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10.03.06
Giovanni Accardo, Un anno di corsa: "Un romanzo noioso, troppo scontato"
[...] Un anno di corsa di Giovanni Accardo è un romanzo scritto con una prosa veloce, melodrammatica, diaristica, à la Giuseppe Culicchia: un romanzo noioso, troppo scontato nelle situazioni descritte. Unico pregio quello di disegnare la convivenza forzata in trentadue metri quadri di un giovane laureato siciliano con un coetaneo leghista. Tutto il resto che è in questo romanzo diaristico (ma frutto dell’immaginazione dell’autore) è banale, stereotipato, inutile al lettore. Siamo di fronte a un esercizio di scrittura, a niente di più di questo; e serve davvero a niente che il protagonista abbia una Cinquecento scassata con il clacson che suona ogni qual volta tenta di svoltare a sinistra.
Così si conclude la recensione di Giuseppe Iannozzi a Un anno di corsa di Giovanni Accardo. Leggi tutta la recensione. Leggi la risposta di Giovanni Accardo.
[tutti gli articoli su Un anno di corsa] [la scheda editoriale] [scarica gratuitamente il primo capitolo in pdf]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 10.03.06 17:17
Interventi
Le impressioni che ho ricavato dal libro sono le stesse che ha riportato Iannozzi. E' un libro stereotipato, che, appunto, "non dice niente di nuovo sul precariato" e che anzi, mi sembra banaloccio proprio nell'unico episodio che Iannozzi salva: "la convivenza col leghista di turno". Ma qui gli è congenita la carenza di chi non ha vissuto (probabilmente) la "casbha" degli studenti fuori sede nell'epoca della morte delle idee.
Un libro simile che mi è piaciuto molto di più è stato "Donne e Topi" di Emiliano Gucci.
Chiedo a Iannozzi cosa ne pensa.
E chiedo a Iannozzi se sia un obbligo che in un ipotetico libro debba "succedere qualcosa".
Pubblicato da: andrea.nobili - 10.03.06 18:09
@ ANDREA NOBILI
Io ho l'impressione che il fenomeno libri intorno al disagio provocato dal "precariato", dalla condizione di esser un "precario", sia un fenomeno degli ultimi anni, dettato in parte anche dall'infelice situazione sociale in cui versa il paese (l'Italia). O meglio, adesso che siamo in una situazione di collasso sociale, anche gli scrittori cercano nuove vie per esprimersi e temi su/verso cui confrontarsi. Senza andare troppo indietro nel tempo - anche se sarebbe possibile -, gli esempi letterari sono il già citato "Tutti giù per terra" di Culicchia, ma anche "Pausa caffè" di Giorgio Falco. Ma Culicchia, per necessità d'investire il suo tempo, con "Tutti giù per terra" aveva scommesso tutto su sé stesso, sulla sua storia; tra l'altro ne venne tratto anche un film di successo, con tanto di colonna sonora dei C.S.I. (Giovanni Lindo Ferretti & Compagni, oggi in una nuova formazione, P.G.R.). Alla prima del film, in via promozionale, venne distribuito gratis il singolo a tiratura limitata (poi incluso in "Noi non ci saremo", antologia dei C.S.I., dopo lo scioglimento del gruppo). Culicchia, ad ogni modo, con quel romanzo - che tra l'altro l'ha proiettato giustamente tra i migliori scrittori della generazione post-tondelliana - temo che fu profetico: i problemi, le manie, i tic, l'ipocondria, le paure che descrisse sono più che mai attuali anche oggi. Giorgio Falco ha seguito una strada più di "risonanza", nel senso che ha scritto un romanzo di denuncia sulla falsariga della famosa trilogia di Nanni Balestrini. Ed ecco, che involontariamente, indietro nel tempo ci siamo andati. Giovanni Accardo, almeno questa la mia opinione, ha usato quei cliché già collaudati per dar corpo a un romanzo di cui non c'era bisogno. Risulta freddo, seppur divertente in certi momenti: sopratutto quando disegna la convivenza con il leghista. Per il resto, sono situazioni che abbiamo già visto, e che a mio avviso sono state descritte meglio da altri; tra cui i già citati.
"Donne e topi" non ho ancora avuto occasione di leggerlo, quindi non mi posso esprimere.
Una cosa però posso dirla: si spera che il precariato non diventi un filone (para)letterario ad uso e consumo di scrittori per professione. Per dirla tutta: certe storie risultano accattivanti, forti, solo se vissute espressamente sulla propria pelle. Se si inventa su esperienze riciclate, o prese in prestito, il risultato è moscio come in "Un anno di corsa".
In un libro può succedere anche "niente": tutto si gioca su come viene raccontato questo "niente". Non è un obbligo che debba accadere necessariamente qualcosa di grandioso in una storia per far sì che il libro possa esser definito tale. E qui il discorso potrebbe oltremodo allargarsi...
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 10.03.06 19:06
Giuseppe, a meno che in italia non esista qualcuno in grado di "creare" un caso J.T. Leroy...
La mia impressione è che questi libri (non l'ho letto quindi prendila come un'impressione generale), troppo avviluppati nel personale, possano diventare una comoda scorciatoia: una specie di grande fratello letterario che soddisfa una richiesta semplice: andiamo a leggere di chi sta peggio.
Leggendo il tuo pezzo e immaginando il tizio alle prese con le vicende che poi racconta sono rimasto un attimo basito: una storia simile può reggere nel centro-sud, al nord (purtroppo o per fortuna) se non lavori è perché non hai voglia di lavorare.
Dovessi contare i lavori saltuari che ho fatto per 8 anni per mantenermi l'università, e pure i miei vizi, ci vorrebbe un'enciclopedia. Non per questo mi sono sentito frustrato; certo, se vuoi trovare subito "il lavoro" corri il rischio di non trovarlo mai.
Ma questa è un'altra storia, credo.
Buona serata. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 10.03.06 19:18
@ TRESPOLO
Mah, possibile è che forse qualcuno riesca a tirar su anche un caso Leroy in Italia... Ma questo è già un altro discorso.
Il problema è che si faccia del precariato qualcosa da sfruttare, a livello letterario anche. Ora non dico che non si debbano scrivere libri intorno e sul precariato, ma il rischio è quello di sfociare in un qualcosa di troppo diaristico. O di confezionare artigianalmente (con arte e un po' di cuore anche) un prodotto che parli del precariato: per me, "Un anno di corsa" è appunto un prodotto ben confezionato, ma un prodotto. Inutile. Diverso discorso per "Pausa caffè": Falco non è soltanto diaristico, ha equilibrio, un raro equilibrio che sfocia poi nella denuncia sociale di un male che è forte in Italia. Ecco: "Pausa caffè" è un ottimo libro, "Un anno di corsa" è un libro-prodotto.
Dire che al Nord la situazione è diversa rispetto al Sud mi pare azzardato or come ora: dopo il collasso Fiat, il Nord non è più quello di due anni fa. Questo te lo assicuro io. I lavori saltuari e mal retribuiti (e in nero) non mancano (!): si sfruttano giovani leve, sia di qui che di altri paesi (extracomunitari). Che futuro potranno mai avere questi giovani che vivono di lavori saltuari? I giornali son pieni di annunci di richiesta di personale: venditori, a proviggione. Che cosa vuoi vendere se da un milione che si era in Torino si è oggi a poco più di 700.000 abitanti, e ogni giorno le liste dei disoccupati si allungano? Se ci sono quartieri interi alla fame, come San Salvario?
Però è vero che se uno vuole il lavoro subito, e quello per cui ha studiato, allora non lo troverà mai neanche nel più bello e impossibile Eldorado.
Sì, è un'altra storia. Ritorniamo sul binario da cui eravam partiti.
A presto
Giuseppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 10.03.06 19:40
"Per dirla tutta: certe storie risultano accattivanti, forti, solo se vissute espressamente sulla propria pelle. Se si inventa su esperienze riciclate, o prese in prestito, il risultato è moscio come in "Un anno di corsa"."
Perfetto. E'esattamente così. Mi trovi daccordissimo.
E' un libro "disadattato" non c'entra nulla coi sogni, le aspirazioni, le frustrazioni dei giovani d'oggi. Quello che ti citavo di Gucci è invece scritto da un giovane che ha vissuto esattamente ciò che scrive (o almeno, anche se non ha vissuto esattamente quelle cose lì, ci è andato molto vicino). L'impressione che ho avuto - e qui solo Mozzi potrebbe chiarirmi - è che si tratti di un "instant book", di qualcosa che, per il solo fatto di fare leva su di un argomento "caldo" offra garanzie tali da giustificarne la pubblicazione.
Infondo basta un po' di pubblicità, qualche buona recensione e proprio perché si ciba del presente il libro vende. Ma Lo stile e il linguaggio sono finti, non sono credibili.
Per quanto mi riguarda le frustrazioni dei giovani - oggi, non ieri - sono più "inside" più subdole, più radicate, più "ontologiche" se mi passate il termine. Non c'é solo il problema "lavoro precario" o il problema di essere un "terrone al nord" (anche perché il "leghista" non è che muoia di una morte migliore). Ci sono una marea di altre cose, di altri drammi, di altre prospettive nei giovani di oggi. La prospettiva di un ipotetico ventiquattrenne del 2006 è molto, molto più complicata, aggrovigliata, indistricabile. Il termine "precariato" mi sembra riduttivo. Precariato sì, ma non solo perché si cambi lavoro dieci volte in un anno o città ogni due mesi. Il "precariato" un giovane di oggi ce l'ha dentro. Non so se mi spiego: nell'anima. Non è fuori ma dentro di te.
Sono daccordo con Trespolo che non lavori chi non abbia voglia "di". E in effetti il lavoro non manca qui al nord. Ma io Trespolo nella vita, vorrei anche tentare di fare quello per cui mi sento portato... quello per cui ho studiato.
Pubblicato da: andrea.nobili - 10.03.06 20:05
SPOT ON: Caro Trespolo, se ti/vi serve un ingegnere fammi un fischio: iperqualificato e di profilo non standard, ma sveglio e a modo. Nato a Bergamo, per giunta! Però sbrigati... da qui a qualche mese potrei non essere più in Italy: io vedo la gente più in gamba della mia generazione preferire servire ai tavoli in Inghilterra che rigirarsi i pollici qui, e mi sto organizzando. Ciao.
Pubblicato da: GiusCo - 10.03.06 20:35
Beppe, ti seguo di là, nel tuo blog, ma mi ha fatto piacere vedere pubblicata qui la tua recensione.
Ciao.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 10.03.06 21:16
venite a roma che ce serve gente all'azienda consortile trasporti lazio.
Pubblicato da: lucianone freud - 10.03.06 23:40
iannozzi ha scritto:
Per dirla tutta: certe storie risultano accattivanti, forti, solo se vissute espressamente sulla propria pelle. Se si inventa su esperienze riciclate, o prese in prestito, il risultato è moscio
credo che quanto dice iannozzi sia condivisbile.
sempre?
sarebbe interessante se a iannozzi rispondesse giovanni accardo, credo
Pubblicato da: remo bassini - 11.03.06 01:52
Giuseppe Iannozzi ha scritto che, secondo lui, a "Un anno di corsa" "è congenita la carenza di chi non ha vissuto (probabilmente) la 'casbha' degli studenti fuori sede nell'epoca della morte delle idee"; e poi ha aggiunto: "Certe storie risultano accattivanti, forti, solo se vissute espressamente sulla propria pelle. Se si inventa su esperienze riciclate, o prese in prestito, il risultato è moscio".
Domanda: ciò che Giuseppe dice perderebbe valore, se si scoprisse che Giovanni Accardo (l'autore del romanzo) ha vissuto la "cashba" degli studenti fuori sede nell'epoca della morte delle idee e ha scritto il romanzo in base alle esperienze vissute espressamente sulla sua pelle, senza riciclare nulla e senza prendere in prestito nulla? E il fatto che Giovanni Accardo, come Giuseppe puntualizza ("meglio far chiarezza", dice) non sia "né un precario né un disoccupato", ma "insegna materie letterarie in una scuola superiore", esclude forse la possibilità che Giovanni Accardo sia stato, in altri anni della sua vita, precario e disoccupato?
Faccio questa domanda perché trovo che l'argomento del tipo: "Questo libro è 'finto', l'autore non ha esperienza vera di ciò di cui parla" mi sembra spesso usato in modo curioso. Che cosa vogliamo: una scrittura "in diretta"? La pura trascrizione dell'esperienza? Il romanzo-verità certificato dal volto emaciato dell'autore?
A me "Un anno di corsa" è sembrato un romanzo assai ben scritto (chi vuole farsi un'idea può dare un'occhiata al primo capitolo: nel post c'è il link, lo si scarica in due minuti), sostenuto dal continuo vagare (nel mondo come nelle proprie visioni) di un protagonista che sta nella peggiore delle condizioni psichiche immaginabili: è infatti un paranoico che vede nemici ovunque, col dettaglio che i nemici ci sono davvero (è per questo, caro Trespolo, cioè a causa delle sue paranoie continuamente confermate dalla realtà, che non riesce a tenersi nessun lavoro: non perché lavoro non ce ne sia).
No, caro Andrea Nobili, questo non è un "instant book" confezionato "per far leva su un argomento caldo". Questo è, per Giovanni Accardo, un libro importante, al quale ha lavorato anni e anni (non che questo automaticamente conferisca valore al libro: mi preme sottolineare che non è un "instant book").
E magari fosse vero, come scrive Andrea Nobili, che "in fondo basta un po' di pubblicità, qualche buona recensione e proprio perché si ciba del presente il libro vende". Magari fosse vero. Ma, secondo la mia esperienza, non lo è. Ma se Andrea Nobili possiede argomenti per dimostrare che "in fondo basta un po' di pubblicità, qualche buona recensione e proprio perché si ciba del presente il libro vende", lo invito ad esporli.
Pubblicato da: giuliomozzi - 11.03.06 09:03
Il libro di Accardo mi ricorda - per quel poco che ho potuto capire leggendo il primo capitolo - nella prosa (che c'entra melodrammatica, Iannozzi?) un bel romanzo che negli anni 70 ha avuto uno stroardinario, quanto meritato successo: Tuta Blu di Tommaso di Ciaula. In quel caso era un operaio (da lì il titolo) a raccontare, nello stesso modo, apparentemente autobiografico, le sue vicende.
E' una tradizione bella, di letteratura italiana questa. La prosa piana, lo sguardo di chi racconta che si sofferma sugli oggetti, anzi, l'autore che vive, (la carta geografica dell'inizio) gli oggetti alla pari di esseri animati. Mo' scappo che c'ho un convegno. Se c'ho tempo lo leggo perchè mi sembra ben scritto.
Pubblicato da: angela scarparo - 11.03.06 09:53
@ ANDREA
In quanto alla questione se si trattasse d'un istant book, ha risposto Giulio, in maniera esatta.
Mi procurerò il libro di Gucci: e leggeremo. Se non leggo non credo. :-)
@ BART
Caro Bart, sì lo so che mi segui sia da me che altrove. Grazie infinite.
@ REMO
"sarebbe interessante se a iannozzi rispondesse giovanni accardo, credo"
Sì, infatti. Sarebbe interessante. Possiamo sperare che (ci) mi risponda?
@ GIULIO
Solo un piccolo appunto. La frase "è congenita la carenza di chi non ha vissuto (probabilmente) la 'casbha' degli studenti fuori sede nell'epoca della morte delle idee" non è mia, bensì di Andrea Nobili, così come risulta dal primo commento lasciato a questo post. La seconda frase che invece citi è effettivamente mia.
Arriviamo al clou, dopo la dovuta precisazione; (mi) chiedi: "[...] ciò che Giuseppe dice perderebbe valore, se si scoprisse che Giovanni Accardo (l'autore del romanzo) ha vissuto la "cashba" degli studenti fuori sede nell'epoca della morte delle idee eha scritto il romanzo in base alle esperienze vissute espressamente sulla sua pelle, senza riciclare nulla e senza prendere in prestito nulla?"
Se si dovesse appurare che Giovanni Accardo ha scritto basandosi sulla sua personale esperienza di "precario" o "disoccupato" non credo che un simile risvolto vada ad invalidare (completamente) il giudizio espresso sul libro. Come dicevo: il rischio è quello di dar vita a un filone (para)letterario che sfrutti le storie del precariato e il mondo (e anche in non-mondo) che ci ruota intorno. Come ho già detto, senza risalire fino a Balestrini (anche se poi, se ne è detto per un accenno), in anni recenti Giuseppe Culicchia con "Tutti giù per terra" aveva già dato sfogo a tutti i cliché possibili circa il romanzo che parla della condizione d'un precario (di un disoccupato). Ecco: Culicchia in quel romanzo breve ha proprio dato sfogo a tutte le paranoie giustificate e ingiustificate che vive un disoccupato sulla sua pelle, con tono ironico, ma non per questo non meno tagliente di un bisturi. Credo - lo ribadisco - che Culicchia in "Tutti giù per terra" ha esaurito quello che c'era da dire sulla condizione d'esser un disoccupato; o meglio, ha esaurito ciò che di originale si poteva dire senza sfociare nell'ovvio e nel reiterato. Falco in "Pausa caffè" ha scritto con una scrittura nervosa, per certi versi riconducibile a quella di Balestrini. Ma originale, perché romanzo che è anche un'accusa, un ritratto del mondo del lavoro di oggi. In "Un anno di corsa" non c'è il nervosismo di Falco, c'è una storia ironica che si basa su dei cliché narrativi. Ma c'è appunto solo un'ironia che non si riesce ad apprezzare: si avverte che è buttata lì, studiata, non spontanea.
Se Giovanni Accardo fosse stato un precario - o un disoccupato di lunga data - e avesse scritto "Un anno di corsa" durante quel suo periodo di disoccupazione, chi può dire come sarebbe stata la sua storia: forse più accattivante, con maggiore mordente, diversa?
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 11.03.06 10:17
@ ANGELA
Non dico infatti che non sia ben scritto; dico invece che la storia raccontata come fosse un'esperienza vissuta risulta stereotipata. Però non nego che ad altri possa piacere.
Ciao
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 11.03.06 10:23
@ GIULIO
In ogni modo, a pag. 277, l'Autore specifica, tra i ringraziamenti: "Infine: ringrazio i lettori che leggeranno questo romanzo, avvertendoli, (l'autore dà un'avvertenza, cioè è come se dicesse "fate attenzione, andateci con autela, per l'amor di dio!") però che sarebbe vano cercarvi somiglianze e corrispondenze con la vita reale: i fatti, i personaggi e i luoghi in esso narrati sono frutto dell'immaginazione dell'autore, e all'immaginazione dei lettori si rivolgono."
Peccato aver letto questa avvertenza solo alla fine, quando il libro l'avevo già finito di leggere: solitamente me ne frego dei ringraziamenti, poi, rileggendo i commenti qui, leggevo un appunto sul perché fare sempre i ringraziamenti, allora per togliermi la curiosità sono andato a leggermeli. Non li leggo i ringraziamenti per non lasciarmi influenzare nel giudizio critico: solo per questo motivo, ma credo non banale.
Ma ora chiedo: ma l'avvertenza, solo questa e non i ringraziamenti tutti, non poteva esser posta all'inizio del romanzo, o l'avrebbe compromesso in qualche modo? Lo chiedo a Giulio, ma forse sarebbe bello se potesse rispondere l'autore...
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 11.03.06 10:52
Oh, mio Dio, Iannozzi, ti ha reclutato giuliomozzi. Almeno a Padova qualcuno ti ama:- )
Pubblicato da: Lucio Angelini - 11.03.06 12:36
@ LUCIO
Guarda, guarda sul mio blog quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto e quanto... sono amato...
Se poi due o tre nomi non mi amano, e chissenefrega. Devo pur averceli dei nemici, altrimenti non sarebbe nemmeno bello tutto l'amor che ricevo. Né sarebbe giustificata la mia fama. :-)
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 11.03.06 13:27
Giuseppe, chiedo scusa per l'errata attribuzione delle frasi (dovuta anche al fatto che tu e Andrea vi trovavate d'accordo e vi citavate l'un l'altro).
Ora dici: "Se si dovesse appurare che Giovanni Accardo ha scritto basandosi sulla sua personale esperienza di 'precario' o 'disoccupato' non credo che un simile risvolto vada ad invalidare (completamente) il giudizio espresso sul libro". E poi dici: "Se Giovanni Accardo fosse stato un precario - o un disoccupato di lunga data - e avesse scritto 'Un anno di corsa' durante quel suo periodo di disoccupazione, chi può dire come sarebbe stata la sua storia: forse più accattivante, con maggiore mordente, diversa?".
Ma allora, caro Giuseppe, io non capisco.
Respingo questa domanda: è evidente che se questo libro fosse un altro libro sarebbe un altro libro; ma questo vale per qualunque libro (vale anche per i piccioni, le sedie, i telefoni ecc.).
Il mio sospetto è che avvenga questo: dalla lettura del libro tu ricavi l'impressione che il libro non racconti un'esperienza di vita vissuta; dopodiché assumi questa impressione come un dato di fatto e la usi come un dato di fatto per argomentare che il libro non è un buon libro.
(Una precisazione: non voglio discutere il tuo giudizio sul libro. Io ne ho sostenuta la pubblicazione, e mi pare che questo basti a dire che ne penso bene. E' che trovo curioso questo modo di chiamare in causa la relazione tra (presunta) vita dell'autore e qualità dell'opera).
Pubblicato da: giuliomozzi - 11.03.06 13:52
Di niente: può succedere.
Ma: respingi un po' troppe domande? o sbaglio? ;-)
In ogni modo: come se mi dicessi, "non cammino sul marciapiede perché c'è il rischio che mi cada in testa un vaso!" E dove allora se non sul marciapiede? Questo per dire, mi sembra che avresti potuto rispondere senza porti il problema di un eventuale vaso. Però tuo diritto evadere la domanda, che comunque era più per Accardo che non per te.
Ovvio: se non avessi creduto nel lavoro di Giovanni Accardo, non avresti impegnato anche il tuo nome per pubblicarlo nella collana da te diretta, quella di Indicativo Presente.
Come preciso in luogo di commento: sono andato a leggermi i ringraziamenti solo in ultimo, solo dopo che qualcuno ha fatto notare che c'erano. Io li avevo snobbati: per me la storia era finita a pag. 276. Ma a pag. 277 ci sono i ringraziamenti dell'Autore, nonché una nota che perecisa gli intenti (!) della storia. Una nota che potrebbe esser importante, ma non per me in qualità di critico. Felice d'aver espresso la mia opinione con serenità, e d'aver saputo solo in un secondo momento che "i fatti, i personaggi e i luoghi in esso narrati sono frutto dell'immaginazione dell'autore, e all'immaginazione dei lettori si rivolgono...", come specifica in maniera incontrovertibile l'Autore stesso. Direi che il mio giudizio sul libro non è stato inficiato da questa notarella cui non avevo proprio badato, essendo che il libro lo chiusi a pag. 276. Odio i ringraziamenti: non ne vedo l'utilità. Leggo invece le eventuali dediche, che comunque sono indicate - solitamente - sulle prime pagine dei libri. Le dediche mi interessano. I ringraziamenti, no.
Chiaro: sarebbe stato un altro libro, magari migliore perché scritto con diverso spirito, aplomb, ecc. ecc., essendo che lo scrittore si sarebbe trovato a scrivere le pagine bianche e vergini con la pesantezza sulle spalle di essere un disoccupato vero. Accardo la preoccupazione di esser con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti non ce l'aveva affatto: ha scritto bene, un libro, di fantasia, di fatti inventati. E per tali li prendiamo. Ce ne rendiamo conto subito che gli accadimenti riferiti sono un esercizio. Non dico che Accardo non sia stato bravo nell'esercizio, ma è appunto un esercizio. E con ciò non nego che la fantasia non debba aver ruolo nei libri: se facessi una simile affermazione, dovrei far fuori almeno il 90% dei libri che sino ad oggi sono stati scritti. Ma essendo che il libro tratta del precariato, di un "qualcosa di sociale", però inventando, non risulta credibile: il lettore allenato lo percepisce che non c'è partecipazione, che è esercizio. Non se ne accorge solo il critico. Poi posso sbagliarmi ovviamente, e confidare troppo nell'intelligenza del comune lettore. Ma che, comunque, a fine lettura, letti i ringraziamenti verrebbe a trovarsi di fronte la dichiarazione di Accardi, quella che ho già segnalato. E che, a mio avviso, sarebbe stato meglio metterla ad inizio del libro: solitamente, quando leggo un libro di sola finzione, anche i thriller, indicano spesso e volentieri che trattasi di opera di finzione e che i personaggi, ecc. ecc. Così sarebbe stato più corretto.
Per me rimane un libro inutile, perché scontato nelle situazioni, prevedibili: scritte bene, ma stereotipate, o di esercizio stilistico se si preferisce. Non si percepisce partecipazione emotiva nella scrittura, nella storia narrata. Con ciò dico: sicuramente la condizione sociale geografica storica economica (ecc. ecc. ) in cui si trova uno scrittore, sia esso professionista o no, influenza la sua opera in maniera diretta la sua opera.
Ciao
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 11.03.06 18:06
@ GIULIO
Chiedo venia: il commento di poc'anzi è a te diretto, caro Giulio, in risposta.
E anche domando venia per un errore di battitura: ho scritto Accardi, anziché Accardo. Non era mia intenzione esser non rispettoso nei confronti dell'Autore.
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 11.03.06 18:09
caro iannozzi, io penso (nel senso che ipotizzo) che
scrivere
"i fatti, i personaggi e i luoghi in esso narrati sono frutto dell'immaginazione dell'autore, e all'immaginazione dei lettori si rivolgono"
possa significare che l'autore sia partito da altri fatti, altri personaggi, altri luoghi successivamente rielaborati.
mi pare che anche don luisito bianchi, di cui so che tu sei estimatore, sia partito da "altro" per la sua Messa dell'uomo disarmato.
Pubblicato da: remo bassini - 11.03.06 18:54
@ REMO
Caro Remo,
mah... chi può dirlo, nel caso di Giovanni Accardo, se è come tu ipotizzi? A me però sembra che non sia partito da "altro", ma che abbia inventato e basta: in fondo, lo dichiara l'Autore stesso. Mica è un crimine né inventare né dichiararlo. Forse, a mio giudizio, sarebbe stato meglio dirlo sin dall'inizio.
C'è poi che quelle cose che sono ne "La messa dell'uomo disarmato" di Don Luisito Bianchi sono reali e non inventate, viste cogl'occhi propri di Don Luisito. Ci sono anche le parti romanzate, ma comunque basate su accadimenti reali.
In ogni caso, la scrittura di Don Luisito non è rapportabile con quella di Accardo: Don Luisito gli è superiore, anche rimanendo su di un piano meramente di stile.
Cari saluti,
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 11.03.06 19:23
Giuseppe, continuo ad avere dei problemi.
Tu confronti un libro che c'è ("Un anno di corsa", di Giovanni Accardo) con un libro che non c'è (il libro che Giovanni Accardo avrebbe potuto scrivere mentre si trovava in determinate condizioni di vita). Questo argomento è un argomento valido? Secondo me, no; secondo me non ha senso confrontare un libro esistente con un libro inesistente. Si può confrontare un libro esistente con una propria idea di libro: ma questa va esplicitata come "propria idea di libro". Quindi ti chiedo di esplicitare la tua idea di libro.
Affermi: "Accardo la preoccupazione di esser con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti non ce l'aveva affatto". Certo: non ce l'avrà *ora*; come si ricava dal risvolto, *ora* svolge l'onorato mestiere di insegnante; ma il fatto che *ora* Giovanni Accardo possa vivere una placida esistenza piccoloborghese non è in nessun modo un argomento sensato per sostenere (o per mettere in dubbio) che nell'esistenza di Giovanni Accardo non vi sia stato un periodo in cui egli aveva "l'acqua alla gola e nessun futuro davanti".
E' tutto da dimostrare, poi, che un romanzo sull'essere "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti" scritto nel momento in cui si è "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti" abbia maggiori chances di riuscita di un romanzo sull'essere "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti" scritto nel momento in cui non si è più "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti". Hai voglia di provare a dimostrare questo?
Quanto a proposito della "Messa dell'uomo disarmato" di Luisito Bianchi dici: "Ci sono anche le parti romanzate, ma comunque basate su accadimenti reali", intendi dire che tanto meno quel romanzo riferisce, o è basato su, accadimenti reali, tanto meno è bello?
Quando dici, a proposito di "Una anno di corsa", che "ce ne rendiamo conto subito che gli accadimenti riferiti sono un esercizio", io sono colpito da quel "subito". Allora ti dico: immagina di avere difronte a te una persona che non "capisce subito" che "gli accadimenti riferiti sono un esercizio". Come dimostreresti a questa persona che "gli accadimenti riferiti sono un esercizio"? Quali sono gli elementi interni al testo dai quali si ricava che "gli accadimenti riferiti sono un esercizio"? Oppure quel "capire subito" è pura intuizione? (Perché, se è pura intuizione, ossia non è argomentabile, allora è un'affermazione che vale quanto valgono le affermazioni non argomentabili).
Dopo aver letto il romanzo, sei capitato sulla nota; dove hai letto: "I fatti, i personaggi e i luoghi in esso narrati sono frutto dell'immaginazione dell'autore, e all'immaginazione dei lettori si rivolgono". Per coincidenza, abito da trentotto anni nella città dove si svolge gran parte del romanzo (Padova). Posso affermare che tutti i luoghi padovani narrati nel romanzo sono stati da me riconosciuti (tra l'altro, ho lavorato per sette anni a due passi dalla residenza del protagonista). D'altra parte mi pare ovvio che i "luoghi narrati" siano "frutto dell'immaginazione dell'autore": l'idea di una "narrazione come pura registrazione" mi pare l'idea di una cosa che non esiste (e della quale, tra parentesi, non sento proprio il bisogno).
Chiudo riferendo un'esperienza. E' normale che i lettori delle mie storie prendano per "vero" ciò che è "completamente inventato", e per "completamente inventato" ciò che è vero. E questo, dico, tende a succedere (vado a occhio: non è che tengo un registro di queste cose) tanto ai "lettori comuni" quanto ai "lettori professionisti". Quindi quando tu dici: "Si capisce subito" ecc., faccio fatica ad accettare quel "subito".
Vedi anche la discussione in calce a questa mia vecchia pagina di diario:
http://www.giuliomozzi.com/archives/2004/09/no_1.html
Pubblicato da: giuliomozzi - 12.03.06 10:53
Caro Giulio, ovvio che non possiedo le prove empiriche per dimostrare che un libro+pubblicità+critica=successo. Come te curo una piccolissima collana, per un editore insignificante e se frquento questo blog è perché ho solo da imparare. Non era certo mia intenzione col termine "instant book" tacciare il lavoro sofferto e pluriennale di un autore. E nemmeno con il mio puro ragionamento di marketing ("instant book" non è un termine di per sé negativo) il lavoro redazionale, che sta dietro un libro.
Volevo soltanto sottolineare, e qui Accardo nel suo ultimo post mi da ampio potere, una mia impressione di lettore.
Altri volumi curati da te come "Perceber" li ho reputati ottimi libri, questo "Anno di corsa" francamente non mi ha convinto.
Il ragionamento di Iannozzi non viene meno contestando che "un libro c'è" mentre l'altro "non c'è". Quando leggo mi creo delle aspettative, vorrei che succedessero delle cose, interiorizzo e raffronto esperienze che immagino traducendo la scrittura in impressioni sulla base di ricordi. Il mio percorso tra le righe non è mai lineare. Se l'autore non vuole che il suo libro sia solo "un puro esercizio di scrittura" deve saper suscitare in me delle sensazioni, saper creare un successione di immagini che siano credibili. Non bastano una bella scrittura ed un tema "caldo", nazionalpopolare per convincermi. Nel suo post Accardo dice che gli viene attribuito da alcuni di assomigliare a cèline. Ma cèline aveva veramente vissuto la guerra, veramente vissuto la Ford delle prime catene di montaggio, veramente vissuto l'africa coloniale, veramente vissuto al Passage de Choisel e fatto il medico dei poveri a contatto diretto con "smorfie viventi". E, qui sta la differenza, oltre ad averle vissute le ha sapute raccontare perché padrone di un "talento". Il genio dello scrittore non è di saper raccontare o di saper inventare storie, o di saperle scrivere, ma nel conferire veridicità alle storie stesse fondando sensazioni ad un stile.
Una banalità per esempio che ho trovato inverosimile e alquanto ipocrita: il pestaggio leghista. Ma voi avete veramente visto giovani leghisti in giro a fare i picchiatori?
Pubblicato da: andrea.nobili - 12.03.06 15:23
Andrea, rispondo solo alla tua ultima domanda. Nel 2001 sono sfuggito a un pestaggio leghista solo perché, pur avendo le gambe corte, corro svelto (si sa: il culo basso e prestante favorisce la stabilità del corridore, permette di prendere bene curve strettissime ecc.). Avevo commesso l'errore di attraversare una piazza, durante un comizio, con un giornale decisamente non leghista infilato nella tasca del giaccone.
Propongo un tema di discussione: non è che a volte chi rimprovera ad altri di avere poca esperienza del mondo, lo fa perché ha poca esperienza del mondo?
Pubblicato da: giuliomozzi - 12.03.06 15:44
Se sei capitato nel pieno centro di un comizio leghista avrai però notato che l'età dei militanti leghisti è piuttosto quella del pensionato da bocciofila e non quella del giovane universitario.
Questo intendevo quando parlavo di "casbha" e di "morte delle idee".
Oggi intendevo.
Non ieri.
Ho vissuto nella bologna rossa in un appartamento con leghisti, comunisti e chi più ne ha più ne metta. L'ho fatto fino a quattro anni fa. Ti assicuro che il problema non è mai stato il "terrone" di turno. Il "terrone" è un tema anni '90, ormai sorpassato. Il giovani sono meno cretini di quanto non pensiate a dire il vero.
Se pensi che la lega dal 1999 tesse un dialogo che l'ha portata a firmare accordi con la Lega per il Sud...
Anche la lega da allora si è evoluta (ovviamente non in bene, ma non sta a me giudicare).
La mia impressione leggendo il libro in questione è la stessa che ho ricavato leggendo "Un giorno perfetto" di Melania Mazzucco: parlare del fascista o del leghista fa audience e tiratura. Come dire: il male assoluto.
Se non c'è un pestaggio da parte del fascista di turno... il mio libro non è completo.
A quando un volume con un pestaggio no-global?
Pubblicato da: andrea.nobili - 12.03.06 18:45
Giulio, tu scrivi, tra le altre cose: “Secondo me, no; secondo me non ha senso confrontare un libro esistente con un libro inesistente. Si può confrontare un libro esistente con una propria idea di libro: ma questa va esplicitata come "propria idea di libro". Quindi ti chiedo di esplicitare la tua idea di libro.”
Perché mai dovrei esplicitare la ***mia*** idea di libro, di quel libro che avrebbe potuto scrivere Giovanni Accardo se si fosse trovato in condizioni sociali differenti? Se definissi questa ***mia*** idea di libro, il libro sarebbe mio e non di Accardo. O meglio, l’idea sarebbe ***mia***.
Si ipotizza: se Accardo fosse stato un vero disoccupato, con l’acqua alla gola, come avrebbe scritto “Un anno di corsa”? E per quale motivo l’avrebbe scritto, per darsi (a) una sorta di catarsi, per la necessità di denuncia sociale, per distrarsi da sé e impiegare il tempo non a vuoto, perché disoccupato per disoccupato allora tanto meglio scrittore delle proprie disavventure? Non posso rispondere io, né tu. Potrebbe l’Autore, eventualmente, se volesse: ma le sue risposte sarebbero pure queste frutto dell’immaginazione, perché Accardo - buon per lui -, non deve affrontare il nodo alla gola di non saper come sbarcare il lunario.
Anche: “…nell'esistenza di Giovanni Accardo non vi sia stato un periodo in cui egli aveva "l'acqua alla gola e nessun futuro davanti".
Ti rispondo io, anche se ***non sono io che dovrei dare una risposta*** a questa tua argomentazione: forse che sì, forse che no. Io, come i più, non abbiamo contezza di quale il passato “lavorativo e non-lavorativo” di Giovanni Accardo. Rimanendo fedeli a quella che è la sua breve biografia sul risvolto di copertina, nulla ci induce a pensare che abbia avuto dei periodi neri.
Scrivi anche (quoto tutto, ma è necessario onde evitare fraintendimenti): “E' tutto da dimostrare, poi, che un romanzo sull'essere "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti" scritto nel momento in cui si è "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti" abbia maggiori chances di riuscita di un romanzo sull'essere "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti" scritto nel momento in cui non si è più "con l'acqua alla gola e nessun futuro davanti". Hai voglia di provare a dimostrare questo?”
Dimostrare è una ***cosa*** un po’ troppo grande. Però posso dirti di “Tutti giù per terra”, romanzo di Giuseppe Culicchia, scritto quando Culicchia aveva sì, le pezze al culo. A suo tempo, e ancora oggi, fu un caso letterario: giustamente, il libro, divertente ironico drammatico forte, ha tutti quegli ingredienti che ne fanno qualcosa di successo, non banale e che resta, che si ricorda dopo anni e anni. Dopo questo “Tutti giù per terra” – come ben saprai – Culicchia ha preso la sua strada, quello di scrittore e giornalista a tempo pieno: con buoni, a volte ottimi risultati. Uno dei migliori giovani scrittori, o meglio forse il migliore degli scrittori post-tondelliani, almeno a mio avviso. Posso dire che anche Ammaniti è tra quelli che hanno dalla loro un’ottima scrittura: ma basta qui, sto andando fuori tema con Ammaniti.
Non è regola – ci mancherebbe altro – che se *uno* si ritrova con l’acqua alla gola, di colpo, diventa scrittore, bravo, incontrando successo di critica e di vendite. Però *uno* - indipendentemente dal fatto che sappia scrivere o no – vivendo una condizione di precarietà scriverà sicuramente in maniera diversa rispetto a un signore che non ha preoccupazioni per il suo proprio futuro. Lo scrittore si forma anche *dall’ambiente che vive e che lo circonda*. Discorso lungo questo, e che meriterebbe ben altro approfondimento.
Io posso dirti che a Torino c’è la Mole e che, sotto di essa, c’è “questo e quello”: puoi dimostrare che sia tutto vero quello che ti racconto della Mole e di quello che ci sarebbe sotto di essa? Non metto in dubbio: Padova, Accardo l’ha descritta. “La narrazione come pura registrazione”, in realtà, non interessa neppure a me, o forse sì: il punto è un altro; io mi invento una città, come in Sim City 3000, gli do le mie regole, ecc. ecc, e questa città è forse meno credibile di una che esiste veramente? Eppure se ti mostrassi la mia città creata con Sim City 3000, magari tu la troveresti bella, ma ribatteresti che una città così, nella realtà, non esiste e che certe situazioni funzionano solo perché la città che mi sono inventato funziona perché io gli ho dato delle regole di fantasia. Nella fantasia tutto funziona, o quasi… Nella realtà è diverso. Più difficile ancora quando si fa (farebbe) commistione di realtà e fantasia.
Dài, Giulio, non lasciamoci schiacciare dal crocefisso come un povero prete... ^_____^
Ah, ma tanto c'hai le gambe, seppur corte, veloci a correre. ^____^
Oh, non travisare: queste ultime due battute, sono così, per puro spirito, in amicizia.
Si può dire che giornale non.leghista avevi sotto il braccio?
A me mi vogliono picchiare sempre quando vado in edicola e chiedo PP8... "fono più sssfigato di Paperino in tal fenfo" ^_____^''' Be', poi c'ho pure la mia Novella 3000 e Cronaca vera, vere fonti di notizie: come archeologo scavo nell'immonnezza per tracciar della civiltà le origini del presente. ^______^'''
Boh, mi pare d’aver detto tutto… :-)
Cari saluti
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 12.03.06 22:34
Per Andrea Nobili: non sono stato minacciato, spintonato e inseguito da vecchietti della bocciofila. Sono stato minacciato, spintonato e inseguito da persone assai più giovani di me (e mediamente più grosse).
Per Giuseppe. Alle mie domande tu rispondi: non posso rispondere, né io né tu. Ma la tua recensione - è questo il punto, capisci? - è scritta come se tu conoscessi la risposta a quelle domande. Hai fatte delle ipotesi e poi le hai adoperate come dati di fatto.
(Ah. Dici che Culicchia aveva "le pezze al culo" quando scrisse "Tutti giù per terra". Mi ricordo che allora Culicchia faceva lo stesso lavoro che facevo io. Ma a me non mi pareva di avere le "pezze al culo").
Di nuovo per Andrea (torno al suo intervento precedente). Se, come dici, è "ovvio che non possiedi le prove empiriche per dimostrare che un libro+pubblicità+critica=successo", perché prima hai detto: "Infondo basta un po' di pubblicità, qualche buona recensione e proprio perché si ciba del presente il libro vende"?
(Tra parentesi. "Pubblicità" significa: spazi in giornali, riviste, radio, televisioni ecc. *acquistati* dall'editore. L'editore Sironi di norma non acquista spazi pubblicitari per la collana nella quale è apparso il libro di Accardo. L'ha fatto una volta sola: un minispot su RadioPopolare per il libro di Cosimo Argentina "Cuore di cuoio").
Pubblicato da: giuliomozzi - 13.03.06 10:20
@ GIULIO
Caro Giulio,
quando Culicchia faceva il tuo stesso lavoro, be', era messo male, sbarcava per il rotto della cuffia il lunario. Forse. Erano altri tempi...
Non diciamo poi del grande Moravia: che per tirare a campare, costretto a scrivere trafiletti, recensioni. Moravia, non so se mi spiego! Aveva le pezze al culo, Moravia: ed è forse una vergogna, qualcosa di cui doversi vergognare? Non credo affatto.
No, no: io ho fatte delle ipotesi critiche. Nient'altro. La recensione dice quali i possibili confronti con altri libri e autori, e racconta sommariamente la trama del libro; esprime infine un giudizio non positivo. L'unico dato di fatto esplicato è che "Giovanni Accardo non è né un precario né un disoccupato".
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 13.03.06 11:05
Giulio,
non possiedo le prove empiriche perché non mi sono mai documentato e quindi magari non sarei preciso. Però dai, è innegabile, se guardi alle classifiche di vendita, che certi libri che magari meriterebbero meno di altri sono lì perché dietro hanno colossi dell'editoria che "spingono" a livello commerciale.
Se accettiamo che l'editoria è un mercato e non un limbo dove tutto è puro e dove trionfa la letteratura come cosa in sé, dobbiamo accettare le regole di questo mercato che è sporco, ingiusto e duro come tutti i mercati.
L'instant-book consente per esempio di monetizzare in breve periodo. Cosa che i long-sellers non possono garantire perché devono essere prima recepiti.
Mi sembra sia una tendenza oggi abbastanza consolidata e - si badi bene - non necessariamente negativa, quella di volersi "cibare del presente" (e di monetizzarlo nel breve periodo).
Senza gli "instant book" d'altronde, le case editrici sarebbero più in crisi di quanto non lo siano ora.
E' innegabile che un libro che tratti di un argomento "caldo" se adeguamente reclamizzato, abbia maggiori possibilità di essere letto ed acquistato. Proprio perché fa leva su temi che interessano direttamente la vita di chi legge è un prodotto più appetibile. Il precariato è, oggi, uno di questi temi.
E' chi pubblica un libro sul "precariato" non può non tenerne conto: è un ragionamento di marketing e non c'è da vergognarsene. La scientificità con la quale, ad un certo livello, le case editrici trattano e utilizzano il dato commerciale, mi sembra qualcosa di non opinabile e sotto gli occhi di tutti. Ma la cosa in sé, ripeto, non è riprovevole. Se si vuole far parte di un mercato bisogna rispettarne le regole.
Pertanto, se vuoi delle statistiche mi documento e ne riparliamo, ma mi sembra un ragionamento ovvio che un buon prodotto (un libro ben scritto), un tema "caldo", la pubblicità mirata (pubblicità è un fenomeno molto più ampio di quello che tu descrivi e non implica necessarimente l'acquisto) siano il marketing mix ideale per una casa editrice. E se sarà un successo lo si dovrà forse anche e soprattutto a questo marketing mix. Infondo Giulio non ci nascondiamo dietro al dito: tutti noi abbiamo l'ambizione che i libri per cui ci battiamo "vendano". E ci prodighiamo per far sì che ciò accada.
Gli editori per "vocazione" purtroppo, sappiamo tutti che fine hanno fatto...
Detto questo ribadisco:
L'impressione che ho ricavato dalla lettura di "Un anno di corsa" è quella di un libro ben scritto, ma che punta su alcuni temi "caldi" - a mio avviso appunto nazionalpopolari - per far presa su di un certo pubblico. E si esaurisce lì. Inoltre, sempre a mio avviso, pecca di una scarsa conoscenza del mondo dei giovani e del precariato in genere.
Quindi:
Siccome in alcuni articoli apparsi su vibrisse, si è citato il testo in questione come "la migliore testimonianza del precariato di oggi", io mi sono semplicemente permesso di far notare che tra un precario che sappia scrivere e un non precario che sappia scrivere, forse il precario che sa scrivere riesce a rendere il mondo del precariato - a me lettore - con maggior giustizia e veridicità.
Per concludere: anche il Viaggio di Céline era un instantbook all'epoca. Ma se il buon L.F. non fosse mai stato a Detroit alla Ford, non avrebbe mai scritto una delle pagine più belle del novecento:
"Mi hanno parlato i passanti come il sergenti mi aveva parlato nella foresta. "Ecco!" mi hanno detto loro. "Non si può sbagliare, è giusto in faccia a lei". E ho visto in effetti le grandi costruzioni massicce e vetrate, delle specie di acchiappamosche senza fine, in cui si scorgevano degli uomini che si agitavano, ma agitavano appena, come se si dibattessero solo debolmente contro un non so che di impossibile. Era quello Ford? E poi tutt'intorno e sopra fino al cielo un rumore opprimente e multiplo e sordo di torrenti di macchinari, duro, per l'ostinazione dei meccanismi a girare, rotolare, gemere, sempre sul punto di rompersi senza rompersi mai.
Io auguro ad Accardo ogni bene, ma francamente la genialità di uno scrittore sta anche nel suo essere un po' "visionario", un po' "profeta". Altrimenti si è solo cronisti. Ottimi scrittori ma cronisti.
Pubblicato da: andrea.nobili - 13.03.06 12:08
Bene, Giuseppe. Mi ripeto, e poi smetto.
Quando tu dici: "Certe storie risultano accattivanti, forti, solo se vissute espressamente sulla propria pelle", fai un'ipotesi: e cioè che Giovanni Accardo non abbia "visssuto espressamente sulla propria pelle" ciò di cui racconta. Poi appoggi questa ipotesi al fatto che *oggi* Giovanni Accardo risulta essere "né un precario né un disoccupato" (anche se, mi pare, essere un insegnante non significa necessariamente non essere precari); ci metti a fianco la dichiarazione contenuta nella nota finale ("i fatti, i personaggi e i luoghi in esso narrati sono frutto dell'immaginazione dell'autore"); dopodiché costruisci tutto il tuo discorso *come se* fosse assodato che Giovanni Accardo non ha esperienza diretta di ciò che costituisce la materia del romanzo.
Se non ti rendi conto che in questo modo confondi ipotesi, dati di fatto e dichiarazioni, vabbè.
Nota: io non sto sostenendo che Giovanni Accardo ha esperienza diretta di ciò che costituisce la materia del romanzo. Sostengo solo che quando tu affermi che Giovanni Accardo non ha esperienza diretta di ciò che costituisce la materia del romanzo, non sei in grado di portare buoni argomenti a favore di questa affermazione.
Il passaggio, poi, da questa affermazione al giudizio di valore, mi è ancora misterioso. (Esempio: la mancanza di realismo è sicuramente rimproverabile a un romanzo che si voglia realista; ma "Un anno di corsa" è un romanzo nel quale si riconoscono istanze realistiche?).
Pubblicato da: giuliomozzi - 13.03.06 13:02
Andrea, scrivi: "Siccome in alcuni articoli apparsi su vibrisse, si è citato il testo in questione come "la migliore testimonianza del precariato di oggi", io mi sono semplicemente permesso di far notare che tra un precario che sappia scrivere e un non precario che sappia scrivere, forse il precario che sa scrivere riesce a rendere il mondo del precariato - a me lettore - con maggior giustizia e veridicità".
Preciso: si tratta di articoli apparsi in giornali vari, e che io ho ripresi in vibrisse.
Domando: uno che sia stato precario, mettiamo, per cinque anni, e che lo sia stato fino a quattro anni fa, a che quota sta, quanto a chances di "giustizia e veridicità" nel raccontare il precariato?
Pubblicato da: giuliomozzi - 13.03.06 14:56
Per quanto mi riguarda Giulio, può anche non essere mai stato precario, per raccontare con "veridicità e giustizia". Ma se l'autore X decide di costruirsi il suo mondo da sé, e decide di porre al centro della narrazione un ventiquattrenne di oggi, "precario" e reso "psicotico" (solo per via del suo peregrinare tra un impiego e l'altro) senza aver vissuto e quindi senza riportare quello che vuol dire per un giovane di oggi essere "precario" (o riportandolo solo parzialmente che è il caso nostro) il suo racconto non sarà mai in grado di cogliere sfumature impercettibili e caratteristiche del giovane ventiquattrenne e precario. Il suo personaggio sarà la caricatura di un ventiquattrenne "precario" una sua interpretazione lettararia.
Non c'è nulla di male.
Perceber è un libro costruito sul "nulla": ma è un libro credibile, affascinante, intelligente e soprattutto non banale.
Un anno di corsa è per me un esercizio di stile: un libro che pur ben scritto, pretende di esaurire una realtà complessa, stereotipandola.
Pubblicato da: andrea.nobili - 13.03.06 16:48




