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02.03.06

La maman

di Stefania Nardini

mani_metro.jpgIl metrò va. Trascina nella sua corsa matasse di pensieri.
Lei è seduta sullo sgabello accanto alla porta che si apre, si chiude, si apre di nuovo ad ogni fermata. E’ tardi. E alle stazioni delle periferie c’è la Parigi stanca.
Lei è avvolta in un impermeabile di plastica imbottito. Nero e senza forme. Come il corpo che avvolge.
Un corpo provato, accasciato su quello sgabello, che di vivo ha solo il lembo di una capulana multicolore che le fuoriesce lungo il polpaccio.
E’ una maman. Forse della Guinea, del Madagascar o giù di lì.
Dorme.

La testa abbandonata è perpendicolare ai piedi, visibilmente gonfi, ingentiliti da un paio di babbucce azzurre che la difendono dal freddo grazie ai calzini di lana.
Ha fatto anche la spesa la maman.
Le buste dei discount sono sotto il seggiolino. E la porta si apre, si chiude senza interrompere il suo sonno.
La fisso da quando sono salita. E mi piace immaginarla mentre danza felice con la sua gente.
Corpi africani, la sua gente, provati da un freddo sconosciuto e straniero, che dopo guerre, colonizzazioni, fame, sono qui a riprendersi un pezzo di pane avanzato dal grande banchetto.
Davanti alla maman che dorme stanca, provo umiliazione.
Ripenso ai pummaro’ della provincia di Napoli assoldati per quattro lire a lavorare nei campi. Al mercato degli schiavi della mattina all’alba con i caporali che li selezionano.
I più forti, i più piazzati. Neri. Anonimi. Obbligati a dimenticare l’identità. Di essere medici, piuttosto che ingegneri.
Le braccia. Solo le braccia.
Un ricordo, il mio, di qualche anno fa quando per il mio giornale andai a esplorare quel mondo al limite dell’umano.
Ero nella provincia di un Sud dell’Italia dove si stava aprendo un’ennesima ferita: a un esercito di poveri se ne stava aggiungendo un altro e da un altro Sud del mondo. E poi, la camorra, le pistole i morti...

A un tratto la frenata del treno scuote la maman. Si sveglia, guarda fuori. Si stropiccia gli occhi con le mani e si lascia andare ancora un po’.
Mi viene da pensare che qui a Parigi gli bruciano i centri d’accoglienza. Moiono nelle fiamme. Quasi a volerne esorcizzare la presenza. E a fuoco si è aggiunto fuoco. Con le bande dei guaio’ che hanno bruciato le auto. Rivendicando un’uguaglianza di consumo, nel paese del consumo, nella città di Louis Vuitton e delle cité dove il coraggio è sopravvivere alla vita.
Poi il ruggito del primo ministro, e tutto è rientrato. Ha vinto la Francia delle garanzie sociali, del salario minimo garantito, della locazione familiare, dei sussidi. Ha vinto l’antico ricatto.

E gli altri? I sans papiers, quelli dei mariages blancs? Si profila il terrore. Solo questo. Si moltiplicano i controlli per verificare se una coppia è realmente sposata o lo è soltanto in nome di un permesso di soggiorno.
Si controlla.
Si controlla con le videocamere nei quartieri considerati pericolosi, si controlla fuori i bar, selezionando i controllabili, si controlla sui pullman.
Mancano due fermate al mio arrivo a Robespierre, e la maman è sempre là con i piedi gonfi e i bustoni della spesa.

Mi è venuto in mente l’ultimo romanzo di Philippe Claudel, La nipote del signor Linh (Ponte alle Grazie), la storia di un uomo che arriva nel porto di una città francese a bordo di una nave stringendo a se la nipotina di pochi mesi.
Viene da un paese lontano il signor Linh e il suo villaggio è stato distrutto dalla guerra.
E’ solo. Nessuno capisce la sua lingua. Soltanto il signor Bark, vedovo e altrettanto solo, gli regala la sua amicizia incontrandolo seduto sempre alla stessa panchina.
Un’amicizia che nel romanzo di Claudel diventa il riscatto alle rimozioni e ai colpi di spugna: "Vi chiedo perdono, signor Tao-lai, perdono... per tutto quello che ho fatto al vostro paese, al vostro popolo. Ero soltanto un ragazzo, uno sciocco ragazzo che ha sparato, ha distrutto, che probabilmente ha ucciso...".

Qualche volta il ruolo della letteratura è anche questo. Una frase capace di restituire dignità a un uomo simbolo di altri uomini.
Un po’ come la maman con l’impermeabile di plastica, che nel metrò di Parigi dorme, pensa, e ha anche il diritto di sognare.

[Note. La "capulana" è, mi ha spiegato Stefania, "quel pezzo di stoffa colorato che le donne africane usano come gonna o per avvolgere i bambini". La foto in alto è un particolare di una foto trovata qui. gm]

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 02.03.06 11:20

Interventi

Altro bel pezzo, Stefania. Complimenti. Sai ben raccontare.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 02.03.06 11:39