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18.03.06

Livio Romano: Porto di mare (2002)

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Romano.jpgNato nel 1968, l’anno dei grandi movimenti giovanili che volevano cambiare il mondo, Livio Romano, pugliese, ha sempre avuto un debole per la scrittura. Desiderava diventare giornalista e lo è diventato finché “Tutte le battaglie politiche, tutti i partiti in cui avevo militato, tutte le parole: mi parvero ad un tratto privi di senso. Inutili. La mia indignazione non riusciva più a trovare sfogo in articoli che avrebbe letto distrattamente e col sopracciglio alzato qualche centinaio di paesani." Ha ventisei anni circa e ambisce a qualcosa di più. Insegna inglese in una scuola elementare ma ha le idee chiare: “Non sono un intellettuale. Non passo il mio tempo a leggere studiare pensare. La mia giardinetta è sporca di terra, piena di zappe e secchi di calce pennelli orci di olive. La mia compagna non sa chi sia Andy Warhol, e se ci penso credo proprio che ignori pure l’esistenza di Alberto Arbasino. Per diversi motivi sono spesso a contatto con tossicodipendenti, malati di mente gravi, sventurati d’ogni risma – non si scrive nulla se non ci si sporca un po’, nessuna vera scrittura nasce se non si è visitato l’inferno terrestre."

Queste cose, Romano le scrive nel suo sito web, dove ci racconta che quando ha inviato i suoi racconti a qualche editore è stato fortunato. Einaudi gli pubblica nel 2001 Mistandivò e Giulio Mozzi, per Sironi, appena l’anno successivo, il 2002, il suo primo romanzo: questo Porto di mare.
Un gruppo di giovani meridionali discutono dei problemi della loro cittadina, cercando di difenderla dai raggiri e dalle speculazioni della politica e della finanza. Sanno di avere a che fare con forze collaudate ad ingannare e a prevalere, ma, anziché scoraggiarsi, trovano in questa disparità un ulteriore stimolo ad agire.
I problemi non mancano, ovviamente, soprattutto in un paese del Sud, ed essi hanno costituito una “sezione", dove si incontrano, discutono, fanno progetti.
Questa volta c’è che due giovani fidanzati, “Valeria e lo zito suo", che hanno fatto richiesta di una licenza in Comune per costruire “un piccolo stabilimento balneare a Serra Cicora", che è una località in provincia di Lecce, quando stanno ormai per concludere l’iter burocratico, si vedono recapitare una lettera nella quale è scritto che la licenza non viene concessa, perché lo stabilimento insiste “su area interessata da altro progetto presentato in data antecedente al vostro." Di che si tratta? “Si tratta di mega società edilizia che ha un mare di soldi e che è già proprietaria del villaggio turistico di Torre Brigante. Vogliono farci ‘sto mega porto per duecento imbarcazioni in modo da far attraccare le barche dei loro villeggianti."
La scrittura di Romano è sbrigliata, ricca di verve e di accenti di un parlato che trascina con sé tutto l’afflato e la carica di rottura di una gioventù che ha deciso di opporsi allo strapotere delle Istituzioni corrotte e prevaricatrici. Un Sud agguerrito, dunque, tutt’altro che rassegnato: “è evidente che è solo il primo passo verso la cementificazione di quell’area." Qualcuno tergiversa, tuttavia, pensa al lavoro che ne deriverebbe per i giovani, e non solo: “potrebbe essere un volano per tutta la zona..." Ci si trova di fronte, così, ad una delle più ricorrenti scelte drammatiche che la società del cosiddetto mercato ci sottopone, tra il lavoro, ossia, che allevierebbe tante sofferenze, e la difesa di un ambiente incontaminato, che verrebbe deturpato per sempre. Il tema, dunque, è già delineato e risiede nella ricerca di una risposta da dare in modo risolutivo a questo subdolo dilemma. Non è facile. A qualcuno sembra perfino paradossale porselo, visto “che ci sarà stato un dibattito in consiglio comunale, chessò, da qualche parte sarà pure piovuta l’esigenza di ‘sto porticciolo..." Risponde un altro: “Un dibattito? Un’esigenza? Qua l’unica esigenza è la loro, di fare soldi." Il mercato, quella forza dirompente e annientatrice di ogni opposizione, si delinea come il convitato di pietra di questo romanzo: “La cosa che più ti fa impazzire è che quando vai nelle segrete del Palazzo a chiedere lumi: questi travet malvestiti ti neghino l’accesso alle carte." Non incontriamo solo un modo di agire tipico del Sud, no, la denuncia di Romano va molto più in là, e il lettore avverte che quella denuncia riguarda pure lui, perché le stesse cose succedono, eccome, anche dalle sue parti: “Siamo nel 2000, e questa è l’Italia, Paese membro dell’Unione Europea." Del resto, l’autore si rivolge ad un interlocutore che è proprio il lettore stesso, al quale racconta un pezzo di cronaca di ciò che avviene dalle sue parti. Riconosci questo sistema? Non è così anche da te?, sembra suggerire; anche se la sua attenzione è rivolta al fatto concreto del suo paese, i dettagli di come vanno le cose al Sud, in realtà aiutano a trasformare il caso da locale ad emblematico di una situazione diffusa. La sua condanna va, soprattutto, al metodo seguito, alla segretezza che è stata adottata affinché nessuno ne sapesse niente, alla mancanza di un dibattito che mettesse sul tappeto i pro e i contro dell’operazione, soprattutto ora che si apprende che tutta questa operazione produrrà soltanto lavoro per “quattro dipendenti fissi con contratto di lavoro a tempo indeterminato e una ventina di stagionali."

Il caso rappresenta anche l’occasione per ritrovarsi insieme e contrarre nuove amicizie, dopo che “Erano decenni che non si vedeva una cosa del genere." Ci si era abituati ad un andazzo in cui tutto procedeva “abbastanza" bene e al massimo si ascoltavano le canzoni di Luca Carboni che inneggiavano all’ “energia di chi sa scegliere bene i colori delle sue t-shirt." A svegliare l’ambiente è anche una insegnante di italiano, una siciliana, “che portava i capelli biondi tagliati a zero e fumava Zenith col filtro di carbone una dietro l’altra", odiata dai colleghi perché impone ai ragazzi di fare attenzione a ciò che accade nella realtà, e parla loro di “Bakunin, Corbière, Scott Fitzgerald, la storiografia marxista, l’economia delle repubbliche sovietiche". Con altri quattro studenti, il protagonista si abbevera alla fonte di questo sapere che viene da una donna risoluta, che non si fa intimidire e che, quando è sottoposta a sabotaggi, non accenna mai all’accaduto ma tira avanti per la sua strada. Sono gli anni ’80, la politica era dominata dal C.A.F, ossia dal trio Craxi, Andreotti e Forlani, e i giovani pensavano più alla musica che alla politica. Ma il 1 aprile 1984 accade un fatto gravissimo e nuovo da quelle parti: una donna, Renata Fonte, “che lottava contro la cementificazione del Parco di Portoselvaggio", consigliera comunale del partito repubblicano, di ritorno da una riunione politica, viene assassinata. Il delitto ha eco nazionale, eppure sul posto, a parte il solito sciopero delle scuole, “No, non sentivo indignazione in giro, nei bar." Addirittura qualcuno sussurra che “quella s’era messa troppo dentro certi affari che non la riguardavano." Il connubio tra politica e malavita fa la sua apparizione eclatante in Puglia, dunque. Renata Fonte ostacolava il progetto di cementificazione, e allora si decide di eliminarla, così che al suo posto sarebbe andato, come primo dei non eletti, qualcuno più malleabile. All’omicidio segue l’arresto rapido del colpevole, ma dei veri mandanti nessuna traccia e presto tutto cadrà nel dimenticatoio. Romano disegna con ammirevole precisione uno spaccato di vita che se ha avuto nel Sud, infestato dalla malavita, punte di più acuta tragicità, nondimeno esso può essere traslato un po’ dovunque, perché questo connubio diventerà presto il bubbone pestifero di un male che dilagherà per la penisola, al Nord come al Sud, provocando corruzione e miseria morale e materiale assai profondi. Quegli anni, infatti, ancora oggi producono i loro effetti paralizzanti, e la cronaca puntigliosa di Romano, come si è già detto, fotografa una realtà che ci appartiene. Il romanzo, con la sua cronaca, si fa interprete, in realtà, di una proposta che spazzi via il marcio in cui sguazzano i capitali dell’alta finanza e un po’ tutti i partiti, dai democristiani ai comunisti, che “passano e fanno finta che non ci siamo". Addirittura l’architetto di questo progetto distruggiambiente è nientemeno che il candidato a sindaco proposto dal “PiPì" e dalla coalizione di sinistra. Ecco perché anche i “diesse" “nicchiano", come i socialisti “ché in questa città ci sono ancora i socialisti e contano moltissimo", al punto che il protagonista si domanda perché la sinistra non sia in grado di proporre “un candidato che ci rappresenti davvero". Nel raccontare non mancano descrizioni di personaggi tipici di quel periodo e in quelle manifestazioni, come Jarry Condottiero, che “di mestiere fa il perito delle assicurazioni e di sera suona una batteria nera lucidissima", o Pantaleo, che porta a spasso i suoi due marmocchi e quando è tempo “li carica entrambi alla ben’e meglio sulla carrozza e con le braccia del tutto stese sul manubrio e il corpo incurvato scavalla verso casa coi bambini che urtano le teste fra di loro come vasi in un carroccio. È il destino degli insegnanti." O Carmelo, tesserato di Rifondazione Comunista, che “se ne appare con la sua borsa di cuoio costosissima finto-alternativa, e tutto serio tira fuori degli incartamenti, e invita il Comitato a fare un salto di qualità, ché la battaglia, adesso, non può che trasferirsi su un piano di stretta militanza politica"; e “delle volte da quelle borse di cuoio viene fuori il barbatrucco. Il tentativo di avocare tutto l’ “affaire" del porto sotto la giurisdizione del partito." O Salvatore, dei diesse, che “mentre ci preparava la frisa con la ricotta e i capperi, fece andare un nastro di canti popolari cecoslovacchi a volume alto che rimase tale anche quando poi ci illustrò, a bassa voce, il progetto suo di istituire un centro di accoglienza per torturati politici." Chi ha partecipato, come il sottoscritto, agli eventi che caratterizzarono il famoso ’68, non può fare a meno di notare che la fotografia di questi anni ’80 presa in esame da Romano, ha le sue radici ben piantate in quei moti non troppo lontani, e che la caratterizzazione, a volte divertita ed ironica, di taluni personaggi, risponde ad uno stereotipo che risale proprio ai tempi di quelle lotte. Ne è derivata, ossia, una ritualità e una simbologia che, mutatis mutandis, restano ancora significative e robuste. Appare chiaro che all’autore, che guarda con un certo sorriso all’entusiasmo militante di Pantaleo, o di Carmelo, o di Salvatore, interessano, più che i partiti (“Ognuno ha il suo immaginario di miti e stelline."), i movimenti spontanei che nascono dalla gente, e nei quali si può rintracciare un convincimento forte e genuino, che manca ai politici. Naturalmente, Carmelo, che è di Rifondazione comunista, subisce l’insofferenza degli “iscritti ai diesse" e di quelli che ricordano che “eravamo partiti che lasciavamo fuori le sigle di appartenenza e adesso ci fai una proposta che non sta né in cielo né in terra." Salvatore, infatti, porta nel Comitato tutto il suo peso di uomo dei diesse.

La faccenda del porticciolo dà all’autore l’occasione di allargare lo sguardo alla società che si è formata in questi anni nella penisola salentina, dove troviamo oggi i figli che studiano, magari anche all’estero, poi ritornano a casa, e i genitori gli mettono su lo studio professionale. Ma a che cosa serve uno studio professionale, se mancano industrie e siamo in presenza di un’agricoltura che non si è mai sviluppata e ad un artigianato che sta per chiudere i battenti? Tutto questo livello di istruzione raffinato non giova a nessuno, perché l’ambizione resta limitata ad ottenere, quasi sempre dietro cospicue elargizioni, niente più che il “Posto Pubblico". Ottenutolo, i genitori smontano la targhetta dello studio e si preparano ad affittarlo a qualche altro neolaureato. Si tratta quasi sempre di genitori che provengono dalla compagna, i quali sono riusciti ad avere un impiego pubblico ed ora ambiscono a che i loro figli diventino “dottori", così che possano stare “a stretto di gomito con i figli dei ricchi veri"; si costruiscono la villetta al mare accanto a quella dei signori, poi la migliorano a poco a poco negli anni fino a che possono permettersi di rivestirla “in pietra leccese che furoreggia in questa fine di secolo e rende ormai irriconoscibili le case dei potenti da quelle dei pensionandi impiegati pubblici." E questi figli, chi sono? Con la laurea in mano, si sentono dei padreterni, manca poco che si mettono a parlare in inglese (“da un momento all’altro mi aspettavo che la conversazione sarebbe proceduta in inglese"), se ne stanno sempre con l’orecchio appiccicato al cellulare e parlano con saccenteria di cose più grandi di loro. Le ragazze, poi, peggio degli uomini, per la loro vanità. Ironia e rabbia, accompagnano la scrittura di Romano, infastidito da questi atteggiamenti che non riescono a produrre nient’altro che una vuota esibizione di sé: “Questi miei coetanei che, mentre io ciondolo con la sigaretta fra le labbra, loro stanno nei loro studi a rendicontare, a esternalizzare, a redigere progetti, e quando hanno finito entrano nella Yaris e se ne vanno in palestra a rassodare il culo per il match sessuale del sabato." Insomma, questi giovani “abitano lo stesso Pianeta mentale dei loro Padri", non riescono a produrre nulla di nuovo e la loro fine sarà la stessa, ossia quella di guadagnarsi, con la raccomandazione ottenuta dai padri, il sempiterno Posto Pubblico. Nel frattempo, essi, i giovani, mimano “la vita vera", “forse si potrebbe dire che i genitori gli stanno lasciando mimare la vita, giusto quell’anno o due prima di riuscirgli a trovare la collocazione nella burocrazia statale.", al contrario di quanto avviene al Nord, ma basta fermarsi anche a Perugia - dove l’autore ha fatto un’esperienza di lavoro in una pizzeria - e si può constatare quanto lassù i giovani si adattino ad alternare il lavoro ambito e ottenuto a tempo determinato, con altri lavori di più umile condizione, nei momenti difficili: “Un’altra razza." Quelli che ci tratteggia Romano, sono giovani del Sud anemici, con poca voglia di fare, in tutto dipendenti e succubi dei genitori. Si contrappongono ad essi i giovani antagonisti, che appartengono al mondo della contestazione, i quali, tuttavia, sono pochi: una “cinquantina di romanticoni che, invisi alla totalità degli indigeni, continuano a fare le loro battaglie, le loro scorribande, i loro campi-lavoro, i loro comitati contro gli scempi ambientali.", e “almeno uno passeggia e ha l’impressione di un mondo a due colori". È un seme ancora piccolo, ma è da questi giovani soprattutto che è nata quell’originalità leccese nei comportamenti, nell’arte, e specialmente nel cinema con Edoardo Winspeare, e nella musica con i Sud Sound System, tanto che si può parlare, anche se l’Industria Culturale non s’accorge del fenomeno", di “Rinascimento Pugliese." Ed ecco una dichiarazione significativa dell’autore: “questa è l’altra Lecce. Quella sana, secondo i pensieri che ho io da ghibellino, quella che mi piace frequentare e semmai prendere per il culo. Probabilmente uno dei due o tre motivi per cui ho scelto di tornare. Questo è il Salento che mi fa ancora ridere di gusto. Che mi fa dimenticare i commessi dei negozi di telefonia, e i commercialisti di ventisette anni in auto grigia metallizzata." Che è anche una dichiarazione d’amore.

A mio avviso, Porto di mare si inserisce a pieno titolo tra le migliori analisi di questa parte d’Italia che in questi ultimi tempi sono state espresse, per esempio, da due scrittori meridionali come Gaetano Cappelli, con Parenti lontani (2000) e, più recentemente, Raffaele Nigro, con Malvarosa (2005).
I padroni del progetto “Porto turistico" non demordono. Di fronte al montare della protesta, che cosa fanno? Costituiscono anche loro un Movimento, chiamandolo “Movimento dello sviluppo possibile" e vanno a piazzare una loro tenda accanto a quella dei contestatori, mettendo in risalto anche la disparità dei mezzi dispiegati: computer portatili, tavolo di acciaio e cristallo, brochure in quadricromia, mega schermo a colori, “una ventina di ragazze tutte vestite di blù, venti bellone che si dividono: alcune si appostano sotto al gazebo, altre vanno in giro, quasi in fila, come in una sfilata, a distribuire le brochure di cartoncino, e hanno questo fare disinvolto, sanno avvicinare le persone, son tutte sorridenti, si passano le mani fra i capelli, invitano tutti ad avvicinarsi al bersò da dove proviene una musica diffusa da casse Bose, tenuta a un livello basso ma percettibile per almeno due chilometri.". Manifesti ingannevoli in cui si mostra la costa senza e con il porticciolo vengono attaccati in tutta la città per dimostrare quanto il progetto non alteri affatto l’ambiente. Il protagonista si domanda se sarà mai possibile “battere un gigante che può disporre di mezzi così potenti." Gli amici gli ricordano che nel ’70 un movimento di protesta riuscì a bloccare la cementificazione di Portoselvaggio e, dunque, si deve avere fiducia nel movimento. Ma gli anni ’70 – osserva il protagonista – vedevano partecipare “migliaia di persone", erano tempi diversi, in cui il coinvolgimento e l’attenzione erano maggiori: operai e studenti prendevano parte in massa alla protesta; ora invece gli studenti sono attratti da fatui miti e gli operai difendono con le unghie il loro posto di lavoro sottopagato. E poi, la vittoria conseguita contro la cementificazione di Portoselvaggio non fu così assoluta, avendo dovuto accettare la costruzione di alcune attrezzature, oggi fatiscenti e inutili, oltre che ambientalmente orribili, per quello che fu chiamato Parco Regionale Attrezzato. A distruggere l’ambiente, ci si misero pure i cittadini con la mania della seconda casa; la sera non c’era nulla e al mattino spuntavano le mura di una casetta, che a poco a poco, con sacrifici durati anni, la famiglia sistemava negli arredi interni. “Poi nel 1985 arrivò Craxi e, si sa, condonò tutto".
Avrete già notato in alcuni dei brani riprodotti, che Romano, quando vuole far risaltare una situazione, si serve dei due punti anziché della virgola; cerca, ossia, il massimo della pausa perché il lettore assorba il suo concetto. Si potrebbero portare nuovi esempi, ma bastino questi due: “un bel giorno il latifondista sangue blù proprietario di tutto ‘sto bendidio: decide di vendere ai classici palazzinari che ci vogliono fare il classico scempio edilizio da smerciare a peso d’oro."; e: “Ma ciò che più di tutti risultava sbalorditivo: era il profumo."

Lo stile continua ad essere gradevole, accattivante, scorrevole come un reportage, in cui il lettore si trova ad essere il compagno che sta a fianco del protagonista, trascinato dentro questo viaggio che ci mostra una parte della Puglia dove le ferite di uno scempio perpetrato dall’uomo si acuiscono nel momento in cui si rivelano inferte ad una bellezza superba e rimasta incontaminata per secoli: “già il panorama del golfo di Gallipoli è devastato da un grattacielo per decenni abusivo e adesso condonato che si erge sull’estrema propaggine della baia, un po’ prima dell’isola di Sant’Andrea, e che pare un arpione conficcato sulla coda della balena". Per non parlare delle discariche inquinanti, dei “fusti radioattivi sepolti nello Ionio fra il Salento e la Calabria", “la pesca con le bombe e lo sventramento del fondale a colpi di martello e scalpello operato dai pescatori di datteri marini", nonostante la zona sia protetta dal Parco Marino, “i tantissimi ripetitori delle compagnie telefoniche". Eppure di tutto questo degrado “non potrebbe fregare di meno a nessuno, delle antenne, del porto, delle discariche abusive." Di chi è la colpa? Certo: della speculazione selvaggia, ma guardate il ritratto di questa madre che ci dipinge Romano che, lo ricordiamo, è insegnante di inglese in una scuola elementare. È la madre di Crocefissa, una bambina ritardata che ha bisogno del sostegno: “Al centro della fronte aveva un ciuffo mesciato di rosso carota identico a quello della figlia. Un chiodo di pelle nera le fasciava la pancetta quarantacinquenne. Si lamentava perché le insegnanti di sostegno hanno scritto sui verbali che Crocefissa, in quarta elementare, sta iniziando a distinguere le vocali dalle consonanti nonché a scrivere in corsivo le prime frasette. Eh no, dice lei, ché se continuiamo così le tolgono il sostegno, e questo significa che prima o poi mi tolgono anche la pensione d’invalidità che percepisco io per lei la quale rappresenta l’unico nostro mezzo di sostentamento. E poi se n’è andata, dalla finestra l’ho vista mettere in moto lo scooter 50 senza marmitta truccato a 125, indi accennare un’impennata con la ruota anteriore per poi sparire in una nuvola di fumo nerissimo."
Di persone così, si sa, è pieno il mondo, nei nostri tempi; perfino all’interno del Comitato che si è costituito per la questione del porticciolo, accadono cose strambe, come la fuga di Esmeralda, amica di Porfidia (Porfi), la donna del protagonista, che è sparita all’improvviso e con chi? Nientemeno che con “Salvatore dei diesse", colui che ha avuto l’incarico dell’addobbo floreale della sala della Conferenza dei Servizi che si terrà l’indomani. Dice Porfidia: “ti rendi conto che quei due si amano davvero?" e “Che lei non immagina che ‘sto Comitato contro il porto è divenuto a sua volta un porto di mare e che dai porti partono le barche di salvataggio se qualcuno si perde al largo? Ok? Lei non immagina che venti persone la stiano cercando insieme ai suoi fratelli e a suo padre. Manca da ieri sera." È, questa, la parte in cui il reportage si volge in romanzo, dando vita a una storia breve ma intensa, che penetra nella intimità dell’animo umano e imprime un significato assai profondo a tutta la vicenda. Fino a questo momento, infatti, i personaggi erano colti nella loro lotta esteriore, erano, le loro, manifestazioni corali di una protesta civile contro la prepotenza dei poteri forti; ora si rivelano individui con le loro paure e i loro sentimenti. Una scrittura malinconica accompagna questa penetrazione lenta e dolcissima. Esmeralda e Salvatore esprimono quel disagio esistenziale che ci può colpire pur in mezzo ad una lotta, farci smarrire la ragione, avvolgerci nelle spire di una disperazione desolata che cancella ogni sogno e ogni illusione.
La Conferenza dei Servizi si terrà, sarà blindata; solo pochi ricevono l’autorizzazione a parlare, e si rivelerà l’espressione di una burocrazia formale aperta solo a chi conta, dimodoché si può dedurre che “la decisione finale non passi attraverso conferenze né attraverso organismi che discutono democraticamente, bensì si plasmi negli studi dei Potenti dopo aver consultato le norme sinallagmatiche dell’imperituro manuale Cencelli." Qualcosa, però, non deve andar bene nella spartizione tra i potenti, perché ad un certo punto i partiti che stavano a guardare, ora si schierano, con sorpresa di tutti, con il Comitato, anzi cercano di prenderne in mano l’iniziativa, contro le proteste di alcuni componenti che sentono odore di bruciato. Si viene a sapere, addirittura, che il proprietario ha ritirato il progetto. Non è possibile, qualcosa non quadra. Non è possibile, ossia, averla avuta vinta contro quei furbacchioni. L’autore inserisce qui, e a proposito, il ricordo del suo matrimonio e delle furberie a cui andò incontro, che consistevano nello spillargli il massimo possibile di soldi da parte delle autorità ecclesiastiche per ottenere l’autorizzazione a sposarsi in chiesa. Un capitolo esilarante che è, tuttavia, allo stesso tempo, denuncia impietosa di una corruzione che ha pervaso ogni cosa, perfino quelle da cui meno te l’aspetti.
La vita, insomma, è un continuo stare in guardia, una continua lotta, vedrete, e i potenti lo sono proprio perché non rinunciano, sono ostinati, non mancano di risorse e possono escogitare mille alchimie per realizzare i loro scopi. Ci si deve arrendere, allora? E perché mai? “Dobbiamo muoverci subito, [...] non c’è altro da fare."

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 18.03.06 17:27

Interventi

di certo lui non ha le idee chiare su come si scriva warhol. warhol, per l'appunto. l'imprecisione supponente mi irrita a morte.

Pubblicato da: Lu - 19.03.06 00:46

Ho provvedo a correggere, Lu. Probabilmente è un mio errore di battitura.

Perché scrivi: "l'imprecisione supponente"? Non ti è mai capitato - come può capitare a Romano o a me - di fare un errore di battitura e non accorgertene?

Quante volte mi capita con Stendhal, ad esempio!
A volte me ne accorgo e a volte no.

Un po' di indulgenza non guasta, quando è così evidente la natura effimera dell'errore :-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.03.06 07:51

Provveduto e non provvedo. Come vedi, insisto nel vizio :-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.03.06 08:31

Il lavoro di Livio Romano mi interessa perchè, mi pare, riesce a parlare del presente, di questioni reali, in una forma narrativa gradevole.
Complimenti per la scelta!

Pubblicato da: Paolo C@cciolati - 19.03.06 10:08

Proprio così, Paolo. Grazie. Spero di poterti accontentare ancora.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.03.06 10:57

Dovrò comprarlo questo libro. Poi lo confronterò con il mio vissuto di salentina. Poi, magari, ritroverò la mia lingua, il mio passato. E mi piacerà. Grazie per averne parlato.

Pubblicato da: ramona - 19.03.06 20:07

Grazie a te, ramona. Io credo molto nel "Rinascimento Pugliese", di cui, ad un certo punto, parla il libro. Siete, secondo me, tra le regioni italiane più vive dal punto di vista artistico. Come, del resto, la Lucania di Gaetano Cappelli. Vi devo fare i miei complimenti.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.03.06 20:29

Grazie Bart. Dal cuore. Questo mio libretto continua misteriosamente a viaggiare. In maniera sotterranea, girovagando di mano in mano (giri di prestiti incredibili), citato qua e là: è chiaro che, come ogni storia di lotta civile, qualcuno prima o poi ritrovi qualcosa della sua, lotta, di quella che in quel momento sta portando avanti. Un abbraccio.

Pubblicato da: Livio Romano - 19.03.06 20:31

E' stato bello leggerti, Livio. Ti ho immaginato a discutere dentro la "sezione" o a rivolgere lo sguardo al golfo di Gallipoli, deturpato dal grattacielo...

Un abbraccio anche da parte mia.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.03.06 21:00

l'ho letto appena uscito. non me ne perdo uno. mi ricordo che per non lasciare l'atmosfera salentina ho cucinato una pasta cercando di ricreare i frofumi e i gusti dei luoghi descritti, come se in quel chisco ci fossi anch'io. condivido tutto:forma, fluidità e idee. aspetto il prossimo. ciao

Pubblicato da: pia, VERONA - 20.03.06 06:51

bellissimo pezzo bart!
hai scritto, grosso modo, le cose che sentii la volta che mi capitarono tra le mani i primi racconti di livio romano. me li aveva passati il grande michele trecca con l'aria furbetta di chi ti dà qualcosa di prezioso senza dirtelo: vediamo se te ne accorgi.

e cacchio che me ne accorsi. questo giovine aveva scritto delle storie di pazzo realismo contemporaneo. finalmente non c'erano cadaveri e ammazzamenti e storie di sante inebriate di rosmarino, e pulp - leggi come è scritto - in preda ad estasi necrofile ma semplici storie, cazzutissime storie come se ne vivono nei paesi del sud, e dovunque, i giorni e le notti, ma soprattutto le notti, su vecchie auto scassate, raccontando di pedinamenti sentimentali, belle shampiste e disegnatori arricciati e tutto il repertorio dei nuovi soggetti terroni a contatto con la modernità: che c'è di più epico di un suddista che con la modernità si confronta infatti? cioé, signori, qui si sta parlando del racconto di costume che si può ancora scrivere e leggere specie se a scriverlo è uno come livio romano, che nonostante il nome da proconsole, ha uno "stile spigliato, ricco di verve" come tu, bart, annoti. uno cioé, che scrive moderno, insomma, e senza deprimere il lettore con le menate apocalittiche degli snob di lungo corso - tipo un vassali. per inciso: questo scrittore piemontese con i baffi ha fatto la grande scoperta di come le automobili ci abbiano "disumanizzato". oddio! la notizia è sconvolgente. che posso dire io, che a me le macchine mi piacciono. non solo quelle da sogno -e ce ne sono certe che sono delle sculture - ma anche le giardinette tipo quella di livio, piena di terriccio e zappe e olive (?). ma forse lo scrittore piemontese con i baffi se ne sta sempre rintanato - certo è uno che vive appartato - nella sua casa con giardino in campagna. per questo forse scrive sul suo libro di racconti(?) "per volontà dell'autore questo romanzo - ma se non sono nemmeno racconti - non partecipa a premi letterari". come cazzo ci andrebbe a ritirarli, sennò.

Pubblicato da: gaetano cappelli - 20.03.06 16:58

Quello che dico sempre, discorrendo, è che è una vergogna che questo libro sia passato inosservato. Qualche settimana fa ho letteralmente scaraventato per terra un libraccio mondadoriano incensato da tutti (e io i libri li rispetto, e rispetto tutti quelli che si squadrano il culo su una sedia per costruirli invece di andarsene a zonzo come tutte le persone sane di mente) però davvero era una scrittura così pesante e vecchia e farraginosa e inconcludente e ripetitiva che non ho resistito. Naturalmente l’inscusabile gestaccio era indirizzato ai critici, mica alla povera autrice.
Scriverle, però ste cose, ti fa sentire in una posizione falsa. Oddio no, la solita lamentazione terronica. Che poi se mi metto su questa strada dovrei lamentare che pure il mio è passato inosservato e davvero finiamo nella più bieca autoreferenzialità.
In ogni caso questo libro va consigliato a tutti e rigorosamente prescritto a ogni salentino.

Pubblicato da: Elio Paoloni - 20.03.06 18:30

Ah le macchine! Giusto Gaetano: sculture. Oggetti meravigliosi. No, non la mia carcassa Fiat. Le Chrysler decappottabili. La Ford Mustang. Queste nostre "spose tecnologiche" come diceva quel geniaccio di Mc Luhan. Vi immaginate se ora, qui, in casa Mozzi, cominciassimo a discettare di automobili? Anche tu Argentina d'una argentino, come direbbe Lanzo. Qual è la vostra auto dei sogni? Io lancio la palla. Jaguar coupé.

Pubblicato da: Livio Romano - 20.03.06 21:58

Grazie anche a te, Gaetano. Aspetto l'uscita del tuo prossimo libro.

Elio. Ho messo nel carrello di iBS il tuo Piramidi.

Livio, so che sta per uscire il tuo nuovo libro.

In bocca al lupo a tutti e tre.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 20.03.06 22:55

e io che di macchine non ci capisco un tubo, che proprio non le riconosco, mi vengono davanti solo per il loro colori e una vaga forma geometrica, io che ho una Polo del 95 e non la lavo nemmeno ché mi sembra uno spreco, posso parlare lo stesso? io, questo Livio qui, l'ho prima casualmente conosciuto di persona, poi letto, poi ritrovato, approfondido, scelto. la sua scrittura è proprio un modo d'essere, una ruota di bicicletta che gira vorticosamente con lo stesso ritmo del suo quotidiano pedalare. L'oggi, esattamente così come è. Una gran faticaccia, lo so, ohè, però: vuoi mettere che risultati!!
elisa

Pubblicato da: elisabetta liguori - 21.03.06 09:44

ho letto proprio domenica sul settimanale «Diario» (http://www.diario.it) delle intimidazioni ricevute dalla redazione del mensile «Il tacco d'Italia» (http://www.iltaccoditalia.info) per le inchieste fatte.
marzo ha come tema del mese "Il Salento affoga nel cemento".

Pubblicato da: monica - 21.03.06 10:50

"avrebbe preferito farsi dare un passaggio su una dodge demon scassata, con il tubo di scarico che strisciava sull'asfalto facendo scintille. le piacevano le amacchine con la marmitta che rombava, macchine con fiamme dipinte sulle fiancate, macchine da cui lo stereo era stato rubato e sostituoito da un mangianastri da 9.95 dollari con su pezzi dei deep purple e degli yes registrati dalla radio. le piacevano le macchine con il portaoggetti pieno di cassette, pacchetti di sigarette accartocciati, profilattici e manuali del guidatore bruciati dall'acido delle pile."
che ve ne pare di questa dodge demon rubata al libro di esordio di adam langer "i giorni felici di california avenue"

Pubblicato da: gaetano cappelli - 21.03.06 11:18

"non l'aveva mai voluta veramene. lui cercava la duecavalli: quella sì che aveva il suo fascino. una storia. ma quando andò a cercarla non la trattavano più: si lanciava la dyane. e quella aveva preso, redarguito poi da antoine in calata estiva: "noo, la dyane in francia ce l'hanno solo i vecchi, gli impiegati". ma il motore era quello e il coricamento laterale anche: i familiari si irrigidivano spaventati e maria, al primo tratto collinoso aveva finito per vomitare."

anche questa dyane, appena rubata a un racconto inedito di elio paoloni, non è male: avvicinarsi a un sogno - la duecavalli - scoprendo poi che ci si è presi una sola. è un po' così che va la vita.

Pubblicato da: gaetano.cappelli - 21.03.06 16:49

Un saluto a Cappelli, a Romano, a Paoloni, di cui apprezzo l'impegno e la scrittura. Meriterebbero ulteriore appoggio editoriale.

Domenica sera guardavo un programma di Corrado Jacona sui mali della sanità italiana. Di scena c'era la Puglia, con storie di morti in ambulanza dopo un'odissea di ore, di 'interessamenti' di qualcuno per l'arrivo di un'autolettiga, di un centro oncologico costruito in 20 anni, delle sue sale operatorie avveniristiche e inattive, di pazienti ammassati e in attesa di una chemio somministrata da un eroe: un medico che si prodiga senza aiuto e rifiuta visite extra moenia da 180 euro l'una.

E perciò, fortuna per il Sud che ci siano scrittori che abbiano mente e cuore per testimoniare. La letteratura di impegno civile del duemila parla pugliese, lucano, siciliano, campano.
Salvo rari e illustri casi, mai successo.

Saluti e sempre complimenti a Bartolomeo.

Pubblicato da: Carlo Capone - 21.03.06 19:14

Grazie, Carlo.

"E perciò, fortuna per il Sud che ci siano scrittori che abbiano mente e cuore per testimoniare. La letteratura di impegno civile del duemila parla pugliese, lucano, siciliano, campano.
Salvo rari e illustri casi, mai successo."

Parafrasando Romano, si tratta di un vero e proprio Rinascimento, di cui andare orgogliosi.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 21.03.06 19:19

*Porto di mare* è un bel libro, credo che stia girando, ma soprattutto credo che stia arrivando nelle mani giuste e *influenzando* a dir poco.
Che un giovane scrittore come Livio - al di là dell'età (caracolla a tutto spiano verso i quaranta, il ragazzone) -, cioè uno scrittore con sostanzialmente solo due libri alle spalle fatta eccezione per qualche racconto e gli articoli sparsi, si ritrovi ad essere una sorta di punto di riferimento per i giovani scrittori del sud: tutto ciò è bello e importante...
Penso a come il suo *Mistandivò* ha influenzato alcune scritture giovanili, ad esempio *I lanzilotti* del giovanissimo salentino Francesco Lanzo, o come proprio *Porto di mare* contenga alcuni germi ispiratori del bellissimo *Sahara Consilina* dell'altrettanto giovane calabro-lucano Vincenzo Corraro (che non a caso, cita proprio *Porto di mare* nel suo romanzo).
C'è poi tutta una linea reportagistica della letteratura meridionale di fine e inizio millennio, che va da *La città distratta* di Pascale passando per *Porto di mare* di Romanzo e arrivando al libro d'esordio di un'altra promettentissima penna meridionale, Roberto Saviano (di cui a mesi dovrebbe uscire una raccolta di racconti - *Gomorra* - per Mondadori Strade Blu), il quale annovera anche lui il manigoldo di Nardò tra i suoi amici-maestri.
Ci sarebbe poi da riflettere su questa linea reportagistica della letteratura meridionale contemporanea, che dà il senso e la misura di una necessità di testimonianza mai morta ed ereditata, pur nelle rielaborazioni, dal neorealismo del dopoguerra. Con tutta la differenza che può passare, inoltre, tra il *reportage-narrativo" alla Pascale e il *racconto-reportage* (definizione con cui Saviano definisce i propri lavori) alla Romano.

Pubblicato da: Graziano Dell'Anna - 22.03.06 09:58

aggiungerei un dato: "porto di mare" lo si può idealmente mettere a confronto con "rimini"(scusate se parlo sempre di tondelli)di pier vittorio tondelli. il libro di romano attraverso il microcosmo di porto selvaggio racconta anche di una presa di coscienza collettiva, quella appunto di non voler ridurre la propria terra al canonico non-luogo carnevalizzato del turismo di massa. proteggere serra cicora, porto selvaggio e documentarlo con questo romanzo è il segno inevitabile della riscoperta della differenza dell'idea di sviluppo entro cui può sperare di sopravvivere il salento nel quale viviamo.
per questo è pensabile anche un certo "meridianismo" di romano, intendendo con esso il sentimento diffuso di considerare le nostre terre non come "un non-ancora dello sviluppo",un qualcosa da antropizzare direbbero i geografi, bensì come terre e luoghi che bastano già a se stessi e anzi meritano di essere tutelati dal dilagare del cemento.
la scrittura di romano poi appare sempre più normalizzata, dopo gli ottimi funanbolismi di "mistandivò", proprio per iniziare a scavare in presa diretta nella realtà che viviamo.
(ottimo graziano come sempre)
ciao a tutti

Pubblicato da: daniele - 22.03.06 11:25

ha ragione elio quando dice che questo libro va consigliato a tutti. cavoli, ragazzi. altro se non lo abbiamo fatto girare, ma anche quell'estate mi ricordo che rimorchiavamo e un giorno ci capitarono queste ragazze di torino che cercavamo di disilludere di tutte le solite tiratere parolari come Salento-sole-mare-vento che finivano in qualche pizzicata di turno in qualche piazzetta con le luci arancioni e il vino pessimo a darcelo gratis le amministrazioni comunali. le portavamo in giro con questo libretto come guida che ci faceva sembrare, poi, nella ricercatezza delle nostre serate misuratamente snob profondamente popolani e giustamente indignati con quanto cicaleggiava attorno. poi di Yaris non ne avevamo tra di noi, io, gaetano, avevo preso le chiavi della Fulvia Coupè amaranto di mio padre e con la bionda accanto i finestrini abbassati e musica americana a trillare dalle case ce ne andavamo il più lontano possibile. la letteratura serve sempre.

Pubblicato da: Francesco Lanzo - 22.03.06 14:00

..."è chiaro che, come ogni storia di lotta civile, qualcuno prima o poi ritrovi qualcosa della sua, lotta, di quella che in quel momento sta portando avanti." Hai ragione, Livio. Questo tuo libro è bello e importante e necessario. Io una volta me lo sono persino portato in consiglio comunale per fare il mio bell'interventino sopra le righe, ironico, d'effetto e di critica! Non sai le accuse che mi sono preso, ché dice che io sparavo a zero con le mie "poesie"! E' proprio diverso il nostro mezzogiorno, se letto in un altro modo. Narrazione e reportage: ci credo ancora. Perché fino a quando non ci mettiamo l'anima in pace, c'è sempre qualcosa di urgente da raccontare. Te lo dico col cuore dal mio microcosmo sconfinato.

Pubblicato da: vincenzo corraro - 24.03.06 12:02