« Sono un fondamentalista | Main | I migliori romanzi americani di tutti i tempi - Concorso »

03.03.06

Dopo Carosello – Un lavoro ben fatto

carosello_3.jpgdi Stanislao Porzio

[Stanislao Porzio è copywriter e titolare dell’agenzia Amphibia. Questo articolo è stato pubblicato nel numero 9 de “Il Latore della Presente" libero periodico dell’Art Directors Club Italiano. Se volete leggere l'intero numero lo trovate qui. mm]

Giusto un anno fa, mi trovai casualmente in una libreria durante la presentazione de Lo stato dell’unione, di Tullio Avoledo. È un autore di fantapolitica (L’elenco telefonico di Atlantide, Mare di Bering, Tre sono le cose misteriose). Narrativa di anticipazione, più che vera fantascienza: racconta cose che potrebbero accadere domani o nei prossimi vent’anni. Incuriosito dalla descrizione della trama, rimasi. Il protagonista del libro è un pubblicitario. In un periodo di magra riceve dal presidente di un’ipotetica amministrazione locale del Nord-Est italiano una ghiotta proposta: realizzare una campagna per convincere tutti i cittadini della regione che discendono dai Celti. Il protagonista, che non ci crede per nulla, accetta comunque l’incarico.

Raccontato l’inizio della trama, il presentatore chiese all’autore se il suo personaggio avesse fatto questa scelta per denaro. Sì, rispose Avoledo, anche per denaro. Ma soprattutto per il piacere della sfida tecnica. I tecnici, sosteneva lo scrittore, tendono inesorabilmente ad annullarsi nel loro lavoro, puntando al massimo risultato possibile, a prescindere dalle sue conseguenze.

A questo proposito, aggiunse Avoledo, è interessante leggere come i progettisti delle camere a gas e dei forni crematori dei lager nazisti si fossero appassionati al loro lavoro. I tecnici hanno l’orgoglio professionale al posto della morale, perciò sono molto pericolosi.

Questa fu la sua conclusione. Proprio quel giorno mi ero dedicato a una monografia per un’industria chimica. Essendomi stato richiesto un capitolo dedicato all’aspetto ambientale, mi ci impegnai a fondo, cercando di “dimostrare" come l’azienda fosse impossibilitata a produrre danni all’ecosistema, perché sarebbero stati incompatibili con la sua missione: creare benessere per gli utenti finali. Voglio sottolineareche nessuno mi aveva chiesto di affrontare in questo modo l’argomento, venne in mente a me come espediente retorico.
La mattina dopo la presentazione del libro modificai il testo, prevedendo di inserirvi solo i provvedimenti concreti dell’azienda per prevenire l’inquinamento. Dati di fatto, valutabili per quello che erano, non belle parole che intortano. Un recente spot tv per una carta di credito mi ha fatto tornare in mente questo episodio, anche se – sono il primo a riconoscerlo – l’accostamento alle camere a gas, assolutamente sproporzionato, riguarda solo questioni di principio. La tesi che il 30 secondi sembra sostenere è “pagamento con carta = regalo".

La trovata con cui viene suggerita l’idea è ingegnosa – ogni oggetto acquistato, anche il più quotidiano, è avvolto in carta da regalo – e la realizzazione è impeccabile. Quello che non è chiaro è chi fa il dono. Qualche ingenuo potrebbe pensare persino che sia la carta a regalare qualcosa ai suoi proprietari. Sono convinto che questa ambiguità non sia premeditata. Per me è andata così: i creativi hanno avuto una bella idea; era un peccato rinunciarvi o starla ad appesantire con spiegazioni didascaliche, che avrebbero rovinato il risultato. «Massì, la gente capirà…». E così, ancora una volta l’orgoglio del tecnico ha prevalso sul senso di responsabilità del comunicatore.

A proposito, esiste davvero un senso di responsabilità del comunicatore nei confronti dei suoi destinatari? O il comunicatore si sente di dover rispondere solo ai suoi committenti e alla sua professionalità? Si fa tanto parlare di responsabilità sociale delle aziende – ne sappiamo qualcosa, visto che ne siamo noi la voce – ma quello sulla responsabilità del comunicatore è un discorso poco popolare, soprattutto in tempi di economia stagnante e di clienti difficili da trovare come un ago in un pagliaio.

Eppure, ci sono poche cose che incidono sulla realtà come il nostro mestiere.

Un’azienda che commissiona una campagna, infatti, non lo fa per hobby, ma per trarne notorietà, prestigio, credibilità, fatturato. Per esempio, la Banca Popolare Italiana (ex Banca Popolare di Lodi) ha guadagnato ulteriore affidabilità e magari altri correntisti grazie alla campagna dell’anno scorso; affidabilità che, con il senno di poi, era meglio non tributarle.

Lungi da me il sospettare che gli autori della campagna sapessero che cosa bolliva nella pentola di Fiorani: nessuno di noi ha la palla di vetro, né legge nel pensiero.

Voglio solo attrarre l’attenzione sul fatto che utilizziamo ogni giorno uno strumento molto potente, e lo manovriamo talvolta con eccessiva disinvoltura. Talora accade che, anche quando potremmo, non sottilizziamo troppo né sulle richieste dei clienti, né sui nostri metodi per raggiungere l’efficacia. Crediamo davvero che gli effetti collaterali dei nostri messaggi siano da attribuire solo a chi li firma? Noi obbediamo solo agli ordini?

Pubblicato da Mauro Mongarli, il giorno e l'ora: 03.03.06 16:16

Interventi

Interessantissime considerazioni. Le condivido per un altro settore, quello in cui lavoro, che è la crittografia (rendere inutilizzabili le informazioni a tutti i non autorizzati).
Pone scelte pesanti a volte e, a volte, mi sono trovato nella condizione di alzare le chiappe dalla sedia e andarmene; anche a fronte di commesse tecnicamente interessanti e oarcelle molto buone.
Sono un pirla? Non lo so e non è questo il punto. A mio parere il punto è un altro e lo pnevo anche in merito a una diversa questione, ma generata dalla stessa matrice. Eccola: "i *professionisti dell'intelletto* devono avere un'etica da seguire?"

Per me la risposta è implicita: sì. Però non è chiaro il livello di elasticità di quest'etica e la ritrovo, stiracchiata alla bisogna, trasformata e riadatta allo scopo. Non va bene.

Buon fine settimana. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 03.03.06 17:10

Io credo che la cosa complicata sia mettere insieme un'etica, che come dice Trespolo può avere una sua elasticità, e la propria coscienza che più è elastica e meno fa dormir bene, se la vogliamo ascoltare. A me è capitato di dire "no grazie" ad un lavoro: si trattava di pastiglie di cioccolato vendute come antidepressivi in farmacia... senza un grammo di cioccolato dentro. Ma questo è un caso relativamente facile. Se ci sono di mezzo la politica o i propri principi è sicuramente più difficile. L'esempio "chimico" che Stanislao porta dalla sua esperienza mostra che si possono mettere d'accordo esigenze e propri punti di vista con chiarezza, integrità e facendo bene il proprio lavoro. A far superare tutto questo potrebbe esserci una connivenza, volendo, ma questa verrebbe a nascere prima di mettersi a tavolino e a scrivere – sempre che non si venga imbrogliati in qualche modo.

Pubblicato da: copydifiducia - 03.03.06 17:48

Mauro, d'accordo col resto e riparto dall'ultima tua frase: "A far superare tutto questo potrebbe esserci una connivenza, volendo, ma questa verrebbe a nascere prima di mettersi a tavolino e a scrivere".

Ho l'impressione che il punto sia tutto lì: decidere di vederla, la connivenza. Spesso si "dimentica" o la si camuffa...

Buona serata. Trespolo

Pubblicato da: Mauro - 03.03.06 18:46