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12.02.06

Mario Giorgi: Codice (1994)

di Bartolomeo Di Monaco
Bollati Boringhieri
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Codice.jpgIl protagonista si riconosce come una persona debole: “ho sempre avuto la tendenza ad attribuirmi immediatamente, a considerare come mia, l’eventuale debolezza di una situazione. Tendo ad attribuirmi il lato debole, il lato debole delle cose." E tuttavia si presentano da lui due belle ragazze con l’incarico di assumerlo per uno strano lavoro ben retribuito: si tratta di un impegno a “rimanere segregato cinque mesi per studiare nient’altro che un’incognita, una falla, una lacuna, che si proponeva, fin dall’inizio, come un enigma."

Giorgi, classe 1956, ordisce il suo romanzo, uscito nel 1994 (nel 1993 era stato vincitore del Premio Calvino), come una specie di seduta psicoanalitica a cui è sottoposto il protagonista affinché si riesca a comprendere “Quando hai cominciato ad accorgerti che i tuoi dati potevano corrispondere al codice?" La persona con cui dialoga è una donna, ed è per lui tanto importante che arriva ad affermare: “E invece ora ci sei tu. Tu e niente altro. Ormai tu sei l’unico pensiero per me, non riesco ad interessarmi ad altro." Si capisce da qui che le persone fisiche non avranno rilievo in questa storia, lasceranno la loro impronta sopra la quinta come ombre evanescenti, né sarà rilevante che noi si possa credere all’esistenza fisica di esse. Il colloquio tra i due, che sarà ricerca e rivelazione, può essere anche letto come un confronto di puro pensiero, e addirittura un confronto all’interno della stessa mente che li genera entrambi: “a volte mi sento come un bicchiere che tu stai tenendo in mano... e ti guardi intorno... e non sai dove appoggiarmi..."
L’esperienza che viene narrata è quella di uno strano lavoro che è svolto in un altrettanto strano e misterioso laboratorio, dove si trovano in tutto cinque uomini, non vi sono donne e nessuno parla mai di loro. Le mansioni assegnate a ciascuno sono così minute e inspiegabili, “insensate", che al protagonista manca la visione d’insieme di ciò che sta facendo, di cui non riesce a comprendere nulla, nonostante l’impegno che vi mette. Tra i cinque non ci sono scambi di impressioni, domande, curiosità, dubbi, ma solo freddi rapporti di formale cortesia. C’è il cuoco, invece, incaricato di provvedere ai pasti composti solo di verdure cotte, che si avvicina spesso a loro con frasi sarcastiche e sibilline, e pare che solo lui abbia la visione d’insieme di quel lavoro collettivo.
Con una scrittura precisa, essenziale, l’autore ci sta disegnando un ambiente di alienazione nel quale l’individuo, apparentemente libero, viene spogliato della propria personalità e reso strumento passivo di un disegno altrui appartenente ad una entità invisibile, dominatrice e tirannica. Vengono in mente autori importanti come George Orwell e Franz Kafka, ma anche il celebre Tempi moderni di Charlie Chaplin, del 1936. Nonostante che nel laboratorio tutto sia rigidamente organizzato e controllato, un giorno il nostro protagonista scopre “nel contenitore dei costumi da ginnastica" un paio di “mutandine nere" da donna. Si rende conto che la sua scoperta non può essere sfuggita a coloro che, nascosti da qualche parte, provvedono a controllarlo. Perciò “l’episodio sarebbe stato comunque rivisto e analizzato minuziosamente, come accade sempre in questi casi. Dunque, non avevo alcuna possibilità di mantenere segreta la mia scoperta – ammesso che il cuoco, con il suo vizio delle allusioni, non avesse già provveduto a divulgarla." Nasce il sospetto che quelle mutandine non appartengano, in realtà, a nessuno ma siano state messe lì “solo per me, per osservare il mio comportamento, e dunque per indurmi a reagire."

Da questo timore, da questo spavento anche, un altro episodio a sorpresa lo conduce all’indifferenza nei confronti del proprio lavoro. Improvvisamente, mentre sta mangiando con alcuni colleghi, avverte un dolore fortissimo, crede che si tratti di un dente cariato, ed invece si è bloccata la mascella. Deve portare un apparecchio per molto tempo, a causa del quale non riesce a pronunciare con chiarezza le parole, così che evita di parlare se non nei soli casi necessari. L’autore fa in modo che la situazione alienante in cui il protagonista è immerso non si allenti mai e la tensione addirittura cresca, coinvolgendoci. Ci domandiamo, infatti, come mai non sia possibile al protagonista chiarire la propria posizione e ribellarsi. Lui stesso tenta di darcene una spiegazione: “Allontanarmi è sempre stata, per me, l’unica possibilità di salvezza, salvezza anche nel senso di «salute», oppure anche di «stato di quiete». Ma certo questo non era possibile per tutto ciò che riguardava il laboratorio, perché, tra l’altro, avevo firmato un contratto, e quindi avevo rinunciato a priori alla possibilità di allontanarmi. D’altronde, se non avessi firmato quel contratto, penso che dovrei trovarmi comunque in una situazione analoga."
Ci torna il convincimento che questa lotta che egli sta facendo abbia ben poco a che fare con la materialità e sia piuttosto un conflitto all’interno della mente, che l’autore, che ha al suo attivo testi di teatro, ha voluto esemplificare in un confronto tra uomo e donna, tra due psicologie complementari, ossia, e tuttavia diverse.

Dall’indifferenza si passa ad “una forte distrazione". È a causa della dottoressa che ha preso in cura la sua mascella e che viene in laboratorio a visitarlo ogni due giorni. Si è creato tra loro un buon rapporto e parlano molto, di cose di poca importanza, ma questo non conta. Conta la novità di una conversazione possibile con qualcuno che viene da fuori. I colleghi gli invidiano un tale privilegio, che permette al protagonista di avere finalmente qualche pensiero diverso da quelli suggeriti dal suo lavoro. Sogna anche, la notte, e sogna una donna bellissima, bellissima come la dottoressa ma è più che sicuro che non si tratti di lei.
Poi subentra l’ansia, comincia a pensare che tutto quel lavoro che viene sbrigato insieme con gli altri quattro colleghi e che deve portare alla scoperta di un codice, sia destinato a lui: “ero io, era per me il codice, se c’era un codice non potevo che essere io, era destinato a me."
Il misterioso codice, quindi, può non essere più qualcosa di estraneo, ma può identificarsi con la sua stessa persona. Egli non solo può conoscerlo, ma lo possiede, fa parte di sé. La precisione e la intelligenza nel procedere per dettagli dell’autore fanno ricordare il romanzo di Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, del 1993.
Mentre il protagonista si trova in isolamento per eseguire il suo lavoro intuisce “il risultato definitivo", ma esso gli passa così velocemente nel pensiero che non riesce a fermarlo e a memorizzarlo: “Avevo improvvisamente scoperto la ragione del nostro essere lì, ma non avevo avuto il tempo di comprenderla, di impossessarmene, per comunicarla agli altri, o anche solo a me stesso, ma comunque per comunicarla."
È l’occasione per una riflessione importante, e meglio ancora, inquietante: “Non appena proviamo a pronunciare la verità, quello che abbiamo visto o sentito o intuito solo noi, e di cui siamo sicuri, in realtà non facciamo che distruggerla, non porta più a niente, non ha niente di definitivo, non c’è più alcuna sicurezza."

Di lì a poco il lavoro, prima condotto da ciascuno isolatamente, raggiunge la fase in cui è richiesta la collaborazione tra i cinque e così: “ci lasciammo prendere tutti insieme da una specie di euforia". È il momento in cui emozioni e capacità di ciascuno vengono fuse insieme in “un affiatamento di gesti e di intenti" prima impensabile. Non dura molto, tuttavia; la particolare combinazione dei rapporti e il carattere difficile del protagonista conducono presto ad una difficoltà di comunicazione e di intesa, ad un “guasto tra noi, e non semplicemente tra ognuno di noi, ma tra ognuno di noi e i rispettivi oggetti di ricerca, comprese le lettere personali e le posizioni preliminari in merito agli obiettivi." Ha di nuovo la sensazione di un risultato che tutti gli altri attendono nei suoi confronti. Si accorge che a poco a poco lo emarginano. Cerca di capirne le ragioni, ma non ci riesce; non c’è una sola delle sue azioni – pensa - che possa avere ispirato il comportamento degli altri. Gli sembra di rimanere indietro nel lavoro. Vorrebbe rifugiarsi nell’odio, indirizzarlo verso uno qualsiasi dei compagni, ma “non avevo odio, mi mancava, ne ero, per così dire, sprovvisto. Me l’hanno già detto in passato, per altri motivi: tu non odi nessuno, e quindi non ami nessuno." L’autore sta disegnando, così, in un ambiente di alienazione, una personalità esternamente immobile, i cui sentimenti “rimangono dentro, a uno stato prelarvale, e non si dischiudono, non prendono consistenza". Gli accadono cose strane, come quella di essere prelevato e rinchiuso altrove ed infine di provare la sensazione di regredire nel tempo fino a ritornare bambino e “camminare a quattro zampe". Succede così che gli altri compagni finiscono la ricerca ed uno di essi si presenta al protagonista per rivelargli che si rende necessario, per convalidare il risultato raggiunto, che provveda, attraverso una specifica prova, ad annullare il proprio lavoro. Il debole carattere del protagonista lo rende rassegnato e disponibile. Non cerca complicazioni e tanto meno confronti e scontri. Conosce bene la natura fragile del suo carattere. La prova deve essere condotta proprio davanti alla donna che lo sta interrogando. Chi è questa donna, non si sa, si intuisce, così come s’intuisce che anche l’altra, il medico specialista, non è affatto una donna come possiamo immaginarla, ma una ruota dell’ingranaggio che si muove attorno e in funzione del laboratorio, in cui una qualsiasi anomalia viene registrata e debellata, con la conseguenza che l’individuo si disintegra e si disperde.
Il romanzo è tutto espresso e rinchiuso nell’ambito di questa condizione alienante, in cui è possibile individuare il laboratorio come la complessa realtà in cui può trovare posto colui che si normalizza alle sue regole, mentre una qualsiasi debolezza rappresenta il codice, “una falla", e viene emarginata e distrutta. È un confronto, peraltro, che può interpretarsi partorito dalla stessa mente, che si interroga e si risponde sui valori e sui rischi dell’esistenza.

Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 12.02.06 07:51

Interventi

Testo ( e relativa tua lettura) impegnativi. Di una complessità che mi ha obligato alla pagina, più del previsto. Hai citato Kafka, a giusto diritto, e l'alienazione, il vile estraniare quote del Sè a beneficio di un tutto, e infine il fordismo di un'organizzazione del lavoro che impone l'ignoranza del vicino. Tutto si tiene.
A me, per bizzarria, ripensando alla oscurità di questo romanzo, viene anche in mente il modus narrativo degli antichi provenzali, detto del 'trobar clus' (il narrare oscuro, per simbolismi astratti), opposto al diametrale 'trobar clar'. Lo stesso Dante aderì alla tradizione del trobar clus, il che a mio infimo giudizio ne fa più autore ducentesco che successivo. Senza minimamente scalfire il carattere universale e modernissismo della Commedia, per l'amor di Dio.

Mario Giorgi, che non conoscevo - e ti pareva - mi appare autore intrigante, singolare. Ne acquisterò almeno un testo (non ora, sennò rischio un pasticciaccio mentale che al confronto via Merulana è zero). Ho l'impressione - e ti prego scusare la castroneria - che nutra ritrosia a farsi intendere (ecco il riferimento al trobar clus) per quel nobile e un po' offuscato desiderio di promuovere il lettore a rango di decodificatore ( ma in fondo: non è il mondo un complesso di codici pressocchè oscuri? e perchè non dovrebbe risentirne la letteratura, che ne è rappresentazione?).
Il nuovo secolo si apre con la riconsacrazione del trobar clar, del racconto intorno al fuoco del bivacco: ma cosa accade ai bivaccanti se un sera arriva Mario Giorgi e prende a raccontare le sue storie?

Un caro saluto e un grazie per l'incessante opera di ri-scoperta.

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 12.02.06 12:01

Sebbene concettualmente complesso, ti assicuro che la scrittura di Giorgi è limpida e si fa leggere piacevolmente.

Non è suggestiva come quella di Berto, ma ha la sua specificità per il mondo dell'alienazione che rappresenta.

La scrittura di Berto, indubbiamente, cattura di più, perché il suo lindore si accosta ad una storia in continuo movimento e immersa nella concretezza del reale.

Ho avuto, peraltro, l'impressione, postando Berto, che egli paghi ancora quel certo ostracismo che gli ha reso difficile l'esistenza.
Berto è uno scrittore con la S maiuscola, affascinante. Da riscoprire e valorizzare al livello alto che merita.

Giorgi, credo, dal mio modesto punto di vista, che abbia tutti i numeri per interessarci ancora di più. Ho di lui anche Biancaneve, un romanzo successivo, che non ho ancora letto, ma che dovrò mettere da parte per dare spazio ad altri autori.

Grazie del commento, come sempre interessante e puntuale.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.02.06 13:13

Berto è uno degli scrittori che mi è caro. Credo anche io che la sua appartenenza politica - insieme a una condotta di vita giudicata scandalosa- gli sia stata nociva. In proposito mi fu detto che il suo capolavoro, Il male oscuro, fu rifiutato da un noto editore che lo stroncò con la scusa della punteggiatura (invece parte essenziale del flusso di coscienza che ne ordisce la struttura). Ma Berto era Berto, ritirò il manoscritto e andò altrove.
Ho letto con interesse la tua recensione di Il brigante, scoprendo non senza stupore il suo interesse per il paeseggio e le ragioni culturali del nostro meridione.Di lui ti consiglio vivamente La gloria, uscito credo nel 72 o 73.

Saluti

Carlo

Pubblicato da: Carlo Capone - 12.02.06 13:59

Grazie, Giorgio. Un altro scrittore di cui vorrei parlare è Giorgio Bassani, un maestro. Chissà quando succederà, ma arriverà anche quel momento. E Quarantotti Gambini?

Speriamo che il 2006, appena cominciato, non passi troppo in fretta...

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.02.06 14:21

Anche per me questa lettura di Bart lascia intendere un romanzo "faticoso". Nulla di male, e certo non posso giudicare un romanzo solo dalla lettura di Bart. Pero' mi chiedo: ha senso affrontare una storia cosi'"dopo" Kafka?
Cioe', vale la pena, la fatica, il quasi certo fallimento rispetto il modello, il sospetto tedioso che il modello abbia gia' sviscerato tutto, detto tutto?
E' come voler scrivere un viaggio in Inferno, Purgatorio, Paradiso. O voler analizzare le 24 ore di un Dublinese. O no?

Pubblicato da: Emanuele Pettener - 12.02.06 14:33

Non è facile per me rispondere alla tua domanda, Emanuele. Perché potrebbe implicare che su certi temi, già magistralmente toccati dai grandi autori, non si possa più indagare. Giorgi (che non conosco e ho letto per un suggerimento ricevuto mesi fa qui su vibrisse), calato nella modernità, ci mette di fronte ad una incomunicabilità e ad una spietatezza dei nostri tempi.

Va da sé che io mi limito ad affrontare il libro come lettore. Che può essere un limite. Anzi, lo è. Seguo il percorso che riesco ad individuare e lo evidenzio, a me per primo. Questo è ciò che mi piace fare. Anche quando un autore ha scritto altre cose, valuto l'opera soprattutto per se stessa. Cerco di fare una cosa nuova che non sia né critica né saggistica. Lo è, nuova? Non lo so. Qui, qualcuno me lo ha detto, ed io gli ho creduto per il semplice fatto che è proprio quello che ho inteso fare iniziando questo mio lavoro. Con il quale, ci tengo a precisare, al primo posto metto sempre il rispetto per l'autore e la sua fatica. Credo che si contino sulle dita di una mano le opere (quelle che appartengono alla letteratura, s'intende) nelle quali si scrive tanto per farlo. Esse sono sempre, secondo me, frutto di studio e di fatica, di sofferenza, anche quando si scrive di cose allegre.

Devo dire che nel corso delle mie letture, ho trovato spesso temi che si ripetono. Difficile non parlare, ad esempio, di amore, di passione, di odio, destino, violenza, pietà, smarrimento, alienazione, e così via: sono intorno a noi ed anche dentro di noi e rimangono appiccicati ai nostri sensi. Possono, però, cambiare i modi di rappresentarli, ed è qui che è possibile trovare tanto la novità, sempre a mio modo di vedere, quanto il segno del nostro tempo.

Ma rischio di sconfinare in un campo per indagare il quale non ho gli strumenti necessari.

Grazie anche a te, Emanuele.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.02.06 16:23

Lo lessi quando uscì e lo ricordo bene, intelligentissimo e raffinato, persino troppo, soprattutto in tempi di fiction-fiction.
Credo che la scomparsa di Bollati non l'abbia aiutato, ha perso certamente un lettore affine, o almeno un lettore in grado di sostenerlo. Non ho però letto niente di suo dopo e dunque non so, in ogni caso concordo con Di Monaco, vale la pena leggerlo.

Pubblicato da: temperanza - 12.02.06 16:50

"intelligentissimo e raffinato" è l'impressione che ho avuto anch'io, temperanza.

Grazie anche a te.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.02.06 17:05

Ho conosciuto e letto Codice grazie a un articolo di Dario Voltolini sulla rivista Fernandel. Credo che Dario sia una delle persone che lo ha sostenuto di più. Insomma, uno di quei gesti di coraggio grazie ai quali non abbiamo in libreria solo Errypopper, il garmadelgorilla, romanzokriminale, e cose così.

Pubblicato da: andrea barbieri - 12.02.06 21:26

Dalle mani di Dario passò a quelle di Baricco che lo portarono in tv, nel suo programma di libri, ed ebbe un'impennata di vendite. Poi il dimenticatoio per Giorgi, le cui risposte sui temi della narrazioni si possono leggere in FAQ ed. Rizzoli - Holden Maps.
Se la sua scrittura non è del genere cristallo purissimo comunque ci si avvicina molto.

Pubblicato da: andrea barbieri - 12.02.06 21:34

Mi fa piacere, andrea, di aver postato un autore che ti è caro.

Grazie della testimonianza.

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 12.02.06 22:33

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