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05.03.06

Andrea De Carlo: Due di due (1989)

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

DeCarlo.jpgGuido Laremi, quattordici anni, "occhi chiari, capelli biondastri disordinati" compare un giorno nella vita dell'io narrante, ed è subito simpatia, non ancora amicizia. Guido non si confida molto, pare avere dei segreti, ma Mario è affascinato dalla sua personalità, è contento che, capitato nella sua stessa classe, abbia scelto lui come compagno di banco.
È il quarto libro che leggo di questo autore, e devo dire che la sua scrittura è sempre ordinata, lineare, comprensibile. I suoi stati d'animo, e quelli dei personaggi evocati, seppure impalpabili e lievi, si trasmettono con una facilità ed una leggerezza sorprendenti. Scrittore di intrattenimento, allora? Non solo, le sue storie sono sempre circondate da un alone di mistero, da un fascino non esplicito, da note che vagano in attesa che qualcuno le raccolga.

Non sono mai cerebrali i suoi romanzi, non stuzzicano la mente con più o meno indecifrabili enigmi, non le chiedono di varcare i confini dell'impossibile e dell'ignoto, ma la impegnano quel tanto che occorre perché indichi al lettore la via semplice del cuore. La sua scrittura è morbida, ovattata. Le situazioni non ci giungono mai spinte da un impulso violento, eccessivo, ma sono lentamente annunciate. Anzi questo procedere lento, quasi diaristico, è una caratteristica di questo autore, puntiglioso nello sminuzzare le azioni e perfino i sentimenti; le parole paiono sempre sussurrate anche quando descrivono situazioni forti.
Ho trovato estremamente interessante la nota introduttiva datata "Roma, giugno 1999". Essa dà conferma alla mia profonda convinzione che l'autore sia più semplicemente lo strumento della sua storia. Essa già esiste, e spinge l'autore a disegnare, sia pure in mezzo a molte incertezze, il suo percorso.
Guido è una ragazzo pieno di mistero, ed anche per questo ammirato ed affascinante. È desiderato dalle ragazze e guardato con sospetto dai ragazzi. Paola Amarigo, la compagna di classe, ritenuta anche per la sua bellezza inavvicinabile, comincia a mostrare segni di cedimento non appena avvicinata da lui. Mario osserva tutto ciò quasi con discrezione, ammirando l'abilità e la seduzione che promanano dal suo amico: "lui corrispondeva a quasi tutto quello che avrei voluto essere". Sarà Guido, infatti, che lo farà decidere "a rompere il vetro" con Margherita Tardini, di cui Mario si è innamorato. Per entrambi sarà l'iniziazione di una serie di amori tutti vissuti con incredulità e stupore.
Si profila una storia di avventure adolescenziali, covate all'ombra della scuola, che nascono, muoiono, si ripetono, si rinnovano? O una storia che vede alcuni dei giovani personaggi coinvolti nelle ansie e nelle aspettative di cambiamento di una società che non cambia mai?: "mi sembrava di sentire la sofferenza e la rabbia che doveva aver provato a crescere da bambino povero a Milano" dirà Mario dell'amico. E anche: "la sua non era affatto incoscienza, ma una specie di forma autodistruttiva provocata dalla rabbia per il mondo com'era." Qualcosa di più, invece, di rarefatto e sensibile. Guido, infatti, passa rapidamente da affascinante e misterioso personaggio allo stereotipo insoddisfatto che grida contro i guasti prodotti dalla "civiltà industriale, che aveva brutalizzato lo spazio e distrutto i ritmi e gli equilibri complessi della vita per adattarli a quelli delle macchine", finché è travolto dalla sua stessa esasperazione, raccontata in pagine che non mancano di disegnare situazioni di disfacimento e inettitudine, ma anche di orgoglio e di coraggio. Guido e Mario si sentono sempre di più attratti dal "contrasto con le cose che dicevamo e facevamo durante il resto del nostro tempo." Sono proprio le due vite, di Mario e di Guido, a dare il titolo al libro: "Pensavo a quanto le nostre vite erano state diverse in questi anni, e anche simili in fondo, due di due possibili percorsi iniziati dallo stesso bivio."

Se ne vanno da casa, si mettono in viaggio, un viaggio iniziatico (iniziatico sempre e per tutti: anche quando leggeremo dei viaggi del solo Guido), un po' alla Kerouac e un po' alla Hemingway, si potrebbe dire, che dovrebbe corrispondere alle loro attese di avventura e di conoscenza e placare la loro voglia di possedere il mondo, soprattutto da parte di Guido, giacché Mario, almeno in principio, è l'ombra che segue ed asseconda l'amico, il quale lo aiuterà più di una volta, ancora, "a rompere il vetro" e a trovare "un baricentro non suscettibile al minimo ondeggiamento di umori". "Senza Guido a mettere in luce ogni ruolo e metterlo in relazione con gli altri eravamo come attori senza un regista". Non sarà per Mario l'unico viaggio, ne seguiranno altri, con nuovi compagni ed esperienze aggiuntive, smarrite in un'imponderabile, tenue percezione del mistero della vita. Dirà Mario: "andavo indietro rispetto alle responsabilità e alle scelte, alle richieste insostenibili della vita." Ma anche: "Avevo voglia di reagire, occupare una parte di spazio senza più esitazioni, diventare adulto." Al contrario Guido, ammirato dei risultati conseguiti dall'amico, che ha incontrato per di più una ragazza straordinaria come Martina, dirà: "non ho nessun tipo di equilibrio fisso, non so ancora cosa voglio." E così riusciamo ad avvertire ("mi sembrava di essere un po' Guido") quello scambio di ruoli che può anche esserci nella vita tra due persone che sono talmente legate da un sentimento di amicizia da non accorgersi di essere in qualche modo, infine, la stessa persona: "l'idea che i nostri ruoli si potessero rovesciare mi riempiva di sgomento".

È la storia di questa alternanza e rimescolamento di personalità la chiave di lettura più efficace? Forse. Anzi: sì. Quel bivio di "due di due", confluisce, dopo un tortuoso percorso ("mi sembra che niente abbia più il minimo significato" dirà Guido), su di un'unica strada che sarà, poi, l'affermazione, sia pure malinconica, di una desiderata, riconosciuta e sofferta conquista. Guido fiuta la bellezza della libertà, la idealizza, ne respira il profumo, vi si smarrisce, però; Mario ci si trova ad un certo punto immerso fino al collo, condotto a costruirsi un suo Eden da una fisicità e praticità verso le cose, che è una delle sue scoperte maggiori. E quel piccolo Eden, rispettoso di ogni dettaglio della natura e della esistenza, diventa un fertile grembo generatore di affascinanti alternative alla vita ("il nostro mondo fuori dal mondo funzionava"). Ed è da lì, si intuisce, che può partire un efficace stimolo al cambiamento. Al contrario, Guido resta per molto tempo l'individuo instancabile e sofferente nella sua ricerca ideale, "senza fine", il quale fa da specchio, con la sua inquietudine e la sua aggressività, a una realtà diversa, dura da liberare, decifrare e vincere, da cui nemmeno lui riesce a separarsi definitivamente, ricavandone delusione e tristezza, irretito da un'"irrequietezza malsana" e sfuggente: "era cosa fare nella vita che lo preoccupava."; "mi mordevo le labbra per capire se non ero sparito del tutto." Una realtà subdola e tentacolare lo avvolge, capace di morire e risorgere e farti suo prigioniero, "vittima del mondo", avviando un processo di autodistruzione che percepisci in te, ma di cui stenti a prendere consapevolezza prima che sia troppo tardi. Un mondo "anonimo", appunto, e per questo estremamente presente e pericoloso, non mutabile, inscalfibile, dal quale puoi soltanto, se ci riesci, tenerti lontano. Sensazioni filamentose, queste, ma anche fluide, affievolite e sospese, che già abbiamo provato altrove, in altri autori, non nuove quindi, anche se qui si avverte, grazie a quello stile lento e minuzioso che si diceva in principio, il consumarsi del tempo e delle cose, un sentimento aspro, forte, di decomposizione, desolazione, tristezza e caduta, che resta forse il protagonista più importante e memorabile. Alcune situazioni scontate, come la ribellione studentesca del '68, oppure quelle che descrivono i più vari e noti espedienti a cui ricorrono i giovani per evitare il servizio militare di leva, oppure la scrittura di un libro in cui riversare la propria rabbia, il desiderio di costituire una federazione anarchica contrapposta allo Stato (tutte situazioni un po' rimasticate), costituiscono, tuttavia, un po' il limite di questa storia, che resta una bella storia, s'intende, ben raccontata, anche se si ha la sensazione che i personaggi non siano sempre stati messi in condizione di giocare fino in fondo le loro carte, e che avrebbero potuto diventare qualcosa di più. Uscire dal romanzo, insomma, ed entrare nella nostra vita.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 05.03.06 09:07

Interventi

Ecco un problema di De Carlo, uno scrittore che non è per niente cerebrale ma solo "di cuore", così tanto che la sua scrittura, a mio avviso, risulta essere non dissimile a quella degli harmony. Anche se non ti nego che ho letto degli harmony migliori rispetto ai libri di De Carlo, minimale sino all'inverosimile: se non avesse la faccia che si ritrova, da belloccio romantico, non venderebbe né una copia né sarebbe letto anche solo per scherzo del destino. Dici bene: diaristico. Ma ho letto diari on line migliori, più equilibrati, e stilosi rispetto alla non-scrittura di De Carlo. Ritengo De Carlo un non-scrittore, nel senso che adopra la penna ma per non scrivere se non l'estrema verbalizzazione e banalizzazione dei sentimenti umani.

Abbracci

Beppe

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.03.06 10:02

Bart, io questo l'ho letto!
E con grandi aspettative, almeno da quanto mi era stato descritto.
Risultato? La storia mi ha affascinato, specialmente il personaggio di Guido.
La scrittura di De Carlo invece mi ha profondamente deluso. Poca punteggiatura, usa sempre le stesse frasi (es: detto, fatto, ecc).
Insomma molto bene la trama, ma il suo stile non mi piace.
Parere molto personale, eh.

Pubblicato da: matteo - 05.03.06 10:19

Con De Carlo ho chiuso la breve rassegna limitata a quattro scrittori di oggi che presentano una scrittura diversa l'uno dall'altro: Ammaniti, Nori, Conti e De Carlo. Ce ne sono altri, ovviamente, ma il mio intento era quello di presentare una sintesi spiccia del movimento in atto nella scrittura, anche qui da noi, in Italia. Tra i quattro, sento a me più affine la scrittura di Conti, che è quello che non ha ricevuto alcun commento! Passato inosservato? Speriamo di no.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.03.06 10:39

No, Conti non è passato inosservato. De Carlo non mi piace affatto, né per stile (che non ha) né per contenuti, ma credo tu l'abbia capito bene dal mio commento precedente. Nori: mah, non sapevo neanche che lo si potesse considerare uno scrittore. Insomma, peggio di De Carlo solo Nori. Be', non esageriamo: sono sullo stesso piano, ma agli antipodi. Nori ha stile: ma i contenuti non ce li leggo nei suoi romanzi. Ammanniti è quello che, con le imperfezioni del caso, riesce ad essere più completo: quindi sì, piace, per stile (non perfetto) e per contenuti. Ma è giovane, quindi credo il suo stile potrà migliorare. Conti mi piaciucca, niente di più: questione di gusti, non è un giudizio quello su Conti, solo l'espressione di un mio sentire; mi piace e non mi piace, mi piaciucca, tutto lì.

Beppe

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 05.03.06 11:05

Che bella sorpresa, Bartolomeo, stamattina! Accendo il computer e trovo Guido Laremi. E' stato definito uno dei personaggi più belli dell'ultima letteratura italiana. Vabbè, non credo, e comunque non sono in grado di giudicare se DE Carlo meriti tanto - le graduatorie, specie in letteratura, trovano il loro tempo- però concordo pienamente con te sulla sua scrittura, semplice e piana, e sul suo approccio lineare, volutamente lineare e distaccato, ai venti anni di storia italiana di Due di due. Questo mio sentire deriva anche dalla compagnia che mi tenne la settimana di una estate, quando fui bloccato da una fastidiosa tallonite. De Carlo l'avevo sempre disdegnato - eppure chi ricorda che a metà 80 era al primo posto delle classifiche, insieme a tre o quattro gatti italiani? - poi nel 2002 scoprii quel libro, in edizione economica, sullo scrittoio di un'amica di mia figlia, nostra ospite al mare. L'insegnante di italiano gliel' aveva imposto in lettura . De Carlo nei Ginnasi? De Carlo dato ai giovani? ma va!, storsi i baffi. "Un bel romanzo, piaciuto molto", aggiunse invece Martina, "lo legga".
Che ne so, ci sono momenti della vita in cui un libro, magari evitato, si impone e vira in desiderio, senza si capisca da dove nasce quell'impulso. Di qualunque specie fosse io comunque lo benedico, perchè mi fece imbattere in Guido Laremi, appunto, che definire tra i maggiori personaggi della letteratura italiana mi pare esagerato, l'ho detto, però il suo fascino indiscutibile ce l'ha, specie nel porsi - come giustamente sottolinei- quale alternativa integrante ( o doppio in negativo?) del presunto personaggio principale. Un romanzo sull'amicizia, perciò lo definisco, scusandomi per la parvità di interpretazione, e sull'impossibilità e il contrastante desiderio di essere altri - come tu osservi- nel quale incidentalemnte c'è posto per il 68, la rivolta dei 70 e l'approdo, questo sì originalissimo e decarliano, all'ecologia. Ne fanno testo, di quella vocazione, le pagine indimenticabili sul recupero del cascinale (umbro?) in cui Mario si ritira. Lo so che sparo grosso, ma quelle pagine - fatte di attente descrizioni di come far ripartire, che so, una pompa- un po' mi hanno ricordato il Robinson Crusoe. Vabbè, soffrivo di tallonite :-)
C'è un altro, ed ultimo, aspetto che mi fa riandare con piacere a Due di Due: la prefazione dell' autore. Dice che di questo romanzo ne aveva steso un canovaccio di 20 pagine, con una prima sbozzatura dei personaggi. Mise da parte, ma passato del tempo scoprì quei personaggi venire a fargli visita a primo mattino insistendo perchè ne racontasse la storia.

Un caro saluto e buona domenica.

Carlo

PS M'hanno soffiato la Cialente! vabbè aspetterò il mese prossimo. Però che coraggio Giulio Mozzi: i libri, come dicono a Bolzano, so' piezz' e core! operazione dolorosa il disfarsene :-)

Pubblicato da: Carlo Capone - 05.03.06 11:20

A me dispiace molto, Carlo, che Giulio si debba disfare dei propri libri per sostenere le spese di vibrisse. Non mi pare giusto. Non so come fare per fargli accettare un mio piccolo contributo, visto che io non posso proprio disfarmi dei miei. Mi sento assente, mentre vorrei svolgere anch'io la mia parte.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.03.06 12:04

Anche a me, Bart, non pare giusta la sua scelta. Considerami al tuo fianco nell'opera di persuasione.

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 05.03.06 12:36

Bartolomeo, Carlo, sono d'accordo con voi. Io nell'altro post ho offerto un libro. Sono disponibile ad altre soluzioni.

Pubblicato da: Giorgio Morale - 05.03.06 13:02

C'è solo da sperare che Giulio cambi idea e a quella che ha avuto lui (e che può continuare) si aggiunga l'altra di un contributo volontario una o due volte all'anno di chiunque vuole dare una mano.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.03.06 13:56

Caro Bartolomeo, dopo lo slancio del post precedente, dico la mia su "Due di due", che anch'io ho letto, anche se molti anni fa - e i ricordi non sono più così precisi, e non ho più con me la copia del libro, che regalai tempo fa. Ricordo la prefazione, che ha accenti di verità, tant'è vero che il libro esprime un clima di quegli anni. Tanti ci si sono riconosciuti e gli insegnanti continuano a proporlo agli studenti come libro che affronta tematiche "giovanili" (infatti penso si tratti di un long seller), in primis l'amicizia, il viaggio, l'ecologia... Ricordo che l'inizio è accattivante e intrigante, l'apparizione di Guido è circonfusa di fascino e mistero, che forse ritorna qui e là. Poi però la storia procede su binari di tipo cronachistico, mentre la scrittura, a parte qualche pagina, non ha per lo più né guizzi di invenzione né l'asciuttezza della scrittura cronachistica di tipo letterario. Insomma, il libro ha svolto una sua funzione e ha trovato una sua collocazione nel panorama attuale, ma io al momento non sono tentato di rileggerlo, contrariamente a quanto mi è successo, Bartolomeo, per la maggior parte dei libri da te "letti" su vibrisse. E' preziosa comunque questa tua rassegna di letture e questo confronto con opere diverse.

Pubblicato da: Giorgio Morale - 05.03.06 15:23

Giorgio, grazie. La rassegna, come ho scritto, è stata breve e incompleta.

Ora vorrei tornare ai miei amori letterari e alla mia ricerca. Qualche tempo fa presi un impegno qui di leggere qualche libro di autori assolutamente sconosciuti e che si affacciano al romanzo e al racconto per la prima volta o giù di lì. Non dimentico la promessa, e forse lo farò verso la fine di aprile. Da giovedì ritorno al mio ritmo settimanale (salvo imprevisti) con un Omaggio a Dickens che prenderà in considerazione, per tre giovedì, i suoi meno conosciuti dai più, ma assai importanti: Casa desolata, Tempi difficili e Grandi speranze. Poi devo rendere omaggio ad alcuni scrittori di cui quest'anno si celebra un qualche anniversario: Bufalino, Papini e la Lagorio, scomparsa da poco. Intercalando con qualche altro autore importante del Novecento di casa nostra.

Spero che continuiate a seguirmi. Io ce la metto tutta:-)

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 05.03.06 16:19

Caro Giorgio, il mio stupore di allora - apprendere cioè che Due di due fosse proposto nelle scuole - non va assolutamente interpretato come negativo. Anzi, direi che si rivelò una buonissima notizia a lettura ultimata. Credo sia tempo che i nostri giovani siano educati anche alla narrativa contemporanea. Se ricordo bene fu questa l'idea guida di una certa rivoluzione di programmi di italiano dell'allora ministro Belinguer.
Lodevolissimo e coraggioso, inoltre, l'impegno di Bartolomeo a recensire gli sconosciuti e a proporre opere di grandi autori considerate minori. Io ne ho trato govamento e cito un secondo stupore nell'apprendere dalle sue letture di un Giuseppe Berto di cui ignoravo certe sensibilità meridionalistih. E a questo punto mi spiego perchè Il male oscuro si concluda di fronte il mare di Scilla.

Cari saluti

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 05.03.06 18:05

e.c. tratto giovamento

Pubblicato da: Carlo Capone - 05.03.06 18:05

Argomento alquanto spinoso De Carlo. A parlarne bene c'è da andare sotto processo. E' uno degli scrittori più o meno di successo italiani, un piacione tipo il Baricco eccetera eccetera. Pubblica il suo bel libro prima delle feste, vende un bel po' di copie, e via. Io su De Carlo ho le seguenti idee: i primi libri mi piacquero, Due di Due mi piacque parecchio, anche lo stile, che superava quel minimalismo anni Ottanta del Treno di Panna; mi è piaciuto anche Tecniche di Seduzione, mi piaceva il suo talento di ritrattista grottesco (ho trovato alcuni ritratti molto graffianti di Craxi e di Streheler in alcuni suoi libri): poi, è diventato un mestierante. Ha iniziato coi libri a modulo, e adesso è sempre la stessa solfa. Ha scritto anche alcune storie d'amore perfettamente inutili. Scrive ormai per compiacere e fare un po' di grano e di successo. Ma un certo suo passato rimane.

Pubblicato da: Baldrus - 05.03.06 18:52

Caro Carlo, concordo su quanto dici: è prezioso l'impegno di Bartolomeo a recensire autori sconosciuti o poco conosciuti e a proporre opere di grandi autori considerate minori. E' bello anche leggere rivisitazioni di alcuni grandi classici e già mi predispongo a gustare le letture dedicate al grande Dickens. La più bella scoperta che devo a Bartolomeo finora è stata quella di Gaetano Cappelli, a cui non mi ero accostato prima della "lettura" su vibrisse.
Concordo anche sulla necessità che gli studenti siano educati alla lettura della narrativa contemporanea. Su De Carlo invece ho delle riserve. Cercherò comunque, appena ne avrò l'occasione, di verificare le impressioni di vari anni fa.

Pubblicato da: Giorgio Morale - 05.03.06 21:46

Il minimalismo anni ottanta di Treno di panna e di Uccelli da gabbia e da voliera aveva di buono che era, o appariva come una novità. Pochi scrivevano in quel modo in Italia. Bisogna fare mente locale. De Carlo era cosmopolita, aveva trent'anni, aveva una sua "voce". Nessuno aveva ancora letto niente di nuovo dall'America: Carver? Boh. Delillo? Mai sentito (non so nemmeno se fosse già stato tradotto). Arriva De Carlo, con questo italiano "tradotto" e per noi che avevamo vent'anni era come una spinta a buttarci giù per una scala di parole nuove:
"Alle undici e venti di sera guardavo Los Angeles dall’alto: il reticolo infinito di punti luminosi. Stanco com’ero cercavo di seguire la vibrazione dei motori, così come arrivava al mio sedile attraverso la struttura di metallo in tensione. Ero sicuro di scoprire qualche cambiamento improvviso di ritmo, o vuoto di frequenza. Cercavo anche di leggere le scritte al neon in basso, man mano che venivano a galla nel buio; i contorni delle freeways vicino al mare." (Treno di panna, 1981)
E poi:
"Alle tre di pomeriggio sto guidando la mia MG bianca lungo Goldfinch Avenue verso le colline, con una cassetta dei Rolling Stones a tutto volume sullo stereo, e salto uno stop senza accorgermene.
Vedo una Chevette verde chiaro che mi arriva da destra, scivola verso me come un piccolo cetaceo sott’onda. Non cerco di frenare, o di girare il volante, o. Guardo il verde chiaro che si avvicina, senza togliere il piede dall’acceleratore.
C’è un rumore completo, perfetto: una specie di PTRAC molto concentrato, dove le diverse note si sovrappongono una all’altra invece di dilatarsi in varie direzioni com’è normale. È un suono che ne racchiude molti, li semplifica e arricchisce di
sfumature allo stesso tempo". (Uccelli da gabbia e da voliera, 1982)

Oggi possono suonare come patacche minimaliste.
Ma allora, me lo ricordo bene, no.
Poi è arrivato "macno" e non ne ha più azzeccata una.
(allora forse erano patacche minimaliste...)
Ezio

Pubblicato da: Ezio - 05.03.06 21:54

Il primo De Carlo fu introdotto da Italo Calvino, vero? Sì, che è vero.

Dici bene, Ezio caro. Aggiungo io: De Carlo si è svenduto dopo Macno: prima era interessante, non molto in verità, almeno per i miei gusti, però sapeva esser interessante. Oggi è invece minimale sino all'inverosimile, così minimale che sì, è artificio, è artefatta la sua scrittura, studiata nel dettaglio, in pratica un non-scrittore che reitera temi e frasi sempre e sempre uguali.

Prova a leggerti l'ultimo, "Giro di vento": una patacca minimalista in stile new-age. Ci manca solo Pocahontas in stile Walt Disney tra i personaggi...

'Notte

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.03.06 00:43

In effetti "Giro di Vento" è di una bruttezza imbarazzante. Nessuno cita "Uto", che secondo me è una delle cose meglio riuscite a De Carlo.

Pubblicato da: Federico - 06.03.06 10:04

Caro Giuseppe,
no, non posso leggere anche Giro di vento. A meno che non mi paghino. Vorrei finirla di leggere libri per farmi un'idea di. Vorrei leggere libri che ritengo possano piacermi.
ezio

Pubblicato da: Ezio - 06.03.06 10:34

Caro Ezio,

non nego che spesse volte la lettura possa diventare una sorta di tortura. Anche a pagamento, certi libri diventano pondo non indifferente da sostenere. I libri belli, o che pensiamo possano darci piacere, son rari come le mosche bianche. :-)

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 06.03.06 10:57

@ Federico

Metterò Uto nella mia prossima raccolta di letture che dovrebbe uscire prima dell'estate.

La trovi già nel mio archivio, qui, scorrendo la pagina: http://xoomer.virgilio.it/badimona/DeCarlo.htm

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 06.03.06 11:13

@ BART

Caro Bart,

mi son permesso di riprodurre su King Lear il tuo pezzo su Andrea De Carlo, ovviamente citando fonte e te come autore.

Beppe

Pubblicato da: Giueppe Iannozzi - 06.03.06 14:15

Concordo: "Uto" è uno dei migliori di De Carlo. Anche "Tecniche di seduzione" credo sia da leggere, vi si delinea un ritratto a dir poco "graffiante" :-) di un noto scrittore italiano.
Grazie a Bart per le sue letture che non dimenticano la letteratura "popolare". Ci piaccia o no, una grossa fetta di lettori italiani non legge Aldo Nove, ma Baricco e De Carlo e - ahimè - Moccia.

Pubblicato da: LaGiardiniera - 06.03.06 15:15

@ Beppe

Onoratissimo e ti ringrazio.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 06.03.06 15:29

Interventino in ritardo su De Carlo, così, veloce, prima di mettermi a giocare con mia figlia. Io questo scrittore lo amo moltissimo. Narratore nato. Sfido chiunque fra gli italiani a prendere il lettore e a tenerlo attaccato alla storia per 300 pagine. Non è vero che banalizza i sentimenti. Li racconta, li mette in scena. Non è vero che non li approfondisce. Forse non userà una lingua aulica, non userà aggettivi coltissimi, però quando leggi, metti, Due di due: tu sai con estrema certezza cosa provano i due amici, le loro compagne, e anzi ti immedesimi, insomma tutti noi siamo stati per un momento il primo dei due amici e per un altro momento il secondo. Anche Tecniche di seduzione: si può dire che non racconta benissimo una storia di doppia seduzione? Alziamoci tutti in piedi, quando parliamo di De Carlo. Senza invidie. Non vedo cosa c'entri Harmony. Ne avessimo diecine di narratori così! Chi ne parla male, secondo me, non l'ha letto...

Pubblicato da: Livio Romano - 08.03.06 16:47

Livio, approfitto dell'occasione. Ho due tuoi romanzi: "Porto di mare" e "Mistandivò". Ne posso leggere al momento solo uno, fra qualche settimana.

Quale ti farebbe piacere che leggessi?

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 08.03.06 16:54

ke libro di merda

Pubblicato da: kekko - 19.05.06 17:58

Grazie, Kekko. Avevamo proprio bisogno del tuo illuminante e argomentato giudizio.

Pubblicato da: giuliomozzi - 20.05.06 08:00

De Carlo lo conosciuto durante la lavorazione del film, E la nave va. E' stato gentile cortese e sempre disponibile. Ho un meraviglioso ricordo. Aveva gia pubblicato treno di panna, e uccelli da gabbia e da voliera. Era allora, ancora più "giovane" di adesso,(classe 1952) ma aveva (qualità rara) la disponibilità mentale, l'educazione, e vera semplicità.

Pubblicato da: Michele - 25.10.06 11:31

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