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25.02.06
Merce scaduta
di Gabriella Fuschini
[questo articolo di Gabriella Fuschini è apparso oggi in Il primo amore. Vedi anche l'articolo di Giuseppe Caliceti: Corpi, merci, persone, oggetti. gm]
Mi chiamo Vanessa, ho sedici anni, studio al liceo, faccio sesso col mio ragazzo e sono scaduta. Cioè, il mio corpo è scaduto. Non valgo più niente, perché non sono più vergine. Quindi, se per caso qualcuno mi stupra avrà diritto alla riduzione di pena. In pratica, avrà lo sconto perché l'usato vale meno. Si sa. È una legge di mercato. Chissà, magari, se succedesse a febbraio oppure in luglio, sarei persino in saldo!
Mia madre che faceva la femminista da giovane, dice che loro, quelle del movimento delle donne, avevano fatto tanta fatica per liberare la società dai pregiudizi. Quelli per cui la donna è sempre provocatrice, ammicca: un po' puttana e un po' colpevole. E dice, mia madre, che ora siamo tornati indietro, come una specie di medioevo. Io non lo so questo. So che la mia amica Cinzia, da quando il suo patrigno l' ha violentata non dorme più la notte senza i tranquillanti e poi certe notti si sveglia tutta sudata e vomita. La sento piangere nel bagno, mugola e fa dei suoni strani con la voce; io allora mi alzo, vado di là e l'abbraccio forte finché non si calma. Sono due mesi che vive a casa nostra, da quando è successo e non vuole stare a casa sua. Io, per fortuna, il patrigno non ce l'ho e nemmeno il padre.
Se penso che da bambina piangevo all'idea di essere orfana, ora sono quasi contenta. Però una domanda a quel sessuologo e ai giudici della corte di cassazione vorrei proprio fargliela. Ma la mia amica Cinzia chi la rimborsa, che adesso, oltre che usata, è anche scaduta?
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 25.02.06 10:28
Interventi
Non esiste rimborso. La violenza subita non può essere rimborsata nè cancellata. La violenza rimane un marchio impresso a fuoco. La sentenza del tribunale è uno schifo. Inviterei i giudici a diventare donna (ragazzina) per un po' e provare il divertimento di essere usati e poi non più considerati altro che merce scaduta. Oppure li inviterei a immaginare le loro figlie nella stessa situazione. Basta così poco. Non conosco il codice penale, ma ritengo che la legge possa essere "interpretata" come succede per i nomi più famosi. E ad ogni modo è giunta l'ora di apportarvi modifiche sensate e umane.
Pubblicato da: ramona - 25.02.06 13:58
Giulio, ti chiedo scusa, non sarò nè diplomatica, nè politically correct.
Per una volta concedimelo.
Questa è la seconda sentenza che uomini (esseri umani?)di legge fanno passare come uno schiacciasassi sul corpo delle donne. Delle donne vittime di violenza perdipiù. Mi piacerebbe invitare questi soggetti (che chissà quale diritto hanno studiato) a valutare seriamente un'ipotesi di futuro per loro stessi.
Se qualche branco di stronzetti li incula (pardon, non è fine, ma rende l'idea) di notte in un vicolo cieco, lorsignori (se non consenzienti e contenti) che fanno? si presentano in tribunale chiedendo il massimo della pena perchè non l'avevano mai presa in quel posto? all'inculata successiva si tappano la bocca perchè quel che è perso è perso? oppure invocano in entrambi i casi il massimo della pena perchè portavano un completo gessato e non i jeans (notori capi di abbigliamento antistupro) indossando i quali non si può essere stuprati (e quindi se si fa sesso è solo perchè si è consenzienti).
E poi c'è un novello Cristo/Napoleon/operaio che continua a tromboneggiare contro i giudici? ma guardasse un pò meglio, una parte consistente di loro è affetta da pazzia (chiamiamola così, va, che da Giulio non sono a casa mia)analoga se non peggiore.
Per chiudere vorrei usare altra parolaccia escrementizia, ma voi non avete colpa.
Besos
Pubblicato da: spettatrice - 25.02.06 21:34
Le donne dicono: "Il corpo è mio e ne faccio quel che voglio io", e così facendo dicono del corpo una cosa che è tipica delle cose ("è mio", "ne faccio quel che voglio"); dicono così, le donne, per sottrarre il proprio corpo al maschio; ma, dicendo così, ne acquisiscono sì la proprietà, ma non smettono di nominarlo come una cosa, anche perché se il corpo non è una cosa, non ha senso parlare di proprietà.
A questo punto arriva il boomerang maschile: "Donna, hai voluto trattare il corpo come una proprietà, cioè come una cosa? Bene: e noi te lo trattiamo come una cosa, ossia - visti i tempi - come una merce".
Ovviamente, ricordare ai maschi che *hanno cominciato loro* a trattare il corpo come una cosa, serve a poco. Una volta che un linguaggio è accettato, è accettato.
O sbaglio?
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.02.06 08:33
Noi, noi tutti, Siamo il corpo che ci tiene in vita. Potremmo anche dire che noi Tutti Siamo Un Corpo, ma la cosa avrebbe implicazioni mistico/filosofiche non indifferenti :-)
Quella che tu chiami abitudine 'femminista' è abitudine del nostro 'occidente' rispetto a tutti i corpi. Ha a che fare con filosofia e religione che distinguono, spesso, tra le funzioni alte dell'intelletto e e quelle basse del corpo (dal mangiare ed espellere al fare, soprattutto, sesso). La chiesa cattolica (e non solo) ha delle belle responsabilità in questo senso.
besos
Pubblicato da: spettatrice - 26.02.06 10:46
La mia risposta è stata generica e sulla distinzione corpo/mente. Su nazione indiana ci sono due commenti significativi: uno di Emma e l'altro della Fuschini.
Riporto parte di quello di Emma:
Quindi anche pestare a sangue un handicappato potrebbe essere un danno minore, oppure uccidere un depresso,o abusare di bambini del terzo mondo, in fondo non sarebbe come violentare un bambino occidentale…, i vecchi? l’eutanasia su un vecchio dovrebbe essere autorizzata dallo stato, tanto ormai è”peso morto”……..
Questa concezione della persona come macchina di 1- 2- 3 ordine,questa mentalità meccanicistica del corpo, secondo cui se usato è svalutato ci dà l’idea della cultura abberrante in cui siamo immersi, siamo ingranaggi di meccanismi valutati secondo funzionalità, non secondo valore.
La questione della violenza sulla donne è contorta e quanto di piu’ ambiguo esista.Di certo se si vuole colpire una donna lo si fà nei modi piu’ impensati, anche quando è consenziente, ovvero si tratta di carpirne il consenso iniziale e poi usarle dei trattamenti di “riguardo” quando la si ha in pugno.
La Fuschini aggiunge altre pesanti osservazioni sulle 'vite di scarto'. No, Giulio, alla fine si può dire che questo non è un problema che nasce da 'io sono mia' (al massimo quella affermazione è solo impropria per i motivi di cui parlavo prima), ma dal pessimo indirizzo che hanno le nostre società e, aggiungo, che queste sentenze sono un chiaro indizio della direzione in cui stiamo andando.
besos
Pubblicato da: spettatrice - 26.02.06 10:58
Giulio, vorrei anche aggiungere (non volermene, non sono in perfetta forma e vado a 'rate'con qualche difficoltà), che quando le donne gridavano 'io sono mia', non è che si fossero solo accorte della dicotomia corpo/mente, ma avevano dietro di loro secoli in cui i loro (nostri) corpi erano stati proprietà di padri, mariti, chiese e quant'altri. Non se ne poteva più. Non si può dare al femminismo la responsabilità di aver reso il corpo 'oggetto' (prima quello femminile, ma non solo, lo era veramente) solo perchè anzichè gridare 'io esisto, Sono' mettevano di mezzo un 'possessivo'.
besos
Pubblicato da: spettarice - 26.02.06 11:40
Cara spettatrice, quando scrivi: "Quella che tu chiami abitudine 'femminista'" non capisco bene, perché non ho chiamato niente "abitudine 'femminista'". Nemmeno ho sostenuto che "questo problema nasce da 'io sono mia'", né ho citata la frase "io sono mia".
Ho solo ipotizzato che affermazioni del tipo "Il mio corpo è mio", nel momento in cui rivendicano una *proprietà*, rivendichino la proprietà di una *cosa* (perché è delle cose, che si può essere proprietari).
"Io sono mia", che è (sì) la classica formula "femminista", è tutt'altra cosa da "Il mio corpo è mio": rivendicando la proprietà di "io", che in quanto "io" non è "cosa" e quindi non può essere "proprietà", compie un gesto paradossale ed eversivo (dire "Io sono mia" è come dire "Io non sono e non posso essere di nessuno").
Ma ho la sensazione che, oggi come oggi, la formula "Il mio corpo è mio" (che è l'intrappolamento maschile di "Io sono mia") sia più diffusa della formula "Io sono mia".
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.02.06 11:41
E, aggiungo - visto che i nostri interventi si sono accavallati - non mi passa neanche per l'anticamera del cervello di sostenere che il "femminismo ha la responsabilità di aver reso il corpo 'oggetto' ". (Prima scrivevo: "Ovviamente, ricordare ai maschi che *hanno cominciato loro* a trattare il corpo come una cosa, serve a poco": dove dico esattamente il contrario).
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.02.06 11:44
Sarà che non sono lucidissima, ma a questo punto mi sfugge il 'dove vuoi andare a parare'.
Ci sono dei motivi per cui le persone hanno dovuto rivendicare la 'proprietà' dei loro corpi. Mettiamola così: spesso i corpi sono stati considerati 'proprietà' di altri (dei padroni, delle chiese, dei coniugi , ecc.) al singolo veniva (spesso) negata la 'disponibilità' del proprio corpo (al massimo di libero aveva l'anima che, se pulita secondo l'ottica di chi -spesso- era padrone dei corpi, li avrebbe riscattati nell'aldilà). Non credo ci si possa stupire se ci sono state lotte per poter disporre del proprio corpo. Affermare che il corpo è 'mio' forse non è corretto (meglio sarebbe dire 'io sono un corpo'), ma non mi sembra questo l'inizio della mercificazione dei corpi, bensì un tentativo (forse non privo di pecche) per emanciparsi. La volontà di far dipendere i corpi da qualcosa d'altro non la vedo in questi slogan, ma nelle mai morte dottrine o visioni precedenti i tentativi di emancipazione. Oggi quelle forze riaffiorano, vogliono le donne miti e sottomesse a casa, i poveri zitti e accondiscenti (sfruttabili a oltranza), una parte d corpi a 'perdere' e altre amenità che sono sotto gli occhi di tutti.
No,non è problema di slogan o parole d'ordine sbagliate, è qualcosa di più forte, radicato, antico e impostare la cosa solo sul linguaggio porta lontano dalle vere forme e dalle vere ragioni.
Se proprio vogliamo essere critici rispetto alla formula 'il corpo è mio' possiamo solo dire che non era riuscita a liberarsi di tutti i condizionamenti linguistici e di potere precedenti. Adesso che quei poteri li abbiamo di nuovo (non sono, in realtà, mai morti) sul groppone, che famo? cerchiamo uno slogan diverso? correggiamo quello di prima? qualcosa bisogna fare e con urgenza, i segnali di ritorno (in peggio) all'antico non solo sono dementi, ma pericolosi.
Besos
Pubblicato da: Spettatrice - 26.02.06 12:42
Cara spettatrice, quando dici: "Rispetto alla formula 'il corpo è mio' possiamo solo dire che non era riuscita a liberarsi di tutti i condizionamenti linguistici e di potere precedenti", dici esattamente ciò che intendevo dire.
Quando dici: "Impostare la cosa solo sul linguaggio porta lontano dalle vere forme e dalle vere ragioni", ti rispondo: "Sono d'accordo. Analogamente, impostare la cosa solo sugli atti reali e non sulle parole con cui questi vengono detti, scambiati e formalizzati porta lontano, secondo me, dalle vere forme e dalle vere ragioni".
Io mi occupo di linguaggio - non credo di essere competente in altro - e in genere mi sento come uno che fa "una parte del lavoro".
Ci sono occasioni nelle quali, peraltro, il linguaggio è particolarmente importante: ad esempio quando si discute per prendere una decisione. In occasione del recente referendum sulla fecondazione assistita, ad esempio, ho avuta l'impressione che l'argomento del tipo "Il corpo è mio" (che è "contenutisticamente femminile" ma "grammaticalmente maschile": riassumo così il discorso di cui sopra) sia stato molto usato.
Esempio: i Testimoni di Geova rifiutano trapianti e trasfusioni perché radicalizzano la formula: "Io sono un corpo" (se "Io sono un corpo", non posso trattare il mio corpo come una cosa e non posso ospitare, come se fossero cose in una cosa, parti di altri corpi: questa è la radicalizzazione, che si potrebbe anche dire: "Io sono un corpo, e questo corpo non è mio"). (Non per niente i pezzi di corpo si vendono - illegalmente, certo - e sono quindi compiutamente "merce"). Chi radicalizza la formula: "Io ho un corpo (e ne faccio ciò che voglio)" è pronto, diciamo così, per l'era cyborg.
E, nell'era cyborg, dove il corpo è indubbiamente una "cosa" che sta nella "disponibilità" di chi ne è "proprietario", io sospetto - ripeto: *sospetto*; sto avanzando un'ipotesi - la stessa cultura che *tende* a farci considerare il corpo come una cosa smontabile e trasformabile, ringiovanibile e sostituibile, in somma come una cosa-macchina, porta anche a considerare questa cosa-macchina, eventualmente, "usata" o "scaduta".
Alla domanda: "Dove vuoi andare a parare?", non so rispondere. Sto pensando, per così dire, a voce scritta.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.02.06 14:59
Giulio, mi spiace ma continuo a non seguirti. Anche se noi affermiamo di essere un corpo non necessariamente ne conseguono i drastici sviluppi dei Testimoni di Geova.
E se affermiamo 'il corpo è mio' non per questo siamo destinati a essere dei cyborg, preferisco contestualizzare. E ci provo.
Davanti al Diritto sostenere che non esiste altro soggetto se non i corpi è base necessaria per affermare che su questi si deve legiferare. E se si riconoscono principi di eguaglianza si deve legiferare in modo uguale per tutti (cioè non vengono prima i tutori della donna o del bambino, il padrone della ferriera o il latifondista).
Quando dico che nel possessivo di 'il corpo è mio' c'è qualcosa dei vecchi regimi forse sto solo pensando a Fromm. Quello di Fromm è un ragionare (perdonate la banalizzazione) rivolto all'indecenza di certi valori sociali (al solo 'avere') che ci permeano nelle società capitalistico/consumiste (linguaggio e azioni comprese). Nelle lotte per l'emancipazione dei corpi possono anche esserci frasi non esattamente congruenti come quella che citi, ma ci sono anche contenuti ben più importanti e che ci hanno (almeno per una stagione) aiutato a lottare affinchè le leggi fossero meno ingiuste soprattutto per le donne e i più deboli.
Che poi le società in cui accettiamo di vivere spingano nella direzione di fare diventare i corpi merce è vero (in una società che santifica le 'merci' niente e nessuno può sperare di sottrarsi al mercato, persona fisica o linguaggio che sia). La conseguenza dei dettami e dei messaggi di questa società (soprattutto in questi ultimi tempi e sul futuro ci sono nubi peggiori) ci priva anche del 'possesso' del corpo o dell'io sono un corpo'. Perchè riconosce il 'diritto di proprietà' solo a pochi (questo diritto è riconosciuto solo in proporzione alla forza che uno -singolo o Stato- ha per imporlo e la quotidianità sta lì a dimostrarlo) anche se apparentemente si tratta del 'Diritto' che regge tutto l'ambaradan. Perciò credo che sia urgente fare rinascere lotte per il 'riconoscimento' giuridico dei corpi (e penso non solo alle donne, ma agli ancora più deboli clandestini e agli esseri che hanno la sfiga di essere i destinatari delle nostre 'produzioni all'estero' in regime di semi/totale schiavitù) e affinchè noi tutti ne sentiamo il bisogno non possiamo fare altro che passare attraverso un sentire di 'spossessamento' anche se non siamo d'accordo con le leggi del 'possesso'. Appunto perchè quella a cui siamo sottoposti è ua condizione/condizionamento che ci priva anche di questo sbandierato diritto di proprietà. La consapevolezza di 'noi siamo un corpo' forse non possiamo ancora permettercela in quando dobbiamo sottrarre noi stessi al controllo di altri (non solo leggi, ma anche bisogni indotti come sono certe pratiche di 'bellezza' o certi modelli 'vincenti' o peggio).
besos
ps: Poi in queste società abbondano i deliri narcisisti e quindi l'io sono mio' assume, in alcuni, forme allucinanti (in TV abbiamo esempi massicci, ma anche i posti di lavoro e le famiglie abbondano)e la motivazione sta tutta nei valori che ci vengono propinati a dosi da cavallo o omeopatiche per tenere in piedi una baracca in cui nella quasi totalità dei casi siamo 'proprietari' solo di illusioni. Ed è parte della stessa storia.
ps: non sono in perfetta forma, se non riesco a rispondere ci saranno altre occasioni per chiarire
Pubblicato da: spettatrice - 26.02.06 19:17
Cara spettatrice: le due estremizzazioni (Testimoni di Geova e cyborg) erano estremizzazioni: cercavo di dare un'idea di quanto ampio sia l'arco, indicandone gli estremi più estremi che mi siano venuti in mente.
Sulla sostanza (che è chiarissima): sono d'accordo. Nel momento in cui l'altro afferma di essere "proprietario" del mio corpo, la prima risposta è: "No, è mio". Su questo terreno si affronta (si è affrontata in buona parte) la contesa.
Dopo questa prima risposta c'è la seconda: che consiste nel cambiare il terreno della contesa passando dal "Il mio corpo è mio" a "Io sono un corpo".
La mia impressione è che il primo passo sia stato fatto; che il secondo sia stato iniziato; e che oggi siamo in fase di regressione. La contesa sta tornando ("in una società che santifica le 'merci' niente e nessuno può sperare di sottrarsi al mercato") sul terreno della proprietà.
Ripeto: questi sono pensieri ad alta voce. Sto cercando di formulare delle domande.
Pubblicato da: giuliomozzi - 26.02.06 21:24




