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08.03.06
Omaggio a Dickens: Casa desolata (1853)
Casa Desolata (Trad. Angela Negro). Tempi Difficili. Grandi speranze.
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
È un gran dispiacere per me non aver scritto in passato le mie annotazioni sui capolavori di questo autentico maestro della narrativa, che mi affascinarono così tanto e che hanno fatto di questo straordinario artista uno dei miei preferiti, insieme a pochissimi altri, tra i quali Hardy e Zola.
Avrei oggi tanta voglia di scrivere su Il circolo Pickwick (1837); Oliver Twist (1838); David Copperfield (1850), ma non ho più il tempo di ripercorrere quelle letture avvincenti, che restano conservate nella parte più preziosa della mia anima.
Ma sono nel contempo felice che ancora mi restino altre sue opere significative da leggere, così da poterlo incontrare di nuovo, e oggi tocca a Casa desolata che Dickens cominciò a pubblicare a puntate nel 1852, e raccolse in volume l’anno successivo.
Una Londra “sporca" e avvolta da una nebbia che tutto nasconde, con le strade inzaccherate di fango fa da prologo ad una dichiarazione di Dickens che rivela da subito le sue inequivocabili intenzioni: “Mai la nebbia sarà tanto fitta, né il fango e la mota così alti da poter eguagliare lo stato di brancolamento e di confusione in cui si trova oggi al cospetto del cielo e della terra la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, scelleratissima e decrepita peccatrice."
L’autore si riferisce ai molti casi di ingiustizia compiuti dalla Corte, ed in particolare ne prende di mira uno, che riguarda la causa Jarndyce contro Jarndyce, ed è subito virulento il suo atto di accusa, con un tono tanto diverso da quello che abbiamo conosciuto nei suoi capolavori già citati. La sua totale sfiducia nei meccanismi della giustizia, infatti, non è ignota ad un lettore di Dickens, giacché sin dagli esordi, nel suo romanzo che gli diede vasta notorietà: Il circolo Pickwick, egli a un certo punto scrive: “Non c'è magistrato in carica che, per ogni provvedimento che prende, non prenda anche due cantonate." (traduzione di Lodovico Terzi). La lungaggine di questa causa, che ha visto coinvolte successioni di avvocati e di Lord Cancellieri, e perfino la morte di molti protagonisti, l’ha fatta diventare una barzelletta di cui ci si serve per rimandare sine die una promessa o un impegno: Lo farò, non appena sarà terminata la causa Jarndyce contro Jarndyce, è diventato un modo di dire assai diffuso in quel tempo. Notate la forza di questa ironia, che si riferisce proprio alla lungaggine della causa: “Il piccolo attore, o convenuto, al quale fu promesso un cavallo a dondolo, quando si fosse conclusa la causa Jarndyce contro Jarndyce, è cresciuto, è diventato padrone di un cavallo vero e se n’è andato al galoppo all’altro mondo." L’ironia, di cui si è dato qui solo un primo esempio, diviene lo strumento con il quale Dickens si propone di raggiungere il suo scopo, che è anche quello di dimostrare quanto le lungaggini della giustizia possono incidere sul destino delle persone coinvolte: “Troppe volte ho visto quel processo provocare conseguenze nefaste. Se due angeli vi fossero coinvolti, anche la loro natura cambierebbe."
Per capire di che si tratta, Dickens comincia a narrare i fatti raccontandoci di una bambina infelice, Esther Summerson, che non ha mai conosciuto i genitori, di cui sente la mancanza, e vive con una madrina, la zia “di fatto", Miss Barbary, assai severa che non la fa mai uscire di casa, salvo che per andare al collegio, che frequenta come “esterna", ma le impedisce di contrarre qualsiasi amicizia con le altre compagne. Tutte le volte che la invitano a casa loro, la madrina scrive una “fredda" lettera per declinare l’invito, e quando giungono i compleanni della bimba, non invita nessuno, al contrario di quanto fanno le altre. Un giorno, in occasione di un suo compleanno, su richiesta di Esther, le dirà queste misteriose e tragiche parole: “Tua madre, Esther, fu la tua disgrazia, e tu la sua.", così che la bambina assume il proposito “che mi sarei sforzata, come meglio avrei potuto, di riparare l’errore commesso nel nascere"; e anche: “capii di occupare un posto che sarebbe dovuto essere vuoto." L’infelicità, quindi, torna a far vibrare, come ne “Le avventure di Oliver Twist" e in “David Copperfield", le corde di questo autore, che l’assume come inevitabile connotato della vita; anzi, egli parte spesso dalle situazioni peggiori, giacché il suo scopo è quello di gettare una luce di speranza e di ottimismo, laddove sembra che l’esistenza sia irreparabilmente chiusa nella tristezza e nell’oscurità. Difficile trovare personaggi veramente cattivi in Dickens, poiché, anche se lo sembrano, la luce della speranza che si accende sugli sventurati delle sue storie, in qualche modo raggiunge sempre anche loro.
Esther, infatti, dopo la morte improvvisa della severa madrina, vede comparire nella sua casa di Windsor un signore elegante, al quale piaceva “ascoltare soprattutto il suono della propria voce", l’avvocato Mr Kenge “il Conservatore", dello studio Kenge e Carboy, che le propone (lo aveva già fatto quando era in vita la madrina, ma invano) di trasferirsi presso un ricco e generoso possidente, Mr Jarndyce, che non le farà mancare nulla. L’atmosfera del “David Copperfield" è già presente sin dal principio in questo romanzo, di cui, questa volta, protagonista e narratrice in prima persona è una donna. Trasferitasi a Greenleaf, un istituto accudito da Miss Donny, nei pressi di Reading, frequentato da “dodici allieve", comincia la sua nuova vita, e le pare “che avessi quasi sognato più che vissuto la vita precedente con la mia madrina." Mr Jarndyce, celibe, vive nello Herfordshire, nei pressi di St Albans, in una casa, situata in cima ad una collina, che ha il nome che dà il titolo al romanzo: “Casa Desolata" e Esther è stata educata a Greenleaf, dove è rimasta sei anni, per prendersi cura di Ada Clare, cugina di Mr Jarndyce, una ragazza diciassettenne che, nella famosa causa Jarndyce contro Jarndyce, viene affidata, insieme con il cugino Richard Carstone, di diciannove anni, proprio a Mr Jarndyce. Dickens ci fa sapere che entrambi i giovani cugini erano belli.
La narrazione quieta e piacevole intesse il suo ordito con la sicurezza e l’incantato stupore delle merlettaie che s’incontrano, sedute all’aperto davanti all’uscio di casa, nelle piazze e nelle strade delle città e dei borghi fiamminghi. Dai quei numerosi e fitti legnetti accuratamente disposti, noi non ci aspetteremmo mai che ne sortisse il miracolo di un ricamo incomparabile, famoso nel mondo; così le parole di Dickens si susseguono l’una all’altra dandoci la piacevole sensazione di percorrere lo stesso viaggio della meraviglia, costellato di personaggi che compaiono all’improvviso, subito attraendoci con la loro vivacità, siano essi buoni o cattivi. Mrs Jellyby è un Micawber in gonnella, ad esempio, con le sue convinte e risolute manie: “Mrs Jellybye aveva dei bei capelli, ma era troppo presa dai suoi doveri africani per pettinarseli." La mania da cui era presa questa “donna molto piccola e grassottella, dai quaranta ai cinquanta, con dei begli occhi, benché avesse la curiosa abitudine di guardare lontano" come se “non potesse vedere più vicino dell’Africa", era quella di interessarsi, infatti, “alla coltivazione intensiva del caffè... all’educazione degli indigeni... e a un sagace trasferimento della nostra popolazione eccedente sulle rive dei fiumi africani." Questa donna dà il La ad una serie di caratterizzazioni, di maggiore o minore importanza, ma tutte puntualmente riuscite – come sempre accade in questo autore - che affolleranno il romanzo, consentendoci di gustarne piacevolmente la lettura. Si pensi a Miss Flite, la vecchietta ritenuta matta, che ha una collezione di uccelli dai nomi davvero pertinenti, attraverso la quale lo scrittore lancia i suoi continui strali ironici, ma anche inquietanti (si veda nel capitolo trentacinquesimo), verso la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, come fa del resto attraverso Mr Gridley, con maggior furore, tuttavia, (dirà questi, a proposito di Miss Flite: “C’è un legame di molti anni di sofferenza fra noi due, il solo legame da me avuto in terra che la Corte del Lord Cancelliere non abbia spezzato."), o all’irruento e generoso Lawrence Boythorn, o al giovane praticante dello studio Jarndyce e Carboy, William Guppy, la cui madre era “una vecchietta con una grande cuffia, un naso piuttosto rosso e un occhio malfermo", l’avvocato Tulkinghorn “con i suoi opachi pantaloni neri legati coi nastri alle ginocchia", il disgraziato Jo, detto Pellaccia, attraverso il quale Dickens lancia, nel capitolo quarantasettesimo, un terribile atto di accusa contro la società inglese: “lo insozza il patrio sudiciume, lo divorano i parassiti nostrani, lo tormentano le patrie piaghe, lo coprono gli stracci comuni: l’ignoranza natia, prodotta dal suolo e dal clima inglesi, spinge la sua natura immortale al di sotto delle bestie.", il padre di Prince “della scuola di ballo" (che diventerà il fidanzato di Caddy): Mr Turveydrop, che agiva ridicolmente in tutto e per tutto “come un modello di portamento", i seriosi ma divertenti coniugi Badger, la tredicenne Charley (“vidi due lacrime solcarle in silenzio il viso"), che accudisce i fratellini Tom e Emma, rimasti orfani, che ci darà il segno, nel capitolo ventitreesimo, di quei buoni sentimenti cari a Dickens, il “verboso" (superbamente straripante nel capitolo venticinquesimo) e gran mangiatore (“bastimento divoratore") reverendo Mr Chadband, i vecchi e litigiosi coniugi Smallweed (lei, “una testa di legno fradicio", “pronta ad essere atterrata come un birillo"), il timido cartolaio Mr Snagsby e l’autoritaria e sospettosa mogliettina, “ombra della sua ombra", i coniugi Bagnet, protagonisti di un prodigioso capitolo quarantanovesimo (in cui si apprende, tra l’altro, che quando Matthew Bagnet ogni anno va al mercato a comprare due polli per festeggiare il compleanno della moglie, donna energica e risoluta, come si vedrà specialmente nel capitolo cinquantacinquesimo, “immancabilmente è ingannato dal venditore e riceve due dei più vecchi abitanti di tutti i pollai d’Europa"), l’avvocato Vholes, “nel quale sembrava ci fosse qualcosa del vampiro", il cui studio “è di proporzioni così minuscole che un impiegato può aprire la porta senza alzarsi dallo sgabello", e “si toccava le pustole della faccia come se fossero decorazioni, e parlava con voce cavernosa e senza alcuna flessione di tono", e così via, in una affollata galleria di personaggi descritti a tutto tondo che ha pochi riscontri in altri narratori.
Una delle qualità di Dickens, infatti, è quella di riuscire a non far sentire mai solo il lettore, anzi colmando sempre, ove fosse presente, l’eventuale sensazione di solitudine e di vuoto dentro e intorno a lui. Presso Mrs Jellyby, la cui casa è un vero disastro riguardo all’ordine e alla pulizia, c’è anche una ragazza, chiamata Caddy, ed è sua figlia, insieme con una vera e propria nidiata di fratellini scalmanati (“i miei fratellini erano tanti indiani."), tra cui Peepy, forse il più piccolo di tutti e vivacissimo. Dickens ce la fa subito notare e vedete come con un breve tratto ce la descrive anche interiormente: “Ma ciò che ci colpì maggiormente fu una ragazza affaticata e dall’aspetto malaticcio, ma niente affatto brutta, seduta alla scrivania che mordeva la piuma della penna e ci fissava."
Pure gli ambienti sono descritti con la stessa efficacia, basti pensare al magazzino KrooK, soprannominato “La Corte", vicino al tribunale, dove si trovano raccolte le cose vecchie e dimesse più sconclusionate, tra cui, significativamente e non a caso, delle ossa che “ammucchiate tutte insieme e ben lucide e ripulite, potevano essere tutte di clienti spolpati." Lo stesso Krook, conosciuto col nomignolo di “Lord Cancelliere" (dirà: “Scaviamo entrambi nel fango."), “pareva dal petto in su una vecchia radice sotto la neve." e aveva “una grande passione per la ruggine, la muffa e le ragnatele."; o alle decrepite catapecchie di Tom-All-Alone’s, conosciute anche come le “case della febbre", dove vive Jo, che “hanno allevato una folla di tristi esistenze che gironzolano, dentro e fuori le aperture dei muri e delle tavole, e si rannicchiano a dormire come vermi dove gocciola la pioggia". Pochi come lui sono riusciti a penetrare nel cuore più segreto degli uomini e della città di Londra. Sentite che cosa fanno i terribili figli di Mrs Jellyby, “I piccoli Jellyby", allorché Esther sale in carrozza per raggiungere Casa Desolata: “si arrampicarono dietro alla carrozza e poi caddero. Mentre ci allontanavamo, con grande apprensione, li vedemmo sparsi nella strada davanti a Thavies Inn."
Quando incontriamo, in casa di John Jarndyce, il suo amico dottor Harold Skimpole, rimasto, nonostante il matrimonio e tanti figli (“i suoi figli maschi erano scappati di casa"), un bambino “perché doveva confessare di soffrire di due delle più vecchie infermità del mondo: l’una era di non avere alcuna idea del tempo, l’altra di non avere alcuna idea del denaro." e “In questa famiglia siamo tutti bambini e io sono il più piccolo", ci viene in mente il signor Dick, l’innocente amico della vecchia zia di David Copperfield, la signorina Trotwood, ma anche, ancora una volta, il Micawber già menzionato, il quale, ricorderete, non riusciva a stare lontano dai debiti. Vorrei aggiungere che Skimpole è qualcosa di più della fusione di questi due personaggi: in lui si nasconde la beffarda costituzione della natura umana quando ci lascia perplessi nella scelta tra furbizia e spontaneità. Saremo attratti per molto tempo da questo personaggio, sospinti dalla curiosità di scoprire chi egli veramente sia, il che avverrà puntualmente. La rotondità e la sottigliezza dello stile di Dickens ci affascinano, dunque, a tal punto che, sebbene nei personaggi possiamo trovare talvolta gli ingredienti di una ricetta già gustata in altri suoi romanzi, egli continua a renderli piacevoli e li rinnova con l’arte spontanea e sapiente della sua scrittura. È difficile riuscire ad imitare uno scrittore di questa bravura. Faccio qualche esempio tra i tanti. Prendiamo il momento in cui il candido Mr Skimpole viene visitato dall’uomo “in soprabito bianco, con i capelli lisci e radi", che altri non è che un esattore che pretende da lui il pagamento di un debito. Quando Mr Skimpole gli domanda se non abbia pensato, venendo a trovarlo per condurlo in carcere, che lo avrebbe privato del piacere di “veder splendere il sole, sentir soffiare il vento, veder le luci e le ombre avvicendarsi, udire gli uccelli, coristi della grande cattedrale della Natura.", Dickens fa dare all’esigente esattore la seguente risposta: “Certo... che... no! – disse Coavinses, la cui asprezza nel negare quell’idea era così intensa che poté darle un’espressione adeguata soltanto inserendo un lungo intervallo tra ciascuna parola e accompagnando l’ultima con una scossa che avrebbe potuto slogargli il collo." Credo che tale esempio dia esattamente il senso della facilità, della morbidezza, della spontaneità creativa di questo artista. Egli ha saputo rendere, a mio modo di vedere, con semplicità e naturalezza una descrizione difficilissima. Allo stesso modo che fa in quest’altro esempio, che riguarda l’avvocato Vholes che nel suo studio è a colloquio (un colloquio davvero esemplare, quello del capitolo trentanovesimo) con il suo assistito, l’inesperto e troppo illuso Richard: “Vholes, con le braccia sulla scrivania, portando tranquillamente la punta delle cinque dita della destra incontro alla punta delle cinque dita della sinistra e poi separandole di nuovo, guarda lento e fisso il cliente". Nel capitolo quarantacinquesimo è sempre lui che compie quest’altro gesto descritto in modo così semplice ed efficace: “Mr Vholes mise il guanto morto, che sembrava non contenesse una mano, sulle mie dita e poi sulle dita del mio tutore, e si portò via la sua lunga ombra sottile." O questa, che riguarda “lo scuro e freddo" e anche: “nerastro passero londinese", avvocato Tulkinghorn, “fuligginoso e stinto": “Mentre con una mano afferra un polso gonfio di vene e lo tiene dietro la schiena, cammina su è giù in silenzio." Sia attraverso Tulkinghorn, che soprattutto attraverso Vholes (si veda anche il capitolo cinquantunesimo quando questi riceve nel suo studio Mr Woodcourt), Dickens non risparmia alcune ironiche frecciate alla classe forense (dirà George, cui accenneremo più avanti, una specie di “figliol prodigo", il quale, vedrete, ci riserverà nel finale una sorpresa - a Jarndyce: “La loro razza mi è antipatica", rinunciando a servirsene). O quest’altra descrizione che si riferisce al domestico Thomas e si legge nel capitolo quarantesimo: “si liscia la testa lucida dalla nuca alle tempie".
Questa, invece, è la descrizione di due monete che rotolano sul pavimento: “rotolano in un angolo e si fermano pian piano sul pavimento, dopo aver girato su se stesse." L’avvio del capitolo cinquantanovesimo dà ancora una volta l’idea della assoluta padronanza di Dickens della propria scrittura, che modella a suo piacimento, con l’estro e la bravura di un autentico fantasista: Esther è sulla carrozza con l’ispettore Bucket. Hanno viaggiato giorno e notte ed ora fanno ritorno a Londra; osservate con quale originalità viene descritto il passaggio della carrozza dalla campagna alla città: “Erano le tre di mattina quando le case alla periferia di Londra iniziarono finalmente a escludere la campagna e a chiuderci nelle vie." Gli esempi, che paiono qui numerosi, non sono tuttavia che una piccola parte di quanti se ne potrebbero portare, a dimostrazione di un talento davvero rarissimo. Non si parli poi della capacità di presentarci un numero impressionante di percorsi narrativi, i quali tutti magistralmente convergono infine verso il percorso principale. Spesso i capitoli iniziano con l’introduzione di nuovi personaggi e di nuove storie che si vanno sistemando nella nostra fantasia allo stesso modo dei cerchi di un abile giocoliere, e nel mentre ci domandiamo che cosa essi significhino nella tessitura della trama, Dickens ci fa intravvedere che quei cerchi gettati in aria in mille direzioni, presto finiranno per congiungersi e divenire un cerchio soltanto, segno di una maestria che non viene solo dall’esperienza, ma da una dote di giocoliere e narratore innata.
Tra Esther, nuova governante di quella casa, e Mr Jarndyce si instaura un rapporto di fiducia e affettivo che ricorda quello tra Jane Eyre e il duca di Rochester, nel celebre romanzo di Charlotte Brönte, che è di appena sei anni prima: 1847; ebbene, questo legame, abile o involontario che sia, contribuisce ad accrescere l’interesse per questa storia, collocandola nel filone romantico di un Ottocento inglese che ha avuto, oltre a Dickens e alle sorelle Brönte, un altro straordinario maestro in Thomas Hardy. La tragica figura di Lady Dedlock ha più di un punto in comune, infatti, con il personaggio di Fanny di Via dalla pazza folla, del 1874. Se Charlotte Brönte pare entrare in questo romanzo con le figure di Esther e del generoso John Jarndyce, vi si affaccia anche la sorella Emily, l’autrice dell’altrettanto celebre Cime tempestose, uscito anch’esso nel 1847, attraverso la figura della governante, la signora Dean, che racconta come nelle notti di pioggia appaiano nella brughiera i fantasmi dei due amanti Cathy e Heathcliff, allo stesso modo che succede qui, allorché la vecchia governante di Chesney Wold, Mrs Rouncewell, racconta ai visitatori della residenza dei Dedlock, situata nel Lincolnshire, nel capitolo intitolato “La passeggiata dello spettro", la storia del fantasma che vive in quella casa.
Ed è così attraente e persuasivo il filo che unisce tra loro i grandi artisti, inconsapevolmente o meno, che non è difficile trovare echi di Dickens nel così diverso e complesso, e maiuscolo, Fëdor Dostoevskij, allorché quest’ultimo descrive, nel romanzo I fratelli Karamazov, che viene pubblicato nel dicembre del 1880, due mesi prima della morte del suo autore, avvenuta il 28 gennaio 1881, l’episodio dell’insulto che Dmitrij rivolge all’ex capitano Snegirëv, per riparare il quale Alëša va a trovarlo nella sua stamberga. Lo squallido quadro d’insieme che si apre alla vista di Alëša, si collega nell’ispirazione a quello che troviamo in questo romanzo di Dickens nel momento in cui la chiassosa e vanesia Mrs Pardiggle si reca alla “casa del mattonaio" per far visita alla famiglia tanto povera e degradata, nonché sventurata, di Jenny, che tiene in braccio, in una annichilita disperazione, il figlio morto, e alla quale cercheranno di portare aiuto Esther e Ada. E il robivecchi Krook che troviamo ubriaco nel capitolo ventesimo, nel gesto di accarezzare la bottiglia (“se la prende in braccio come una cara nipotina accarezzandola teneramente") non si ritrova, nel bel film di John Ford: Ombre rosse, del 1939, nella figura del dottore ubriacone (magistralmente interpretato da Thomas Mitchell) che sulla diligenza fa la corte al mingherlino e spaurito rappresentante di liquori? Anche il personaggio dell’ispettore Bucket, che “ne sa una più del diavolo", il quale fuma la pipa, suona “il piffero", cerca presso la bottega di Mr Bagnet un “violoncello" per un suo amico e ha “un viso attento, che è la sua caratteristica", uno dei primi della letteratura inglese, che incontriamo per la prima volta nel ventiduesimo capitolo, quello in cui ritroviamo la giovane sventurata Jenny, avrà molti proseliti, il più famoso dei quali, con il vezzo anche lui della pipa, della musica e del travestimento, sarà Sherlock Holmes. Ma ricorda anche, per la sua tenacia e perseveranza, il Javert de I miserabili, del 1862). Per la moglie di Bucket, invece, che conosceremo meglio nel capitolo cinquantaquattresimo, non possiamo fare a meno di pensare alla moglie dell’altrettanto noto commissario Maigret, creato dalla fantasia di Georges Simenon. E l’ironia di Dickens nei confronti della classe medica (se si fa eccezione per Mr Woodcourt), così palesemente espressa nel capitolo trentatreesimo, non è la stessa che ritroveremo nel capolavoro di Collodi, Le avventure di Pinocchio (1883), allorché, chiamati dalla Fata “dai capelli turchini", i tre medici: “un Corvo, una Civetta e un grillo-parlante", visitano il celebre burattino ammalato? E chissà che l’espressione corrente di “falchi e colombe" non abbia un qualche debito con questa frase di Dickens: “non fa la guerra come i falchi, ma viene a noi come una colomba." Nel capitolo cinquantanovesimo si legge, nel momento in cui Esther sta per raggiungere Lady Dedlock: “mi sembrava [...] che le cose irreali fossero più concrete delle reali", che sarà, ad un secolo di distanza, il tema principale di uno dei nostri più grandi romanzieri viventi, Carlo Sgorlon. Quante ricchezze e quante anticipazioni, dunque, in questo formidabile narratore!
Le nuvole, il vento e il sole riescono a diventare personaggi in Dickens, quasi folletti curiosi che sbirciano tra i vetri delle finestre ad illuminare ed animare le cose fredde e gelide: “Il freddo sole invernale osserva i fragili boschi e guarda con compiacenza il vento tagliente sparpagliare le foglie e asciugare il muschio. Entra nel parco dietro le nuvole e tutto il giorno le insegue senza raggiungerle mai. Si affaccia alle finestre e posa sui vecchi ritratti fasci e macchie di luce mai sognati dai pittori."; “il vento mormora piano attraverso la lunga sala, come se stesse respirando con ritmo regolare." E ancora: “le cornacchie negli alti nidi sugli olmi del viale pare si mettano subito a discutere sugli occupanti della carrozza". O anche: “dove i due occhi delle imposte lo fissano mentre dorme come se fossero meravigliati." E: “La mattina invernale che guarda con occhi scialbi e con viso scavato il quartiere di Leicester Square, trova i suoi abitanti restii a lasciare il letto."; oppure i “boschi imbronciati nel vedere il sacrificio degli alberi."; “una casa immensa con la vista sugli alberi che sospirano, torcono le braccia, chinano la testa e gettano le loro lacrime sui vetri delle finestre con monotona tristezza." Ciò si armonizza delicatamente con il senso di ironia che fa da cornice a gran parte della storia, una ironia leggera ma pungente, delicata ma severa, di cui abbiamo un divertente campionario nel capitolo dodicesimo, dedicato ad un sontuoso ricevimento a Chesney Wold, la residenza dei raffinati, presuntuosi e potenti coniugi Dedlock. Come anche nel capitolo diciannovesimo, laddove si legge: “Il foro d’Inghilterra è in giro per il mondo."; e nel capitolo quarantottesimo: “Sir Leicester si è addormentato per il bene del paese sulla relazione di una commissione parlamentare." L’uso del tempo presente aiuta a rendere assai sensibile ed avvertita una tale ironia.
Naturalmente la storia intanto sta crescendo e tra i cugini Ada e Richard nasce l’amore, di cui si sentono custodi tanto la narratrice Esther (che in famiglia sarà chiamata affettuosamente anche con alcuni nomignoli: Donna Durden, Minerva, Miss Trot), quanto Mr Jarndyce. Ma Richard, personaggio davvero ben riuscito ai fini proposti in quest’opera di denuncia, è un eccessivo ottimista e anche un incorreggibile indeciso e incostante. Dà poca importanza alle cose ed è portato ad avere fiducia in tutto e a non vedere problemi nella sua esistenza. Conta molto sull’esito della famosa causa che riguarda sia lui che Ada, poiché probabilmente li farà diventare ricchi e quindi, secondo il suo punto di vista, li terrà lontani da angustie e preoccupazioni. Non la pensa così Mr Jarndyce, che naturalmente conosce il mondo assai meglio del giovane Richard. Dickens sa che è giunto il momento di cominciare a creare delle connessioni e delle attese. Quale sarà il destino di Richard? Ada resterà legata a lui? E tra l’onesto e generoso Jarndyce e Esther quale sentimento prevarrà? E il medico Woodcourt, così buono e generoso e così affine a Esther, ha un qualche interesse per lei? Ma non basta. Un giorno che si recano tutti a far visita a Mr Boythorn, ecco che Esther, durante la messa domenicale, alzando gli occhi è colpita dalla bellezza di Lady Dedlock, che poteva “interessare e attrarre chiunque, se per lei ne valeva la pena." Le pare che quel viso non sia del tutto sconosciuto, eppure è la prima volta che vede la nobildonna. Qualcosa in lei le ricorda la severa madrina. Non si preoccupa, Dickens, di farci intuire il seguito, poiché sa che il suo punto di forza non sta tanto nella trama, ma nella sua scrittura, ed egli ci invita a scoprire e a riconoscere la sua abilità a mantenere desto il nostro interesse, posto che il percorso narrativo da compiere è ancora molto lungo. Sembra quasi che voglia dimostrare che una volta che ci ha presi nella corrente della sua scrittura, il suo potere di incantatore è talmente seducente che non si ha più la forza di resistergli. Quando fa muovere i suoi personaggi, infatti, disegna scene di vita così vivide, siano esse tristi o divertenti, che tutto ci balza agli occhi come cosa viva. Penso, per fare solo qualche esempio, alla piacevole descrizione di Tony Jobling (poi assumerà per qualche tempo il nome fittizio di Mr Weevle), l’amico scombinato di Mr Guppy, di cui riporto solo una piccola parte: “Ha il cappello che mostra agli orli uno speciale aspetto scintillante, come se fosse stato la passeggiata preferita delle chiocciole", o anche alla conversazione in trattoria tra i tre amici: Guppy, Jobling e Smallweed, detto anche Passerotto, che ha circa quindici anni “ma grazie a un cappello assai alto può essere avvistato da una notevole distanza." (mi piace far rilevare che questo “folletto", come lo chiama Dickens, si chiama in realtà Bartholomew, “noto presso il focolare domestico con l’appellativo di Bart", ha una sorella gemella di nome Judy, e tutta la sua razza non ha fatto altro, nel corso dei secoli, che assomigliare “in modo sorprendente a vecchie scimmie un po’ depresse." Poiché Bartolomeo è anche il mio nome, e Bart il mio diminutivo, non faccio altro, anch’io, dopo questa lettura che un po’ mi riguarda, dunque, che mirarmi con un certo timore allo specchio!); oppure alla conversazione tra il povero Jo, il poliziotto che vuole arrestarlo e Mr Snagsby, con gli interventi di Mrs Snagsby che sta ritta sul pianerottolo delle scale, e Mr Guppy, che è di passaggio; e mai sono scene superflue, poiché hanno sempre una precisa funzione nella tessitura della trama. In questa occasione, per esempio, Jo, senza rendersene conto, smuove la curiosità di tutti, allorché racconta che il denaro in tasca gli deriva da una signora molto distinta che, giunta in quei paraggi, ha chiesto alcune informazioni. Chi potrà essere questa signora? Anche se ce lo possiamo immaginare, il piacere ricavato dalla conversazione è impagabile, e quando osserviamo che quel Guppy, apparentemente di passaggio, raccoglie, invece, una importante confidenza di Mrs Snagsby, che servirà ad intrecciare la trama, non possiamo che compiacerci della disinvolta e divertita abilità del narratore. Imperdibile e indimenticabile, poi, il capitolo dedicato alla bizzarra famiglia Smallweed, il cui “venerabile" capofamiglia, nonno Joshua, “una sanguisuga", incontreremo più volte.
Le sue descrizioni sono così precise e piacevoli che un pittore o un regista ci si potrebbe cimentare come innanzi alla veduta di un paesaggio o di un ambiente naturali. Gli esempi già fatti potrebbero bastare a rendere l’idea di una qualità rara e feconda, ma ci piace segnalare al lettore di andarsi a guardare anche la gustosa descrizione della doccia all’aperto che si fa, nel capitolo ventiseiesimo, George, l’ex soldato di cavalleria che gestisce, aiutato da “un ometto zoppo" e “troppo brutto", Phil Squod, “che da bambino fu trovato in un rigagnolo", un indebitato “Tiro al Bersaglio", e ora dà lezioni di scherma a Richard. Questo personaggio sarà tra quelli che ci riserverà le maggiori e inattese sorprese. Si ha l’impressione che nello scrivere “Casa Desolata", Dickens abbia ritrovato la vena ironica e la grazia narrativa con le quali costruì quel suo capolavoro che è “Il circolo Pickwick", e ciò si manifesta sempre di più a mano a mano che si procede nella lettura: non v’è dubbio che Dickens si compiaccia di questo ritorno, si lasci ammirare, e si diletti ad esibire una specie di ruota sfolgorante come fa il pavone. Non c’è un solo filo intessuto dall’abilità di Dickens – e sono davvero tanti - che vada perduto né un capitolo, e si pensi che il libro è assai voluminoso, che non abbia la grazia del capolavoro. Egli indugia sui suoi percorsi e li accarezza con la sapienza, l’amore e la virtù di un raro creatore. Casa desolata, meno conosciuto dei più noti Il circolo Pickwick, Le avventure di Oliver Twist e David Copperfield, in realtà non ha niente da invidiar loro, ed è senza alcun dubbio da inserire tra i suoi capolavori in assoluto.
Lo scontro tra le due classi sociali che dominano la società di quel tempo, non solo inglese, è perfettamente reso (capitolo ventottesimo) nel colloquio tra Sir Leicester Dedlock, potente esponente della nobiltà, e il figlio della sua governante, Mr Rouncewell, “il padrone delle ferriere", che si è fatta una posizione dal nulla e si presenta a Chesney Wold con l’autorità e l’orgoglio che gli deriva dalla sua nuova ricchezza per chiedere la mano della domestica Rosa, la “più bella del villaggio", per conto di suo figlio, e si permette di porre la condizione che la cosa potrà essere fattibile, una volta ricevuto il consenso della ragazza, solo se questa abbandoni la casa dei Dedlock. Anche una donna femminista è presente nella fantasia di Dickens; si tratta di Miss Wisk, la quale non aveva alcun dubbio “che l’idea che la missione della donna si limitasse all’angusta sfera della casa era una presunzione oltraggiosa del suo tiranno, l’uomo."
Il praticante dello studio Kenge e Carboy, Mr Guppy, intanto, ha fatto tesoro della rivelazione di Jo, quando questi giustificò, al poliziotto che lo aveva arrestato, la presenza nelle sue misere tasche di una sovrana ricevuta da una misteriosa signora, e comincia a sbrogliare la matassa che avvolge il mistero della nascita di Esther, della quale si è, solo fino ad un certo punto però, invaghito e che, pur non contraccambiato, spera di sposare. Ma ad Esther una anziana donna, Mrs Woodcourt, ha fatto questa previsione: “lei sposerà un uomo molto ricco e degno, assai più vecchio di lei, forse di venticinque anni. E sarà una moglie eccellente, molto amata e felice." Mrs Woodcourt è la madre di Allan Woodcourt, il medico che dedica la sua vita ad alleviare le sofferenze altrui. Anche Esther sta realizzando il suo sogno di essere di aiuto al prossimo, mettendo la dura esperienza avuta da bambina al servizio dei più miserevoli, ed avverte sempre di più una tale affinità con lui. Pur vivendo in un ambiente agiato, presso il generoso Mr Jarndyce, non si stanca mai di proiettare la sua buona indole sul prossimo e Dickens getta, attraverso di lei soprattutto, la luce consolatoria della Provvidenza su quella parte di umanità che non ha più né nome né speranza. In questo romanzo la congiunzione dapprima tra lei e il suo tutore, entrambi dotati della virtù dell’amore, ai quali si aggiunge poi Mr Voodcourt, non fa che rafforzare il suo intento. Le sventurate Liz, Jenny, Charley (“sicuramente venuta al mondo per accudire i deboli e gli ammalati"), il vagabondo Jo, il “troppo brutto" Phil, sono tristi ma mai disperati, la solidarietà che li unisce e li conforta trova in Esther una nuova e robusta sorgente di speranza, e la malattia che la colpirà contribuirà a dare ancora di più a tutti la misura della sua forza. Il pathos di cui il romanzo va caricandosi deve essere visto, dunque, come la manifestazione di un prodigio nascosto nella natura umana, tale da poter assicurare, se lo vogliamo, il superamento delle miserie che attanagliano e affliggono il mondo. Le quali non sono poche né indistruttibili. Ci sono delle lettere compromettenti in giro, che farebbero gola a molti, soprattutto a Mr Guppy, che ne vorrebbe trarre vantaggi personali. Sono in mano ad uno dei nostri personaggi e proprio quando Guppy è sicuro di poterne disporre, la storia si tramuta in un giallo. Sono davvero sparite quelle lettere? Sono state distrutte? Sono passate di mano? E a chi?
Giunti a questo punto, vorrei toccare un argomento che fu caro ai detrattori di DicKens, ossia che la sua scrittura fosse superficiale e adatta ai giovani, anzi ai giovanissimi, più che agli adulti. Solo negli ultimi anni si è modificata, credo ormai in tutti, questa errata convinzione. Infatti, Dickens ha il merito, l’alta qualità personale, un dono insomma, di riuscire a scrivere con molta semplicità e a rendere comprensibili pensieri assai più profondi di quanto appaia dalla semplice lettura. Di esempi se ne potrebbero fare a iosa, ma uno che calza a pennello è questo, che si trova nel capitolo trentacinquesimo dedicato alla malattia di Esther: “Non mi ero mai accorta prima come la vita fosse breve e in quale piccolo spazio la mente potesse chiuderla." Alla ovvietà apparente della prima parte della frase, si contrappone il potente rilievo della forza smisurata della nostra mente, capace di contenere non solo un’esistenza breve, ma in così piccolo spazio racchiudere addirittura l’infinito. Si evidenzia in questo modo così semplice una delle più sofisticate meraviglie della creazione. Notate ora con quanta facilità renda un concetto che a tanti avrebbe richiesto un numero ben più consistente di parole. L’esempio, lo troviamo nel capitolo quarantatreesimo: “La sorte mi è stata così propizia che posso narrare poco di me che non sia una storia di bontà e di generosità degli altri." Non si tratta soltanto di facilità e semplicità, dunque, ma anche di acuta e raffinata intelligenza.
La causa Jarndyce contro Jarndyce è una di quelle che ha a che fare con un testamento complesso, anzi due testamenti entrambi contestati (tutto ciò ci riserberà una sorpresa), e una cospicua eredità (ma “la maggior parte delle spese erodono il patrimonio in contestazione"), intorno ai quali ruotano gli interessi di molti, tra cui quelli di Richard, di Ada e dello stesso tutore. È una causa non solo interminabile, che ha portato alla morte, come si è già detto, di alcuni dei primi attori, ma è anche maledetta, giacché ha un potere di attrazione tale che riesce a mutare la personalità di un individuo. Queste cose le ha dette Mr Flite a Esther durante la sua malattia, e Esther le vede confermate nel mutamento che sta subendo Richard, il quale si è buttato anima e corpo sulla causa (“mi ci dedico completamente, ne faccio lo scopo della mia vita") e comincia a conoscerne tutti i segreti e i cavilli fino al punto che si insinua in lui il sospetto che tutto quell’amore che il loro tutore dimostra nei suoi confronti e nei confronti di Ada non sia altro che un’abile messinscena, giacché anch’egli è “parte interessata e può essere per lui un vantaggio se io non so nulla della causa e non me ne interesso". Dickens scova, così, da aggiungere agli altri provocati dalla Corte del Lord Cancelliere, un altro motivo di interesse alla sua storia; infatti ci domandiamo chi abbia ragione dei due, e gettiamo un piccola ombra sul John Jarndyce, finora considerato “un modello di verità, sincerità e bontà." Tutto ciò si insinua in noi con un perfetto lavoro di cesellatura paziente e al contempo doviziosa, allo stesso modo che ci sta succedendo con l’altro personaggio già ricordato: Mr Skimpole, la scoperta della cui vera natura, anche in questo caso, ci incuriosisce.
Pensate che Dickens ci ha già rivelato il segreto della nascita di Esther, sappiamo chi sono i suoi genitori, e tuttavia non è diminuito per niente, come si vede, il nostro interesse nella lettura, anzi, la sorte, per esempio, della madre, ossia se e come riuscirà a portare anche lei questo segreto di avere una figlia e se esso avrà delle conseguenze terribili, ci attanaglia esattamente come prima eravamo attratti dal mistero che circondava la nascita di Esther. È pieno di matrioske incantevoli il racconto di Dickens, non v’è alcun dubbio.
Il capitolo quarantottesimo, in cui si svolge il colloquio a quattr’occhi tra l’avvocato Mr Tulkinghorn e Lady Dedlock, è mirabile. Sono i due personaggi chiave del segreto che incombe sulla storia, da essi dipendono il suo sviluppo e le conseguenze sui diretti interessati. La scelta che fa Dickens è superba, da vero maestro del giallo, e mi viene in mente proprio Alfred Hitchock, che esattamente un secolo dopo, nel 1954, compose quello straordinario capolavoro che è “La finestra sul cortile", che ha molte affinità stilistiche con il capitolo dickensiano. Dickens, infatti, dopo che i due interlocutori si sono separati, li segue uno alla volta e ne disegna lo stato d’animo, che è di attesa, ma un’attesa che non è la stessa per entrambi. Per Tulkinghorn - il quale lungo la strada che lo conduce a casa “Gode della fiducia della calce e di ogni mattone. Gli alti camini gli telegrafano i segreti familiari" - “non c’è una voce nel raggio di un miglio che gli bisbigli: ‘Non andare a casa!’" E quando è a casa non c’è “nulla che gli dia l’ultimo avvertimento: ‘Non venire qui!’". Invece Lady Dedlock trova le “vaste sale" della sua casa “troppo soffocanti e opprimenti" e “decide di andare a passeggiare sola in un giardino poco lontano."; “questa donna si avvolge in un mantello ed esce al chiarore della luna." Le due immagini, e i pensieri che vi si racchiudono, si trovano improvvisamente a specchiarsi in noi in parallelo, in virtù di una sottile abilità stilistica non gridata ma proprio per questo impressionante. Quando entrambi guardano il cielo, la luna è il loro punto di contatto, come pure la notte, straordinariamente tranquilla. Lo sparo che echeggia è il solo rumore nel silenzio, prima che, trascorsi “tenebra, alba, aurora, giorno", ogni altra cosa torni a muoversi, a correre e a gemere.
Dickens ci induce abilmente e ingannevolmente a sospettare chi possa essere il colpevole, ma, ancora una volta, il punto non è questo, visto che i colpi di scena si susseguono uno dietro l’altro, anche dopo che avremo saputo il nome del colpevole. È la meraviglia della sua scrittura, ancora una volta, a tenerci legati alla storia. L’ispettore Bucket, ospite in casa di Sir Leicester, che ha messo una grossa ricompensa a favore di chi scoprirà l’assassino, nel capitolo cinquantatreesimo si intrattiene con uno dei valletti della casa in una conversazione così piacevole e tanto piena di grazia, diciamo pure scaltra e di soave leggerezza insieme, che non si può non provare un senso di ammirazione per una freschezza che riesce a mantenersi intatta lungo tutto il romanzo. Poiché non è da meno, con una suspence che ci sorprenderà, quella tra l’ispettore Bucket e Sir Leicester, del capitolo successivo, allorché l’ispettore rivela al baronetto il nome dell’assassino, arrivati al termine della splendida lettura (si veda quel bellissimo passaggio tra il capitolo cinquantaseiesimo e il successivo e quell’inseguimento in carrozza, contenuto in quest’ultimo e di cui non voglio dire di più, con le strade coperte di neve), non possiamo esimerci da questa definitiva constatazione: che la misura e il tono narrativi di Dickens non hanno mai fatto, non fanno e non faranno fino alla fine una sola stonatura, misurati, perfetti e adeguati sempre. Anche nelle ultime fasi della storia, allorché molti nodi si sciolgono e i buoni sentimenti prevalgono su tutto, pure sulla malinconia che scende sulla bella dimora di Sir Leicester – al contrario di quanto sta accadendo a Casa Desolata, al punto che appaiono come disvelati e scoperti i veri volti delle due residenze – tutto avviene con un controllo della forma assai ammirevole. Sì, uno splendido capolavoro.
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 08.03.06 14:00
Interventi
Bellissimo pezzo, Bart!
Pubblicato da: Leonardo Colombati - 08.03.06 15:33
Grazie, Leonardo. Onoratissimo della tua lettura.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.03.06 15:46
Penso anch'io che "Casa desolata" sia un capolavoro assoluto. L'ho letto tardi, anch’io da giovane vittima dell’immagine di un Dickens scrittore per ragazzi. Ma poi ne sono stato letteralmente incantato. Trovo Dickens addirittura sorprendente nelle scene apparentemente minori, dimesse, quotidiane… Per la delizia dei lettori di Dickens, inserisco l'incipit del ritratto che ne fa Robert Walser in "Ritratti di scrittori": "Per tre mesi interi non ho fatto altro che leggere Dickens e a questo punto per me è finita, non ho alcun dubbio, e ho la profonda convinzione di essere spacciato. Sono disfatto, distrutto e annichilito e in ogni momento posso attaccare al chiodo la mia professione di scrittore. Dickens mi ha tolto di mano la penna finora così scorrevole e all'apparenza cosi agile, e adesso sono condannato a diventare un ciabattino, me ne rendo conto".
Pubblicato da: Giorgio Morale - 08.03.06 17:05
Come te anche Kafka era un lettore entusiasta di Dickens. E' il concetto di avventura che andrebbe ripensato in letteratura. Poi c'è il tema del popolare, ma è un altro discorso.
effeffe
Pubblicato da: furlen - 08.03.06 17:54
Grazie Giorgio, grazie Francesco. Mi sono permesso di postare il pezzo senza dividerlo in due parti, perché diventava complicato l'omaggio che è già previsto in sé diviso in tre post. Vi ringrazio di aver affrontato la lunga lettura, che può spaventare, infatti.
Anch'io, Giorgio, leggendo Dickens, ho provato la stessa sensazione di Walser (http://xoomer.virgilio.it/badimona/Walser.htm)
L'ho già scritto da qualche parte che mi sono cimentato a volte a cercare di ripetere con le mie parole una descrizione di Dickens, tentando di essere efficace e breve come lui. Invano! E' come nei quadri di Picasso del periodo blu, che faceva disegni stupendi con brevi tratti del pennello.
E perché si è geni, sennò?:-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.03.06 18:50
Bartolomeo, è proprio vero: ci vuole della genialità a incantarci con due monete che rotolano. E che storie! Che temi!
Ed è vero, Francesco, andrebbe ripensata l'avventura. Spostandomi da Dickens, porterò un caso limite, per rendere l'idea: una delle avventure più emozionanti che ho letto è stata il racconto dello spostamento millimetro su millimetro delle simpatie e antipatie nel romanzo "L'egoista" di George Meredith.
Pubblicato da: Giorgio Morale - 08.03.06 22:30
pezzo grandioso.
dickens è una montagna e tu bart sei riuscito a descriverne tutta la magia.
giorgio, la cosa di walser l'ho provata leggendo le avventure di augie march di bellow. chi scrive è meglio si tenga lontano da certe vette. ma alla fine sono lì che lo leggo e lo rileggo. è troppo un gran libro.
l'hai letto bart?
Pubblicato da: gaetano cappelli - 10.03.06 20:31
Non è apparsa la mia risposta a Gaetano, che ringrazio per la lettura.
Aspetto, Gaetano, il tuo nuovo romanzo. Sono diventato un tuo ammiratore sfegatato.
Di Walser, lessi Jacob von Gunten:
http://xoomer.virgilio.it/badimona/Walser.htm
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 11.03.06 08:06
