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19.03.06

I libri di Lorenzo Licalzi, e altre divagazioni

di Emanuele Pettener

[Tutti gli articoli di Emanuele Pettener in Vibrisse]

[Su Lorenzo Licalzi vedi anche, nella Bottega di lettura: Leggere e interagire, di Ramona. gm]

Stavo a Firenze, l’estate di due anni fa.
Firenze, poveretta, era stravolta dal caldo e dai turisti, fisicamente sciupata, stanca, e anch’io, ma non dal caldo né dai turisti, bensì da Non ti Muovere e dalla Misteriosa Fiamma della Regina Loana. Davvero. Preso in trappola, strangolato. Tra la greve gravosità della Mazzantini e i ricordini in salsa semiotica di Eco. (Ricordini zeppi d’errori di stampa, detto per inciso, cosa semioticamente interessante sul valore che autore e casa editrice hanno attribuito al libro.)
La Mazzantini passi, perché dalla serietà asburgica con cui mi fissava dalla fotografia sul retro di copertina (zigomi alti, occhi tempestosi) avevo capito subito che c’erano guai all’orizzonte, capisco sempre la qualità di un romanzo dalla foto dell’autore, e lì ho capito subito che si trattava di una donna che vuol farti vedere che sa scrivere come un uomo, anzi meglio, che sa dire cose volgari, come un uomo, cose tristissime, come un uomo, essere noiosa, come un uomo, e che è una scrittrice anche se fa l’attrice.
Ma Eco! Dio mio, io di Eco avevo una memoria eccellente, l’estate di sei anni prima, avevo rotto con una ragazza (non una ragazza qualsiasi) sicché mi ero chiuso tre giorni in monastero, tre giorni corroboranti, fuori l’estate bollente e il mondo e la mia ragazza, dentro io, rinchiuso al fresco della mia cella, in un angoletto col mio Nome della Rosa.
(E qualche tempo dopo Eco l’ho anche intervistato, fu gentilissimo, gli dissi che Il Pendolo di Foucault mi piaceva più di ogni altro suo romanzo e lui rimase estasiato da questa mia preferenza, perché anche lui lo preferiva a ogni altro suo romanzo, il che naturalmente mi gratificò moltissimo, ero davvero soddisfatto del mio acume critico, della mia coscienza analitica, considerato poi che Il pendolo di Foucault non l’avevo letto.)

Ma torniamo all’estate di due anni fa. Siccome non avevo niente da fare, me ne sono andato alla libreria Chiari, che è un posticino bellissimo, scendendo lungo Via dell’Oriuolo – anche il nome della via è bellissimo – pieno di libri sparpagliati ovunque, con gran sconti, altro che L’Eterna Fiamma della Regina Loana (che però ha gli errori di stampa). In un catino di pietra stavano alcuni libri quasi regalati. Ho pescato Non so (Fazi, 2003) di Lorenzo Licalzi, due euro. In copertina c’erano dipinti due ragazzi in Vespa, sono andato a vedermi la foto di Licalzi alla fine del libro, andava bene, l’ho comprato.

Non so è la storia di un giovanotto indeciso che diventa padre, una commedia briosa, rapida, che ti strappa risate autentiche – finché, quando meno te l’aspetti, muta in tragedia. Un colpo di scena fra capo e collo. Stessa cosa nel libro d'esordio Io No. (Fazi, 2001). In quest'ultimo la parte tragica risulta meno convincente che nell'altro, le tragedie non sempre vengono bene.)
Non vi dirò come vanno a finire, se la tragedia ridiventa commedia, per non togliervi il gusto di leggervi due libri piacevolissimi, piacevolissimi di per sé, ma anche perché uno vuol proprio veder come va a finir, come diceva Vasco Rossi. La cosa bella di questi due romanzi è che Licalzi si è divertito molto a scriverli, è evidente, ed è un divertimento che si trasferisce a chi legge. Si è divertito così tanto che in entrambi i romanzi, e anche in quest’ultimo Cosa ti aspetti da me? Licalzi non si è accorto che il romanzo era finito da almeno venti pagine, fisiologicamente e perfettamente finito, e invece ha continuato ad aggiungere cose inutili. (In Non So Licalzi aggiunge un epilogo in cui parla dell’11 settembre che c’entra come i cavoli a merenda e poi addirittura un post scriptum.) Èun problema che Licalzi deve risolvere nei prossimi libri, o qualcuno glielo deve dire, “Guarda che il romanzo è finito, smetti di scrivere". Mi chiedo a cosa servano gli editor.

Dopo una così gustosa esperienza, sono andato più volte in libreria con lo scopo preciso di comprarmi il terzo libro Il Privilegio di essere un Guru (Fazi, 2004). Più volte, sì, senza riuscire a comprarlo mai, per i motivi più banali e astrusi: una volta mi son scordato il portafoglio, un’altra volta la fila alla cassa mi ha stremato solo a guardarla, un’altra un incontro inatteso mi ha trascinato via in un vortice di ricordi e whisky (Bella questa. Mi fa venire in mente la canzone di Guccini: rincorrendo l’incontrai lungo le scale/ quasi nulla mi sembrò cambiato in lei/ la tristezza poi ci avvolse come miele/ per il tempo scivolato su noi due…)
Questo per dire che noi c’illudiamo di scegliere e leggere i libri che vogliamo almeno quanto c’illudiamo d’essere artefici del nostro destino. I libri vengono a noi quando vogliono loro. Come i pensieri, per Nietzsche, secondo il quale Io penso è uno svarione grammaticale, e secondo me anche Io leggo. In realtà siamo letti. I libri leggono noi e poi mettono tutto in piazza, fanno di noi recensioni crudelissime, svelano dettagli che non sapevamo.
Anche perché, sia detto a nostra discolpa, i libri vengono a noi non sempre al momento giusto, quando siamo nelle condizioni psicofisiche adatte per assaporarli, spesso al momento sbagliato, almeno sbagliato per noi, quando non possediamo – per età, per stanchezza, per mancanza di tempo – testa e cuore e occhi e cervicali per goderne.
Sicché noi crediamo di dare un giudizio su un libro, magari recensirlo, ma sono i libri che giudicano noi e ci recensiscono. I libri sono critici impietosi. Io ancora mi vergogno dell’analisi testuale che Guerra e Pace ha fatto di me quand’avevo vent’anni!

Non So e Io No hanno un gran pregio: l’autore non vuol far letteratura. Quello che gli interessa è raccontare una storia, in modo efficace e divertente. Non So e Io No hanno un gran difetto: l’autore non vuol far letteratura. Nel senso che in questi primi due libri di Licalzi le parole descrivono il tale oggetto, la tale situazione, la tale emozione, ma non li creano, non li inventano. Inoltre l’autore non si cura del fatto che per ogni oggetto, situazione, emozione esiste una – ed una sola – parola. La parola descrive se stessa ed è insostituibile. È la parola corrispondente – ma ce n’è una, i sinonimi non esistono [come spiega amabilmente Aldo Busi in Dritte per l'aspirante artista (televisivo) di cui si è parlato in Vibrisse qui ]

Licalzi riesce a fare il salto di qualità con Cosa ti aspetti da me? (Rizzoli, 2005). Licalzi si mette alla prova: sceglie come argomento la vecchiaia, qualcosa che conosciamo benissimo tutti quanti, come realtà nostra o dei nostri cari, come paura o rivelazione quotidiana: una ruga, una foto, una musica antica, il matrimonio del nostro migliore amico, gente che comincia a morirci attorno, Baggio che smette di giocare. Qualcosa su cui era difficile dire qualcosa di nuovo. È la storia di un vecchio fisico in ospizio, ed è una storia d’amore. È una storia intrinsicamente tristissima , che bisogna leggere da giovani, quando la vecchiaia è ancora sufficientemente lontana da non metterla a fuoco, da considerarla cosa d’altri, oppure da vecchi che se ne infischiano della vecchiaia. È un romanzo bellissimo, scritto con delicatezza, con arguzia, con impietosa compassione. Anche qui si ride, e si soffre. Ma era difficile, così difficile raccontare la pateticità della vecchiaia senza essere mai patetici! Con straordinaria finezza psicologica (malgrado di professione Licalzi sia psicologo), con poesia, con grande saggezza archittettonica e senso del tempo nell’orchestrare azione, dialoghi, riflessione, angoscia, cinismo e umorismo. E alla fine (che di fatto avviene venti pagine prima che Licalzi se ne accorga) se ne esce rigenerati, incredibile a dirsi, diventa quasi un libro pedagogico, che apre fessure pericolose nella nostra sensibilità moderna (alla costante ricerca di frasi fatte per esorcizzare la vecchiaia) dove s’impara qualcosa e - Dio mi perdoni - forse ci s'illude di cambiare un po’.


Pubblicato da Emanuele Pettener, il giorno e l'ora: 19.03.06 22:05

Interventi

Letto con piacere. Una piccola bacchettata sulle mani, mi pare.

"In realtà siamo letti. I libri leggono noi e poi mettono tutto in piazza, fanno di noi recensioni crudelissime, svelano dettagli che non sapevamo."

C'è un blogger che la pensa un po' come te:
www.letturalenta.net (è Luca Tassinari, trovi il link a destra, sotto Vicinanze)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 19.03.06 22:43

"La Misteriosa Fiamma della Regina Loana" è un grande spaccato semiotica della memoria, di memoria, quella che è limbo tra passato e presente. Chissà perché sempre a dar contro a Umberto Eco: dovremmo portarlo in palmo di mano, esser fieri che c'è chi fa letteratura, ed invece ci stroppicciamo occhi e orecchie.

Mah!

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.03.06 00:25

Caro Emanuele,
l'estate scorsa mi venne chiesto - da una pregevole associazione culturale di nome Joseph di Thiene - di presentare in una serata pubblica una serie di libri. La Biblioteca Mondadori della stessa città aveva proposto una ventina di titoli e io ne scelsi 10. Fra questi, c'era "La misteriosa fiamma della Regina Loana". L'incontro avvenne in una calda serata estiva e io pensavo che non sarebbe venuto pressoché alcuno. Invece mi ritrovai ascoltato da oltre 130 persone che, dagli interventi, sembravano - in maggioranza - sensibili alla lettura e interessate ai libri proposti. Molti dei presenti mi chiesero se il libro di Eco fosse interessante e se valesse la pena leggerlo. Io risposti che - dal mio punto di vista - era un libro di grande intelligenza e costruito con delle precise regole letterarie, semiotiche e allegoriche. Poi, preso dall'entusiasmo - lo ammetto -, mi misi a chiacchierare con un gruppetto di loro fino a tarda notte sui significati "nascosti" del volume. Ecco, credo che Eco, conscio delle proprie capacità e competenze, abbia creato un grande "gioco" letterario e lo abbia costruito con solidità e sfrontatezza. Richiede una lettura completa e complessa - sempre dal mio punto di vista - ma, per contro, offre una nutrita serie di soddisfazioni a chi ci si cimenta. Un saluto,

Pubblicato da: Fabio Fracas - 20.03.06 14:35

Molto ben detto, caro Fabio. Molto ma molto ben detto.

Cari saluti.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 20.03.06 17:13

Ciao Fabio (che bizzarro ritrovarsi, dopo qualche anno, in questi luoghi...)
Son passati due anni dacche' ho letto il libro di Eco, ma voglio dire a te e a Giuseppe quel che allora mi lascio' deluso della Misteriosa Fiamma.
1) Eco parlava della sua esperienza, senza che io riuscissi a farla mia, dei suoi ricordi, senza che questi potessero diventare anche i miei. Mi raccontava dei fatti suoi ma, soprattutto a causa del punto 3, non riusciva ad incuriosismi. (Benche' io sia un grande amante del gossip)
2) Le riflessioni (esistenziali, sociali) mi sembravano banali. Da Eco mi aspetto un pensiero vibrante, mi aspetto d'imparare. 3) Quel che ricordo come imperdonabile, tuttavia, era la sciatteria della prosa. Tremenda, frasi pesanti, grigissime come il cielo d'Alessandria. Ecco, son curioso di sapere la vostra opinione, Fabio e Giuseppe, su questo: per me e' un libro scritto senza alcuna cura, non solo come archittettura, ma in ogni singola frase. Quasi fosse stato scritto di getto e mai riveduto.
E non e' forse questa la cosa piu'importante aldila'dei significati reconditi, dei giochi letterari?
E ad ogni modo Fabio, sarei curiosissimo di conoscere le regole letterarie, semiotiche e allegoriche alle quali alludi. Credo che dovresti scriverci un articoletto. Son disposto, credimi, a farmi condurre verso i significati nascosti del romanzo,davanti ai quali son cieco. E: ma un gioco letterario ha regole diverse da un romanzo? Un gioco letterario s'inserisce nella storia del romanzo e va giudicato all'interno di essa o s'inserisce all'interno della storia dei giochi letterari?
Grazie, e ciao!

Pubblicato da: Emanuele - 20.03.06 19:50

Caro Emanuele,

non è bizzarria - dal mio punto di vista - è tike. Riguardo al punto 1) direi che non si tratta "solo" di una sua (di lui) esperienza quanto, piuttosto, di un ricordo "generalizzato" che si adatta a una precisa "classe" di persone accomunate da alcune caratteristiche di età e di cultura. Classe alla quale - direttamente - Eco intende rivolgersi. E che Eco scelga di rivolgersi solo a un qualcuno specifico, e non a tutti - indipendentemente da come la si pensi al riguardo -, è dichiarato, per esempio, proprio nelle frasi iniziali di quel "Il pendolo di Foucolt" da te menzionato. Te le riporto: "Solo per voi, figli della dottrina e della sapienza, abbiamo scritto quest'opera. [...]".
Il proseguo dello stessa apertura risponde al tuo punto 2) "[...] Scrutate il libro, raccoglietevi in quella intenzione che abbiamo dispersa e collocata in più luoghi; ciò che abbiamo occultato in un luogo, l'abbiamo manifestato in un altro, affinché possa essere compreso dalla vostra saggezza." E cos'è che è stato nascono anche in quest'ultimo libro? Di tutto. Molte cose le ho riconosciute, altre le ho intraviste, un'infinità ne ho perse. Di sicuro molto - nella mia limitatezza - è quello che ho imparato scrutando all'interno de "La misteriosa Fiamma della Regina Loana". Però hai ragione riguardo al punto 3): in alcuni punti la prosa è veramente pesante ma non si tratta di sciatteria. Si tratta di un trucco per metterci sull'avviso, sull'attenti. La prima pagina, per esempio, contiene brani "letteralmente" presi da "gente di Dublino" di James Joyce, "Le avventure di Gordon Pym" di Edgar Allan Poe, da "Viaggio in Antartide" di Jules Verne e altro ancora. Quando qualche frase "stride" è molto probabile che non sia stata scritta da Eco ma che sia uno dei ricordi che affiorano alla mente del protagonista. Una tautologia letteraria, sostanzialmente.
Tu mi chiedi di scriverci un articoletto. Come sai, sto dedicando oramai la maggior parte della mia vita alla critica - sia essa cinematografica, letteraria o musicale - e più studio e mi confronto, più mi rendo conto che non bastano articoli né saggi: che ogni "testo", in senso lato, merita un rispettoso approfondimento. Per questo motivo non scrivo più pezzi - se non volutamente limitati, cioè monotematici - che affrontino la complessità di un opera dedicandomi invece alla realizzazione di giornate di studio e seminari che mi permettano un confronto rilassato e compiuto con l'autore e il suo lavoro. Su Eco ho già realizzato due differenti giornate di studio godendomi il lusso di spendere - guadagnare - oltre 20 ore di chiacchiere e riflessioni su un unico argomento. Anche per questo motivo, ho fondato MacAdemia.
Ultimo punto: ogni romanzo, in quanto tale, - dal mio punto di vista - è comunque un "gioco letterario". Ogni romanzo, se ben scritto e meditato, ha regole proprie e soddisfa criteri propri e autonomi. Nel seicento e settecento erano diffusissimi i canoni enigmatici: al contempo opere appartenenti a uno stesso filone musicale eppure, per loro natura, non solo sempre diverse le une dalle altre ma anche ciascuna con se stessa. Quando si comincia a parlare di giochi letterari, allegorie, metafore, significanze, contenuti semiotici e altro ancora si spalanca lo specifico campo del "metalinguaggio". Certo, bisogna saper scrivere bene per affrontare una scrittura metalinguistica ma occorre anche saper leggere bene per poterla riconoscere. E qui si torna, gioco forza, alla scelta iniziale di Eco. A quel "Solo per voi, figli della dottrina e della sapienza, abbiamo scritto quest'opera. [...]".
Ne approfitto per un caro saluto a te e alla tua famiglia (so, complimenti!). Spero che potremo rivederci di persona in un prossimo futuro.

Pubblicato da: Fabio Fracas - 21.03.06 19:34

VAI EMA SEI TUTTI NOI

Pubblicato da: ALCHIM - 22.03.06 21:42

Ciao Fabio,
capisco quel che dici. Sarei pronto a farmi convincere. Credo che rileggero' La Misteriosa eccetera questa estate! E chissa'che non si riesca a discuterne assieme, di persona... magari anche con Alchim. Grazie, pure dei complimenti, e un caro saluto anche alla tua famiglia.

Pubblicato da: Emanuele - 23.03.06 18:46

"IO NO" e "NON SO" sono ironici, commoventi, coinvolgenti...due romanzi splendidi, che restano dentro. "il privilegio di essere un guru" è invece discontinuo: parte bene, poi si perde. devo ancora leggere l'ultimo,comunque sento dire un gran bene..

Pubblicato da: gian - 29.05.06 22:27