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17.02.06

Tiziano Scarpa: Occhi sulla graticola (1996)

di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Tiziano_Scarpa.jpgÈ il libro di esordio, uscito nel 1996, di questo scrittore nato a Venezia nel 1963, molto attivo nel panorama letterario italiano, insieme con altri tra cui Antonio Moresco, Aldo Nove, Dario Voltolini, tutti impegnati a sperimentare nuove strade, nuovi linguaggi tanto nella narrativa quanto nella poesia [vedi Il primo amore].
L’incontro a bordo di un vaporetto (siamo a Venezia) tra Carolina e Alfredo, così imbarazzante e originale, dà subito la misura dello sguardo ironico e grottesco che Scarpa rivolge alla realtà. Ne presenta subito il lato paradossale con il quale, sia pure in piccole dosi nella vita quotidiana, dobbiamo fare i conti.

La sua scrittura, indirizzata ad un “Alfredo futuro" (che è il se stesso che accompagna questa esperienza), cui racconta le confidenze ricevute da Carolina, della quale legge anche il diario, ammicca direttamente a noi; è per noi che Scarpa si fa le sue risate, divertite ma anche amare, sulla vita. Si legga la conversazione tra i due giovanotti e la settantaquattrenne “signorina" Gugliemina Cordellato, che però “ne dimostra cinquantacinque" e proprio per questo ha i suoi segreti, tra cui quello che, un po’ vergognosa, rivela ai suoi incuriositi visitatori, di far uso, ossia, di “Succo maschile". I due giovanotti sono “Fabrizio Rumegotto (25 anni) e Giampaolo Devitis (23)" che, studenti, sono lì per affittare un appartamento di cui la Cordellato è proprietaria. Scarpa introduce i due personaggi perché uno di essi avrà rapporti con la vita di Carolina. Tra le clausole del contratto, vi è quella fondamentale, “non scritta", di rifornire la padrona del suddetto succo maschile, la quale clausola consente “di abbattere di un buon sessanta per cento il canone mensile d’affitto."; “la Cordellato esigeva succo di Rumegotto alla mattina e spremuta di Devitis nel tardo pomeriggio", che i due giovanotti, saliti a turno all’appartamento della signora, accompagnati in bagno, raccoglievano in “un vasetto di vetro, riciclato da un contenitore monodose di yogurt magro." Alla maniera dissacratoria, irriverente e un po’ goliardica, Scarpa gira intorno al tema inventando - e divertendosi - dialoghi che gli stessi due giovanotti svolgono con nomi diversi tratti dal passato: Alcibiade (Giampaolo) e Erissimaco (Fabrizio), da cui vengono catapultati nella modernità grazie a una “Traduzione dal greco di Alfredo F." che, dunque, oltre che essere il destinatario dell’opera, ne è anche in qualche modo protagonista e autore. La scrittura di Scarpa è un fiume di parole, simile ad un esercizio in cui, datosi il tema, l’attore si esibisce in una inarrestabile combinazione di ipotesi, ragionamenti, assiomi e conclusioni, il cui obiettivo resta esclusivamente la manifestazione del potere della parola. La lunga pagina che disserta sulla biblioteca e sui libri può essere presa ad esempio, da cui stralciamo questo brano: “Nonostante ciò, i corpi si lasciano sopraffare dalla sceneggiata bibliotecaria dei libri, rimangono a bocca cucita di fronte all’avanspettacolo dei libri che mostrano il culo sulla ribalta degli scaffali, i corpi continuano ad andare in pellegrinaggio dai libri a imparare i discorsi chiusi dai capitoli, i versi con le sillabe contate, i rettangoli di inchiostro recintato dai margini bianchi."
Ma di esempi è pieno lo smilzo libriccino, nel quale ciò che si ascolta è proprio il rombo, il fragore della parola. Si guardi il capitolo sulle riviste e sui fumetti pornografici giapponesi, nel mondo dei quali lavora Maria Grazia Graticola (il cui vero nome è Carolina Groppo, sì, proprio la ragazza incontrata sul vaporetto da Alfredo), il cui compito nella rivista “KissManga" “consiste nell’adattamento e occidentalizzazione" degli apparati genitali dei personaggi: “interviene sui fumetti in bianco e nero, lavora di lametta, bianchetto e inchiostro per normalizzare, restaurare, reinventare, riportare alla luce i genitali nella loro cruda nudità."

Scarpa, che finge di saccheggiare ogni tanto il diario di Carolina, prende la scrittura come un gioco e, semanticamente non avaro (si pensi a quell’originale “dist’amanti" per significare amanti che vivono lontano l’uno dall’altro, o anche “lucciolare", “scucchiaiare"), si diverte a costruire con le parole figure che paiono uscite proprio da un fumetto, com’è il caso della ragazza in cui s’imbatte Carolina, che a Londra, salita in metropolitana, si trova seduta accanto ad “una darkina, impermeabile di cuoio nero, capelli catrame, palpebre fuliggine, rossettone viola tenebra, gota pallida, iride nichilista. Però niente cose tipo croci di filo spinato sul petto e orecchini ad ampolla con i ragni vivi dentro." che tiene al guinzaglio una “pantegana". Scarpa mette la sua intelligenza e la sua abilità al servizio di un’operazione di pura invenzione e di sottile sarcasmo, lasciandosi guidare da raffinate suggestioni di immagini e di parole.
Gli strumenti di cui si serve per strutturare la narrazione, il suo resoconto e il diario di Carolina, gli consentono di spaziare su ampi fronti. Così si entra dentro il personaggio Carolina e la si seziona in due parti grazie a quanto confessa nel suo diario: “metà è fatta di me e basta, è formata da materia immateriale, indefinibile, indicibile" e l’altra che “è la somma di tutti gli altri, fatti di facce e parole, carta e nastro magnetico, celluloide e VHS, pellicola, pagine, copertine cartonate, cartoni animati, quinte, assi di palcoscenico, alfabeti, gesti ripetuti, battute ridette, scene madri e sceneggiati padri: a differenza della prima metà, tutta questa seconda parte è ben descrivibile, etichettabile, archiviabile.[...] Un repertorio, ecco cosa sono per metà. La mia indole poggia su un piede destro immateriale e un piede sinistro fatto di fogli di carta, nastri di celluloide, schermi di vetro bombato."
La prima metà è rappresentata, dunque, da Carolina Groppo, in tutto eguale ad ogni altro essere umano; la seconda metà è Maria Grazia Graticola, un essere particolare, forgiato dalle sue azioni quotidiane: “Il cuore della mia indole ha un ventricolo destro di carnesangue e un ventricolo sinistro di cartapesta."; “naturalmente ero convinta che il lato vero fosse quello immateriale, il lato fatto di sentimenti sinceri." Si noti come il processo messo in atto dalla scrittura di Scarpa crei apparentemente figure e personaggi prossimi al mondo del fumetto e comunque della creazione artefatta e buffonesca. In realtà ci si trova di fronte ad un oggetto inanimato che cerca di appropriarsi, o meglio di riappropriarsi, di una propria identità che le azioni quotidiane hanno disperso e alterato: “questa non sono io, mi dicevo, io sono io, identica a me stessa, Carolina, Carolina Groppo, anzi, sono Carolina e basta, devo grattare via il mio cognome, i cognomi sono malattie ereditarie, non fanno parte del nucleo vero, dell’identità sincera, devo cominciare a buttare nel cesso il cognome e continuare grattando via tutto lo sporco intorno al nucleo, intorno al centro di me, devo restare carolina e basta, dimenticarmi anche del mio nome, devo fare pulizia di tutte le incrostazioni, devo amputare questa gamba finta, scucchiaiare via dall’occhiaia posticcia questo sguardo da cinema, strappare dalla gabbia toracica il ventricolo di cartapesta, arrotolare e gettare lontano il tubo catodico crasso: il compito della mia esistenza consiste in questo enorme lavoro di disinfezione, di disintossicazione." Non ci può più sfuggire, a questo punto, che l’operazione psicologica in cui è coinvolta Carolina è la stessa in cui è coinvolto l’uomo moderno: la “mestessa" è stata affiancata da un’“ioaltra", composta di “parti sintetiche", voluta dalla società, e difficile da eliminare, giacché le dà da vivere con il suo lavoro.
Ce l’abbiamo una descrizione di Carolina: la prima è quella che ne fa Alfredo quando la incontra la prima volta: “la sua faccia non era né brutta né bella, poteva avere ventiquattro, ventisei anni, capelli castani tagliati a metà collo, occhi chiari, mi ricordo che ho notato il velo di peli biondi sopra il labbro"; la seconda è nel diario che Alfredo sta leggendo, nel quale Carolina accenna a sua madre: “Se mi vedesse all’Accademia invece si spaventerebbe. Se potesse incontrarmi per le scale con i miei capelli castano cenere sciampati, tirati giù, cerchietto di velluto beige intorno al cranio, rossetto arancio stinto, unghie corte trasparenti, golfini ancora tiepidi di coniglietto rosa d’allevamento, gonne sotto la rotula, calze color carne e tacchi bassi: perfino lei mi direbbe di darmi una svegliata."

Scarpa, comunque, sfuma i suoi personaggi, non li mette mai al centro come nel romanzo tradizionale, perché al centro sta sempre la sua scrittura sarcastica, irriverente. Sebbene, infatti, buona parte del racconto sia dedicata alla figura di Carolina/Maria Grazia, essa pare intinta nei colori e nei balloon del fumetto; quasi mai, ossia, riusciamo ad immaginarcela in carne e ossa. Ecco perché ci viene da domandarci se tutto quanto ci racconta l’autore, non sia anche una metafora dell’uomo moderno.
Succede che Fabrizio Rumegotto (ricordate? uno dei due studenti che forniscono “succo maschile" alla padrona di casa) scrive alla redazione della rivista “KissManga", dove lavora Maria Grazia Graticola. La sua lettera contiene un elogio del fumetto porno, considerato superiore alle riviste che riportano foto pornografiche, giacché il disegnatore, rispetto al fotografo, non lascia nulla al caso, ogni minimo dettaglio del disegno è stato pensato e voluto. Invece, “L’obiettivo di una macchina fotografica, imita il buco della serratura.", riprende ciò che “c’era già".
Il disegno, inoltre, per il fatto stesso di essere il risultato di un atto creativo, consente di mettere in comunicazione due persone, il disegnatore e il lettore. Così succede tra Carolina/Maria Grazia e Fabrizio, i cui rapporti “si concretizzano in un oggetto, in un’attività, un fatto: una terza cosa realissima e al tempo stesso simbolica".
Carolina, leggendo l’indirizzo della lettera, scopre che Fabrizio è suo dirimpettaio. Nel diario lascia scritto che non sa se lui passerà dalle “vignette a lei".
Ma Fabrizio ha ben altri problemi che stanno complicando il suo reale desiderio di conoscere Carolina. Il compagno di stanza Giampaolo Devitis “si è trovato una donna fissa" e non vuole fornire più “succo maschile" alla “vecchiaccia", “l’affitto vuole tornare a versarlo tutto in contanti." E la “vecchiaccia" cosa fa? si rivolge a Fabrizio e “gli chiese se per caso non sarebbe disposto a fornirle tre, quattro dosi di succo: mattino, pomeriggio e sera." Se Fabrizio rifiuta, l’alternativa è quella propostagli da un amico di andare di notte, per guadagnare qualcosa, “a scaricare i barconi di frutta e verdura al mercato." È naturale che, alla fine, preferisca accettare la proposta della padrona, scelta che darà all’autore l’occasione di coniare un’altra bella espressione: “giornata quadriquota". Questo ulteriore sforzo gli costerà caro. Infatti, Carolina fa di tutto per conoscerlo e portarselo a letto, ma quando si arriva al punto, Fabrizio tergiversa, trova delle scuse, e i due finiscono per addormentarsi: “Quella sera Fabrizio veniva da una giornata quadriquota, aveva dovuto far sgorgare da sé quattro dosi di cosmetico per la Cordellato, non era fisicamente all’altezza di festeggiare come si deve l’inaugurazione di un amore". Ricordiamoci che chi sta raccontando è Alfredo, che apprende direttamente da Carolina e dal suo diario, e riferisce al se stesso che sta leggendo, al quale offre consigli per approfittare della situazione, e cioè sedurre Carolina. Il congegno messo in atto da Scarpa è così un originale percorso in cui il presente attrae simultaneamente passato e futuro, non fissando definitivamente la storia, ma rendendola mobile.

L’autore, ad un certo punto, ricorda l’esploratore Giovanni Miani (Rovigo 1810 - Congo 1872), di cui Fabrizio osserva i trofei nel Museo di storia naturale di Venezia, tra cui “il corpo catramato di un membro della tribù dei Niam-Niam". Quest’ultimo riferimento mi dà l’occasione di ricordare che Lucca, la mia città, ha avuto tra i suoi figli Carlo Piaggia (Badia di Cantignano – Lucca 1827 – Carcoggi – Sennar – Sudan - 1882), di cui si disse, nella commemorazione del 3 febbraio 1882 tenuta al Cairo in occasione della sua morte dal grande scienziato tedesco George Schweinfurth: “Piaggia fu il modello fra i pionieri della civiltà. Viaggiava sempre solo, senza conforti di sorta, che il progresso moderno permette ai ricchi. Era un pellegrino inoffensivo, imponeva il rispetto dovuto alla sua dignità coraggiosa, ispirava confidenza, ciò ch’è importante in Africa come in Europa e che è un omaggio dovuto alle anime gentili. È vero che Piaggia portava sempre seco un fucile, ma non lo adoperò mai contro gli uomini, sibbene per inviare in Europa una delle più ricche collezioni scientifiche. Dappertutto dove Piaggia passò, il nome dell’uomo bianco restò scolpito nella memoria dei selvaggi, che lo consideravano come un essere caduto dal cielo, come un presente mandato da Dio. Pagani e musulmani si disputavano la sua amicizia; in ogni sito dove fissò la sua dimora, le sue mani laboriose, il suo spirito, la sua intelligenza insegnavano il lavoro ai neri." (in: Carlo Piaggia Nella terra dei Niam – Niam, Maria Pacini Fazzi editore – Lucca, 1978. Presso il locale Liceo classico Niccolò Machiavelli si trova il museo che raccoglie le scoperte dei suoi viaggi).
Torniamo al racconto di Scarpa. L’ultima volta che Carolina ha fatto l’amore, è stata col nonno Carlo Groppo, che è il suo amante; le sta sempre addosso e non ha intenzione di perderla. La mantiene anche, ma Carolina, ora che ha fatto un po’ di soldi con il lavoro presso la rivista KissManga, vuole “staccarsi una volta per tutte dal vecchio." È uscita proprio da un incontro con lui, con il quale stava facendo un esercizio yoga per liberarsi l’intestino e raggiungere “l’effetto sifone" (ciò che riesce al nonno ma non a lei), quando, salita sul vaporetto incontra Alfredo, ed ha quell’episodio singolare, cui si accennava all’inizio, di farsela addosso, cioè, e di gettarsi in acqua per sfuggire agli sguardi stupiti dei passeggeri. Alfredo si tuffa subito dal battello, credendo che voglia suicidarsi, poi la conduce a casa sua, dove Carolina inizia a raccontare la storia che abbiamo seguito fino a qui. Il cerchio si chiude, dunque; non solo: con la fine del racconto di Carolina, scompare anche l’Alfredo futuro, giacché si trasforma nell’"Alfredo presente", ossia nell’Alfredo che si porta a letto Carolina, e che di quella conquista, pensata sin dal principio, questa volta non intende fare nessun resoconto: “Il fatto è che io odio i resoconti." Tuttavia - ancora non lo sa al momento in cui crede di aver chiuso con la parola “FINE" la storia - quando si risveglierà al mattino, con sua sorpresa troverà una lunga lettera risentita di Carolina, che in quel momento, con quelle righe, si svincola dal quel suo colore da fumetto con il quale l’aveva guardata Alfredo fino ad allora, e torna ad essere persona e donna.
Il racconto, svoltosi per tutto il tempo come un resoconto divertito e disincantato che Alfredo fa ad un se stesso futuro, nel momento in cui egli diventa l’Alfredo presente (vi si può leggere anche un aborto dell’Alfredo futuro) si trasforma, dunque, grazie alla lettera finale di Carolina, in un explicit che fa di Alfredo il destinatario dolente di un contatto con la vita che lo costringerà a imparare e a ricominciare tutto da capo.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 17.02.06 19:55

Interventi

Bart, questo lo tengo per domani; stasera sono fuso: tre ore di coda da Milano a Brescia per 80 km. No comment, già esauriti durante il viaggio.... :-)

Buona serata. Trespolo.

Pubblicato da: Trespolo - 17.02.06 23:17

OK, a più tardi. Ora vado a nanna anch'io.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.02.06 00:02

Non l'ho letto! La cosa si spiega facilmente, l'ho comprato un annetto fa ma l'edizione, anzi la riedizione, aveva le pagine stampate male. Scarpa dice che la successiva riedizione non ha più questo problema, quindi la prima volta che mi capita a tiro, sarà il mio.
Tempo fa avevo discusso - discussione animata - con Giorgio Di Costanzo. Il motivo: GDC fa sempre ottimi nomi di scrittori del passato ma non accetta, cioè si rifiuta categoricamente di leggere (ma non di dare giudizi su) quelli del presente (eccetto quelli geograficamente vicini a lui, come Pascale). Allora sarebbe bello scoprire cosa vive, dei grandi scrittori del passato, negli scrittori qui e ora, che anche a volere chiamare nani (in realtà non lo meritano davvero!) si orizzontano dalle spalle di giganti.

Pubblicato da: andrea barbieri - 18.02.06 10:49

La mia opinione è che tutti gli scrittori, quando si dedicano allo scrivere seriamente, meritano rispetto e attenzione, ma tu, Andrea (lo scrivo con la lettera maiuscola, sei d'accordo?), devi tenere conto che Giorgio Di Costanzo ha frequentato scrittori del calibro di Anna Maria Ortese e Elsa Morante, oltre che altri. Questo lascia un segno, soprattutto quando resta difficile oggi trovare in Italia, tra gli scrittori più giovani, autori di quel livello.
Giorgio è un focoso difensore della sua visione di letteratura e geloso e fiero delle sue amicizie letterarie. Ma è persona, credimi, di una bontà e di una cortesia innate, e spero un giorno di poterlo conoscere di persona.

La mia edizione di "Occhi sulla graticola" è del marzo 2005, Einaudi.

Posterò un altro autore che forse ti interesserà, forse domani. Non mancare.

Grazie della visita.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 18.02.06 11:25

Bartolomeo, ho avuto dei genitori che andavano al Jamaica con Alfonso Gatto, abbiamo vissuto a Parigi per anni, lì frequentavano i surrealisti, Breton incluso (loro, io sarei sbucato poco dopo), e mi fermo qui perché se continuassi la cosa potrebbe procurare uno svenimento a te e GDC. Avendo respirato quell'aria, anzi, proprio per aver respirato quell'aria, ho un grande interesse e rispetto per autori che disegnano quelle cose che si chiamano "fumetti": li leggo e seguo il loro lavoro. E sono anche una persona gentile, almeno con chi se lo merita. Se seguissi il tuo teorema dovrei sputare in faccia a tutti: direi che il tuo teorema non funziona.

Oltretutto, non era mia intenzione parlare di Di Costanzo. Cercavo invece di pensare nella lettura a un ponte tra oggi e ieri, cercando appunto i fermenti che continuano (ad esempio è chiaro come molto pensiero sognante della Ortese vive nelle pagine visionarie di Moresco).
Come al solito chiudo pensando di aver chiesto troppo.

Pubblicato da: andrea barbieri - 18.02.06 13:08

Mi sa che è più bella la tua recensione che non il libro, caro Bart. :-)

Scappo: c'ho le gare olimpiche da vedere.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 18.02.06 13:49

Sono d'accordo sulla mozione d'ordine di Barbieri.

Detto questo, io l'ho letto (Scarpa).
L'ho trovato brillante, intelligente e circolare:–).
Ma mentre Moresco pesca nel fondo, mi pare che Scarpa nuoti sul pelo dell'acqua.
E' un giudizio? Boh.
E' un'impressione che però mi porterà certamente a riprendere di tanto in tanto in mano libri già letti di Moresco, ma a non rileggere questo, aspettando magari i prossimi, senza troppi pregiudizi.

Pubblicato da: temperanza - 18.02.06 15:19

Edizione del marzo 2005? però!!! complimenti a Scarpa, credevo che fosse rimasto chiuso nella sua nicchia.


Pubblicato da: temperanza - 18.02.06 15:31

A barbieri
"ho avuto dei genitori che andavano al Jamaica con Alfonso Gatto, abbiamo vissuto a Parigi per anni, lì frequentavano i surrealisti, Breton incluso (loro, io sarei sbucato poco dopo), e mi fermo qui perché se continuassi la cosa potrebbe procurare uno svenimento a te e GDC. Avendo respirato quell'aria, anzi, proprio per aver respirato quell'aria"

che trombone... dimmi: hai respirato quell'aria da dentro il ventre di tua madre?

Pubblicato da: sud - 18.02.06 17:11

Non badargli, Barbieri, si capiva benissimo quello che volevi dire, ti leggo da tanto e non mi pare che sia la trombonaggine il tuo difetto, caso mai l'infiammabilità.

Pubblicato da: temperanza - 18.02.06 17:35

e c'ha raggione temperanza, c'ha raggione! io je lo digo sempre a mi moje, varda che barbieri è n'bravo regazzo, è infiammabbile, digo, uso propio 'e parole de temperanza, mica è n'trombone come quell'artro, come se chiama? boh, poi quanno me viene er nome vo 'o digo, insomma a mme barbieri piasce perchè è sangue romagnolo, uno che se fosse stato fassista avrebbe fatto er culo pure a starace, digo, mica pizza e fichi, invece è uno demogratico, solo che se je tocchi moresco se n'cazza che manco funari a mezzoggiorno è (magnà la pasta ar forno 'nsieme a tte...), e pure se je tocchi scarpa, che però più che a pelo d'acqua me sembra che va a pelo di fica (er mio nobbile cazzo, scrive lui con grande coerenza)ma insomma che ce stiamo a lamentà, qua è tutto un turbinare de capolavori, che fosterwallas nun ce se raccapezza più poraccio.

Pubblicato da: Luciano Freud - 18.02.06 22:17

Cecco: ohu Petro
Petro: Che voi, Cecco
Cecco: guarda nu po’ a tirra
Petro: embé?
Cecco: ma chilli non so Bart e gdc?
Petro: me pare
Cecco: nu tene segnificanza
Petro: no’ lu sai?
Cecco: nunne
Petro: so schiattat
Cecco: come, pecce?
Petro: Andrea Barbieri ce dice na cosa, che tene genituri surrealisti
Cecco: nirchia… ce se rimane. Me sento mancà.

Pubblicato da: cecco&petro - 19.02.06 09:27

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