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27.03.06

Giuseppe Ferrandino: Pericle il nero (1993)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Ferrandino.jpgÈ il romanzo d’esordio di questo autore nato a Ischia nel 1958; stampato nel 1993 dall’editrice Granata Press passò inosservato fino a che il successo riscosso in Francia non indusse Adelphi a riproporlo nel 1998. Già conosciuto come sceneggiatore di fumetti (nel romanzo si farà cenno a Walt Disney e all’Intrepido), continuerà la strada del romanzo pubblicando nel 1999 Il rispetto (ovvero Pino Pentecoste contro i guappi).

Sappiamo subito chi è e che cosa fa Pericle Scalzone, detto “il nero”: “Ho trentotto anni. Sono un poco grasso e ho i capelli un po’ bianchi perché mia madre dice che pure mio padre li aveva. Di mestiere faccio il culo alla gente, stordisco la persona con un sacchetto di sabbia, la lego coi polsi vicino ai piedi a cavalcioni di una sedia o di un tavolo, e poi uso pasta antibiotica per fare scivolare il pesce. Giovanni il ricchione dice che la pasta antibiotica non serve a niente se uno si deve prendere l’aids, ma io non ci credo. Io dico che è sempre meglio l’antibiotico della vaselina, che ha pure un odore un poco schifoso. Non ho un gran pesce e non faccio mai molto male. D’altronde non devo fare male, io devo solo svergognare.”
Lavora – siamo a Napoli - per il camorrista don Luigino Sciosciammocca, detto Pizza, “che tutti lo chiamano così a causa delle pizzerie.” Compra pizzerie, infatti, costringendo i proprietari a vendergliele. Se resistono chiama Pericle il nero per convincerli. Ha anche un giro di prostitute, che, se si ribellano, se la devono vedere con Pericle, che Luigino chiama Pasquale, “perché Pericle lo fa ridere.” È una scrittura spiccia, quella che ci troviamo davanti, di pochi fronzoli, che assume gli accenti della lingua parlata (“Fuori alla chiesa”; “si è stato zitto.”; “Via Roma pure alle quattro del pomeriggio tiene traffico e le macchine certe volte ci passi in mezzo che non ci fai neanche caso, paiono pietre.”; “parlava più poco.”; “A me mi”; “Io, quando Nastasia urlava, mi pareva una pazza.”), assai scorrevole. Naturalmente, come si usa oggi, si fa strage del congiuntivo: “Il ragazzo pareva che dormiva.”; “aspettando che rispondevano.”; “come se dovevamo”; “prima che lo raggiungevo.”

Per muoversi in città ed eseguire gli ordini di don Luigino si serve di una vespa. Succede che per tacitare il parroco don Leone, che in chiesa sparla di don Luigino, uccide, o almeno crede di avere ucciso, Francesca Coppola, detta Signorinella, la sorella di un boss della malavita, don Ermenegildo, ora defunto, ma che aveva circondato di rispetto la sorella.
La Napoli che Ferrandino disegna è quella della povertà morale e materiale, nonostante il denaro che gira nelle mani dei boss. Luigino vive in un basso di “tre stanze e la cucina, più uno stanzino segreto per la droga.”, dalle finestre si vedono le gambe dei passanti; Pericle vive “con mio zio Andrea, la moglie Ludovica e il figlio Carmine. La casa ha due stanze, e in una dormiamo io e il ragazzino.” Non è la malavita sfolgorante di lusso quella che ci rappresenta, ma la malavita di quartiere, con i suoi piccoli appetiti, che per essere soddisfatti necessitano degli stessi strumenti delittuosi dell’altra. Ferrandino sceglie l’osservazione minuta degli avvenimenti, azione per azione; le minime cose sono segnalate e messe a fuoco: “Nel bar di Filuccio ho comprato le MS extralight e i cerini, e dopo sono andato a lato della stazione del municipio. Mi sono seduto vicino allo svincolo e mi sono fatto una canna. Il fumo era buono. Si sentiva già dall’odore mentre lo squagliavo.”
Il personaggio è sottoposto con questo metodo ad una scansione radiologica che ne mette in evidenza una apparente normalità. Passa le sue giornate oziando, come qualsiasi altro disoccupato del Sud, passeggia, osserva, saluta, è salutato, fa gli affari suoi e non dà confidenza al prossimo. Il delitto che crede di aver commesso non gli pesa più di tanto. Gli interessa solo sapere se don Luigino abbia sistemato tutto facendo sparire il cadavere di Signorinella. Ricevutone conferma, la vita continua come prima, come se nulla fosse accaduto di così terribile.
L’attenzione di Ferrandino per i particolari minuti e quasi insignificanti, segnala sempre un ritorno ad una apparente normalità ogni volta che si è compiuto un fatto che si deve nascondere. La coscienza si acquieta rapidamente, le azioni riprendono il loro corso naturale e quotidiano.

Pericle, con il suo sacchetto di sabbia che si porta sempre dietro, ogni tanto si diverte a derubare qualche commerciante; aspetta che esca la sera dalla bottega, che arrivi alla macchina, si guarda intorno per vedere che non ci sia nessuno, gli dà un colpo in testa con quel sacchetto, lo deruba del denaro, poi a calci rotola il corpo sotto la macchina. Quindi se ne torna in giro per la città, di notte. Quella volta che crede di aver ucciso Signorinella, ruba i soldi per svignarsela, giacché teme che gli amici di Signorinella gli facciano la pelle. Uccideranno lo zio Andrea e la sua famiglia, invece, non avendolo trovato. Glielo rivela don Luigino, che gli dice anche che in realtà Signorinella non è morta. Le cose si complicano, dunque. Ci si potrà fidare ancora di don Luigino? Comincia la fuga e comincia anche la caccia all’uomo. Pericle si nasconde dal cugino Alarico che vive a Battipaglia. “Con che gente ti sei andato a mettere, mannaggia alla testa tua!”, lo rimprovera. Capisce, così, che anche don Luigino, insieme agli altri, lo sta cercando per ucciderlo. Il fratello Socrate gli telefona per dirgli che non è vero, anzi: “Don luigino ha detto che se torni tutto si aggiusta.” Non ci crede. Lascia Battipaglia e va a Pescara, si fa “una mangiata di pesce.” Ferrandino continua a offrirci gesti e pensieri minuti del suo personaggio. Noi sappiamo che lo stanno cercando per ucciderlo, lo sa anche lui ed ha paura, ma la vita intorno si muove come nulla fosse e perfino i suoi gesti sono gli stessi di sempre, si susseguono uno dopo l’altro con la stessa monotonia. Perfino l’attesa di una morte violenta diventa una normalità: “La giornata dopo è passata più o meno alla stessa maniera. Ho fatto più o meno le stesse cose con la differenza che c’era la mattina come novità e sono andato a prendermi un caffè al tavolo. A mezzogiorno sono andato a mangiare gli spaghetti con le vongole e la sera sono andato a vedermi un altro film. Ogni tanto mi facevo una canna oppure fumavo una sigaretta.”

A Pescara conosce Nastasia, una polacca che è stata abbandonata dal marito, e ha tre figli grandicelli. Si insedia in casa sua. In realtà, si percepisce una incalzante solitudine che si insinua nel protagonista: “Se la sera vedevamo tutti quanti un film lei faceva commenti coi figli, ma non con me. Questo mi scocciava. Mi pareva che non mi rispettava molto.”
Sta una settimana in quella casa, poi la donna si annoia e gli fa capire che è tempo di andarsene: “Il fatto era che non mi vedeva intelligente.” Torna a Napoli, dentro gli cresce la rabbia: “Mi pareva di provare quello che provano Luigino e quelli come lui. Se conosci la gente puoi fargli fare quello che vuoi. Non servono armi. Se li conosci, puoi fargli dire a o b, puoi farli scannare l’uno con l’altro, puoi berti il loro sangue, puoi farli diventare merde.” Va a cercare don Leone, il prete che aveva aggredito su ordine di Luigino, e vuol sapere da lui “dov’è nascosta Signorinella.” Lo droga, lo minaccia, finché ottiene ciò che chiede. Cerca di vendere l’informazione a Carmelo Rosvino “detto o il Puzzolente, o l’Avvocato”, avversario di don Luigino e di don Gualtiero Rosvaldone, i due boss che lo stanno cercando per ucciderlo. Vuole venti milioni, ma si rende conto di essersi messo in un guaio. Intuisce, cioè, che l’avvocato è d’accordo con i due boss. Nascosto alla vista di due sicari dell’avvocato che lo stanno cercando, riflette: “Per i deboli ci sta la sopravvivenza solo sotto alla pettola dei forti.” Non ha scrupoli però, vedrete, per salvarsi la vita. Don Luigino sarà costretto a ubbidirgli. Ma Pericle, nascosto sui tetti, dirà: “Mi è parso che prima mi sentivo solo, invece ero solo adesso.” Una Napoli malata, quella descritta da Ferrandino, in cui è difficile vivere e da cui, quando è possibile, conviene andarsene: “in questo paese di merda non ci torno neanche morto.”

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 27.03.06 16:26

Interventi

Libro modestissimo. A suo confronto, anche un buon narratore di respiro interregionale come il Cacciapuoti (Pater familias, Roma, Castelvecchi, 1998; L'ubbidienza, Milano, Rizzoli, 2002; L'abito da sposa, Milano, Garzanti, 2006) diventa Flaubert.

Pubblicato da: giovanni - 27.03.06 16:44

Il "successo riscosso in Francia", caro Bart, è una favola inventata dall'ufficio stampa di Adelphi. Il libro in Francia uscì sì nella prestigiosa (più da noi in Italia che laggiù, mi si dice...) "Série Noire" di Gallimard; ma vendette assai poche copie. La fonte di questa precisazione è Luigi Bernardi, ossia il primo editore italiano di "Pericle il nero".

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.03.06 17:00

Vivano sempre gli uffici stampa. Meglio quellli come sedi creative che, per dire, il Ministero dell'Economia.

Pubblicato da: giovanni - 27.03.06 17:21

A me questo romanzo è piaciuto molto, per il ritmo incalzante degli avvenimenti - si ha l'impressione che l'autore bracchi Pericle con la steady-cam- per la sceneggiatura perfetta e soprattutto per l'inflessione dialettale (non il dialetto) che Ferrandino conferisce a Pericle Scalzone. Un tamarro dei Quartieri Spagnoli che voglia esprimersi in una sorta di italiano accessibile parla così. A parer mio non è poco.

Saluti

Pubblicato da: Carlo Capone - 27.03.06 17:22

@ giulio e giovanni.

La lettura del libro, come qualche volta mi succede, è dovuta in questo caso ad un suggerimento fattomi qui su vibrisse e da me accolto volentieri. Non conoscendo per nulla l'autore, sono stato mosso anche dalla curiosità.
Avendo il massimo rispetto per ogni autore (che affida quasi sempre al suo romanzo tanti sogni e tante speranze) io cerco di offrire al lettore (almeno questa è la mia intenzione)la mia personale lettura, arricchendola - quando è possibile farlo - di riferimenti ad altri autori soprattutto di narrativa o di cinema (arti che considero molto vicine se non facce della stessa medaglia). Il lettore ha modo - così mi immagino - di valutare da sé il libro, a meno che non sia stato carente io nell'illustrare il mio personale percorso.
Quando c'è qualche autore che mi entusiasma, credo che ci se ne accorga facilmente. Di solito la lunghezza del pezzo è indice anche della più o meno ricchezza che ho trovato nel libro, sempre ovviamente dal mio punto di vista.

La tua precisazione, giulio, resta importante dal punto di vista della storia di questo libro. Io mi sono attenuto a quello che ho trovato scritto. Poi il valore del libro è lì, immutato. Certo, va detto che per Ferrandino è stata una bella soddisfazione passare con lo stesso romanzo da una piccola Casa editrice ad una assai ambita e prestigiosa come Adelphi. Insomma, essere pubblicati da Adelphi è un bel biglietto da visita da esibire.

Onoratissimo, naturalmente, dell'attenzione ricevuta da due giganti quali voi siete.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.03.06 17:32

Carlo, quello che in questo libro mi ha colpito di più è lo squallore morale reso dalle figure di Pericle e dal boss camorrista Luigino Pizza.

Si dirà: ma che cosa vuoi trovare in questi personaggi della malavita? Nella camorra, lo squallore morale, mi si risponderà, è di casa, è la regola dell'agire.

Beh, di libri che parlano del degrado di Napoli ne ho letti abbastanza, ma da questo romanzo di Ferrandino ho ricevuto una sensazione di disgusto quale non mi era capitato di provare ancora con tanta intensità.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.03.06 17:41

E io aggiungerei, caro Bart: se il romanzo è un romanzo di valore, ci fa una bella figura il mondo della critica letteraria e del giornalismo di cultura, che non se l'è filato quando è uscito da Granata Press e che si è precipitato a lodarlo (si poteva lodarlo senza correre rischi: tanto, in Francia aveva avuto *grande successo*...) quand'è uscito da Adelphi. Se invece è un romanzo non di valore, quel mondo lì ci fa ugualmente una gran bella figura: e per gli stessi identici motivi.
E poi si discetta della "sudditanza" degli arbitri rispetto alle grandi squadre di calcio...

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.03.06 18:05

Gran brutto mondo, Giulio.
Un caro saluto.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.03.06 18:11

A me era piaciuto molto, per il ritmo, la lingua, la immedicabile disperazione del protagonista.

Pubblicato da: temperanza - 27.03.06 19:54

La seconda parte del pezzo (quella interna) era misteriosamente sparita, ed ho provveduto a postare di nuovo. Per fortuna non sono scomparsi i vecchi commenti, cosa che temevo.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.03.06 21:01

l'uso della lingua, in questo romanzo, mi era piaciuto molto. sentivo la sua voce. e questo, oggi, non è poco.

Pubblicato da: eiochemipensavo - 27.03.06 21:27

Mi rendo conto solo ora che la mia frase "ho ricevuto una sensazione di disgusto", resa nel mio commento a Carlo, potrebbe essere intesa anche come riferita al valore del romanzo. Non è così. Il senso di disgusto è nei confronti di quei due personaggi camorristi, a cui Ferrandino ha appiccicato quello squallore morale, di cui Pericle non mi pare sia capace più di liberarsi.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.03.06 21:34

Pienamente d'accordo con Temperanza: la disperazione di Pericle è immedicabile (e complimenti per l'aggettivo).

Leggendo il libro - nel 98- mi accorsi che il mio atteggiamento verso il protagonista via via sfumava. Dalla repulsione di Bart a un senso di pietas per un uomo bestia (e va a capire chi e cosa l'abbia ridotto così: la Storia? gli istinti? una cultura deteriore? la televisione a 99 canali?). Io in quel paese di merda non ci torno neanche morto, avvisa. E come mai? se è una bestia e se quello è un posto di sole bestie dovrebbe tornarci, è il suo terreno. Non ci ritorna perchè quel posto di merda lui lo identifica essenzialmente in Gigino Piazza, questo è il suo orizzonte, e basta per risarcirlo all'altro mondo con un briciolo di paradiso. Non ci ritorna perchè ha preso coscienza della sua ferinità e dell'uso criminale che ne è stato fatto. Non ci ritorna, infine, perchè a Pescara ha scoperto l'amore: per una poveraccia che gli affida il figlio mentre è via a guadagnarsi la vita. Onestamente.

Caro Bart, con la delicatezza che ti distingue non hai citato chi ti consigliò Pericle il Nero (ma può darsi te ne sia dimenticato). Lo dico al posto tuo, sono stato io. Devo fare ammenda? :-)

Un caro saluto a te e a tutti.

Carlo Capone

Pubblicato da: Carlo Capone - 27.03.06 22:17

Caro Bart, non avevo letto il tuo ultimo commento sul 'disgusto'. Scusami ma la giornata è stata infernale.

Di nuovo un caro saluto, ovviamente accompagnato da sempre sinceri complimenti.

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 27.03.06 22:20

Carlo,

ti ringrazio, invece, di avermi consigliato quella lettura. Non ti ho citato, semplicemente perché, scrivendo in fretta il commento, ero in dubbio se fossi stato tu o Giorgio Morale.
I due personaggi - ripeto - sono artisticamente ben riusciti, proprio per lo squallore morale che da loro emana, che era sicuramente uno degli obiettivi che Ferrandino desiderava far emergere, a mio avviso.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.03.06 22:39

Io il Pericle l'ho letto da lettore francese, cioè in francese, grazie ad un amico (francese) che me ne aveva parlato in modo entusiasta. Credo nella fase d'interregno, cioè prima che lo ripubblicasse adelphi. Il romanzo fu un successo in Francia. L'edizione in cui uscì se non sbaglio ma chiederò a degli amici della stessa scuderia, fa partire la tiratura d'inizio in un numero di copie veramente importante (diverse decine di migliaia) e se a questo si aggiunga la sua versione en poche(tascabile)in tutto di copie deve veramente averne vendute parecchie.Tornando al romanzo a me piacque molto e per certi versi lo accostai ad un altro grande romanziere napoletano un pò snobbato che è Peppe Lanzetta. Ciao Bart
effeffe

Pubblicato da: effeffe - 29.03.06 09:41

Grazie, Francesco. La tua conferma del successo in Francia è importante.
Oggi ho postato Antonio Franchini: L'abusivo".

Spero che tu legga il post, Franchini è stata una sorpresa per me.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 29.03.06 12:11

Vorrei dire che Granata Press era sì una piccola Casa editrice, ma oltre a Pericle il nero aveva pubblicato le prime cose di Tuveri. Proprio il Tuveri che ora pubblica, a capitoli, un romanzo straordinario: Baobab, in cui si incrociano due vite lontanissime, una in un immaginario sudamerica e l'altra in Giappone (diventerà un libro di 500 pagine).
A questo punto mi chiedo, non è che proprio perché non sono arrivati i falchi delle grandi case editrici - manager e giornalisti sul libro paga degli editori - lavori come Baobab possono crescere col tempo che occorre, e ora danno tante emozioni al lettore. Non sarà che i giornalisti culturali legati alle grandi testate e le case editrici fiche e potenti sono, in sinergia, dei "condensatori di merda"* che lasciano libera di crescere, nel piccolo, nell'inosservato, nel sotterraneo, l'ispirazione, la forza di grandi artisti?
In questo momento, mentre il nanomondo litterario si affronta sul tema: "i B52 esistevano o no al tempo in cui Desiati finge la sua narrazione?", Gianni Pacinotti inizia una collaborazione col Teatro delle Albe: nonostante tutto qualche narratore in Italia riesce ancora a pensare in grande, addirittura a gettare ponti tra le arti. La fortuna è che nessun giornalista graduato ne parla.

*allegoria per dire di un'attività ecologica di aggregazione e stoccaggio delle scorie dell'industria editoriale.

Pubblicato da: andrea barbieri - 29.03.06 14:41

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