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11.03.06
Omaggio a Dickens: Tempi difficili (1854)
Casa Desolata. Tempi Difficili (Trad. Gianna Lonza). Grandi speranze.
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Sembra che l’immaginazione, in questo romanzo, che segue di un anno, il 1854, Casa Desolata, sia bersaglio di alcuni moderni insegnanti che vogliono “tagliare la gola alle Grazie”, ossia, sostituirla con la concretezza, ovvero con i “Fatti”. Così stanno facendo davanti ad una scolaresca Thomas Gradgrind e un funzionario governativo, inviato apposta a propagare i nuovi metodi di educazione scolastica. “Non devi mai immaginare!” tuonerà questi alla piccola Sissy Jupe, e subito dopo, rivolto a tutti: “Dovete sempre farvi guidare e governare dai fatti”; “Ecco la molla che azionava il misterioso congegno meccanico capace di educare la ragione, senza piegarsi a coltivare sentimenti e affetti.”
L’ironia di Dickens, questa volta è messa al servizio dei metodi usati nella scuola inglese per insegnare ai ragazzi. Thomas Gradgrind è il proprietario della scuola ed ha affidato il compito dell’educazione e della istruzione al maestro M’Choakumchild, il quale “Era uscito di recente dalla stessa fabbrica che, usando identici metodi e ispirandosi agli stessi principi, aveva plasmato, oltre a lui, altri centoquaranta maestri, come se si fosse trattato di gambe di pianoforte.” Questo tipo di educazione fa però le prime crepe, perfino nei confronti dei cinque figli di Thomas, uno dei quali, dallo stesso nome, viene scovato dal padre a spiare, insieme con la sorella Louisa, attraverso il tendone del Circo Equestre Sleary, in una scena che, qualche anno dopo, troveremo somigliante nel romanzo Professor Unrat (conosciuto, in seguito all’omonimo celebre film di Joseph von Sternberg, del 1930, come L’angelo azzurro) di Heinrich Mann, che è del 1905, allorché il severo e burbero insegnante entra nel locale dove si esibisce la cantante Rosa Fröhlich per sorprendervi e punire i suoi allievi.
Dickens, rispetto al tema che vuole trattare e indicato nel titolo, ricorre ad una figura che non manca mai in ogni tempo, un innocuo smargiasso che da povero è diventato ricco, e non fa altro che cantare la sue lodi, ricordando quanto fosse nato povero e sventurato. Questo personaggio, che ci accompagnerà per tutto il romanzo, si chiama Josiah Bounderby, “banchiere, commerciante, industriale e chissà che altro ancora.”; “Un uomo che era uno schiacciasassi dell’umiltà.”; “Sono nato con un’infiammazione ai polmoni e, credo, un’infiammazione a tutto quanto può infiammarsi”. Sottolinea ciò alla signora Gradgrind, giacché poc’anzi le aveva raccontato di essere nato in una fossa piena di “Due spanne d’acqua.” La fine ironia di Dickens, e meglio ancora, il suo sorriso di fronte a certe situazioni della vita, già si mostra in tutto il suo splendore. Notate: in questa scena la signora Gradgrind, “un mucchietto sparuto di scialli, fragile di corpo e di mente, pallida, con gli occhi rossi, da sempre intenta a prendere medicine del tutto prive di effetto”, è incapace di arginare l’oratoria del ricco banchiere, e se ne sta del tutto ammutolita; ogni suo tentativo di intervenire, viene subissato da un mare di parole dell’altro, che tuona: “non devo ringraziare nessuno, solo me stesso.” In quel mentre entra il marito, uomo energico, “uomo concreto. Un uomo di fatti e calcoli. Un uomo che parte dal principio che due più due fa quattro e basta; un uomo che non si lascia convincere a concedere niente di più.”, e tiene con sé i due figli scovati a spiare il circo. La moglie li rimprovera e sentite che cosa dice: “Mi fate rimpiangere di aver messo su famiglia, ve lo assicuro. Magari non ne avessi una, mi vien voglia di dire! In tal caso, mi piacerebbe proprio sapere cosa avreste fatto!” E, più avanti: “se almeno non avessi mai avuto una famiglia! Allora avreste capito cosa vuol dire stare senza di me”. Questi rimproveri ed altri simili, così sprovveduti, che mettono in risalto da soli tutta la personalità della donna, valgono il romanzo.
Ciò che sta capitando ai figli del pratico Mr Gradgrind è che si è insinuato in loro il germe di “una immaginazione oziosa”.
Dickens non ha mai amato la scienza e i tempi difficili sono proprio quelli che egli sta vivendo, e nei quali è stata dichiarata guerra alla fantasia, all’immaginazione, di cui proprio lui è uno dei più autorevoli cultori e rappresentanti.
Si domanda sgomento Gradgrind: “E se Louisa e Thomas avessero letto qualcosa? E se, malgrado tutte le precauzioni, qualche inutile libro di racconti fosse entrato in casa?”. La causa scatenante di questa contaminazione pericolosa è una ragazzina, Cecilia (Sissy) Jupe, chiamata anche la “ragazza numero venti”, che si è iscritta alla scuola del “signor Gradgrind”, e il cui genitore è nientemeno che un clown del circo Sleary. Si deve espellere subito questa ragazzina, sostiene Bounderby quando viene a sapere il mestiere del padre, e il padrone della scuola naturalmente è d’accordo con lui. Così decidono di passare all’azione. Abbiamo sottolineato questa buffa scena perché questi personaggi così indaffarati e un po’ goffi ricordano per simpatia, se non per gli obiettivi, che restano diversi, Samuel Pickwick, il protagonista de Il Circolo Pickwick, il romanzo capolavoro di Dickens.
La scuola si trova nella grigia e emblematica cittadina di Coketown, che “era un trionfo di fatti; non c’era la benché minima traccia di fantasia lì, non più di quanto ce ne fosse nella signora Gradgrind.” e non a caso “si stendeva avvolta in un suo speciale alone del tutto impenetrabile ai raggi del sole. Si capiva che lì dentro c’era una città, solo perché si capiva che in quel paesaggio non poteva esserci una macchia così tetra e scura senza che sotto ci fosse una città.” Tutti gli abitanti sembrano uguali l’uno all’altro, fanno le stesse cose e le fanno alle stesse ore e così via, “e ogni anno era la replica di quello passato e di quello a venire.” Non è difficile individuare qui, e altrove (si pensi al capitolo IX intitolato “Senza via d’uscita” e all’avvio del libro secondo con il capitolo I), lo scavo di una denuncia che poco più tardi troverà nel film Tempi moderni di Charlie Chaplin, del 1936, un altro e altrettanto efficace interprete.
Il mondo del circo può essere considerato una delle più felici manifestazioni della fantasia e dell’immaginazione. Non per niente ha affascinato uno dei nostri registi più estrosi e visionari, Federico Fellini, che al circo ha attribuito sempre un particolare ed entusiastico rilievo, fino a dedicargli un cortometraggio–inchiesta, I clowns, del 1970, a tal punto che si può dire che perfino alcuni personaggi dei suoi film in cui il circo non appare protagonista sembrano risentire, nel loro aspetto e nel loro comportamento, di questo suo grande amore.
Dickens sceglie di estrarre da questa vita errabonda e magnetizzante, proprio la piccola Sissy Jupe, il cui padre, si scopre, è da poco fuggito, abbandonandola. Decidono di prendersi cura di lei nientemeno che coloro i quali erano andati a cercarla per espellerla dalla scuola, soprattutto Gradgrind, il quale dichiara alla ragazza, alla condizione che rinunci alla vita del circo, di essere disposto “a prendermi cura di te, Jupe, a darti un’istruzione, a provvedere a te.” Una ragazza, dunque, fino ad allora vissuta in un mondo quasi favoloso, si trasferisce con le sue poche cose – quasi simbolo della sua nudità – in un mondo completamente diverso e opposto, dove ciò che conta non è certo la fantasia, ma sono i fatti. Dopo l’enunciato iniziale: la modernità, ossia, che rifiuta l’immaginazione, Dickens vuole, perciò, giocare una specie di partita, alla quale ci chiama ad assistere, dove nel mazzo della modernità scientifica viene inserito il jolly di una ragazza nella quale germoglia ancora intatto il fiore spontaneo e naturale della fantasia.
Con il sorriso sulle labbra, Dickens sferra uno degli attacchi più violenti all’intera società, non quindi solo ad una parte di essa, prendendo di mira le idee e le ideologie moderne che, sull’onda delle scoperte scientifiche che si andavano acquisendo, eleggevano la ragione e la scienza a strumento di una mutazione dell’uomo, nel tentativo di sopprimere in lui l’immaginazione, ovvero la fantasia. Tornerà severa e pungente la denuncia sociale nell’onesta, e vedrete quanto sfortunata, figura del tessitore Stephen Blackpool, ricamata anche attraverso la sua sgrammaticatura, che sarà oggetto di scherno e di discriminazione da parte dei compagni di lavoro per la sua rinuncia alla lotta in seguito ad una promessa fatta a Rachael, la donna che ama, e il suo angoscioso conseguente smarrimento: “Qui c’è imbroglio, là c’è paura.”; “Prima muoio, meglio è.” Dirà al suo datore di lavoro, lo smargiasso Bounderby, che lo ha mandato a chiamare una volta saputa la sua decisione di non partecipare alla protesta degli altri lavoratori: “Dio non voglia che proprio io, che li conosco e sono con loro da tutta la vita, che ci sono stato seduto con loro a chiacchierare, che ho mangiato e bevuto con loro e che ci voglio bene, che io non dico la verità, quando la verità gli fa onore, non importa quel che mi hanno fatto.” Il capitolo intitolato “Lavoratori e padroni”, in cui ha spicco la personalità dignitosa e semplice di Stephen Blackpool, diventa fondamentale per una lezione di umiltà e di buon senso che ingrandisce e mette a fuoco l’ingiustizia patita dalle classi più povere.
Le resistenze della povera Sissy, che non riesce a capire niente di ciò che le insegnano e viene giudicata “lenta ad imparare”, e il suo desiderio di andarsene dalla scuola perché la considerano una stupida, assurgono qui a simbolo di uno scontento e di un tentativo di ribellione della parte più creativa e esaltante, secondo Dickens, della natura umana. Un’operazione inversa sta accadendo, invece, in Louisa, che è curiosa del passato di Sissy, e ricerca, anche se con diffidenza, le sue confidenze. Permeata della rigida educazione ricevuta dal padre, basata solo sui fatti, l’arrivo del circo e la vicinanza di Sissy, che è stata accolta nella sua casa, paiono suscitare in lei il risveglio di un qualcosa che se ne stava nascosto. È Louisa, dunque, che si sta spostando nella direzione di Sissy, mentre la forza dell’immaginazione che si cerca di reprimere in Sissy, in realtà, nel momento che pare essere di irreversibile mortificazione, proietta sull’altra i bagliori del suo fascino e del suo mistero. Si chiede, infatti, Dickens “quale tessuto avrebbe ricavato il più grande e antico di tutti i tessitori, da quella fibra che, filata, era già divenuta una donna. Ma la sua fabbrica è un luogo segreto, il suo lavoro silenzioso, le sue mani mute.” Louisa, tuttavia, non è ancora pronta, percepisce ma non è consapevole. Il colloquio con il padre, che le comunica una proposta di matrimonio da parte di Bounderby, fa affiorare il suo malessere e forse anche il suo risentimento, che non si trasformano ancora in consapevolezza e ribellione.
Perfino Gradgrind, “uno dei tanti rappresentanti della tavola pitagorica”, “era troppo affezionato a Sissy per disprezzarla” e “In qualche modo si era fatta strada in lui l’idea che qualcosa, in quella ragazza, non potesse essere espresso secondo le consuete classificazioni.”
Dickens pare affezionato a talune figure che ricorrono, infatti, nei suoi romanzi; una di queste è rappresentata dal personaggio che in qualche modo è parassita di un benestante quasi sempre generoso, al quale personaggio l’autore imprime sempre un rilievo fondamentale. In Casa Desolata incontriamo l’ambiguo Mr Skimpole; qui, il suo ruolo è svolto dalla signora Sparsit che vive, lusingata ed esibita per il suo “garbo aristocratico”, alle spalle del ricco Bounderby. Essi, infatti, sembrano fare da corollario alla sua idea di società egoista, corrotta e ipocrita, tutte le volte che la denuncia dei suoi mali è violenta come accade in questo romanzo, nel quale Dickens non risparmia dure critiche alla classe industriale, colpevole di sfruttamento della povera gente e sempre pronta a lesinare su tutto, infischiandosene se le loro “macchine” facevano “a pezzi la gente” e le loro ciminiere sprigionavano nell’aria “tutto quel fumo.” Anche l’acqua fa le spese di questa dissennata industrializzazione (“mani incapaci e sordide”): il fiume, infatti, “era nero e denso per gli scarichi”.
Certamente non la pensa così il banchiere Bounderby che non esita a dire a James Harthouse - prototipo del gentiluomo annoiato di tutto (“Ho una vasta esperienza della noia”) e in cerca di qualcuno a cui poter spillare denaro -: “guardate il nostro fumo. Per noi è una gioia degli occhi e una festa del cuore.”
Ma questo nuovo personaggio, assai esperto della vita e astuto (“Sono sufficientemente privo di scrupoli.”), comparso all’improvviso per cercare un impiego presso Bounderby, si accorge subito che in quella casa c’è qualcosa di strano. Nonostante la ricchezza, essa si presenta “Triste e fredda, sgradevolmente e caparbiamente sontuosa” e “Non un solo indizio in quella stanza che attestasse la presenza di una donna.” La donna che vive in quella casa è la giovane Louisa Gradgrind, che ha sposato su insistenza del padre, proprio il più anziano Bounderby. Educata a quel modo rigido che abbiamo conosciuto, volto solo alla cognizione di fatti e contrario alle suggestioni dell’immaginazione, Louisa, “la ragazza più straordinaria” che Harthouse avesse mai visto, conduce una vita metodica e senza emozioni. C’è una sola eccezione, di cui Harthouse subito si avvede; ossia, l’affetto che prova per il fratello Tom, “il marmocchio”, come lo definirà Harthouse nel momento in cui lo incontra per la prima volta e intuisce che può sfruttare la sua dabbenaggine, conseguenza di quella severa disciplina che ha soffocato l’immaginazione “fin dalla culla”. Così, mentre abbiamo visto che il candore di Cecilia ha fatto più di una breccia nella famiglia di Gradgrind, al punto che si nutre dell’affetto per lei, ora assistiamo ad un evento di segno contrario: un uomo di mondo, dotato di tutto fuorché di candore, vuol trarre profitto da quella apparente imperturbabilità, avendone già intuito le numerose incrinature e compreso la provvidenziale fragilità. Nei confronti di Tom era già “consapevole di essere una specie di accattivante demonio che, per farsi consegnare l’anima su semplice richiesta, non doveva fare altro che librarsi su di lui.” Capisce al volo che attraverso l’ingenuo ragazzo può arrivare alla graziosa sorella, la quale – dice Tom – “Farebbe qualunque cosa per me.”
Come in Casa Desolata abbiamo incontrato la vecchia e curiosa Miss Flite, qui facciamo conoscenza con una “strana” vecchia, la signora Pegler, che gironzola intorno alla casa di Bounderby e che viene in città “regolarmente, ogni anno, per girare le strade e guardare i signori.”
Stephen, il giorno che viene licenziato dalla fabbrica, la incontra con Rachael, la donna che lui ama e che non può sposare giacché è già sposato ad una ubriacona, dallo “spirito malvagio che devastava la sua vita” e scopre che la vecchia ha paura di incontrare Bounderby. Allo stesso modo che in Casa desolata, Dickens ci lascia intuire chi in realtà possa essere questa vecchia, e il lettore viene preso dal ricordo di un’altro romanzo, di qualche anno dopo, 1886, scritto da Thomas Hardy e intitolato Vita e morte del Sindaco di Casterbridge. In entrambi, vedrete, in Bounderby e in Henchard, ossia, si nasconde, con esiti diversi però, un segreto. Ancora una volta Dickens conosce come sedurci e, aperto un qualsiasi suo romanzo, scopriamo che egli non si preoccupa affatto di farci intuire o anticiparci alcune soluzioni, e ciò in forza di quella sua magica scrittura con cui sa di riuscire ad incatenarci. Parrà curioso, e questo è solo un piccolo esempio, ma una delle forze di attrazione che agiscono sulla mia sensibilità di lettore è il giocoso impiego dell’ironia con la quale Dickens circonda anche i fatti più tristi, lasciandoci intendere che in questa nostra esistenza tribolata c’è sempre un modo per poter sopportare la vita e sorridere. Ogni volta che cadiamo sotto il maglio della sofferenza e della rabbia, Dickens non vi indugia più del necessario, e passa oltre mettendo in campo personaggi e situazioni che illuminano la poliedrica varietà della nostra curiosa e qualche volta esilarante e ridicola specie umana. In questo romanzo, troviamo lo sventurato capro espiatorio Stephen Blackpool, ma non mancano la signora Sparsit (dall’andatura “sommamente decorosa”; e tuttavia ”Riusciva a schizzare dall’ultimo piano all’ingresso a velocità incredibile, senza per questo mostrarsi ansimante o avere un solo capello fuori posto.”) e lo stesso Bounderby. Accanto all’esasperazione di Tom, noi troviamo il lavorio insistente e furbesco di James Harthouse.
Il giovane astuto e brillante Harthouse, infatti, non solo continua a coltivare l’amicizia di Tom, il fratello scapestrato di Louisa, ma frequenta sempre più assiduamente casa Bounderby. Vuole conquistare il cuore della ragazza attraverso il fratello, di cui si dichiara consigliere e protettore: “correggere questo lato del carattere di vostro fratello è quanto mi propongo.” In Louisa, fa notare Dickens, è nascosta “l’indomita propensione a credere in una umanità più nobile e più grande”, “radicata nel suo animo prima che il suo eminentemente pratico padre cominciasse a plasmarlo”. Harthouse non ha bisogno di particolari sensibilità per accorgersi di questa attitudine che pone la donna in continua lotta con se stessa, e intende sfruttarla a suo vantaggio. Vengono in mente personaggi simili incontrati in quegli anni nei romanzi di Stendhal, Balzac, e più tardi in Maupassant, tutti autori francesi che trovano nello scrittore di Oltremanica una corrispondenza molto interessante e suggestiva. E se proprio vogliamo continuare questa relazione tra le due sponde della Manica, non vi sembra che il goffo e tutto sommato innocuo Bounderby, nei suoi rapporti con la moglie somigli un po’ al signor Bovary? Notate che i due romanzi escono praticamente negli stessi anni. Se Emma e Louisa sono lontane tra di loro, non altrettanto si può dire per i loro mariti, che, occupati a tempo pieno nelle loro professioni, poco badano a ciò che accade nell’animo della propria moglie, se si eccettui che la reazione di Bounderby è molto diversa da quella di Charles Bovary e in tono con il suo irruento carattere (dirà al padre di Louisa: “Quando qualcuno comincia a trovarmi caro, in genere scopro che ha intenzione di farmela.”). Louisa, nella inquietudine dei suoi sentimenti, che scopre per la prima volta, e nei suoi scrupoli, fa pensare, invece, alla principessa di Clèves, protagonista dell’omonimo romanzo di Madame de La Fayette. Il numero dei personaggi che si muovono in questo romanzo è molto ridotto rispetto agli altri più noti. Non dico che si possano contare sulle dita delle due mani, ma ci siamo molto vicino. Coketown prima e poi la famiglia Bounderby sono le principali, per non dire uniche, messe a fuoco attraverso le quali Dickens formula la sua denuncia. Il magnate Bounderby giganteggia su tutti e la sua figura è continuamente osservata e via via rifinita dallo scrittore in quanto espressione violenta ed esplosiva di ciò che di contorto e tragico può sorgere da una cittadina come Coketown, che ha bandito fuori dai suoi confini l’estro e la creatività della fantasia, nonché, aggiungiamo, dei sentimenti. Scriverà più avanti l’autore, a proposito dei sogni e dei sentimenti: “Quanto sarebbero sagge le stirpi di Adamo a scaldarsi più spesso al sole di questo giardino, abbandonandovisi con fiducia, semplicità di cuore, purificati dello spirito del mondo!”
C’è un furto nella banca di Bounderby. Su chi credete che cadano i sospetti? Cadono sull’onesto Blackpool che, licenziato dal lavoro, se n’è andato via dal paese, e allora si pensa, poiché era stato visto nei paraggi della banca insieme con la misteriosa vecchia, che siano stati loro a combinarlo. Stolidità e ipocrisia a piene mani sono il risultato, dunque, di una mentalità gretta e arida frutto di una educazione quale quella che la modernità scientifica sta impartendo all’uomo, che può condurre perfino ad una stolida e quasi indifferente e impietrita tragicità. Il fatto che Dickens ci lasci subito intuire chi in realtà sia il colpevole, ci consente di seguire l’orrendo percorso della calunnia e della menzogna che ci guiderà infine, come una nemesi, al disvelamento del segreto di Bounderby ed ad una specie di umiliante contrappasso nei suoi confronti.
È soprattutto Louisa, però, che sta facendo le spese di questa realtà artificiale e assurda. La corte insistente di Harthouse le smuove dentro sentimenti prima sconosciuti, già avvertiti indistintamente quando aveva conosciuto Cecilia (Sissy), la cui benefica influenza, ora che è a servizio nella casa del padre, si sta riversando su Jane, la sorella più piccola di Sissy. Harthouse si muove con l’abilità e l’accortezza dell’uomo di mondo che si trova di fronte ad una giovane inesperta e sprovveduta. La vedova Sparsit, un po’ ipocrita e un po’ gelosa, che si è vista soffiare da Louisa la possibilità di sposare lei il banchiere Bounderby, ha orecchie e occhi attenti a ciò che sta succedendo tra i due, e si compiace della scala che sempre di più sta scendendo Louisa verso l’abisso e la vergogna. Quando i due cominciano ad incontrarsi segretamente si fa in quattro per scovare dove, al fine di spiarli. Insieme con Bounderby, questo personaggio femminile assume sempre più rilievo e sposta gli strali della denuncia sociale (chiamerà i politici, tra cui Gradgrind, il padre di Louisa, “i netturbini addetti all’immondezzaio nazionale”, identificabile quest’ultimo con il Parlamento inglese) nella direzione dei vizi che fanno capo all’animo umano.
La presa di coscienza di Louisa, la consapevolezza di ciò di cui la sua assurda educazione l’ha privata, diventano uno straziante atto di accusa nei confronti del padre, al quale confessa i mutamenti da cui si sente sconvolta. Un padre che, chiuso ed estraneo da sempre al mondo che si sta aprendo davanti alla figlia, riesce finalmente a comprendere il significato e la travolgente forza della sua disperazione: “Avevo dimostrato a me stesso che il sistema funzionava e l’ho applicato con rigore: ora devo accollarmi la responsabilità del fallimento.”
È fallito il sistema, dunque, ma non si consuma e si spegne nel nulla l’animo umano, ci fa capire Dickens. Nel momento della sua più cupa disperazione, quando tutto sembra perduto e irrevocabile, ecco che compare accanto a Louisa, allorché si trova ospite nella casa paterna, la presenza dolcissima di Sissy. Quella speciale diffidenza che Louisa aveva provato un tempo nei suoi confronti, sentendola così diversa da lei, improvvisamente si scioglie e Louisa non esita a chiedere aiuto proprio a lei, la giovane abbandonata dal padre girovago: “Abbi compassione di me nel bisogno e lasciami appoggiare il capo su un cuore che sa amare.”
Poco prima Louisa aveva detto al padre: “ho il dubbio che in questa casa, intorno a me, si siano lentamente verificati dei mutamenti e che a operarli siano stati l’amore e la gratitudine; che quello che la mente ha lasciato incompiuto e non poteva compiere, sia stato il cuore a compierlo in silenzio.”
La lezione non è ostentata, ma risuona inesorabilmente efficace e chiara al lettore.
Ricordate il circo? Ebbene, esso ritorna per fare da rifugio alla fuga di Tom, il fratello di Louisa, “lo scellerato marmocchio” (“Così si era ridotto uno dei suoi ragazzi modello!”, osserverà Dickens a proposito dell’educazione che il padre Thomas aveva impartito al figlio) che, sempre su una brutta strada, è stato colpevole nei confronti di Stephen Blackpool. Il padrone del circo, riconoscente per quanto Thomas Gradgrind ha fatto per Sissy, lo sta aiutando e lo nasconde travestito da clown. Ciò mi ha richiamato alla mente il film Il più grande spettacolo del mondo di Cecil De Mille, uscito nel 1952, in cui accade un fatto analogo nei confronti del personaggio – un medico - interpretato da James Stewart, il quale, autore di un delitto, nasconde la sua identità proprio sotto la maschera di un clown. Questo per dire quanto siano innumerevoli i contatti di molte opere moderne e contemporanee con i testi del fantasioso e geniale narratore inglese.
Per salvare il figlio Tom dalla prigione succederà, infine, che lo stesso Thomas Gradgrind, già scosso dall’infelicità della figlia Louisa, rivolgerà all’implacabile suo allievo Bitzer nientemeno che la domanda che segna la sua resa e la sua sconfitta: “Puoi essere mosso dalla pietà?”, e l’allievo non esiterà a rispondere: “Soltanto dalla Ragione, signore”.
E sapete da chi riceverà il rimprovero, cortesemente impartito, che lo muterà definitivamente? Proprio dal mondo del circo, che aveva negletto. Infatti, sarà Sleary, il padrone che ha un difetto nel pronunciare la consonante s e “un occhio che non funziona”, a dirgli: “efiste al mondo un amore che non è folo intereffe e vantaggio perfonale”; allo stesso modo che Sissy sarà il personaggio emergente, trionfante e luminoso di questa storia.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 11.03.06 21:15
Interventi
E' opinione che Marx trasse spunto dallo spaventoso sfruttamento del lavoro - minorile e non- dell'Inghiletrra vittoriana, dalle sue ipocrisie, dal clima di cupidigia e corruzione, per figurarsi l'imminente fine del capitalismo. E in effetti si sbilanciò pure, arrivò a individuare in quella inglese la prima società in cui avrebbe trionfato il comunismo. Alla Russia zarista non ci pensava affatto. Possiamo allora definire Dickens, anche suo malgrado, un precursore? dalla tua efficace lettura, caro Bart, a me sembra di sì.
Ma c'è un altro aspetto, del tuo pezzo, che mi attrae, e contribuisce a restituire Dickens alla modernità: quel sogno, un grande sogno, dell'immaginazione in luogo delle macchine. Ingenue fantasie di un antipositivista? lampi in superficie di un comunismo rimosso? certo quel sogno, opportunamente rivisto, fu poi ripreso dai giovani del 68.
Ancora complimenti e un saluto
Carlo
Pubblicato da: Carlo Capone - 11.03.06 22:39
Grazie, Carlo. Come ho scritto nel testo, Dickens è stato antesignano di tante cose e maestro di molti scrittori. La sua bravura e la sua genialità (espresse in una scrittura tanto mai semplice quanto inimitabile)lo hanno aiutato a scrivere ben più di un capolavoro, a partire da quel Circolo Pickwick che pubblicò - pensa un po' - a 24 anni.
Ho anticipato a stasera il secondo omaggio a Dickens poiché attendere giovedì prossimo mi sembrava troppo lontano. Giovedì posterò, invece, il terzo e ultimo omaggio, con Grandi speranze.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 11.03.06 23:41
Ecco un altro esempio di libro che invecchia bene, per citare una tematica e una terminologia proposta recentemente da Francesco Forlani. Certo, il contesto di “Tempi difficili” è la prima rivoluzione industriale, come a dire la preistoria dell’oggi. Ma quanto è ancora vivo in questo romanzo! La scrittura di Dickens ha un nucleo forte, uno sguardo legato a doppio filo al cuore che crea figure indimenticabili e che intuisce e anticipa, come giustamente rileva Carlo Capone. Quella contro la dittatura dei fatti è polemica ancora viva, tanto più se agganciata a quella sull’educazione, una delle preoccupazioni ricorrenti di Dickens (e oggi, non viviamo anche oggi una eccessiva tecnicizzazione dell’insegnamento?). Opportuni i riferimenti cinematografici: le ripetizioni nella descrizione di Coketown, poi, possiamo leggerle proprio in parallelo a “Tempi moderni” di Chaplin. Sì, dalle tensioni che Dickens rappresenta forse si potrebbe parlare di un socialismo che non è ideologia, ma “un amore che non è folo intereffe e vantaggio perfonale”. Grazie, Bartolomeo, per questa lettura attenta e partecipe.
Pubblicato da: Giorgio Morale - 12.03.06 16:37
Grazie a te, Giorgio. Io spero tanto che questo omaggio possa portare a Dickens qualche lettore in più. Le sue intuizioni, le sue storie, così semplici, sono geniali.
Qualche post più sotto si è parlato degli uomini politici di casa nostra, ma anche da Dickens, in Inghilterra, non è che le cose andassero meglio:-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.03.06 17:18