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20.02.06
L'origine dei romanzi [14]
di Pierre-Daniel Huet
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Marziano Capella ha dato, come Petronio, il nome di Satira alla sua Opera, perch'ella è scritta, come la sua in prosa e in versi, e vi è mescolato l'utile col diletto. Avendo avuto disegno di trattar tutte le arti che si chiamano liberali, ha fatto a questo fine un raggiro, inventandosi le persone, e fingendo che Mercurio, che è con esse, sposi Filologia, cioè l'amore alle belle lettere, e le dà per regalo delle nozze quel ch'essi hanno di più bello e di più prezioso. Di maniera che, ella è un'allegoria continuata, che non merita propriamente il nome di Romanzo, ma piuttosto di favola; mentre, come ho già detto, la favola rappresenta le cose che non sono state, e che non hanno potuto essere, e 'l Romanzo rappresenta le cose che hanno potuto essere, ma che non sono state. L'artifizio di questa allegoria non è molto delicato. Lo stile è ancora barbaro: così ardito e smoderato nelle sue figure, che non si perdonerebbe ad un Poeta il più ampolloso; e pieno d'una oscurità così folta, che appena s'intende: dotta per altro, e piena d'una erudizione non comune a tutti. Si dice, che l'Autore era Africano; e se non l'era, meritava d'esserlo, tanto la sua maniera di scrivere è dura e forzata. Non si sa il tempo nel quale ha fiorito; ma solamente ch'era più antico di Giustiniano.
Sino allora l'arte de' Romanzi si era mantenuta in qualche splendore, ma ella dopo declinò colle lettere e coll'Impero, quando quelle Nazioni feroci del Nord portarono per tutto la loro barbarie e la loro ignoranza. Prima i Romanzi si erano composti per piacere, allora si composero Istorie favolose, perché non se ne potevano far delle vere per mancanza di notizie. Telesino, che si dice esser vissuto verso la metà del sesto secolo sotto il Re Arto, tanto celebre ne' Romanzi, e Melchino, che fu un poco più giovine, scrissero l'Istoria d'Inghilterra loro Patria, del Re Arto e della Tavola rotonda. Balco, che gli ha posti nella sua lista, ne parla come di Autori pieni di favole. Il medesimo bisogna dire di Unibaldo Franco, il quale, come si dice, fu coetaneo di Clovis; e la cui Istoria non è altro che un mescuglio di menzogne grossolanamente inventate.
Finalmente, Signore, eccoci a quel Libro famoso de' fatti di Carlo Magno, che malamente si attribuisce all'Arcivescovo Turpino, benché questi sia posteriore più di dugento anni. Il Pigna, e alcuni altri hanno ridicolosamente creduto, che i Romanzi hanno preso il nome dalla Città di Reims di cui costui era Arcivescovo; perché il suo Libro, secondo riferisce il primo, è stato la sorgente donde i Romanzieri Provenzali gli hanno cavati; e secondo gli altri, è stato il principale tra i componitori de' Romanzi. Che se ne sia, si veggono molte altre Istorie della Vita di Carlo Magno, piene di favole per quanto si può vedere, e simili a quella che porta il nome di Turpino. Tali erano le Istorie attribuite ad Ancone e a Solcone Fortemano, a Sivard il Savio, a Adel Adeling, e a Giovanni Figlio d'un Re della Frigia, tutti cinque Frigioni, e come si dice altresì, fioriti a tempo di Carlo Magno. Tal era ancora l'Istoria attribuita a Occone, il quale secondo la comune opinione, fu coetaneo dell'Imperatore Ottone il Grande, e Nipote di quel Solcone che ho nominato; e l'Istoria di Goffredo di Mommout, che scrisse i fatti del Re Arto e la vita di Merlino. Queste Istorie fatte a talento, piacquero a i Lettori semplici, e più ignoranti ancora di quelli che le componevano. Non si procurò più adunque, a cercar buone memorie, e a istruirsi della verità per iscrivere le Istorie: si trovava la materia nella sua propria testa e nella sua invenzione. Così gl'Istorici degenerarono in veri Romanzieri. La lingua Latina fu disprezzata in quel secolo d'ignoranza, come era stata la verità. I Cantambanchi, i Cerretani, i Novellatori, i Ciurmatori della Provenza, e finalmente coloro di questo Paese che esercitavano quel che si chiamava La scienza gaja, cominciarono a tempo di Ugone Capeto a romanzare veramente, e a scorrere la Francia, spacciando i loro Romanzi, e le loro favole composte in lingua Romana; mentre allora i Provenzali erano più pratici delle lettere e della Poesia che tutto il resto de' Francesi. Qeusto linguaggio Romano, era quello che introdussero i Romani nelle Gaule dopo averle conquistate, e che essendosi corrotto col tempo per lo mescuglio del linguaggio Gaulo, che l'aveva preceduto, e del Francese, o Tedesco, che l'aveva seguito, non era, né latino, né Gaulo, né Francese, ma qualche ocas di misto, in cui però il Romano era superiore, e che per ciò si chiamava Romano, per distinguerlo dal linguaggio particolare e naturale di ciascun Paese, sia il Francese, sia il Gaulo, o il Celtico, sia l'Aquitanico, sia il Fiammingo; mentre Cesare scrive, che queste tre lingue erano differenti tra esse; lo che Strabone spiega con una differenza, la quale non era che come tra diversi dialetti d'una medesima lingua.
[continua]
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 20.02.06 10:16




