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01.03.06
Corpi di donna in versi
di Laura Pugno
[Qiuesto articolo di Laura Pugno è apparso nel quotidiano il manifesto]
Sono usciti da poco per le napoletane Edizioni d'If di Nietta Caridei due libri di poesia: Fiato. Parole per musica di Elisa Biagini e Fata morta di Giovanna Marmo. Ad accomunarli, oltre alla grafica rossoargento della collana «i miosotìs» (che conta tra l'altro testi di Lo Russo, Ottonieri e Mesa, nonché, tra gli autori più giovani, di Massimo Sannelli e Andrea Inglese), è il tema sotteso dell'addizione del corpo; e forse non è un caso, se anche il terzo volume da poco uscito per gli stessi tipi, di Enzo Mansueto, ha un titolo che a questo tema riporta: Gli ultracorpi. Tra gli esponenti della poesia ultima - vale a dire della generazione tra il '68 e il '78, per riprendere la definizione coniata da Marco Giovenale per l'edizione 2005 del festival RomaPoesia - sia Biagini che Marmo hanno un profilo definito e già compatto tra raccolte edite, partecipazioni a premi, performance.
Fiorentina, del 1970, Biagini esordisce nel 1993 con la raccolta Questi nodi (Gazebo); nel '99 pubblica Uova per l'editrice Zona, e nel 2004, nella collana bianca di Einaudi, il libro a cui più si lega la sua fisionomia critica, L'ospite. Sempre per Einaudi deve uscire la nuova raccolta, Nel bosco. Napoletana, del 1966, Marmo pubblica nel 1998 per Studiozeta il suo primo volume di Poesie, a cui segue nel 2002 il cd audio Sex in Legoland, DeriveApprodi.
Il corpo che si aggiunge alla parola - non solo dall'interno ma dall'esterno del testo - è normalmente, nella prassi poetica, esplicito nel lavoro di Marmo, che è performer, e implicito in quello di Biagini, per cui Andrea Cortellessa nel saggio introduttivo ai testi raccolti nell'antologia Parola plurale (Sossella 2005), ha parlato di «corpo... come costellazioni di microtraumi... cui segue la cucitura-scrittura di una seconda pelle cicatriziale percorsa da infinite, doloranti commessure: da attonita Catwoman di provincia».
In questi due volumetti però l'equilibrio consueto si ribalta. Fiato di Elisa Biagini, infatti, non come raccolta di poesie si presenta - a parte i bonus tracks in coda, come in un cd - ma quale forzatura voluta verso la narrazione in versi, esercizio concettuale e sentimentale da paroliere, poi tradotto effettivamente, in qualche esempio, in musica. L'intenzione è dichiarata nella brevissima prefazione dell'autrice, che qualifica il libro di «esperimento»: «Un anno fa circa, come sfida con me stessa e date delle circostanze speciali, decisi di prendere un paio di mie vecchie poesie, di argomento in qualche modo amoroso, e di costruire intorno ad esse delle storie che potessero in caso, essere messe in musica ... l'idea era di creare delle ballate su temi tradizionali come l'amore appunto, o la solitudine ». E così, se «Adesso non c'è luogo dove andare, / non c'è ragione dove rimanere: // il tuo fiato / si fa il ghiaccio / su cui cado»: la tentazione poetica del canto diventa esplicitamente canzone o canzonetta, la ricerca o il ritrovamento della musicalità si fanno, nel farsi sentimentali, ironici.
Praticamente il contrario accade in Fata morta di Giovanna Marmo: libro delicatamente horror, dalle atmosfere alla Angela Carter, percorso da una vitalità misteriosa, tra vegetale e animale. Ma anche libro che, nell'interpretazione straniata che frequentemente ne dà Marmo nelle sue performance (in particolare per quanto riguarda i testi intitolati Regno dei muti e Nord, sia contigui che uniti da fili di continuità), vira verso tonalità acide che cancellano il piacere sottile della distillazione del sé nella palude del mostruoso fiabesco, nel gioco di ricezione della voce che lega la dimensione corporale a quella minerale, come appunto nel Regno: «Mi spoglio e mi lego. Con un braccio/che non è il mio, alla macchina. / Con un braccio che non è il mio, / zampe di tigre gialla guidano la macchina / che piano ti penetra». Forse proprio per questa negazione della seduzione della fiaba, dell'ambigua voce «di sonno, di medicina e saliva», «che si è spalmata addosso/come una crema, negli angoli» - il no che il corpo in lettura aggiunge al sì del testo già scritto - la ripetizione umana dei gesti può anche portare, contro ogni previsione, a conclusioni che escono dalla dimensione d'orrore del mondo, e questo indipendentemente dalla volontà di salvezza o di annullamento del singolo: «Gli oggetti sembrano mai toccati. / Ci sono gatti che non ami, / gli dài da mangiare, / perché così è sempre stato. // Fai questa cosa in silenzio». Lo stesso silenzio di gesti quotidiani con cui si interrompe, sospesa la musica, Fiato di Biagini: «Spiana le grinze / al cervello, // un letto rifatto // ogni mattina».
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 01.03.06 11:28
Interventi
Quest'ultimo verso di Elisa Biagini è davvero potentissimo. Grazie Laura per aver segnalato questi preziosi libretti.
Pubblicato da: Livio Romano - 02.03.06 23:50
