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14.02.06
Natalia Ginzburg: Lessico famigliare 1963) /2
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Parte prima. Parte seconda.
L’autrice ci narra dal di dentro, dunque, attraverso le frequentazioni dei suoi familiari, una piccola storia dell’antifascismo, di come ci si organizzava, ci si nascondeva, si fuggiva, si veniva arrestati e condotti in prigione senza avere nemmeno la possibilità di far avvertire la propria famiglia. La povera Lidia, la madre della protagonista, non sa come muoversi ora che il marito è in prigione e cerca qualcuno che la consigli e l’aiuti. Trova disponibile lo scrittore Pitigrilli (nom de plume di Dino Segre), che era stato arrestato pure lui anni prima, “alto, grosso, con lunghe basette nere e grigie". A Roma, dove si reca condottavi da Adriano, si rivolge, per mezzo di due persone che lo conoscono, a “un certo dottor Veratti, medico personale di Mussolini, il quale era antifascista e disposto ad aiutare gli antifascisti." Quando viene liberato, il marito “era tutto contento d’essere stato in prigione." Andò peggio a Sion Segre, condannato a due anni di carcere, e a Leone Ginzburg, condannato a quattro anni, pene poi dimezzate per una amnistia. È arrestato anche Vittorio Foa, amico di Alberto. “E anche Carlo Levi è dentro!", “Erano stati arrestati anche Giulio Einaudi e Pavese".
Il fratello Mario è riuscito a fuggire rocambolescamente, ed ora è riparato a Parigi, e vive in una soffitta; ha ricevuto un po’ di denaro da Carlo Rosselli, ma ora non è più tanto d’accordo con il suo movimento “Giustizia e libertà", come anche Nicola Chiaromonte, con cui invece va d’accordo. Chiaromonte “era grasso, tarchiato, con i riccioli neri.", “aveva una moglie molto malata, ed era molto povero", “Vivevano così, in stretta amicizia, dividendosi il poco che avevano, e senza appoggiarsi a nessun gruppo, senza fare progetti per il futuro, perché non c’era nessun futuro possibile". Come si vede, tra i fuoriusciti, non v’era molta speranza di riuscire a sconfiggere il fascismo. Si sentiva nell’aria odore di guerra e, anche se timidamente, si confidava piuttosto in essa per far cadere il regime. Uscito di prigione, Leone Ginzburg “Passava le serate con Pavese; erano amici da molti anni. Pavese era tornato da poco dal confino; ed era, allora, molto malinconico, avendo sofferto una delusione d’amore. Veniva da Leone ogni sera".
È assai bella e tenerissima questa immagine di Pavese, allorché lascia la sera la casa di Ginzburg: “A mezzanotte, Pavese agguantava dall’attaccapanni la sua sciarpa, se la buttava svelto intorno al collo; e agguantava il paltò. Se ne andava giù per il corso Francia, alto, pallido, col bavero alzato, la pipa spenta fra i denti bianchi e robusti. Il passo lungo e rapido, la spalla scontrosa." Nella parte finale, l’autrice si lascerà andare ad un altro affettuoso ricordo dello scrittore: “a volte, quando ora io penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso." Le pagine dedicate lungo tutto il libro a Pavese, ivi incluse quelle sulla sua morte, sono tra le più belle e commoventi, pur nella loro asciuttezza e sobrietà.
Pavese va da Leone perché non sopporta di “passar le serate in solitudine."
Con Leone Ginzburg, Giulio Einaudi e Cesare Pavese nasce una piccola casa editrice, che avrà presto un prestigio che si accrescerà negli anni.
L’autrice si dilunga con amore su Pavese e Ginzburg, nel tempo in cui lavoravano con Einaudi, tratteggiandone gli aspetti umanissimi: Pavese “veniva presto, e se ne andava all’una precisa: perché all’una, la sorella con la quale viveva metteva la minestra in tavola."; Ginzburg: “Leone, la sua passione vera era la politica. Tuttavia aveva, oltre a questa vocazione essenziale, altre appassionate vocazioni, la poesia, la filologia e la storia. Essendo venuto in Italia bambino, parlava l’italiano come il russo. Parlava tuttavia sempre il russo in casa, con la sorella e la madre. Loro uscivano poco, e non vedevano mai nessuno; e lui raccontava, nei più minuti particolari, di ogni cosa che aveva fatto e di ogni persona che aveva incontrato." E ancora su Leone: “quando ritornò dal carcere, non lo invitarono più nei salotti, e anzi la gente lo sfuggiva: perché era ormai noto a Torino come un pericoloso cospiratore. Non gliene importava niente; sembrava, quei salotti, averli totalmente dimenticati. Ci sposammo, Leone ed io; e andammo a vivere nella casa di via Pallamaglio."
È il momento in cui l’autrice comincia a parlare di sé. Fa amicizia con due sorelle povere, soprannominate in casa Levi “le squinzie", perché vestite di fronzoli e smorfiose, e le frequenta: “Il fascino di quella casa sempre aperta a tutti, con lo stretto e buio corridoio in cui s’inciampava nella bicicletta del padre, col salottino ingombro di mobili fastosi e consunti, di lumi ebraici e di piccole mele rosse della proprietà di Sassi, stese a terra sui logori tappeti, era su di me profondo e costante." Un’altra amica squinzia è Marisa e tutte e tre “erano ebree. Cominciò in Italia la campagna razziale; ma loro, frequentando quegli ebrei stranieri, si erano inconsciamente preparate ad un futuro incerto."
Ci accorgiamo così che l’autrice nel raccontarci la storia della sua famiglia, ha in realtà un altro obiettivo, quello di narrarci la Storia che passa attraverso la sua famiglia. Il suo posto di osservazione è privilegiato, essendo la famiglia Levi in contatto con personalità di rilievo nella Torino di quegli anni, e la scelta dell’autrice di servirsi di quell’esperienza familiare per mostrarci lo scorrere delle vicende che segnarono così profondamente l’Italia, è non solo consapevole, bensì molto determinata. Sia la protagonista che il marito Leone Ginzburg, cominciata la campagna razziale, vengono privati del passaporto. Il pensiero corre ai fuoriusciti rifugiatisi in Francia: “Garosci, Lussu, Chiaromonte, Cafi" e al fratello Mario. Pensano agli amici finiti in carcere: “Bauer e Rossi, Vinciguerra, Vittorio." Di Vittorio Foa ricorda: “Possibile che in un passato ancora così prossimo, Vittorio camminasse nel corso re Umberto, col suo mento prominente?" Tocca anche al padre: “Mio padre, anche lui aveva perso la cattedra. Fu invitato a Liegi, a lavorare in un istituto. Partì, e lo accompagnò mia madre." La madre rientra in Italia dopo qualche mese, scontenta del clima che faceva in Belgio. Il padre vi rimane invece per due anni. Il libro tocca ora uno dei periodi più tragici e neri del ventennio fascista, quello della promulgazione delle leggi razziali e della orribile persecuzione contro gli ebrei. L’autrice non muta per questo il tono disteso e ordinato della sua narrazione, e affida ai fatti il senso e la crudeltà di quegli avvenimenti con una disciplina ed un autocontrollo degni di ammirazione. Quando i tedeschi invadono il Belgio, dove ancora si trova il padre, la protagonista scrive: “Noi eravamo, al momento dell’invasione del Belgio, spaventati ma ancora fiduciosi che l’avanzata tedesca si fermasse; e la sera ascoltavamo la radio francese, sempre sperando in qualche notizia rassicurante. La nostra angoscia cresceva a misura che i tedeschi avanzavano. Venivano da noi, la sera, Pavese e Rognetta [...] Rognetta diceva che la Germania avrebbe invaso tra poco non solo la Francia e anche certo l’Italia, ma tutto il mondo, per cui non sarebbe rimasto al mondo un palmo di terra dove sopravvivere."
Mussolini dichiara anche lui la guerra. Sono giorni per i Levi di saluti e di separazione dagli amici: “Venne a trovarci Pavese. Lo salutammo con l’idea che per un pezzo non l’avremmo rivisto. Pavese odiava gli addii e nell’andarsene salutò come sempre, porgendo appena due dita della sua mano scontrosa. Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliege. Amava le prime ciliege, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, ‘sapore di cielo’. Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliege e scagliava i nòccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo. La sconfitta della Francia, per me, rimase legata per sempre a quelle sue ciliege, che arrivando ci faceva assaggiare, traendole a una a una di tasca con la mano parsimoniosa e scontrosa." Come si può vedere da questa lunga citazione, nell’autrice prevalgono, nel ricordo di quei lugubri giorni, piuttosto le immagini di vita che quelle di morte. Una grande lezione, dunque. La guerra si fa presto sentire: “di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra." Sono, queste, alcune delle poche parole che l’autrice dedica alla guerra, lasciandone trasparire tutto l’orrore dalla reiterazione di quel “non c’era", che sta a significare che essa era penetrata con la sua violenza nell’intimità degli uomini. Evita di parlare della morte del marito per arrivare al 1945 e ricordare il ritorno, limitato a poco tempo, del fratello Mario dalla Francia dove si era sposato (e quasi subito aveva divorziato; poi si risposerà. Divorzieranno anche Adriano e Paola) con Jeanne, la figlia di Amedeo Modigliani. Mario può rappresentare l’immagine di ciò che cagiona la guerra in un uomo che era stato vivo e pieno di ideali: “non sembrava disposto a parlare di nulla che gli fosse accaduto in quegli anni. Se aveva avuto privazioni o spaventi, delusioni o mortificazioni, non lo disse. Ma apparivano a volte sul suo volto indurito solchi malinconici, quand’era in riposo, con le mani unite e strette fra le ginocchia in un atteggiamento che gli era sempre stato consueto, il bronzo cranio appoggiato al dorso della poltrona, le labbra incurvate in una piega delusa, una sorta di sorriso amaro e mite." Mario è diventato “tutto calvo, col cranio nudo e lucido e come di bronzo". Quando il padre gli domanda del perché non vada a trovare gli amici di un tempo, risponde: “Non sapremmo più cosa dirci".
Le immagini di una lenta rinascita vengono affidate al ricordo della Casa editrice Einaudi, “diventata grande e importante", e a quella di Pavese “che aveva ora una stanza da solo, e sulla sua porta c’era un cartellino con scritto ‘Direzione editoriale’. Pavese stava al tavolo, con la pipa, e rivedeva bozze con la rapidità d’un fulmine. Leggeva l’Iliade in greco, nelle ore d’ozio, salmodiando i versi ad alta voce con triste cantilena. Oppure scriveva, cancellando con rapidità e con violenza, i suoi romanzi. Era diventato uno scrittore famoso." In casa editrice lavora anche Felice Balbo, che diventerà un noto filosofo: “piccolo, col naso rosso. Balbo doveva diventare, tanti anni dopo, il mio migliore amico". La guerra con i suoi lutti e le sue miserie è passata. Riprende la vita, si rinnova la speranza. Anche Giulio Einaudi ne è un simbolo: “Quella timidezza era diventata una forza, contro la quale gli estranei venivano a sbattere come farfalle sbattono abbagliate su un lume". È attraverso di lui che ricorda il marito: “L’editore aveva appeso, nella sua stanza, un ritrattino di Leone, col capo un po’ chino, gli occhiali bassi sul naso, la folta capigliatura nera, la profonda fossetta nella guancia, la mano femminea. Leone era morto in carcere, nel braccio tedesco delle carceri di Regina Coeli, a Roma durante l’occupazione tedesca, un gelido febbraio." Lo ricorda ancora, un po’ più avanti, quando, dopo il confino in Abruzzo, si trasferì a Roma, e lei lo raggiunse più tardi: “Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori di casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più."
Le conseguenze della guerra vengono ben rappresentate dallo smarrimento della madre, che allorché le parlano di paesi stranieri, li ricorda attraverso le persone amiche che vi soggiornano. Il ricordo di esse, prima della guerra, riusciva a trasformare in lei “quei paesi lontani e ignoti in qualcosa di domestico, di usuale e lieto, di fare del mondo come un borgo o una strada che si poteva percorrere in un attimo col pensiero, sulla traccia di quei pochi nomi usuali e rassicuranti! Il mondo appariva, invece, dopo la guerra, enorme, inconoscibile e senza confini." Ma così come sta accadendo intorno a lei, anche la madre sa risollevarsi, simbolo familiare di quel riscatto dell’umanità tradita di fronte agli orrori della guerra.
Nel mondo culturale, intanto, si destano speranze e entusiasmi e cominciano ad arrivare alla Casa editrice Einaudi molti manoscritti, anche di poesia: “Nel tempo del fascismo, i poeti s’erano trovati ad esprimere solo il mondo arido, chiuso e sibillino dei sogni. Ora c’erano di nuovo molte parole in circolazione, e la realtà di nuovo appariva a portata di mano; perciò quegli antichi digiunatori si diedero a vendemmiarvi con delizia. E la vendemmia fu generale, perché tutti ebbero l’idea di prendervi parte". Non durò molto questo clima, perché c’era la fame e molti “si appartarono e si isolarono di nuovo o nel mondo dei loro sogni, o in un lavoro qualsiasi che fruttasse da vivere, un lavoro assunto a caso e in fretta, e che sembrava piccolo e grigio dopo tanto clamore; e comunque tutti scordarono quella breve, illusoria compartecipazione alla vita del prossimo." Nel tracciare il ritratto della vita intellettuale subito dopo la guerra, e nel sottolineare la sua altalenante parabola, l’autrice marca il segno della tragedia che ognuno ha alle sue spalle e che lo ha ferito profondamente. In questo romanzo non si odono, ossia, i colpi di cannone né le contraeree che sparano, né gli aerei che sorvolano con il loro carico di morte le città, ma si tiene lo sguardo sulla vita degli uomini che quegli avvenimenti vivono e da cui sono indelebilmente segnati: è, quella qui rappresentata, la guerra che penetra ed agisce dentro ciascuno di noi. Perfino nelle straordinarie e simpaticissime discussioni tra i coniugi Levi, quello che emerge quasi sempre, allorché parlano dei figli o degli amici, è, non tanto la guerra trascorsa, ma l’assetto che la nuova Italia va configurando. La madre non ha simpatia per i comunisti e ai socialisti di Nenni preferisce quelli di Saragat, al contrario del marito, che le risponde: “Saragat è di destra! Il socialismo vero è quello di Nenni, non quello di Saragat!" E la moglie: “Nenni non mi piace! Nenni è come se fosse comunista! dà sempre ragione a Togliatti! Io quel Togliatti non lo posso soffrire!" Il marito: “Perché sei di destra!" La moglie: "Io non sono né di destra, né di sinistra. Io sono per la pace!" Davvero mirabile questa scrittrice che ha saputo con questo romanzo rappresentare il moto della vita, che continua a scorrere, nonostante i terribili momenti generati dalle feroci ideologie e dagli orrori della guerra.
Non è un caso che alla fine della storia, molte persone sono scomparse, ma non i genitori dell’autrice, la quale conclude il suo libro ricordando, ancora una volta, uno dei loro deliziosi battibecchi. È questa, sembra dirci, la parte della vita che non muore mai, giacché sostenuta dal forte legame generato dall’amore. Un legame che è capace di rimanere giovane e intatto anche dopo le prove più severe, e andare perfino oltre, perché quei genitori sono diventati per noi il simbolo perenne della gioia e della speranza.
(fine)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 14.02.06 21:27
Interventi
Bella lettura, Bartolomeo, di un libro importante, che mi sembra la migliore illustrazione del discorso, a mio parere oggi più che mai attualissimo, che Natalia Ginzburg fa altrove sulle piccole e le grandi virtù.
L'Italia di oggi ha bisogno di leggere libri così.
Pubblicato da: giorgio morale - 15.02.06 12:37
Una lettura che resituisce il senso degli uomini e dei fatti narrati dalla Ginzburg.
Ho già detto che il libro andrebbe consigliato ai giovani delle scuole, spesso accreditati di ignoranza del 900 italiano e della sua storia letteraria, specie quella di seconda metà.
Ora io non so se riuscirebbero i nostri giovani a cogliere da questo scritto il senso di quelle ciliegie mangiate in strada, dei noccioli schioccati contro il muro, di un certo inconfondibile pallore, del baleno di un sorriso maligno, della malinconia per una delusione d'amore.
E parlando di tragedie del 900, militanze e autobiografie, approfitto per ricordare
La ragazza del secolo scorso, della Rossanda (Einaudi). Un testo da leggere senza il filtro dell'ideologia ma in quanto testimonianza di un secolo e i suoi orrori. Come del resto a suo tempo abbiamo fatto con 'Il Nespolo' e 'Servabo', di Luigi Pintor.
Pubblicato da: Carlo Capone - 15.02.06 15:53
Grazie della lettura. Ho Il nespolo di Luigi Pintor, ancora da leggere, però.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 15.02.06 17:04
Secondo me "i giovani" lo apprezzerebbero, semmai sarebbero i professori che avrebbero qualche perplessità...ma forse la mia opinione è viziata dal fatto che sono "giovane".
Pubblicato da: Maura - 15.02.06 19:36
In effetti, Maura, il mio invito a proporre questo romanzo era rivolto ai professori, che appunto non lo fanno. Sacrosanta la tua precisazione.
Pubblicato da: Carlo Capone - 15.02.06 20:19




