vestito da sposa simili a ruvida carta.” Prima la palude, il cimitero, la forca intravista nella nebbia sulla quale un tempo fu impiccato un pirata, ora una donna che ha cercato di fermare la sua vita lottando contro l’incedere solenne e irriguardoso del tempo. Dickens questa volta parte da una presunzione di morte per narrarci una storia di resurrezione, ciò che non aveva mai fatto prima, almeno così esplicitamente. Miss Havisham viene colta nel momento in cui, nel chiamare Pip nella sua casa, tenta una specie di risveglio (“denti più aguzzi dei denti dei topi hanno rosicchiato me.”), e il suo guardare giocare i due giovani nasconde un inconscio tentativo disperato di un diniego alla rinuncia e alla sconfitta. Estella ha parole di disprezzo nei confronti di Pip, che trova rozzo e volgare, e Miss Havisham ha la forza di domandare a Pip: “Lei dice molte cose crudeli su di te, ma tu non dici niente di lei. Che pensi di lei?”. In realtà, l’incontro con questa ragazzina superba e schizzinosa acuisce in Pip il senso dell’ingiustizia che da qualche tempo lo assale, soprattutto nei confronti della sorella, Mrs Gargery, le cui maniere violente hanno affinato la sua sensibilità e la consapevolezza di non meritare i suoi rimproveri. Dunque, in quella casa oppressa dalla morte (c’è perfino, accanto, una fabbrica di birra abbandonata), soffia il vento della vita.

A che cosa fa pensare questa frase sull’esistenza: “Immaginate che un giorno prescelto venga cancellato e pensate a come tutto il suo corso ne sarebbe stato alterato.”?
Non ricorda forse il celebre film La vita è meravigliosa di Frank Capra, del 1946, ispirato proprio a un tema come questo, ossia l’influenza che la nostra vita ha sull’equilibrio generale dell’esistenza e l’importanza di ogni cosa che le appartiene?
Nella locanda ai “Tre Allegri Barcaioli” Pip incontra, seduto allo stesso tavolo dove si trovano Joe e Mr Wopsle, uno sconosciuto che non nasconde il suo interesse per lui, e ad un certo punto, non visto dagli altri, gli mostra una lima. Pip intuisce subito che quell’uomo conosce il forzato che gliel’aveva richiesta e che lui aveva sottratto a Joe, nella sua fucina.
Dall’inizio del romanzo si nota un’atmosfera insolita, assente nelle altre opere di questo autore, fatta di colorature in penombra, con focalizzazioni che mantengono contorni e orizzonti appena intravisti, di un realismo fantasioso, più vicino, ossia, al sentire e al vedere della nostra anima. Si pensi che qualche anno dopo, il 1883, esce L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, che è il primo dei suoi capolavori, e non è da escludere che l’autore scozzese sia stato suggestionato proprio dalle atmosfere di questo lavoro dickensiano. Ma Dickens non finisce di stupire. Conosciamo l’arguzia e il pettegolezzo che animano le opere di Oscar Wilde. Bene, un assaggio di quanto scriverà questo irlandese, nato nel 1854, appena sette anni prima dell’uscita di Grandi speranze, noi lo troviamo già qui, nel capitolo undicesimo, nella conversazione caustica e pungente tra Miss Havisham, Georgiana, Miss Sara Pocket dal “volto di guscio di noce”, Camilla e suo marito Raymond.
E Poe, morto a quarant’anni nel 1849, non è anche lui qui, nella casa spettrale in cui vive Miss Havisham?: una cerimonia di nozze che doveva avvenire tanto tempo fa è stata interrotta, infatti, e nella casa tutto si è fermato a quel giorno e a quell’ora e si dissolve in attesa della morte. Nella stanza dove Pip si trova, insieme con Miss Havisham e Estella, e contempla la tavola ricoperta da una tovaglia “un tempo bianca, ora tutta gialla” e la torta nuziale “putrefatta” e avvolta in un intrico di ragnatele, è questo il pensiero che lo pervade: “ebbi persino l’allarmante fantasia che io ed Estella potessimo iniziare presto a decomporci.”
Il rapporto tra i due giovani è condizionato dall’educazione che Miss Havisham sta impartendo alla nipote, frutto della sua triste esperienza. Spesso le sussurra all’orecchio, allorché si mostra arrogante con Pip: “Spezza i loro cuori, mio orgoglio e speranza, spezza i loro cuori e non avere pietà!”. Si capisce che è attraverso di lei che cerca la sua rivincita. Dirà più avanti la giovane: “Sono quello che tu hai fatto di me.” Estella si fa di giorno in giorno sempre più graziosa. Miss Havisham ne chiede continuamente conferma a Pip, come a gustare in qualche modo la sua sofferenza di innamorato, giacché è evidente che il ragazzo è rimasto colpito dal fascino della giovane.
Si percepisce una eco di “Tempi difficili”, allorquando si forza la protagonista Louisa ad una educazione priva di sentimenti, con i quali poi dovrà, ahimè, fare i conti. Estella, in sovrappiù, viene educata a far soffrire gli uomini, a provocarli e denigrarli ad un tempo. Intuiamo sin d’ora il percorso che occuperà la sua vita, ma ancora una volta è il piacere della narrazione che ci coinvolge. Se Estella verrà travolta dal suo gioco forzato ed innaturale, poco importa al lettore di intuirlo già a questo punto della storia. Egli è più interessato alle preziosità, ai colori, ai vezzi delle cesellature con cui l’autore si compiace di stupirlo.

Quando Biddy, una ragazza orfana che aveva insegnato a Pip a leggere e a scrivere, viene chiamata da Joe ad assistere la moglie, aggredita da uno sconosciuto e rimasta sofferente, noi vediamo in lei, così buona e generosa (“divenne la benedizione della nostra casa.”), una nuova Sissy di “Tempi difficili” e anche l’Agnes di “David Copperfield”. Ci sono personaggi che in qualche modo segnano un legame ed una continuità tra i romanzi di Dickens, come se egli avesse desiderato lasciare il segno dell’unità della propria ispirazione, nonché dello scopo della sua scrittura. Che è sempre, nascosto o evidente che sia, quello di mostrare quanto la bontà e la sofferenza siano prima o poi ricompensate, e se, come accade qui, per qualche momento della vita si è ottenebrati dalla presunzione e dall’orgoglio, sono la generosità e l’altruismo degli altri a liberarci spesso dalla confusione che si è annidata in noi.
Pip riceve una visita straordinaria. Un avvocato di Londra, Mr Jaggers, gli annuncia che un benefattore, che deve restare sconosciuto, si vuol prendere cura di lui e farlo diventare un gentiluomo. Per questo ha già messo a disposizione un capitale consistente che servirà ai suoi studi e alla sua educazione. Dovrà naturalmente lasciare la casa di Joe e trasferirsi a Londra. Gli dice testualmente: “la comunicazione che gli devo fare è che ha grandi speranze.” Queste “grandi speranze” daranno significativamente il titolo al romanzo, giacché Pip si sente da quel momento “possessore di tali grandi speranze” al punto da formulare tra sé l’addio ai compagni in questi termini: “addio, monotoni compagni della mia infanzia, d’ora innanzi appartengo a Londra e alla grandezza, non al mestiere di fabbro e non a voi!”. È da vedere, pare anticiparci Dickens, che cosa può produrre su di un giovane un cambiamento così repentino della sua condizione sociale. Colmare in questo modo una insoddisfazione interiore per tanto tempo trattenuta, se può misurare la misericordia di Dio (“avevo sempre desiderato essere un gentiluomo”), può anche risvegliare dentro di noi sopiti spunti di presunzione e di orgoglio, che ci inducono a confrontare e a scoprire la nostra vera natura. Dickens chiama il personaggio Pip a misurarsi con un simile destino, e lo fa immediatamente, mettendolo di fronte a Joe e facendogli insorgere questo pensiero: “una volta che fossi entrato in possesso dei miei beni e fossi stato in grado di fare qualcosa per Joe, sarebbe stato molto più appropriato se egli fosse stato più qualificato per passare ad uno stato sociale superiore.”, che lo avvicina più a Estella che a Biddy, ad esempio, o allo stesso Joe. E non è un caso che egli trascorrerà i giorni che lo separano dalla partenza in maniera “solitaria e deludente”.
L’educazione di Pip è affidata a Matthew Pocket, un parente di Miss Havisham, che lo ha allontanato da quando questi la mise in guardia nei confronti del suo fidanzato, e a ragione come si capirà dal racconto che farà di quella triste storia Herbert, il figlio di Matthew, con il quale Pip condivide la cameretta in un alberguccio che somiglia più a una topaia che a una casa. La moglie un po’ allampanata di Mr Pocket, Belinda (“altamente ornamentale, ma perfettamente inutile e incapace”), ci ricorda la moglie di Thomas Gradgrind di “Tempi difficili”, e la “vicina parassita” che sfrutta la loro casa, “un perfido serpente biforcuto”, Mrs Coiler, l’abbiamo già incontrata come signora Sparsit nello stesso romanzo e la confusione che regna in casa Pocket è la stessa che vedemmo da Mrs Jellyby di “Casa Desolata”, personaggio anch’esso somigliante a Mrs Gradgrind e a Mrs Pocket, la quale trascorreva il tempo a leggere “i suoi libri sui titoli nobiliari”.
Dickens conferma, dunque, la simpatia per certi riferimenti che considera significativi per rappresentare efficacemente la realtà, che poi non è soltanto quella del suo tempo.
Ricordate? Il romanzo è cominciato con l’incontro di Pip con due evasi nel bel mezzo di una palude. Ebbene, scene che vedono protagonisti i forzati si susseguono nel romanzo con qualche significativo collegamento tra di loro, fino ad includere la visita di Pip alla famosa prigione di Newgate (“Trascorsi tutto il tempo a pensare come fosse strano che dovessi essere circondato da quest’atmosfera corrotta di prigione e crimine”). A poco a poco esse si trasformano in una nota dominante, tale da risultare indispensabile per riannodare i molti fili della trama, allo stesso modo che accade, ad esempio, ne Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas o ne I miserabili di Victor Hugo. Esse non rappresentano, in effetti, che tracce minuscole, sassolini che Dickens lascia cadere sul suo percorso al fine di stimolare e orientare in qualche modo la nostra ricerca sulle provvidenziali fortune (“è stata solo la Fortuna a elevarmi”) che stanno accumulandosi sul giovane Pip, il quale ora non è più rozzo e volgare come un tempo e, quando incontra di nuovo Estella di ritorno da una permanenza in Francia, che l’aveva resa ancora più bella e irraggiungibile, si accorge di amarla, e anche di percepire sul suo volto la sensazione di un qualcosa di conosciuto: “Che cos’era quell’ombra senza nome che era di nuovo passata in quell’istante?”. Che è una sensazione simile a quella che provò Esther di Casa Desolata allorché, durante la messa domenicale, incontrò per la prima volta Lady Dedlock. Come pure Bill Barley, il padre di Clara, la fidanzata di Herbert, invalido e chiassoso (“Fa un baccano tremendo... urla e picchia sul pavimento con qualche terribile strumento”) non ricorda il burbero Joshua Smallweed, anche lui invalido, sempre di Casa Desolata?
La storia va avanti lasciando in sospeso alcuni punti fondamentali, grazie ai quali l’interesse del lettore resta immutato e anzi si accresce a mano a mano che alcune situazioni paiono preludere ad un contatto.

Una lettera di Estella annuncia a Pip che anche lei sta venendo a Londra e lo prega di andarle incontro. Pip è ancora sotto l’impressione di una intangibilità della sua amata, sebbene sia convinto che Miss Havisham sia la benefattrice della sua fortuna e stia facendo di tutto per far sposare Pip con Estella. C’è un momento in cui più volte gli dice: “Amala!”. Dunque, è quello di Miss Havisham il nome della sua benefattrice che Mr Jaggers tiene segreto? Riuscirà Pip a colmare la sua fortuna con l’amore di Estella? E che cos’è quell’ombra che passa sul volto di Estella e che la rende familiare a Pip? E ancora: quanta parte la “buona sorte” può avere nel successo di un uomo?
Già ora vediamo che Pip è perseguitato da qualche rimorso per come sta cambiando: “Vivevo in uno stato di cronico disagio per il mio comportamento verso Joe. Né la mia coscienza era affatto tranquilla riguardo a Biddy.”
Si sta rendendo conto che il denaro non è tutto nella vita, e pur spendendone tanto “Eravamo sempre più o meno depressi, e la maggior parte dei nostri conoscenti era nella nostra stessa condizione. Vigeva tra di noi la gaia finzione che ci divertissimo sempre moltissimo, e la verità di fondo che non avveniva mai. Per quanto ne so, il nostro caso, sotto quest’ultimo aspetto, era piuttosto comune.”
Dickens si riferisce all’aspetto generale e frivolo della vita, quando la mancanza di valori produce irrequietezza ed insoddisfazione che nessun altro surrogato può alleviare.
Così, raggiunta la maggiore età e venuto in possesso, per il momento, di una cospicua rendita annua, Pip, che nel frattempo aveva contratto un mucchio di debiti e ne aveva fatti contrarre al suo amico Herbert, decide di aiutarlo in incognito. Si avvale di Mr Wemmick, l’impiegato del suo ex tutore, andando a trovarlo al “Castello”, una bizzarra dimora dove questi vive con l’anziano genitore e dove va a trovarlo spesso una ragazza, Miss Skiffins, che “aveva un aspetto legnoso”. La visita darà l’occasione per un ritratto di quella famiglia assai divertente, con la quale Dickens sbizzarrisce il suo estro di geniale inventore, per non parlare dello stesso personaggio Wemmick, tra i migliori creati dalla fantasia di Dickens (si veda il suo insolito matrimonio descritto nel capitolo cinquantacinquesimo), al quale si deve aggiungere il fabbro Joe. Come pure mette in mostra la sua sorprendente abilità di narratore nel darci la descrizione, breve ma efficacissima, del violento temporale che si abbatte su Londra, nel capitolo trentanovesimo, proprio il giorno in cui finalmente scopre l’identità della persona che si è preso cura della sua vita. O quando, verso la fine, ci racconta degli impacci di Joe nel tentativo di scrivere una lettera, nonché, nello stesso capitolo cinquantasettesimo, la straordinaria, umanissima, risposta che dà a Pip quando questi gli chiede notizie di Miss Havisham.

I nodi vengono al pettine, dunque, e si stanno sciogliendo, sebbene lentamente. Anche Estella in un alterco con Miss Havisham, che la accusa di ingratitudine nei suoi confronti, mostra di cominciare a rendersi conto della durezza e aridità del proprio carattere, frutto di un’educazione sbagliata (“ammaestramenti distorti”) e soprattutto egoista, e la stessa Miss Havisham, ad un certo punto, manderà a chiamare Pip e gli dirà che desidera dimostrargli “che non sono completamente di pietra. Ma forse, ormai, non potrai mai credere che c’è qualcosa di umano nel mio cuore.”
La lezione di Dickens si fa esplicita. L’orgoglio viene frustrato, punite la presunzione e la vanità. Sconfitta l’ira. Una buona azione produce sempre altre buone azioni, e può modificare la malvagità di un uomo, al punto che egli stesso si sentirà portato al bene. E infine, che la povertà, quando è sopportata onestamente, ci riveste di una dignità assai più grande di quella che può nascere dalla ricchezza. Ma il vero inno che si innalza fino a noi e ci penetra nell’animo è quello riservato all’amicizia. Pip e Herbert assurgono ad esempio di quanto una amicizia sincera e reciproca possa compensare, oltre che aiutare, le occasioni sfortunate della vita.
L’evaso Abel Magwitch, quello che Pip aveva incontrato anni prima nella palude, allo stesso modo di Miss Havisham sta cercando, pure lui, la sua rivincita contro la società e contro la disperazione della propria esistenza dedicandosi a Pip.
Quel motivo dominante del riscatto, la cui possibilità viene offerta a tutti, si disegna con forti connotati, al punto che si può sostenere che è piuttosto Pip che, baciato dalla fortuna, compirà paradossalmente un cammino inverso e pericoloso, rispetto a questi due personaggi, un cammino durante il quale rischia di smarrirsi, e sarà attraverso la conoscenza più approfondita del forzato Abel che ritroverà la sua rotta: “non avrei certo supposto che un giorno, nel lasciarlo, mi sarei sentito il cuore così oppresso e angosciato come ora.”
Si è già annotato, nel commentare altri romanzi, quanto Dickens ami trattare la natura come una persona. Questo amore si rivela anche qui, allorché Pip si reca da Miss Havisham, dopo che Abel, il forzato, ha raccontato una storia che è collegata al mistero che avvolge la donna che ha scelto di vivere reclusa nel suo palazzo: “il giorno arrivò, muovendosi con passo lento, fermandosi e piagnucolando e tremando, avvolto in pezze di nuvole e stracci di nebbia, come un mendicante.”
Spesso la natura partecipa sia alle gioie che ai dolori degli uomini, e quantomeno, anche se in taluni casi resta, o pare restare, indifferente, essa sta lì intorno a noi come parte viva della nostra esistenza. Perfino le cose inanimate, gli oggetti, gli arredi di una casa prendono parte alla nostra esistenza. Nello studio di Mr Jaggers, sopra il caminetto, ci sono due teste scolpite, ed esse non poche volte si animano quando Pip le osserva: “la fiamma, che saliva e scendeva guizzando, creava l’impressione che i due calchi sullo scaffale si stessero impegnando in un diabolico gioco a nascondino con me”. Dickens assorbe ogni cosa creata dal suo narrare e la dona al lettore con il divertimento e la gioia di colui che sa di poter scorgere, interpretare, capire e sciogliere i tanti misteri che ci circondano con il semplice tocco vivificante della scrittura.
Si guardi, nel capitolo cinquantaquattresimo, come rivive e si anima il Tamigi di quel tempo, percorso in ogni direzione da chiatte, barche a remi, navi carboniere.
E si guardi come s’illumini la verità dell’esistenza nei due binomi Pip e Estella da una parte, e Biddy e Joe dall’altra, che diventano parametri di due possibili scelte e di due possibili esiti. Le grandi speranze di Pip, ma anche quelle dell’altezzosa Estella, finiranno per stare rinchiuse in un pugno di piccole, minime cose, e la lezione che se ne ricava sarà anche quella, perciò, che, in ogni caso, gli errori compiuti s’imprimono sempre nella nostra anima con una venatura di malinconia che non ci abbandonerà mai più.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 16.03.06 10:15

Interventi

Bart, questo pezzo le terrò per stasera, una volta mollato l'ufficio, Milano, le code in autostrada e tutto il resto. Vabbé... giornataccia oggi.

Buona giornata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 16.03.06 12:33

Grazie, Vince', per l'attenzione. Spero che ti sia piaciuta l'idea di un omaggio a Dickens con tre dei suoi ultimi romanzi, un po' meno conosciuti degli altri, ma ugualmente straordinari.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 16.03.06 15:00

Bella la lettura e illuminanti i riferimenti letterari e cinematografici. Dicevi, Bartolomeo, nei commenti alla lettura precedente, che speravi di guadagnare qualche nuovo lettore a Dickens. Io vorrei aggiungere, per chi già lo conosce per le sue opere più note, che anche altre meno note sono dei capolavori. Così è per "Dombey e figlio", "La piccola Dorrit", "Il nostro comune amico", "La bottega dell'antiquario". Lo stesso si può dire, anche se a un altro livello, per "Barnaby Rudge", "Martin Chuzzlewit", "Nicholas Nickleby". Un discorso a parte meriterebbe "Il mistero di Edwin Drood", l'ultimo e incompleto romanzo, che presenta a mio parere aspetti di grande novità e che, a testimonianza della forza delle fabulae create da Dickens, costituisce un vero rebus per gli appassionati, che sono ancora a domandarsi: come veramente Dickens avrebbe fatto finire la vicenda? Il romanzo di Dickens che mi convince meno è "Storia di due città". In conclusione: mi spiace che finisca questo "omaggio a Dickens" e, restando in ambito vittoriano, mi piacerebbe, Bartolomeo, una tua prossima lettura de "L'egoista" di George Meredith: è una lettura impegnativa, ma che ripaga abbondantemente.

Pubblicato da: Giorgio Morale - 17.03.06 08:48

Concordo con te. Si tratta di uno scrittore nato per scrivere. A lui tutto riusciva molto facile.
Terrò conto del tuo consiglio su Meredith, di cui ti ringrazio.

Ora ho in programma di pubblicare le mie letture di Livio Romano, Russello, Ferrandino, Franchini, e poi tornare a qualche autore del passato. Vedremo. Mi presi anche l'impegno di scrivere di qualche autore di oggi sconosciuto ai più, di quelli, ossia, che stanno facendo la gavetta. Quattro o cinque, non di più perché mi è impossibile seguire tutto.

Grazie di nuovo, Giorgio.

Bart

Gra

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 17.03.06 12:06

Caro Bart, un David Copperfield a suggello no? Vabbè, attendo con interesse le letture di Ferrandino e Franchini.
Saluti

Pubblicato da: Carlo Capone - 17.03.06 13:47

Caro Carlo, salvo qualche eccezione che ho già praticato, di solito preferisco di un autore presentare romanzi meno conosciuti, ed egualmente validi.

Devo anche dirti, in anteprima assoluta, che, uscito il mio ultimo libro, previsto - credo - per prima dell'estate, io conto di chiudere questa mia esperienza. Mese più mese meno, avrei programmato di fermarmi entro la fine dell'anno.

Vorrei trovare una pausa non so quanto lunga per riflettere un po' su questa ultima parte della mia vita. In silenzio. In questi anni ho scritto - senza alcun successo commerciale, ovviamente, ma solo per il mio piacere -: poesie, romanzi, gialli, leggende su Lucca, ed ora questa serie di letture. Se Nuovi Argomenti dovesse ospitarmi (mi hanno detto che dovrebbe uscire la mia lettura di un romanzo di Remo Teglia, lucchese, con cui avvierei la serie), ho pressoché pronte le letture di 17 autori lucchesi che furono famosi ai loro tempi, ed oggi un po' dimenticati. Dopo la loro uscita su NA (una ogni tre mesi), le metterei su vibrisse, a cui devo molto, e finita la pubblicazione su NA le raccoglierei in un ultimo volume, come personale omaggio alla mia città.

Il prossimo 14 gennaio compio 65 anni, e - se non ricordo male - il Comune mi dovrebbe dare una tesserina prevista per tutti i 65enni, che mi darà diritto ad alcune agevolazioni (sic!). Dunque, la mia vita salterà il fosso e diventerò anziano a tutti gli effetti.
Giungerà il tempo, perciò, dei silenzi e delle più profonde riflessioni.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 17.03.06 15:01

Caro Bartolomeo, è vero, viviamo salutando, però mi spiace questa sorta di saluto anticipato da parte tua. Le tue letture sono diventate un appuntamento prezioso per chi segue vibrisse, di cui trovo giusto ringraziarti. Trovo un bel modo di parlare e fare avvicinare ai libri letture ampie come le tue, che ce li fanno assaporare senza preoccuparsi dei limiti di spazio imposti da altre sedi.
D'altra parte, se non leggi e scrivi, che fai? C'è molto altro, nella vita, lo so, ed è quello che alimenta la scrittura, però non è anche leggere e scrivere una specie di meditazione? Insomma, io spero che, magari con un ritmo più blando, anche decisamente più blando, tu non ci faccia mancare le tue letture, anche nei periodi di maggior raccoglimento. E anche se prima appariranno in altre pubblicazioni.

Pubblicato da: Giorgio Morale - 18.03.06 13:37

Condivido l'invito a non smettere di Giorgio Morale, però mi affascina il proposito di Bart, lo sento mio: 'giungerà il tempo dei silenzi e delle più profonde riflessioni'.
Ecco lo spunto per un discorso importante. Sul silenzio e le sue implicazioni.

Saluti

Pubblicato da: Carlo Capone - 18.03.06 14:13

Caro Giorgio, caro Carlo, è molto bello quello che scrivete. Siete due nuovi cari amici che questo mezzo moderno che è internet mi ha fatto conoscere. Con voi dialogo di letteratura, di romanzi, ed è come se si fosse seduti insieme intorno allo stesso tavolo, amici magari di lunghissima data.

Anche quando frequentavo it.cultura.libri ho contratto amicizie virtuali che mi porterò sempre con me.

Però sono convinto che ad un certo punto occorra fermarsi, dedicare il tempo che ci rimane a qualcos'altro di più personale ed intimo che scavi in noi più di quanto possa fare la forza pervasiva che viene dalla letteratura.

Osservare la vita dei nostri cari, che cresce intorno a noi, ad esempio, è una ricchezza ed un arricchimento interiore che ci può sfuggire, se distratti. La giovinezza e la crescita che non abbiamo potuto osservare in noi, la possiamo tornare a vivere accanto a loro, e forse comprenderla finalmente, e grazie a questa nuova comprensione cercare di riconoscerci, di darci un volto ed un'anima, che abbiamo visti invecchiare, ma che non abbiamo mai guardato attentamente e compresi. Si tratta di dare il via ad un altro inizio con il quale, però, questa volta, illuminiamo il nostro passato. Un inizio che quando giungerà al suo termine, segnerà il distacco definitivo dal nostro tempo.

Mi voglio preparare. Ma so anche che la letteratura non è un'acqua che ci ha bagnati e si può asciugare; somiglia più ad un lampo che ci ha bruciati un giorno e ha lasciato il suo segno distintivo. Non è facile metterla da parte. Lo so bene. Non sarà facile per nessuno e quindi anche per me.

Seguirò, perciò, il vostro consiglio di un distacco graduale, lento, certo difficile, e forse perfino impossibile.

In ogni caso, per quest'anno, continuerò ad essere presente con la mia solita invadenza:-)

Grazie di cuore.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.03.06 15:15

Caro Bart, le tue letture dimostrano la condizione psicofisica di un trentenne. Io non ho mai letto Dickens (mea culpa) e ieri ho acquistato Grandi Speranze a causa tua. Non e' la prima volta che mi fai spendere quattrini in libri...
E complimenti per le prossime pubblicazioni su Nuovi Argomenti: mi sembra un riconoscimento davvero prestigioso!

Pubblicato da: Emanuele Pettener - 18.03.06 15:18

Emanuele, per quanto riguarda la pubblicazione su Nuovi Argomenti, ci spero, perché così mi è stato detto. Ne sarei certamente lusingato. Dovrebbe uscire una lettura di "Mala Castra" di Remo Teglia, scrittore di Altopascio (Lucca), che pubblicava con Einaudi.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.03.06 16:00

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