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25.02.06
Niccolò Ammaniti: Io non ho paura (2001)
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Si deve fare innanzitutto una considerazione di carattere generale. Si tratta nel giro di poco tempo di un altro libro che ha per protagonisti i bambini, visti non più attraverso la trasparenza e la vivacità dei loro giochi, bensì nella sofferenza e nella delusione che il nostro tempo ha voluto caricare su di essi. Sono scrittori giovani, questi autori (cito, a mo' di esempio, i nomi di Baldini, Lucarelli, Vinci), immersi nel vivere quotidiano, che hanno colto il male oscuro dei nostri giorni, avvertendone il pericolo. Hanno tutti un punto in comune: che una tale sofferenza ha la sua matrice in noi, i grandi, confusi, storditi, distratti da un progresso che non è temerario definire selvaggio. Un veleno, anzi, che trasforma tutto in cattiveria, egoismo, violenza, cupidigia. Ci chiamano a prenderne coscienza e a rimediare: finché si è in tempo.
È dunque una storia di bambini, questo romanzo di Ammaniti. Michele Amitrano, il narratore, ha nove anni quando i fatti cominciano ad accadere nell'estate del 1978, come Salvatore Scardaccione; Antonio Natale, soprannominato Teschio, ha dodici anni: è il più grande; Maria, la sorella di Michele, è la più piccola. Poi ci sono anche Remo Marzano e Barbara Mura, un po' cicciona: undici anni, bambini anche loro. Ora ne ha qualcuno in più, Michele: circa trentuno e non può fare a meno di volgere gli occhi a quegli anni così lontani, e ricordare quella storia e quel suo paese ora trasformato ed irriconoscibile dal nome assurdo: Acqua Traverse, visto che lì di acqua non se n'era mai vista, se non quella trasportata dall'autocisterna di Severino “ogni due settimane." Un tempo era semplicemente un “borgo di campagna" composto dal “Palazzo", che era la dimora di Salvatore: “un casone costruito nell'Ottocento", e quattro case: “Non per modo di dire. Quattro case in tutto." Scrive l'autore: un “posto dimenticato da Dio e dagli uomini." Questo è l'ambiente, il mondo in cui si svolge la storia. Una caratteristica della scrittura di Ammaniti sta nella scelta di ignorare nelle secondarie il congiuntivo a vantaggio del più pratico indicativo, alla maniera anglosassone. La segnalo in quanto, rispetto ad altri autori moderni che hanno deciso per una scelta analoga, Ammaniti azzarda di più, e devo confessare che ancora non ho fatto l'orecchio a questo suo uso consapevole e determinato. Qualche esempio: “Odiavo fare le flessioni. Papà voleva che le facevo perché diceva che ero rachitico." O anche: “Aspettavano che la mamma scolava la pastasciutta." O questo: “Ho avuto paura che la picchiava." Ma se ne potrebbero fare numerosi altri. Non solo, dunque, nella tecnologia gli anglosassoni ci stanno dominando, con una moderna e più sottile, silenziosa, invasione, ma anche qui, nello scrivere, sul nostro terreno dove siamo stati maestri riconosciuti ed ammirati, mortificandoci un po'.
All'inizio il modo di narrare è lento, con una preparazione ai fatti che si snoda su azioni quasi scontate e prive di interesse, che ci avvicinano, però, al momento della sorpresa, che già si rivela nel fondamentale primo capitolo. Si ha l'impressione che l'autore abbia voluto farci arrivare alla scoperta storditi dalla ordinarietà degli avvenimenti. La corsa sulla collina resta più per l'immagine del grano che indora il paesaggio e per quella casa diroccata, avviluppata nei rovi e quasi nascosta, che per quella sorpresa, eppure sconvolgente, che attenderà Michele.
La storia è tutta imperniata sul mistero racchiuso in questa scoperta casuale e si snoda tra la collina e la casa del protagonista, di cui, dopo aver conosciuto la sorellina Maria e gli amici, conosciamo pure la bella e formosa mamma Teresa e il padre, Pino, camionista, che possiede un “Lupetto Fiat con il telone verde", con il quale è sempre in giro e a volte sta fuori casa anche per molte settimane. Gli ingredienti ci sono tutti, poche cose ma l'autore ci sfida a capire e a partecipare con quelle. Si deve rivelare ora che cosa scopre Michele, perché il mistero non sta tanto in questa scoperta, ma in ciò che vi ruota intorno. Ricordate? Michele sta giocando con gli amici su quella collina coperta dal grano, quando non visto da nessuno - mentre sconta la penitenza per essere arrivato ultimo sulla cima e s'introduce nella casa diroccata - scopre, calandosi all'esterno, una buca, dove è nascosto un bambino. Lo crede morto, invece è vivo. Con una corda si cala: “Io non ho paura di niente" dirà per farsi coraggio. Riesce così a farlo parlare, ma le parole del prigioniero, così parche, hanno significati oscuri: parla a stento di orsetti lavatori, di angeli, dei genitori che sono morti, e che anche lui è morto.
Quella scoperta avvierà nel bambino Michele una serie di congetture spaventose, che coinvolgeranno anche il padre, al quale il bimbo avrebbe voluto rivelare la sua scoperta. Lo fa per ben due volte, ma il padre si rifiuta di ascoltarlo, è un bambino, sembra sottolinearci l'autore, e i grandi non ascoltano i bambini. Poi capiamo anche com'è questo padre, a mano a mano che la storia si snoda e Michele comincia a comprendere: “Perché a mio papà non gli fregava niente di me, diceva che mi voleva bene ma non era vero."
È il racconto di un sequestro che dura già da due mesi. Il bambino è figlio di un industriale lombardo e si chiama Filippo Carducci. Quando Michele, calandosi nella buca, riuscirà a “guardargli la faccia", ecco come gli si presenta: “Era nera. I capelli biondi e sottili si erano impastati con la terra formando un groviglio duro e secco. Il sangue rappreso gli aveva sigillato le palpebre. Le labbra erano nere e spaccate. Le narici otturate dal moccio e dalle croste." Sarà il percorso di questa sua conoscenza che costituirà il motivo principale del romanzo. Michele ha nove anni, come Filippo, e quell'esperienza, ancora una volta di dolore, non la dimenticherà mai più, e lo farà diventare grande. Gli dirà la madre: “Quando diventi grande te ne devi andare da qui e non ci devi tornare mai più." Si capirà perché.
Per concludere, vorrei dire che la storia, ben narrata, con una scrittura semplice, arricchita di dialoghi ben costruiti, ha, a mio avviso, alcuni momenti di inverosimiglianza. Michele pare troppo grande per i suoi nove anni e fa meraviglia che il suo primo impulso non sia quello di rivelare ciò che di così terribile ha scoperto e, soprattutto, dopo che il padre non lo ha voluto ascoltare, di non insistere e di riuscire a tenersi tutto per sé. E poi perché non aiutare il prigioniero da subito? Si potrebbe rispondere: Allora il libro di che cosa avrebbe potuto parlare? Sì, è vero, ma la domanda è: Si può costruire una storia su di un presupposto che susciti più di una perplessità? Come pure le fasi finali, il suo salto dalla finestra e quella sua ricerca nel buio, ad esempio, sono tutte favorite da coincidenze troppo fortunate. Salvo queste annotazioni, la parte conclusiva - rispetto all'inizio - prende un abbrivo mozzafiato, e corre sempre di più, costringendoci a restare lì, col libro in mano, finché non si arrivi alla fine.
Mi ha fatto piacere l'accenno, attraverso Michele bambino, ad alcune fiabe, e una di queste, sebbene in una versione un po' diversa da quella che mi piace di più, riportata dal Pitrè in Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane, sembra ricordare la bella fiaba di Colapesce, che, però, nella versione giudicata da Calvino la più bella, anziché trasportare sulle spalle la madre, sorregge nella profondità del mare le colonne un po' corrose su cui poggia la città di Messina. Se il riferimento non fosse quello, certamente lo richiama. Un'altra fiaba che si intravede è quella de Le avventure di Pinocchio, e precisamente il punto in cui arriva il carro, con le ruote “fasciate di stoppa e di cenci" e trainato da “dodici pariglie di ciuchini", che condurrà il burattino nel “Paese dei balocchi". Anche nelle paure del bimbo si affacciano giganti, elfi, streghe, mostri. Riporto questa bella descrizione che compare verso la fine: “Me li immaginavo ai bordi della strada, degli esseri piccoli, con le orecchie da volpe e gli occhi rossi, che mi osservavano e discutevano tra loro.
Guarda! Guarda!, un ragazzino!
Che ci fa di notte da queste parti?
Pigliamolo!
Sì, sì, sì, è buono... Pigliamolo!"
Colpisce anche il verbo “riscemire" (rincretinire), che non conoscevo.
Nel 2002, il regista Gabriele Salvatores ricaverà dal romanzo il film omonimo.
(Da Quaranta letture – Percorsi critici nella letteratura italiana contemporanea, Marco Valerio Editore, 2004)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 25.02.06 00:04
Interventi
quello di ammanniti è un libro scritto apposta per diventare un film: a quest'affermazione che ovviamente mi è stata messa in bocca e non è mia, ma che condivido, il mio imbeccatore non dava connotazione positiva, e- dacchè la condivido- manco io. Del resto il novanta percento delle mie affermazioni in realtà non sono mie. Di questo novanta percento ne condivido all'incirca il dieci. Significativo se si considera che delle restanti dieci affermazioni su cento- quelle affermazioni autenticamente mie- non ne condivido pressochè nessuna. saluti dal cuore della notte. vado a farmi una doccia.
Pubblicato da: Lu - 25.02.06 03:37
Potrebbe essere la tua la strada che conduce nientepopodimenoche alla saggezza. :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.02.06 07:29
Bart, rieccomi.
Si, perchè con Ammaniti sfondi una porta aperta.
Ho letto tutto di lui, salvo gli ultimi racconti postati in qualche raccolta.
Sono partito da Branchie, poi mi son letto i racconti di Fango, Ti prendo e ti porto via e per finire con questo.
E' vero quello che dici: la storia è inverosimile, ma le atmosfere, le descrizioni, le situazioni di quel paesino si avvicinano moltissimo alla mie, sebbene geograficamente così distanti. E l'ho amato soprattutto per quelle; per la salita sulla collina, per sua sorella che cade e si rompe, per l'ennesima volta, gli occhiali, per i giochi in compagnia, le corse in bici, il suo amico figlio di possidenti che ha giocattoli e macchinine stupende. Ecco perchè mi è piaciuto. La trama è accessoria, nel mio modo distorto di leggere questo libro.
Leggo e percepisco, sia qua che in altri luoghi "letterari" una certa avversione a Nicolò, alla sua fama e ribalta; in generale verso la generazione di scrittori cui facevi riferimento all'inizio. Non sono assolutamente d'accordo. Denigrare uno scrittore solamente perchè ha venduto, è riuscito magari involontariamente a diventare un caso, mi sembra tristerrimo. Mi sovviene da pensare che quel pizzico di gelosia ed invida albergante in ognuno di noi, si faccia sentire tra le righe di qualche critica.
Concludo dicendo che a mio modestissimo parere il romanzo più bello di Ammaniti è "Ti prendo e ti porto via".
Pubblicato da: matteo - 25.02.06 11:55
ps: scusate gli errori, ma avevo fretta e ho postato senza rileggere. :/
Pubblicato da: matteo - 25.02.06 11:58
Ciao, matteo, ben ritrovato.
Intanto, anch'io preferisco "Ti prendo e ti porto via", che è contenuto, anch'esso, nel mio libro pubblicato nel 2004. L'inverosomiglianza che ho annotato in questo "Io non ho paura" è un difetto, infatti, se si sta narrando una storia della realtà. Naturalmente, secondo me. Ammaniti, comunque, scrive bene, anche se a me piacerebbe di più il rispetto per il congiuntivo, che riguarda non solo lui.
Riguardo all'avversione che percepisci nei confronti di certi scrittori, ricordo le aggressioni contro la Vinci, che si è rivelata, poi, come credevo e speravo, una scrittrice di ottimo livello.
Sarebbe una buona cosa riuscire a leggere ogni romanzo valutandolo solo per se stesso. Dicevo l'altro giorno ad un amico che è venuto a trovarmi (Toni La Malfa) che si dovrebbe arrivare a leggere un romanzo apprendendo del nome dell'autore solo quando lo si è finito di leggere. Se ne vedrebbero delle belle!
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.02.06 13:28
Ho letto il romanzo senza conoscere l'autore. Quella di leggere un libro senza badare al nome dell'autore è una mia prerogativa di sempre. Tant'è vero che potrei in un discorso nominare un romanzo, ma non chi l'ha scritto. E' solo da poco che vi faccio più attenzione, ma non più di tanto.
Questo libro mi è piaciuto. Per come era scritto nel linguaggio comunemente parlato (dialetto italianizzato?... quanto di più comune si trova nella realtà, con buona pace dei congiuntivi), per le atmosfere che mi hanno ricordato il mio sud e gli anni là vissuti nel periodo raccontato. L'ho letto in una notte. Non ho trovato particolarmente inverosimile la storia. Proprio conoscendo le difficoltà comunicative che ruotavano nelle famiglie meridionali di quel tempo e non. I bambini non erano quasi mai ascoltati, non erano quasi mai presi sul serio, non erano quasi mai ascoltati. Ma i bambini sapevano essere anche piccoli adulti misconosciuti, specialmente in quegli anni difficili. E comunque mi sembra che i piccoli protagonisti, pur nella serietà della situazione, rimangono sempre e comunque bambini, e che Ammaniti questo ha saputo descriverlo bene. Come è ben descritto il comportamento omertoso (nonchè bisognoso?)dei grandi. E' l'unico romanzo di questo autore che ho letto, e la lettura risale a qualche anno fa. Questo commento si basa sulle impressioni di allora. E non ha pretese.
Pubblicato da: ramona - 25.02.06 13:47
Se sei riuscita a darti la regola di leggere un libro senza conoscerne prima il suo autore, mi levo tanto di cappello. Devi avere un carattere forte e determinato. Hai la mia ammirazione di uomo curioso e debole.
Riguardo al romanzo, insisto sulla inverosomiglianza. Come ho detto altre volte credo di conoscere il sud, sia perché il suo sangue scorre nelle mie vene, sia perché ho trascorso molte estati della mia infanzia nel sud. I ragazzi del sud, come io li ho conosciuti, sono aperti e espansivi. Mai timidi e tetri. Se non si riesce a confidare una cosa al padre, lo si dice alla madre, lo si confida agli amici. Difficile tenere tutto per sé un fatto clamoroso come quello descritto nel romanzo in questione. Questo, ad ogni modo, vale - secondo me - non solo per i ragazzi del sud, ma per tutti i ragazzi del mondo. Quella è un'età in cui la scoperta e la comunicazione sono ad una soglia di sensibilità e di espansione che non raggiungeremo mai più, da grandi.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.02.06 14:02
e se fosse, questo romanzo, un atto d'amore a john fante in salsa noir???
tesi surrogata dalla recente "intro" di ammaniti ad "aspetta primavera bandini" ???
buon lavoro...
Pubblicato da: daniele - 25.02.06 14:44
Grazie Bart, sono sempre stata attratta dalla storia, mai dall'autore. Questo forse mi sta succedendo adesso dopo la frequentazione di qualche corso di scrittura e/o dopo letture di recensioni, di vibrisse e similari. Non ho merito in ciò, un po' me ne vergogno... Per quanto riguarda il libro di Ammaniti, resto della mia idea. Io, a nove anni, ero scontrosa e chiusa e non avevo granchè dialogo con gli adulti, che peraltro non avevano tempo per me, presi com'erano dalla sopravvivenza negli anni dell'austerity... Per i miei fratelli era lo stesso. Si parlava solo con gli amici. Ma immagino che questa sia storia personale, diversa per ognuno di noi. Un saluto.
Pubblicato da: ramona - 25.02.06 15:38
Mi associo a Ramona, ero una bambina del sud timida e tetra, piena di pensieri strani e angoscianti che non ho mai confidato a nessuno, neanche agli amici.
Detto questo, il libro di ammaniti è di piacevole lettura, non certo indimenticabile
Pubblicato da: teresa - 25.02.06 17:07
Ricordo quell'Agosto del 2001. Acquistai Io non ho paura e lo lessi svelto. Provai al principio una sensazione di stanchezza -anche se l'immagine iniziale dei solchi descritti dai bambini nel grano, a disegnare una mano scura, è potentissima - ma poi il colpo di scena, opportunamente ricordato da Bart, sparigliò le carte. Credo che la suggestione del romanzo vada ricercata nei dialoghi tra i due bimbi e nel coraggio che il protagonista vuole indursi per attendere a una prova, un passaggio in ombra, che oggettivamente è esagerato retrocedere ai nove anni.
Ho citato prima l'Agosto 2001 perchè, avendo letto in primavera L'Abusivo di Franchini, seguii con interesse le vicende del Viareggio di quell'anno. Come è noto i due romanzi furono a lungo in lizza per la vittoria. Stando alle indiscrezioni giornalistiche il favorito era Franchini. E io concordavo, sia perchè L'Abusivo mi aveva commosso e vuoi perchè Ammaniti non lo amavo, in buona misura sbagliandomi. Poi in una convulsa notte di fine agosto, in cui il gossip racconta di pugni sbattuti sul tavolo e di un La Capria vs Garboli, in quella notte si impose Io non ho paura. Non so, si parlò di grande successo di mercato (70000 copie già vendute, e in pochi mesi) e di affabulazione. Io resto della mia opinione, il romanzo di Ammaniti va inteso come una bella favola nera, ma per favore, L'Abusivo è letteratura.
Saluti
Pubblicato da: Carlo Capone - 25.02.06 17:57
A proposito di Ammaniti ritengo doveroso ricordare un suo racconto, 'Fa un po' male', apparso su Micromega di luglio 2002, credo. Un capolavoro, forse la sua migliore opera in assoluto, di come l'aspettativa di un balordo cunnilingio possa trasformarsi in inferno metropolitano.
Ovviamente è mia personalissima opinione.
Pubblicato da: Carlo Capone - 25.02.06 18:14
Carlo, come al solito grazie del tuo interessante intervento.
Hai vinto tu, comprerò L'abusivo di Franchini :-)
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 25.02.06 20:16
Va bene, prenderò pure io L'abusivo, ma in biblioteca, però.
E poi basta con sta storia che chi vende tanto non è letterario, uffa!
Comunque, Bart, sull'uso del congiuntivo o meno, credo che sia stata una scelta voluta. Sia nel far parlare un ragazzino che nel modo di esprimersi della maggioranza.
Ciao
Pubblicato da: matteo - 26.02.06 12:01
Sì, matteo, la scelta è indubbiamente voluta, ci mancherebbe, e poi in romanesco l'indicativo sostituisce sempre (ho quasi l'impressione che il romano de Roma non lo conosca neppure :-))il congiuntivo. Però, l'uso mi è parso eccessivo, ed anche, in qualche punto, forzato.
Come ho scritto nel commento al post di oggi di Sartori, con Ammaniti, come con altri autori che seguiranno, Nori, Conti e De Carlo (in una succinta rassegna), vogliono cominciare a dare un contributo concreto su ciò che succede oggi a proposito del linguaggio nel romanzo.
Ciao.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.02.06 12:33
voglio e non vogliono
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.02.06 12:34
Bartolomneo, dici che è inverosimile, e che puoi dirlo perché hai vissuto il Sud e conosci i bambini. Può essere. Però leggendo questo libro non ho percepito inverosimiglianza. Non dico che non sia inverosimile, ma che non l'ho percepito. E' romanzesco, ma Ammaniti sa calarsi nei panni narrativi dei bambini e dei ragazzini come nessun altro. Per me Ammaniti a tutt'oggi è uno dei migliori scrittori italiani. E poi è un vero, autentico fricchettone, l'unico (narrativamente parlando, ovvio). E non è mica facile.
Pubblicato da: Baldrus - 27.02.06 22:41
Scusa,mi è scappata una "n" - Bartolomeo.
Pubblicato da: Baldrus - 27.02.06 22:43
Ripeto, secondo me non può succedere, Baldrus.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 27.02.06 23:03
