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14.02.06
Natalia Ginzburg: Lessico famigliare (1963) /1
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Parte prima. Parte seconda.
È il romanzo più famoso della Ginzburg, uscito nel 1963 e vincitore del Premio Strega di quello stesso anno. Nata Levi, sposò in prime nozze Leone Ginzburg, di origine russa, critico letterario e docente di letteratura russa all’università di Torino, che fu tra gli organizzatori della Casa editrice Einaudi, e fervente antifascista: morì, a soli 35 anni, in prigione, a causa delle torture subite. L’autrice si unì in seconde nozze con Gabriele Baldini, insigne anglista, autore di importanti saggi shakespeariani. Personalità di spicco nell’ambiente culturale italiano, amica di Moravia e Pasolini, morì a Roma nel 1991.
La Ginzburg nell’avvertenza dichiara subito che racconta la storia della sua famiglia e che i fatti e i nomi delle persone sono autentici, realmente accaduti e esistiti. Francesca Duranti farà molti anni dopo un’operazione simile nel suo romanzo del 2004: L’ultimo viaggio della Canaria.
In Lessico famigliare la storia è raccontata in prima persona dalla stessa autrice.
Si susseguono uno dietro l’altro alcuni primi ritratti, quello del padre e della madre soprattutto. Il padre, Giuseppe (Beppino), “rosso di capelli e lentigginoso”, professore universitario, biologo, è molto esigente nell’educazione dei figli, brontolone e iracondo anche, e incontentabile. La madre, Lidia, gli è sottoposta, ma cerca a volte di fare di testa sua, ricevendone qualche rimbrotto. Il padre ha la passione per la montagna e non passa estate che non vi porti la famiglia, equipaggiata di tutto punto. Le amicizie sono poche e scelte, due soprattutto le famiglie che possono frequentare la loro casa: i Lopez e i Terni, questi ultimi molto ricchi. Sono la madre e il padre due personaggi maiuscoli per il loro carattere bizzarro e per gli opposti punti di vista che esprimono spesso sugli avvenimenti, mettendo in mostra la “burberìa” del professore di contro alla furba remissività della moglie.
I ritratti si susseguono a cascata: il Barbison, sua moglie la Barite (tutti soprannomi), i nonni materni, di condizione economica molto modesta, al contrario dei nonni paterni, lo zio Silvio, lo zio Cesare, critico teatrale, il Demente, zio della madre (“uomo di grande intelligenza, colto e ironico”, medico di manicomio), la domestica Natalina, la nana Rina, l’amico Lucio (“era fascista”), tutti ricordati per alcune loro stravaganze, e i familiari soprattutto per alcune frasi eccentriche che li hanno consegnati alla memoria della protagonista. Il nonno, avvocato socialista, negli ultimi anni della sua vita aveva preso l’abitudine di dormire fino alle cinque del pomeriggio “e quando venivano i clienti diceva: ‘Cosa vengono a fare? mandateli via!’” Siccome poi portava in casa molti socialisti, la nonna Pina “usava dire, con rammarico, della figlia: ‘Quela tosa lì la sposerà un gasista’.”
Le frasi ascoltate in quegli anni da questi personaggi diventano a tal punto significative da costituire nel tempo un forte legame familiare. Scrive l’autrice: “Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. [...] Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo”. Elogio più bello non poteva essere fatto alla parola, capace di costruire tra le persone un legame di affetto e di conoscenza destinato a durare nel tempo. I fratelli, tutti più grandi di lei, sono: Alberto, Mario, Gino, Paola.
La Ginzburg ha una scrittura fatta di semplici parole, ordinate da una intrinseca serenità che rivela, nel ricordo, amore, divertimento e anche una garbata ironia: “Come mai da quella stirpe di banchieri, che erano gli antenati e i parenti di mio padre, siano usciti fuori mio padre e suo fratello Cesare, del tutto destituiti d’ogni senso degli affari, non so.”
La protagonista è grande osservatrice e coglie, dall’andirivieni dei personaggi nella sua casa, talune sensazioni destinate a maturarla e a segnarla. Alcune di queste riguardano la poesia. L’amico del fratello Gino, Franco Rasetti, ne scrive una al ritorno da una gita in montagna. Così che, la giovane ragazza riflette: “prati verdi, rocce nere, ne avevo visti tante volte anch’io, in montagna. E non m’era venuto in testa che si potesse farne niente: li avevo guardati, e basta. Le poesie erano dunque così: semplici, fatte di niente; fatte delle cose che si guardavano.” Conosce per la prima volta anche la morte, quando di un amico del padre, che frequenta la sua casa, Galeotti, un giorno sente dire: “È morto Galeotti”, “La morte si sposò indissolubilmente, nel mio pensiero, a quella forma vestita di lana grigia, allegra, e che spesso veniva a trovarci in montagna d’estate.” Guardando gli interessi dei suoi fratelli, cerca di individuare anche il proprio. Gino con l’amico Franco Rasetti (che lavorerà con Fermi e diventerà uno scienziato famoso) ama lo studio della natura, Paola e Mario, con l’amico Terni, amano la pittura e il romanzo. Alberto (che diventerà un bravo medico), invece, è estraneo a queste cose, e ha interesse solo per il foot-ball. Da suo padre, che ha stima soltanto per Zola, quando la moglie gli racconta delle eccentriche abitudini di Proust (“siccome non sopportava i rumori, aveva foderato di sughero le pareti della sua stanza.”) sente fare di lui questo apprezzamento: “Doveva essere un tanghero!”, o anche, mentre lo osserva sfogliare qualche pagina della Recherche: “Dev’essere roba noiosa”. Allorché la sorella Paola frequenta un compagno di università “piccolo, delicato, gentile, con la voce suadente”, “il primo che avesse scritto di Proust in Italia.”, il padre va su tutte le furie “perché per lui un letterato, un critico, uno scrittore, rappresentava qualcosa di spregevole, di frivolo, e anche di equivoco: era un mondo che gli ripugnava.” E di Petrolini sente dire, sempre dal burbero padre, sospettoso di ogni novità: “M’importa assai a me di Petrolini! Un pagliaccio!” Il padre non può sopportare la musica e, a riguardo del teatro, fa un’eccezione solo per Molière. Alla moglie, che lo rimprovera di non uscire mai con lei, risponde: “non t’ho mica sposato per tenerti compagnia!” Sempre indaffarato a correggere le bozze dei suoi libri, si diletta a leggere solo romanzi polizieschi, anche “in inglese o in tedesco”, e quando comincia a uscire Simenon “ne divenne un lettore assiduo.”
Gli occhi della protagonista non cessano mai di osservare, dunque, specialmente le persone che gravitano intorno alla casa (talune importanti: il nonno era amico di Bissolati, di Turati e della Kuliscioff, Alberto era compagno di scuola di Pajetta, Gino era amico di Adriano Olivetti), e i fratelli in modo particolare, un po’ alla maniera di Edmond e Jules Huot de Goncourt nel loro celebre Diario (edizione parziale 1887/1896; edizione integrale 1956/1959). Della sorella Paola scrive: “Avrebbe voluto avere poca salute, un aspetto fragile, e il viso d’un pallore lunare, come hanno le donne nei quadri di Casorati.”
Di lei s’innamora Adriano Olivetti, timido e malinconico: “Terminato il servizio militare, Adriano continuò a venire da noi la sera; e divenne ancora più malinconico, più timido e più silenzioso, perché si era innamorato di mia sorella Paola, che allora non gli badava.”
Della famiglia Olivetti racconta: “quando andavano in automobile per la città, e vedevano un vecchio camminare con passo un po’ stanco, fermavano e lo invitavano a salire; e mia madre non faceva che dire com’eran buoni e gentili.” Di Adriano traccerà più avanti un bel ricordo, quando, arrestato Leone Ginzburg dai tedeschi, egli l’aiuterà a fuggire da Roma: “Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno.”
Attraverso questi ricordi, la scrittura, così limpida, si mantiene gradevole e ci apre un mondo tutto in fermento come quello dei primi anni del secolo scorso, in cui si stava formando un universo nuovo, quello industriale, che avrebbe tanto inciso nella società e nell’arte. Viene in mente un’altro scrittore francese, quel Paul Léautaud che,
con il suo Journal Littéraire et intime, composto da ben diciannove volumi e pubblicato postumo negli anni 1956 -1966, ritrasse i fermenti della Francia del suo tempo, così come avevano fatto anni prima i fratelli Goncourt.
Si deve ricordare che Torino ai primi del secolo XX con le sue molte industrie, tra le quali la FIAT, era un po’ la capitale dell’Italia nuova e moderna che si veniva sviluppando. Erano anche gli anni in cui in Italia si formava il socialismo e in casa Levi viene ospitato, con il finto nome di Paolo Ferrari, Filippo Turati “stanco, vecchio, malato, aveva la tosse, e non bisognava fargli tante domande.”; “era grande come un orso, e con la barba grigia, tagliata in tondo. Aveva il collo della camicia molto largo, e la cravatta legata come una corda. Aveva mani piccole e bianche; e sfogliava una raccolta delle poesie di Carducci, rilegata in rosso.” Restò presso di loro per qualche tempo (“otto o dieci giorni”), per nascondersi, in attesa di fuggire dall’Italia, e “Sembravano, mio padre e mia madre, contentissimi che lui fosse lì.” Sarà Adriano Olivetti, come si è già scritto, insieme con altri, che indossavano un impermeabile, ad aiutarlo a fuggire: “Uscì con Adriano e gli altri dall’impermeabile, e non lo rividi mai, perché morì a Parigi qualche anno più tardi.” Che è una frase, questa, che fa anche da spia circa l’attenzione che l’autrice mette nella sua scrittura, che pare nascere spontanea, mentre è assai vigilata. Qui, infatti, viene sacrificato un “mai più”, che starebbe benissimo, se non si scontrasse con il successivo e vicino “più tardi”. Anche la seguente costruzione sintattica non è casuale, ma scelta: “Mia madre, i bambini piccoli le piacevano tutti.”, come quest’altra: “Leone, la sua capacità d’ascoltare era incommensurabile e infinita”. Una scelta che incontreremo ancora. Gli uomini con l’impermeabile sono Rosselli e Parri e saranno arrestati per aver aiutato Turati. Anche Adriano Olivetti è in pericolo, ma “rimase nascosto da noi diversi mesi”. Prima di fuggire all’estero, si fidanza con Paola, la sorella della protagonista: “Venne il vecchio Olivetti dai miei genitori, a chiedere, per suo figlio, la mano di mia sorella; venne da Ivrea in motocicletta, con un berretto a visiera, e con molti giornali sul petto: perché usava tappezzarsi il petto di giornali, quando andava in motocicletta, per il vento. Chiese la mano di mia sorella in un attimo; e poi però rimase ancora un pezzo in poltrona nel nostro salotto, trastullandosi con la sua barba, e raccontando di sé: come aveva tirato su la sua fabbrica, con pochi soldi, e come aveva educato i suoi figli, e come leggeva ogni sera, prima d’addormentarsi, la Bibbia.” Nella casa dei Levi, come si vede, passa un po’ della storia d’Italia di quegli anni, in cui la dittatura aveva stretto le maglie intorno ai dissidenti, costretti in molti casi a fuggire all’estero, nella vicina Francia soprattutto, per non cadere prigionieri dei fascisti.
Il padre, accanito antifascista, si rallegra ogni volta che sente dire che qualcuno la pensa come lui, poiché è convinto che gli antifascisti in Italia si contino sulle dita di una mano. Lui e la moglie frequentano la casa di Paola Carrara, dove incontrano altri che sono schierati contro il regime, tra cui lo storico Luigi Salvatorelli, e discutono di politica e in quelle occasioni “si sentivano un po’ confortati.”, “Stare in compagnia di queste persone significava, per mio padre, respirare un sorso d’aria pura.”
Anche sulla durata del fascismo i genitori la pensano diversamente. Mentre secondo il professore “non c’era, contro il fascismo, nulla, assolutamente nulla da fare”, la moglie “aspettava qualche bel colpo di scena. Aspettava che qualcuno un giorno, in qualche modo, ‘buttasse giù’ Mussolini.” Il professore è così preso dalle sue convinzioni che non si accorge neppure che i suoi figli hanno amicizie tra gli antifascisti più noti e sono diventati anch’essi dei “cospiratori”. Finiranno tutti in carcere, anche il professore.
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 14.02.06 10:33
Interventi
ottima scelta bart, libro bellissimo.
Aspetto che tu abbia scritto anche la seconda parte per segnalarlo da me
geo
Pubblicato da: georgia - 14.02.06 13:04
Un libro che va riletto, specialmente in questo momento. Condivido la scelta
Stefania
Pubblicato da: stefania nardinio - 14.02.06 15:46
Ebbene si, va riletto
stef
Pubblicato da: stefania nardini - 14.02.06 15:48
Grande libro!
Pubblicato da: Maura - 14.02.06 17:47
Un pezzo della nostra Storia, un romanzo che andrebbe proposto nelle scuole.
Pubblicato da: Carlo Capone - 14.02.06 18:51
Grazie a tutti.
Oggi internet faceva le bizze, solo ora sono riuscito a prendere vibrisse.
Onde evitare domani eventuali problemi di collegamento, visto che mi trovo in un momento in cui tutto sta funzionando, fra poco metto la seconda parte.
Sì, quella della Ginzburg è una bella testimonianza, di prima mano.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 14.02.06 21:07
io sono uno studente ke ha provato a leggere qst libro xke il mio professore me l'ha imposto ma nn ci sono riuscito. nn mi piace mi disp. eppure di solito la ginzburg mi piace...bo! ciao a tutti
Pubblicato da: giovo - 07.05.06 22:01
questo libro è orribile... semplicemente orrido... non ci sono parole... leggi leggi e sei sempre allo stesso punto...
basta... ki dice ke è bellissimo forse non ha mai letto un libro decente... mi dispiace x l'autrice ma ha scritto una skifezza!!!!
Pubblicato da: io - 26.04.07 19:38
Un esempio di "libro decente"?
Pubblicato da: giuliomozzi - 27.04.07 00:20