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26.02.06

Restaurazione e conformismo

di Giuseppe Caliceti

[Vedi, in fondo, l'indice della discussione. gm]

calix.JPGHo seguito il dibattito in rete - principalmente su vibrisse e Nazione Indiana - che si è svolto tra Giacomo Sartori e Gianni Biondillo, una sorta di riedizione della polemica sulla Restaurazione scatenata lo scorso anno da Moresco. Allora era intervenuto e ero stato ampliamente frainteso. Ci riprovo, con fiducia e ottimismo. Anche perché mi rendo conto che le mie posizioni sono, al momento, abbastanza simili a quelle espresse da Sartori, quando afferma: "Non sono ossessionato dal problema della lingua. No, ma ritengo fondamentale un radicale lavoro sulla lingua per non essere vittime delle chiusure, non necessariamente legate solo all'attualità più recente, che vive il nostro paese. Lavoro sulla lingua non vuole dire necessariamente sperimentalismo, non vuol dire sfoggio linguistico, non vuol dire necessariamente che il testo finale esibisca le tracce della ricerca linguistica soggiacente. Il risultato può anche essere una lingua apparentemente piana e apparentemente banale. Ma implacabilmente cosciente di se stessa, cosciente degli errori possibili, dei pericoli, dei rimandi impliciti. Ritengo che oggi, in Italia, non sia possibile scrivere dei testi di un qualche interesse senza avere una estrema padronanza della lingua che si adopera, senza battere delle strade per certi versi nuove. Ritengo che non si possa parlare con una minima profondità di un qualche testo senza analizzarne la lingua".

Biondillo, in un suo recente intervento pubblicato anche su Stilos, riproponeva in modo appassionato la vecchia questione di sempre: vale più la forma o il contenuto, in un'opera? E concludeva: "E' solo ciò che 'ci tocca' che diventa, per me, letteratura. A prescindere, paradossalmente, dalla sua stessa manipolazione linguistica, dal suo essere 'scritto bene'. E' della 'verità' che stiamo parlando". Più umilmente, suggerirei io, è di "archetipi" che stiamo parlando.

Comunque, Biondillo ricordava come noi leggiamo tranquillamente grandi testi tradotti - che hanno grandissima presa su di noi - nonostante siano, appunto, tradotti. Nonostante siano tradotti, verrebbe da dire. Allora? Che fine fa la nostra attenzione sulla lingua? Detta così, pare una contraddizione. E pare, quasi, che chi ha fatto della propria ricerca letteraria una stella polare proprio nella ricerca linguistica, abbia quasi perso tempo.

In questo ragionamento c'è qualcosa che non mi convince, però. Questa idea di vedere separati forma e contenuto, lingua e contenuto. E non vederli come un tutt'uno. Come se la lingua non fosse il contenuto numero uno di un testo, ma un semplice mezzo; e come tale, un mezzo "neutro". Come se l'uso - a volte anche programmatico - di una lingua invece di un'altra, non condizionasse, di fatto, lo stesso contenuto di un testo: o è un caso che quando si parla di lavoro, oggi come ieri, tanto per fare un esempio, spesso, per la maggior parte dei fruitori di un libro, sembra quasi abbassarsi il livello letterario di un testo? Come ci fosse solo una lingua d'uso e, legata a questa, non ci fosse anche una sorta di ideologia unica del suo uso. Come se la lingua con cui descriviamo un mondo o raccontiamo una storia non abbia, di fatto, anche un suo valore e significato ideologico in sè, a prescindere da quello che la descrizione la storia ci raccontano. Come se oggi uno scrittore fosse - o dovesse essere, quasi necessariamente - prima ancora di uno scrittore, un pubblicista, un giornalista, un copywriter, un editore, un libraio, un commerciante di libri.

Sì, mi rendo conte che la penso proprio come Sartori, quando afferma, con semplicità: "Personalmente gran parte dei testi che si vedono in giro mi fanno ululare, da quanto sono intrisi di conformismo, o, per esser più precisi, da diversi tipi di conformismo".

Insomma, se a proposito dell'attuale panorama editoriale italiano qualcuno non vuole sentir parlare di Restaurazione, si parli più semplicemente di Conformismo. Il risultato non cambia.

L'indice della discussione:
- Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
- Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
- Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
- Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
- Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
- Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
- Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
- Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
- Gianni Biondillo: Chiose di tutti i giorni, Nazione indiana, 02.03.06.
- Francesco Forlani: Come invecchiano i romanzi?, Nazione indiana, 06.03.06.

Vedi anche:
- Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
- In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell'articolo di Biondillo.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 26.02.06 15:29

Interventi

In un documentario su Torino, a un certo punto, lungo l'argine del Po, su una panchina, si incontrano Dario Voltolini e Nicola de Maria. Rievocando i suoi esordi nel movimento della transavanguardia De Maria dice che il suo obiettivo, il loro, era rinnovare il linguaggio.
Apro Critica e clinica di Deleuze, nella prima pagina una frase di Proust: "I bei libri sono scritti in una specie di lingua straniera".
Io, se penso a un autore di fumetto, primo di tutto penso a un artista che ha creato una lingua per immagini diversa dalle precedenti, tenendo conto o facendone tabula rasa.
Ho fatto i primi tre esempi che mi vengono in mente. Non sono un intellettuale professionista, sono uno che lavora e nel tempo libero leggiucchia e cerca di farsi qualche domanda. Se lo capisco io che il problema della lingua è cruciale, è azzardato dire che un articolo in cui questo problema è rimosso e la rimozione viene vista addirittura come un progresso, dicevo è azzardato pensare che quell'articolo sia "facilone" o peggio in malafede intellettuale?

Pubblicato da: andrea barbieri - 26.02.06 21:51

Io preferisco restare legata alle vecchie teorie del buon De Saussure: significante e significato come due facce, indivisibili, della stessa medaglia. Per dirla in altre parole, la lingua non è un vestito che si sovrappone a piacimento ad un contenuto, ma nasce con quel contenuto, non se ne può separare. Se uno dei due è conformista, anche l'altro probabilmente lo è. Non vedo come si possa ignorare una verità tanto semplice.

Pubblicato da: VitaDaProf - 27.02.06 09:27

Tra l'altro, l'esempio di questo "dire" che non ha bisogno di una ricerca linguistica starebbe nelle diversissime traduzioni dell'Iliade: come se Vincenzo Monti non si fosse posto il problema di trovare una lingua che rendesse l'originale (e che forse lo sostituisse); come se la Calzecchi Onesti non si fosse posta il problema di una lingua che fosse il più "traduttiva" possibile. Invece dal fatto che due soluzioni diverse vengono date a un unico immenso problema, si deduce che il problema della lingua non esiste. Che lo rilevi io e non traduttori e intellettuali autorizzati, secondo me, dice qualcosa dei tempi.

Pubblicato da: andrea barbieri - 27.02.06 09:54

Scusa, Andrea, ma l'articolo di Caliceti dice appunto che "il problema della lingua è cruciale". Se le tue critiche sono rivolte (come immagino) all'articolo di Gianni Biondillo (il link è nell' "indice"), ti prego di dirlo esplicitamente. Tanto perché il lettore capitato qui possa orientarsi nella discussione.
Quanto all'accusa di "malafede intellettuale", caro Andrea, ti prego: no. Se pensi che Tizio sia in malafede, non parlarci e non parlarne. Se ci parli e ne parli, concédigli la buonafede.

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.02.06 10:20

Barbieri, cosa ti fa credere che traduttori e "intellettuali autorizzati" come li chiami non lo rilevino?
(curioso, la domanda è pensata pacata e interlocutoria e risulta aggressiva, vedi un po' la rete, l'ho lasciata così ad eterna memoria;–)
Il problema è che non vengono a farlo in rete.
Ho fatto il conto dei commentarori abituali qui e su NI di questi argomenti ( e penso soprattutto ai traduttori che sono più numerosi degli scrittori), se sono una decina sono tanti, fuori di qui se non sono centinaia sono decine, è che il circuito della rete, a quel che mi risulta è ancora limitato e asfittico.
E se vengono, o non pensano che si possa trarre vantaggio a commentare o non sono inclini a usare questo strumento)
Ciao a tutti (i quattro gatti)

Pubblicato da: temperanza - 27.02.06 10:24

Sì, mi riferisco allo stesso testo cui si riferisce Caliceti, e mi ci riferisco con un senso di sconcerto, perché se anche vogliamo pensare che non sia malafede (del resto la ponevo come domanda), però è il segno di un degrado: qualcosa bruciava da qualche parte, altrimenti oggi non saremmo a questa discussione.
E lo sconcerto viene anche dal fatto che solo ora spunta la parola conformismo, che si aggiunge a restaurazione, che si carica del valore della ricerca linguistica, e da altre parti si mette in dubbio il concetto vigente di "libro nuovo", e si cita Balzac come novità, e si propone di mettere da parte certi pseudocritici.
Vorrà dire che forse si sta alzando un'onda nuova, forse porterà vera critica.

Pubblicato da: andrea barbieri - 27.02.06 11:01

Andrea, Caliceti si riferisce a due testi: uno di Giacomo Sartori e uno di Gianni Biondillo. Puoi dire chiaramente, per l'utilità del lettore che passa di qui, a quale di questi due testi sono rivolte le tue osservazioni?

Pubblicato da: giuliomozzi - 27.02.06 11:11

Mi riferisco al testo linkato "Una lingua che dice".
Aggiungerei a quella serie di link il bellissimo pezzo di Andrea Inglese "La lingua provvisoria"
http://www.nazioneindiana.com/2006/02/20/la-lingua-provvisoria/
sulla lingua di traduzione, proprio a dimostrare come si poteva portare avanti un discorso in modo rigoroso.
Aggiungo le mie scuse nel caso qualche lettore si sia trovato sviato da un riferimento che ritenevo in modo frettoloso implicito.
Non ho intenzione di intervenire più, quindi se qualcuno vuole mandarmi "a quel paese" lo faccia con pacatezza.

Pubblicato da: andrea barbieri - 27.02.06 11:45

Ho letto i vari passaggi e, anche se l'argomento è molto interessante, mi sono trovato di fronte ad almeno un punto, per me, insormontabile: ma per seguire correttamente il dibattito è necessario conoscere tutta la questione a partire dalle discussioni dell'anno scorso?
A me parrebbe di no, anche perché l'argomento è astraibile da qualunque contesto e generalizzabile, ma...

Personalmente sono d'accordo con la linea di Giuseppe Caliceti: per me non è sufficiente una buona idea per fare un libro, serve saper scrivere. Poi violare le regole è possibile, sempre, ma violare una regola senza prima conoscerla è pericoloso: molto.
Gianni Biondillo mette però sul piatto un tema che, almeno per quanto mi riguarda, ho recepito in questo modo: diamo spazio anche alle buone idee pur se non sempre supportate da un'assoluta padronanza della lingua: le idee sono superiori alla forma. Non ha tutti i torti direi.
Beh, Biondillo fa l'architetto, se non ricordo male e, dovessi costruirmi una casa, chiederei a un architetto di immaginarne l'aspetto; però ricorrerei a un quadrato ingegnere per il calcolo dei cememtni armati: meglio andare sul sicuro con certe cose.
Cosa c'entra tutto questo con forma e contenuto nella letteratura?. Poco, o quasi nulla, ma il pensare a queste cose mi ha fatto venire in mente un paragone: non è che la scrittura di gruppo è nata per mettere assieme chi ha le idee con chi le sa raccontare? Boh... solo un'idea :-)

Buona giornata. Trespolo.

PS: tanto per fare un nome, oh, sia chiaro, da semplice lettore e quindi contestabilissimo ci mancherebbe, a me Dazieri non piace, e non per quel che racconta, semplicemente trovo che scrivere non sia il suo mestiere.

Pubblicato da: Trespolo - 27.02.06 15:43