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26.02.06
La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione
di Giacomo Sartori
[Riporto qui solo la parte finale - quella propositiva - dell'articolo di Giacomo Sartori apparso il 24 febbraio 2006 in Nazione indiana (il testo intero è qui). L'articolo di Sartori si incastra in una discussione con Gianni Biondillo e Massimo Rizzante e contiene tutti i rinvii necessari; ma si può leggere anche come articolo a sé stante. Consiglio di dedicare un po' di tempo anche alla discussione nei commenti, che è molto interessante. I link inseriti nel testo sono miei. gm]
[Vedi, in fondo, l'indice della discussione. gm]
[...] Non sono ossessionato dal problema della lingua. No, ma ritengo fondamentale un radicale lavoro sulla lingua per non essere vittime delle chiusure, non necessariamente legate solo all’attualità più recente, che vive il nostro paese. Lavoro sulla lingua non vuole dire necessariamente sperimentalismo, non vuol dire sfoggio linguistico, non vuol dire necessariamente che il testo finale esibisca le tracce della ricerca linguistica soggiacente. Il risultato può anche essere una lingua apparentemente piana e apparentemente banale. Ma implacabilmente cosciente di se stessa, cosciente degli errori possibili, dei pericoli, dei rimandi impliciti.
Ritengo che oggi, in Italia, non sia possibile scrivere dei testi di un qualche interesse senza avere una estrema padronanza della lingua che si adopera, senza battere delle strade per certi versi nuove. Ritengo che non si possa parlare con una minima profondità di un qualche testo senza analizzarne la lingua. [...]
Lo dico ancora più chiaramente: personalmente gran parte dei testi che si vedono in giro mi fanno ululare, da quanto sono intrisi di conformismo, o per esser più precisi da diversi tipi di conformismo. Sarei tentato di tirare fuori dei nomi, i primi quindici, anche eccellenti, così di botto, che mi vengono in testa. Ma non lo faccio. Perché la cosa interessante è analizzare e ragionarci sopra, non stigmatizzare. Perché però nessuno lo fa, nemmeno Nazione indiana, nemmeno i blog che si vogliono più critici? Curioso, no? Si riescono a fare lunghe e approfondite discussioni sulla mimesi o sui rapporti tra la narrativa e il mercato, si tirano fuori Platone e Heidegger, senza che venga mai fuori un nome, mai un esempio concreto, mai un passo di un testo, mai un nesso con la specificità della situazione italiana. Manco stessimo discutendo sulla luna. I più integerrimi se ne vanno per conto loro, per meglio battagliare contro la restaurazione (scusate, ma io preferisco continuare a chiamarla, proprio non riesco a vedere questa grande differenza con il passato, conformismo), e nemmeno dalla nuova postazione prendono posizione, ancora non mettono le mani nella pasta. Ma davvero non c’è nessuno disposto a lavorare a una cartografia del conformismo della narrativa (e della poesia) attuale italiana, per la propria salute mentale e per il bene delle patrie lettere? Se qualcuno fosse interessato io ci sto (nei limiti del mio tempo e delle mie capacità). Secondo me ci si ammazzerebbe dal ridere.
L'indice della discussione:
- Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
- Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
- Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
- Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
- Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
- Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
- Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
- Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
- Gianni Biondillo: Chiose di tutti i giorni, Nazione indiana, 02.03.06.
- Francesco Forlani: Come invecchiano i romanzi?, Nazione indiana, 06.03.06.
Vedi anche:
- Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
- In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell'articolo di Biondillo.
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 26.02.06 09:55
Interventi
Se tu cominci (Sartori o Giulio?) io ti seguo. C'ho le stigmate a furia di stigmatizzare! Quando posso mi risparmio.
Pubblicato da: angela scarparo - 26.02.06 11:03
Né per la restaurazione né per tutto quello che ci "satellita" attorno, quasi si fosse delle mosche bianche ma con le zampette sporche di marmellata. Però spero sempre che ritorni presto 'l'era del cinghiale bianco'.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.02.06 11:15
Già letto il pezzo quando è uscito in NI e, piuttosto che entrare in una discussione che non avrà mai fine, avevo deciso di stare nel concreto e pubblicare alcuni autori di oggi che dànno un'idea precisa di ciò che sta avvenendo. La mia pubblicazione del romanzo di Ammaniti su vibrisse è il primo di una brevissima serie che comprende Paolo Nori, Guido Conti e Andrea De Carlo (ho già pubblicato altri autori che cercano di rinnovare la lingua). Farò seguire ad Ammaniti, Nori, lunedì sera, spero, e poi Conti, e quindi De Carlo.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.02.06 11:17
@ BART
Ti prego, in ginocchio - non sono facile a mettermi in ginocchio ^____^ -, tutti ma non De Carlo: Alessandro Baricco, al limite. Ma non De Carlo: è peggio degli Harmony... pardon, gli Harmony sono meglio della scrittura di De Carlo.
O Fabio Romano se vogliamo fare gli sciccosi con della vera Letteratura. Ma De Carlo, ti scongiuro... è più edificante un harmony, un titolo a caso preso nel mucchio.
Beppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.02.06 12:05
No, Beppe, devo metterlo De Carlo proprio per dare, nella breve rassegna, quale mio contributo all'intervento di Sartori, anche la sua scrittura. De Carlo, non va dimenticato, ha un nutrito gruppo di lettori, ancora oggi.
Lo metterò e vedremo quel ne verrà fuori nei commenti:-)
Un abbraccio, e scusami per questo colpo basso :-).
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.02.06 12:39
Vabbe', ti perdono. :-) Ma mica m'hai fatto un colpo basso. :-)
E' sì vero che De Carlo è letto... a letto da casalinghe annoiate. O sognatrici. ^____^ I lettori, uhm, pochi. Diciamo, "letti-rici". :-)
Perdonami tu semmai: ma dopo essermi fatto del male con "Giro di vento" di De Carlo, ecco, non mi sono ancora ripreso. Sempre così ogni volta che affronto un trenino di panna o dei businessmen che incontrano degli indiani, perdendosi nella terra padana - disegnata come un improbabile west incontaminato. (Chi ha letto "Giro di vento", sa di che sto parlando.)
Speriamo non sia questa la letteratura tanto agogn"i"ata dagli Indiani. ^_____^
Torno a vedermi una soap-opera, rigorosamente in Vhs. ;-)
Beppe
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.02.06 12:54
La cartografia del conformismo in letteratura, a giudicare da qui e anche dagli ultimi commenti in NI, sarebbe piena di spazi bianchi, come le carte geografiche di secoli fa.
Sembrerebbe cioè che quasi tutti gli scrittori di cui si parla fossero non-conformisti, mentre Sartori dice che "gran parte" dei testi che si vedono in giro gli sembra intriso di conformismo.
Il che mi fa pensare che ognuno di noi sopporti un tasso di conformismo in letteratura strettamente legato al proprio conformismo nella vita, che reputa bassissimo, anzi, inesistente.
Proprio qui sopra, mi sembra, Iannozzi reputa De Carlo conformista e Di Monaco a quanto pare non è del suo parere.
Dunque è una discussione che non va da nessuna parte.
Dieu reconnaitra les siens
Pubblicato da: temperanza - 26.02.06 18:23
Conformista, temp, è un termine che non mi piace in letteratura. Non significa niente, a mio avviso. Perciò concordo con te che in questo modo non si va da nessuna parte. Mi sento un alieno circa le discussioni di questo tipo, perché somigliano tanto a quelle dei filosofi e dei teologi (degne comunque di rispetto): buone per tenere allenata la mente, allo stesso modo che si dice di un anziano (come me) che deve mandare a mente qualche poesia, filastrocca, proposizione e così via, se vuole tenere la memoria in esercizio. Io scelsi di imparare a memoria l'Infinito, non per la sua bellezza, come si potrebbe pensare, ma per la sua brevità. Dopo qualche giorno di esercizio, l'avevo bell'e dimenticata, e anche oggi, se me la voglio godere, devo andarmela a rileggere. Si possono evitare queste discussioni? No, come non si possono arrestare la filosofia e la teologia. Fanno parte di noi, sono dentro le nostre cellule e se queste si sviluppano in taluni più che in altri, è giusto che il loro sentire e il loro pensare partecipino a definire che cosa siamo. Anche il mio estraniarmi è un contributo alla conoscenza di ciò che siamo.
Detto questo, io guardo ad uno scrittore (ad un narratore) con un occhio su di lui e l'altro su coloro che lo hanno preceduto, cercando di annotarmi le novità. Ti meraviglierà sapere che tra i quattro scrittori che desidero passare in rassegna, Guido Conti de I cieli di vetro è quello che mi ricorda di più gli scrittori del passato che più amo (che è un grande complimento), mentre il chiacchierato De Carlo presenta, pure lui, alcuni spunti di novità, anche se marginali, rispetto per esempio a Paolo Nori.
Insomma, per tuffarmi anch'io dentro il termine conformismo, io trovo molto movimento negli scrittori di oggi, a volte perfino eccessivo. Perché la lingua (la scrittura) non è affatto ferma nel tempo, né si potrebbe fermare.
Bart
Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 26.02.06 19:33
@ TEMPERANZA
Be', sì: io considero De Carlo ben più che conformista, o del conformismo. Roba da considerare per quel che è: robaccia. Senza mezzi termini: apprezzo di più un onesto Harmony a un libro di De Carlo. Perlomeno l'Harmony 'è scritto in copertina' che è un 'harmony' e non un prodotto diverso. De Carlo non ce l'ha questa onestà: almeno lo scrivesse in copertina che scrive plot per telenovele, e forse lo considererei un po' di più. La lingua di De Carlo è piatta fino all'inverosimile: forse la sua piattezza monotona e reiterata è l'unico tratto saliente di De Carlo. Che poi stampi il suo ultimo libro su carta ecologica, be', oramai è diventata una moda, un conformismo che si spaccia per buonismo e attenzione nei confronti della natura.
Comunque così non si va da nessuna parte. E' vero.
Ciao ciao
g.
Pubblicato da: Giuseppe Iannozzi - 26.02.06 19:46
Sartori scrive:
"Sarei tentato di tirare fuori dei nomi, i primi quindici, anche eccellenti, così di botto, che mi vengono in testa. Ma non lo faccio. Perché la cosa interessante è analizzare e ragionarci sopra, non stigmatizzare."
Dopo qualche riga, aggiunge:
"Si riescono a fare lunghe e approfondite discussioni sulla mimesi o sui rapporti tra la narrativa e il mercato, si tirano fuori Platone e Heidegger, senza che venga mai fuori un nome, mai un esempio concreto, mai un passo di un testo, mai un nesso con la specificità della situazione italiana. Manco stessimo discutendo sulla luna."
Ecco, appunto. Ma la luna citata nel secondo brano non è la stessa del primo? perché mai Sartori preferisce non far nomi e poi si lamenta quando gli altri fanno la stessa cosa?
Oppure ho capito male io?
Pubblicato da: Giuseppe Ierolli - 27.02.06 11:32
Due di due, Treno di panna, Uccelli da gabbia e da voliera non mi sembrano solo "plot per telenovele". Il resto della sua produzione devo ammettere che non ha saputo rinnovarsi. Ho smesso di leggerlo da Di noi tre. Appiopparli del "robaccia" mi sembra un po' esagerato.
Di robaccia ne esce tanta in giro ma non mi sembra il caso di De Carlo. Il suo è un prodotto ormai noto. Sai cosa acquisti, sai cosa mangi.
Il solito discorso: chi ti obbliga ad acquistarlo, chi ti obbliga a guardare certe trasmissioni, perchè non cambi canale, perchè non cambi libro, perchè non cerchi di scrivere un libro migliore se ne sei capace?
Pubblicato da: apparecchiaturefonografiche - 27.02.06 12:04




