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09.02.06

Lo Zar non è morto / Voci docili, non singolarità imprevedibili

di Carla Benedetti

[Questo articolo di Carla Benedetti è uscito nel settimanale L'Espresso del 9 febbraio 2006 - in edicola da venerdì scorso. gm] [tutti gli articoli su Lo Zar non è morto] [altri articoli sulla scrittura collettiva]

Di sicuro Proust non avrebbe mai scritto un romanzo a più mani con altri narratori del tempo. Ma se lo avesse fatto (immaginiamolo alle prese con Gide, Rolland, Dujardin) che ne sarebbe stato di quel suo lento, stupefacente, periodare asmatico? Come minimo gli avrebbero chiesto di scorciare le frasi. La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un lviellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d'ogni stagione, compresa l'odierna "dittatura del mercato". Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel '29 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all'epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i "Dieci" composero a 20 mani un romanzo d'avventura, Lo Zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con la prefazione di Giulio Mozzi.

Motore della trama è lo zar Nicola II redivivo, o forse un suo sosia, che si nasconde in Cina, inseguito dai sovietici e da agenti segreti italiani e inglesi. Amori, agnizioni, colpi di scena vi si moltiplicano meccanicamente secondo i cliché più collaudati del genere. Non è un romanzo memorabile, e nessuno se ne ricordava più. Mozzi e alcuni recensori entusiasti lo considerano un libro "assolutamente d'oggi". io direi che si tratta di un libro assolutamente normale oggi. Se all'epoca l'operazione dei Dieci, che pure non nascondeva i propri intenti commerciali (Pirandello la definì una "gaglioffata"), poteva spiazzare qualcuno, oggi operazioni simili (Mozzi ricorda i Wu Ming e i Babette Factory, ma ve ne sono molti altri casi) appaiono del tutto pacifiche, perfettamente in linea con ciò che chiedono lo "spirito" del tempo e le sue macchine. Per l'industria dell'intrattenimento va molto bene se chi scrive è un artigiano della narrazione disposto a spogliarsi della propria diversità espressiva e di pensiero. Meglio voci docili che si lasciano disciplinare dal "collettivo" che non singolarità imprevedibili! Meglio una scrittura sterilizzata che una piena.

Altri articoli di Carla Benedetti disponibili o segnalati in vibrisse. Su Pasolini. Su La presunta morte della letteratura. Paolo di Stefano intervista Carla Benedetti.

Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 09.02.06 16:21

Interventi

A Mussolini piacevano i Dieci, sì, ma gli piaceva anche Marinetti preso da solo, D'Ambra preso da solo, Bontempelli preso da solo, eccetera, e almeno Marinetti e Bontempelli credo possano rientrare nella categoria delle 'singolarità imprevedibili'.

Quanto alla presunta predilezione delle truci e deprecande macchine editoriali odierne per la scrittura collettiva, a me sembra che i Wu Ming siano nati e siano prosperati tenendosi al di fuori di quelle macchine, e che i Babette Factory siano per ora un flop clamoroso. La Benedetti dice che ci sono molti altri casi. Mi vien da chiederle: quali?

Pubblicato da: Luca Tassinari - 09.02.06 17:19

Premesso che a me l'asma di Proust mi fa male assai e che non la posso soffrire al pari del Leopardi e di Mozart, pur riconoscendone la grandezza, non mi trovo affatto d'accordo con la Benedetti. C'è una bella differenza qualitativa fra i Wu Ming e i Babette Factory e il Gruppo dei Dieci: i primi due danno vita a romanzi pieni, completi, ma insufficienti comunque allo stile, che è invece presente ne il Gruppo dei Dieci. Per dirla piana, il Gruppo dei Dieci, seppur coi clichè di rito, sono assai più avanti e vicini a uno stile letterario che non la scrittura collettiva di oggi. E aggiungo: se liquidiamo così il Gruppo dei Dieci, allora uguale trattamento meriterebbero tutti i libri di Salgari, che in quanto a clichè è quell'autore che più di tutti ne ha fatto la sua precipua qualità, la stessa che ancora oggi lo tiene in vita in tutto il mondo.
Mi sembra piuttosto ingenuo definire la scrittura dei Dieci come un qualcosa per l'industria dell'intrattenimento; è anche per una forma di intrattenimento, ma è, in primo luogo, una lezione di stile, di clichè narrativi pienamente popolari che son radicati nell'"immaginario" popolare. Volenti o nolenti, il novanta per cento di ciò che oggi leggiamo è basato sull'"immaginario popolare"; e non dico solo per la scrittura contemporanea. La letteratura classica non ha forse i suoi riconosciuti clichè? Se non li avesse, non avrebbe identità, e nessuna la comprenderebbe; persino le avanguardie letterarie o paraletterarie devono prender spunto da dei clichè per tentare un "divenire" perfetto o imperfetto o nullo addirittura. Così anche la scrittura dei collettivi di oggi si basa su dei clichè, come ogni forma d’arte: è poi l’arrangiamento - dei clichè e la cernita operata sui medesimi - la forma ultima, che vien loro data dagli scrittori, a farne un libro leggibile e comprensibile.
La forza che contraddistingue “Lo Zar non è morto” è una sapiente scelta di clichè, di situazioni, di personaggi, che rimangono bene impressi nella memoria del lettore: l’originalità de “Lo Zar non è morto” sta proprio nel fatto che i Dieci hanno saputo operare una scelta oculata, affinché il romanzo fosse un’avventura continua di colpi di scena, immaginabili, commestibili a tutti.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 09.02.06 17:28

"La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un lviellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo."

Questa donna confonde la rivoluzione con l'ammuina.

Pubblicato da: Lucis - 09.02.06 17:39

Aggiungo un'ultima cosa: questa sarebbe una recensione, quella che ha scritta la Benedetti? No, perché se questa è una recensione, io sono Victor Hugo redivivo. Al massimo è un pensierino della sera, di quelli con le cispe negli occhi: niente per cui valga la pena scapigliarsi né irritarsi veramente. Se non avesse portato la sua griffe sarebbe stato bellamente ignorato, al pari dei pensierini che scrive la mia cuginetta sul diario prima d'addormentarsi abbracciata al suo agnellino di peluche.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 09.02.06 17:48

che i Wu Ming siano nati e siano prosperati tenendosi al di fuori di macchine editoriali è una sciocchezza cui può credere solo un noto sprovveduto come il tassinari
quanto a iannozzi che non sopporta proust mozart e leopardi e ama i cliché si è definito da sé

Pubblicato da: terrone - 09.02.06 19:41

@ TERRONE

Amo anche i clichè quando ben adoprati. Che è molto diverso da quello che dici tu di me.

A Mozart preferisco Tchaikovsky.
A Leopardi preferisco Majakovskij.
E a Proust preferisco Gogol', Tolstoj e Dostoevskij. Come ho avuto modo di dire in più e più occasioni, nel corso degl'anni.

Be', che i Wu Ming siano al di fuori di macchine editoriali è 'na gran fesseria cui non crede nemmeno la mia famosa cuginetta, quella che alla sera abbraccia il suo agnellino di peluche. E che tanta tenerezza mi mette nel cuore colla sua bella innocenza delicata.

Ma come nick, non potresti averne un altro? :-(

Saludos

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 09.02.06 19:49

Proust scriveva (poco, ma) PRIMA che arrivasse il cinema a cambiare - infrangere! - le regole. Mi rendo conto che non a tutti piace che 'I tempi cambiano' (la tecnologia avanza! avanza e trasforma! Il passatismo resta!). DOPO il cinema, il romanzo - come forma di scrittura non 'connaturata allo spirito dell'uomo e alla sua voce' come una busta col francobollo - qualche cambiamento (doveva) dovrà pure affrontarlo. C'è la scrittura collettiva e c'è la scrittura collettiva. Questo ormai lo sanno tutti. Non tutti immaginano che ci sia qualcuno che ancora contesta questo! Parlando di 'periodare', poi, non di 'cifra stilistica', o di 'tono'. Parlando di 'spirito del tempo'.

Pubblicato da: angela scarparo - 09.02.06 21:14

Ma: a me pare che indubbiamente lo "Zar" sia un "polpettone" (definizione di Gudio Conti) pieno di "amori, agnizioni, colpi di scena che si moltiplicano meccanicamente secondo i cliché più collaudati del genere" (come dice Carla Benedetti). Il punto è che lo "Zar" è (e sbaglierò; ma a me pare evidente in ogni riga), una parodia; e quindi, come in ogni parodia, ciò che è presente nell'originale (cioè nel romanzo borghese alla moda) in una certa misura, viene riversato nel testo in misura sovrabbondante ed esagerata.

Pubblicato da: giuliomozzi - 10.02.06 09:53

l'errore fondamentale della Benedetti - secondo me - non sta tanto nel pensar male, dal punto di vista stilistico, della scrittura collettiva: è suo gusto...
quello che mi pare francamente campato per aria è affermare che l'industria editoriale-culturale spinga per la scrittura collettiva, fatta di pseudonomi (come Babette Factory): lo sanno tutti, ma proprio tutti, che a parte alcuni casi davvero eccezionali (come ad esempio Wu Ming), i lettori tendono ad acquistare l'Autore, comprano il nome, lo vogliono conoscere, se il libro piace, anche personalmente. C'è tutto un rito attorno alla persona dell'autore che la scrittura collettiva complica. E ciò che è complicato si vende meno, o meno facilmente.
Mi sembra che si proietti una visione ultra-critica della letteratura sugli editori che spesso ragionano in maniera (fortunatamente) assai più elementare.
Vorrei proprio vedere se Valerio Massimo Manfredi (tanto per andar sicuri sul mainstream) proponesse alla Mondadori di scrivere un romanzone storico post-moderno insieme a qualcun altro ma pretendesse di non mettere il SUO nome in copertina (da solo, vale decine di migliaia di copie, anche se all'interno ci fosse l'elenco telefonico) cosa gli risponderebbero... ;)

Pubblicato da: marco v - 10.02.06 10:52

@ GIULIO

Mah!

Ti ho scritto in pvt, Giulio.

g.

Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 10.02.06 11:04

Marco, ma lo "Zar" fece rumore, a suo tempo, proprio perché i dieci autori che lo firmavano (con i nomi i copertina) erano i Baricchi e i Camilleri e i Lucarelli (dal punto di vista della fama) del tempo. L'operazione era fondata proprio sul "feticismo dell'autore" (e infatti vedi il libro di Carla Benedetti "L'ombra lunga dell'autore", Feltrinelli, nel quale lei contesta proprio la "scomparsa dell'autore" - tòpos della retorica critico-letteraria soprattutto di scuola strutturalistico-semiotica - spiegando come e qualmente le cose stiano appunto come dici tu).

Pubblicato da: giuliomozzi - 10.02.06 14:56

errore: "c'è la scrittura collettiva e la scrittura NON collettiva". scusate.

Pubblicato da: angela scarparo - 10.02.06 15:21

Da un articolo di oggi di Carmilla:
LODE DEL COLLETTIVO
di Ubaldo Fadini
......«Il collettivo è un essere sempre inquieto, sempre in movimento, che tra le mura dei palazzi vive, sperimenta, conosce e inventa tanto quanto gli individui al riparo delle quattro pareti di casa loro»(10).
10) Walter Benjamin, Parigi, capitale del XIX secolo, tr. vari, a cura di G. Agamben, Einaudi, Torino, 1986, p. 1089.

non so se sto usando la citazione in modo corretto, ma mi piaceva l'idea di vedere la reazione di Carla Benedetti a un'affermazione così estranea al suo modo di pensare.
Visto che si parla, appunto, di idee direi che anche questo punto di vista(di W. Benjamin) ha diritto di esistere a fianco di quello dell'Autore e che solo una presa di posizione maniacale può ritenere il collettivo minaccia di 'livellamento'. Fino a prova contraria molte opere d'arte (soprattutto pittorica) sono state (nel passato) opere collettive. Questo non le ha livellate (se non al meglio che i realizzatori sapevano esprimere) e non ha fatto di esse cosa morta. Tra le religioni le monoteiste mi sembrano le più intransigenti e forse un minimo di politeismo in letteratura farebbe solo bene, se non altro cambiano le icone. Se poi, come ricorda Angela si prende atto che i tempi sono 'moderni' si può passare a un sano: ognuno crede (o no) in ciò che preferisce :-)
besos

Pubblicato da: spettatrice - 10.02.06 23:43

Be', tutto il cinema è opera collettiva.

Pubblicato da: giuliomozzi - 11.02.06 00:07

caro Giulio, ieri mi sono scordata sia del cinema che dei gruppi musicali.
Sono livellati sono livellati.....direbbe qualcun*.
Scusa se finisco quì, ma mi viene da ridere :-)
besos

Pubblicato da: spettatrice - 11.02.06 09:12