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02.02.06
Matteo Melchiorre: Requiem per un albero. Racconto dal Nordest
di Adriano Favaro
[Questo articolo di Adriano Favaro è apparso nel quotidiano Il Gazzettino del 2 febbraio 2005. gm]
«No. Non posso fare che le cose che facevo da ragazzino. Per anni ho potato alberi a marzo, fatto i mestieri giusti nel campo. Poi mi sono reso conto che si rischiava un isolamento terrificante rispetto al mio tempo. Mi sono reso conto che uno può coltivare quei saperi dei campi: ma viverli porta a isolamenti terribili. Se lo fai sei "fondamentalmente un vecchio". A meno che tu non colga le persone uguali, che la pensano come te. Un po' questa fortuna l'ho avuta, ma vivere quello che ho vissuto, concretamente, non è più possibile». Matteo Melchiorre parla così. Sereno. Lucido. Sincero. E' nato nel 1981. Si è laureato in storia a Venezia. Ha scritto un libro Requiem per un albero, racconto dal Nordest (Edizioni Spartaco) che ha vinto il premio Mazzotti-Gambrinus per la sezione ecologia e si è classificato secondo, per un punto, al superpremio. Raccontando della sparizione di questo monumento che ha visto la vita e le avventure di un paese e raccontando anche la storia di quel paese di montagna che guarda su Feltre.
«E' stato un caso se il libro è uscito. Mentre parlavo delle cartelle che avevo già scritto davanti alla macchinetta del caffè con un amico all'Università di Venezia mi ha ascoltato il professor Piero Brunello, mio insegnante di storia sociale. Ha voluto leggerle. E mi ha trovato l'editore. Senza di lui....».
Senza il caso non sarebbe nata una delle storie che sta affascinando molti. Che fa riflettere perché il racconto di un grande albero che muore ("in un paese che aveva 900 abitanti nel '50, metà ora") è diventato la metafora della montagna, del Veneto, del Nordest che decade. L'albero che scompare lascia un vuoto di memoria e di sensazioni da riempire. Melchiorre lo copre percorrendo da storico emozionanti incursioni nelle biblioteche, nei testi, nei documenti. Tutto rivive, in occasione di questa morte. Ma si capisce che non basterà per questo Nordest svuotato delle proprie radici.
«Sulle prime avevo voglia di pubblicarlo a mie spese il racconto, avevo un debito con quell'albero - aggiunge Melchiorre mentre ci trasciniamo sulle pendici di Tomo, innevate; mentre ci accoglie il silenzio di 4-500 abitanti quasi scomparsi a mezzogiorno - Anzi, prima volevo scrivere un libro sui cimiteri, come quello di Tomo, vedi, l'"Alberòn" era proprio lì, a fianco di quel costone. Quando aveva le foglie la montagna retrostante spariva. Impressionante».
Come nei cimiteri, anche l'albero, muore. Perché sia "considerato" questo olmo che nessuno sa quasi di che specie fosse e quanti anni avesse davvero (si va dai centro ai trecento) deve morire.
«Si vedeva chiaramente che l'"Alberòn", come lo chiamavano qui, stava morendo, perdeva le foglie. Dicevo a mio cugino: bisogna scrivere una lettera al sindaco che mandi qualcuno a tagliare i rami secchi. Nessuno faceva niente. I proprietari erano due persone anziane....».
Così...
«I miei mi hanno telefonato: "È caduto giù, dopo una grande bufera". Colpa mia, ho detto. Era maggio. Colpa mia se è caduto. Eppure la mia per quell'albero non era un'attenzione particolare. A Tomo erano tutti attenti all'Alberòn. Ognuno aveva una propria storia personalissima con quell'albero».
Parli del tuo senso di colpa verso l'albero, ma si percepisce che l'albero per la collettività ha un'appartenenza senso possesso.
«Quello è un monumento, dicevo, non va lasciato così. La sensibilità della gente di Tomo era del tipo "l'albero è lì". Niente altro, voglio dire. L'albero è emerso solo quando la gente ha cominciato a dire "Era il nostro Alberòn". E paradossalmente dopo la sua caduta è cambiata anche la mia vita».
Cercatore quasi solitario. Appassionato ma isolato.
«Ho fatto splorazioni "domenicali", quando avevo tempo libero dall'università».
Per raccontare un solo albero e collocarlo nella storia delle cose e degli uomini hai letto una biblioteca.
«Quasi tutto per necessità, ma spesso letture segnate dal caso (ho una fortuna nel beccare i libri che mi servono...); e poi un libro tira l'altro. Ma sempre con metodo, rispettando l'autore, usando spesso solo un particolare insignificante per ogni libro, essenziale però per la mia storia».
A tutti capita la voglia di mollare
«Ho riscritto tutto undici volte, seguendo il consiglio di Cecov: quando scrivi qualcosa mettilo in fondo a un baule e riprendilo dopo sei mesi, poi taglia. Il risultato è che quello che è uscito non è nemmeno parente della prima stesura».
Esce il libro e che accade?
«In molti hanno apprezzato. A Tomo si è creato un duplice atteggiamento. Appena uscito la gente di qui non lo ha saputo. Perché a Tomo c'è solo bar, non c'è giornalaio, nessun negozio. Per comperare carta stampata occorre scendere a Feltre. (5 minuti prima, 11 chilometri adesso che ci sono i lavori; ndr). Chi l'aveva letto mi chiedeva "se quella con lo scialle che parlava... ela me nona"? C'è stata la ricerca di sè nel testo. Ho portato 20 copie al bar: le ha vendute in due settimane. Poi il barista mi ha detto: basta, che se le vadano a prendere a Feltre».
Altro?
«Una copia l'ho portata al parroco, omaggio feudale. Mi ha promesso la recensione sul foglietto parrocchiale ma non l'ha ancora fatta. Forse perché dico la verità su san Bernardino da Feltre (nato a Tomo nel 1439, nome secolare Martino Tomitano, combattè la licenziosità e l'usura e si prodigò per l'istituzione dei Monti di Pietà; ndr) che se la prendeva tanto con gli ebrei...forse quello l'ha considerato iconoclastico».
É un testo di storia, di passione per la propria terra.
«Mia nonna Maria che a 80 anni va ancora in giro, in Marocco, per esempio lo ha interrogato, gli ha chiesto il perchè del silenzio. Ha detto che ha capito il senso e si meraviglia di come io abbia fatto e raccontato "arbitrariamente" il cammino delle "rogazioni" e non sia andato a chiedere a lui dove andare...».
Le rogazioni sono l'antico rito di preghiera e benedizione primaverile dei campi...
«Che ho rifatto, per capire il territorio. Ma il parroco era arrivato da 6 mesi e non sapeva granché di questo».
I tuoi coetanei?
«Quelli dei locali dove si va la sera si sono stupiti, altri l'hanno preso come un giallo. Il gruppo del calcetto (che viene spesso nominato in furibonde battaglie estive col pallone; ndr) era entusiasta».
Confidenze dopo il libro?
«Uno degli amici mi ha raccontato dei suoi due anni di alpeggio in montagna. Una cosa che non aveva mai detto. Ma chi mi ha sorpreso più di tutti sono stati i bimbi di 6-7anni: erano saggi quando commentavano l'albero caduto. Quanti ricordi - dicevano - ha l'Alberòn».Pessimista per il futuro di queste montagne?
«Io sono particolarmente ottimista. Ci sono i ragazzi che vannon'tel bosccoi padri o hanno il campo di patate e devono conoscere il territorio. Potrebbero continuare...».
Mauro Corona dice che una delle cose più difficili del presente è il bosco.
«Il bosco è fuori della nostra vita. La maggior parte dei sentieri, esiste solo nel periodo dei funghi. Sì, si va sui prati, in estate. Ma non lo conosciamo più il bosco».
C'è un'afasia culturale e ambientale.
«Mi ha aiutato molto Adelmo Taia, un grande uomo, vicino di casa a Rasai dai 6 ai 19 anni. Mi ha insegnato i nomi di tutti gli alberi e delle piante che conosco».
L'Alberòn è femmina o maschio?
«In casa mia c'è un bruttissimo quadro, con alberi lungo una strada. Ricordo che, dai tre anni, consideravo un albero, l'albero, una sorta di ritratto vegetale di mia nonna materna. L'altro era il ritratto di mia zia (Tona) che abitava nella casa dove abito adesso. Ma l'olmo che è caduto è maschio, si propaga con i semi».
Raccontando di un albero morto ne esce la storia di Tomo. C'è ovunque voglia di storia minore...
«Un tale che studia le cose di questa terra mi ha detto: "Sei un epigono di Guarnieri". Ma io non ho letto Silvio Guarnieri (letterato famoso di Feltre, morto nel 1992) . É vero: c'è una forsennata corsa alle origini. Ogni paesotto ha il suo libro».
Ci sentiamo smarriti nella contemporaneità. I ragazzi di Tomo sono orgogliosi del loro paese?
«Possiedono un vissuto di "orgoglio burlesco". Anche le parole dialettali si usano per scherzare. La fierezza si usa per sorridere del proprio costume».
Chi non ti capisce che ha detto?
«Che io non mi muovo da qui, che questo è il tempo della modernità. Ludovico Ariosto dice: "Chi vuole andare attorno vada". Io sono abbastanza statico, immobile. Sto bene a Tomo e comunque ho girato già mezza Italia presentando un libro che parla di un albero caduto in un paese che nessuno conosce e che in tanti prendono per un giallo... Solo alla fine scoprirò chi (forse) l'aveva piantato».
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 02.02.06 18:39
Interventi
Bello, molto bello. Attenzione però a non finire come il Chance di "Presenze" di Jerzy Kozinski (più noto per il film di Peter Sellers "Oltre il giardino").
za'
Pubblicato da: za' - 02.02.06 19:11
interessante...mumble...
Pubblicato da: andrea - 03.02.06 14:30
La cosa un pò new global, nella bella storia dell'alberon di Tomo, è che è stata pubblicata da un editore/gladiatore partenopeo.
Per quando riguarda il sesso, andiamo male:i semi dell'olmo - come in tutte le altre piante con semi - non sono altro che lo sviluppo dei gameti FEMMINILI fecondati.
Comunque, per dirla con un termine che farebbe inorridire un botanico, l'olmo è ermafrodita.
nn
Pubblicato da: nico - 09.02.06 21:19
Nico hai letto il libro?Tutto ma non "new global". gameti femminili fecondati come del resto qualunque vivente portatore di spermatozoi. tutti ermafroditi! viene prima l'uovo o la gallina?
Pubblicato da: gg - 10.02.06 18:42




