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01.02.06
Kenzaburō Ōe: Il grido silenzioso (1967) /1
Trad. Nicoletta Spadavecchia. Parte prima. Parte seconda.
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Il ventisettenne protagonista, Mitsusaburō Nedokoro (Mitsu), una mattina, quando si sveglia, sembra il primo uomo nato sulla terra, tante sono l’incertezza con la quale muove i suoi primi passi e la sofferenza con cui percepisce il suo stare al mondo. Eppure è sposato, ed ha anche un figlio “rinchiuso in un istituto". È cieco dall’occhio destro, a causa di un sasso lanciato da alcuni monelli, e questa infermità gli nasconde molti ostacoli che stanno alla sua destra, così che spesso sbatte contro qualcosa, ferendosi. Oltre che cieco, è brutto, al contrario del fratello minore, Takashi (Taka). Ma il suo occhio è stato da lui educato a scrutare “le tenebre craniche", a rivolgersi verso se stesso: “L’ho impiegato come esploratore della foresta buia che è in me e così facendo mi sono imposto il compito di osservare la mia interiorità." Viaggeremo dunque, con questo romanzo, in una oscurità nella quale dovremo riuscire a cogliere la luce. Non è poco, e non è per nulla facile.
Il protagonista, laureato in letteratura e studioso “di letteratura documentaristica sulla cattura e l’allevamento di animali selvatici.", che ha una moglie, Natsuko (Natsuko), alcolizzata (“ogni sera si addormentava ubriaca di whisky) ed un figlio minorato, e lui stesso è un forte bevitore, è uno degli sventurati che la mano della Provvidenza o della pietà umana ha dimenticato: “Seduto sulla nuda terra, sento l’acqua sporca passare attraverso i pantaloni del pigiama e le mutande e bagnarmi le natiche; eppure mi scopro ad accettarla docilmente, come chi non può rifiutare". Siamo appena all’inizio e abbiamo la dichiarazione di intenti dell’autore. Se si è toccati dal dolore, difficile ribellarsi: l’uomo vive una condizione di sofferenza che non ha l’eguale: “Il cane, invece, rifiuta di sporcarsi." È indubbiamente grazie a quell’occhio cieco che ogni cosa, ogni azione, ogni immagine, ogni parola, si trasformano in uno scandaglio dell’anima. Per fare questo, i movimenti della scrittura devono essere lenti come l’incerto passo che avanza nel buio. Ōe che, ricordiamo, è stato insignito nel 1994 del premio Nobel per la letteratura, si muove con l’ausilio di una scrittura penetrante e ostinata, capace di indugiare sulle piccole cose, accerchiandole prima come per un lungo assedio, per poi all’improvviso sorpassare la barriera che ne occludeva il profondo e nascosto significato. I personaggi affioranti da una simile scrittura sono tutti dolenti, aperti nelle ferite prodotte da un’ossessione a conoscere e a comprendere. Come l’amico che si è impiccato, dipingendosi, prima del gesto estremo, la testa di rosso e con “il corpo nudo, il cetriolo nell’ano". Il suo è “un grido muto, quel grido non basterebbe a chi rimane."; il cadavere nudo davanti agli occhi di coloro che lo avrebbero ritrovato “definitivamente morto, è in se stesso un grido disperato." Nonostante un tale assedio, l’analisi e la perforazione dell’intimità, l’uomo resta incomprensibile. Anche il fratello Taka è contaminato dall’imponderabile e dall’inconoscibile. Attore irrequieto, affetto da gonorrea, rifugiatosi in America, lascia la compagnia teatrale per girare in piena libertà. Questa contaminazione si nasconde dietro una barriera, è avvolta da un velo, si ripara dietro una parola, un soffio, una sensazione, un tremore, una paura. Ha un nome, è la vergogna. Una vergogna intima, un sedimento dell’anima (“Incomprensibilmente, non sento più il bisogno di essere pulito."), un turbamento dalle molte e ignote cause, paiono possedere la natura umana. La vergogna, così, fa parte di noi, ci appartiene al pari della nostra individuale esistenza e, allo stesso tempo, ci accomuna, ci rende eguali davanti a quell’universale specchio in cui scorgiamo la nostra anima.
Il romanzo, scritto nel 1967, sembra aspirare ad andare oltre i limiti temporali per raffigurare l’uomo che, a partire dalle sue origini, si distende e si allunga in un’unica ombra verso la sua definitiva, terminale rivelazione. Ōe delinea l’uomo posseduto da una ancestrale imperfezione, da una malattia esistenziale, costretto ad una vita di sofferenza e di paura, in attesa ansiosa e liberatoria di un risveglio che non arriva mai: “capisco in parte il significato della quotidiana esperienza del risveglio quando, nell’alba, il corpo si smembra e un dolore sordo strazia ogni sua parte." La sua scrittura riflette il buio di una cecità abituata a muoversi tra le ombre dei nostri più oscuri e remoti recessi. Ecco, fra le molte altre, una proposizione significativa: “Mentre dormivo nelle tenebre che avviluppavano la mia forma scura". Sembra assente qualsiasi forma di luce dentro questa scrittura così minuziosa e lenta: “bevevo una birra che appariva nera nella semioscurità della stanza". E quando è presente, è senza vita: “La notte pietrificata, sorvegliata da impietosi fasci di luce, non offriva alcun rifugio. Frotte di aerei immobili e colorati erano ammassati come pesci secchi, in un disordine di tiepidi azzurri e caldi arancioni."; “Avevo la sensazione che la stanchezza e un’incomprensibile irritazione facessero marcire i miei denti e insinuassero nella mia bocca il sapore amaro della futilità e dello sconforto."; “il fiume nero imprigionato nella neve"; “la vista mi era impedita dalla foresta completamente buia." Spesso è il sogno a tentare di scoprire il significato della vita e a fare da contraltare alla buia, cieca realtà. Ma ciò che nel sogno si vede e si muove sono, soprattutto, ancora una volta, la lentezza e la esasperante vecchiezza del tempo. Quando ci si desta e ci si immerge nella realtà, ecco che ci accorgiamo che tutto cospira affinché si estenda ai vivi il silenzio di una cosmogonia dominata dalla morte. Il figlio ritardato di mente ne è il simbolo più forte: “Sembrava che in lui si fosse realizzato un annullamento più totale della stessa morte." L’ambiente in cui si muovono i personaggi subisce il loro decadente contagio, sì che noi vediamo ogni cosa solo con i loro occhi. È il fratello Taka ad offrire una delle chiavi interpretative del romanzo, allorché, all’aeroporto, dove giunge dall’America, a Mitsu che gli confida di sentirsi “circondato dall’odore della morte." risponde: “Se è così, Mitsu, devi liberartene e risalire nel mondo dei vivi. Se non lo farai, l’odore dei morti ti corroderà." Mitsu è chiamato ad arrestare una degradazione fisica e morale perniciosa e devastante come una malattia. Gli stessi suoi tratti somatici assumono il significato ammorbato e corrosivo di una lenta agonia. L’universo di Ōe è immerso in un pozzo buio, dal quale non sarà facile risalire verso la luce. La stessa speranza si è trasformata nel male che divora il protagonista: “si annullava per sempre la possibilità di recuperare la calda sensazione di attesa." Pare di ritrovarsi dentro le ostinate, nevrotiche inquietudini che corrodono i personaggi di Dostoevskij, ma avvolte, qui, in una tenebra ancora più oscura. L’ignoto e la paura sono i veri dominatori degli scenari che si succedono nella lugubre storia. Nel mentre attraversano la foresta, della moglie penserà: “la sua mente oscillava pericolosamente tra la paura interiore e la paura di essere abbandonata dall’autobus nel fitto della foresta."
Taluni personaggi o cose, siano essi concreti o frutto della fantasia popolare, tessono intorno al protagonista e alla sua famiglia una ragnatela di magica tragicità. Tali sono Chosokabe, “un essere spaventosamente grande, onnipresente nello spazio e nel tempo.", Giichirō (Gii), “l’eremita", “il pazzo che scendeva nella valle di notte" e “si affrettava verso l’oscurità sempre con il capo chino in atteggiamento triste", come pure la foresta che precede la valle e che dà la sensazione di possedere una propria forza che presto dovrà assorbire il villaggio dove vivono Mitsu e i suoi familiari: “la forza della foresta aumenta sempre più"; “presto il villaggio della valle sarà assorbito da quella"; “finirà col sopraffare la valle"; come anche la nebbia nella quale il villaggio è avvolto: “scendemmo nella valle dentro la nebbia che diventava sempre più fitta e profonda." Nella foresta, inoltre, si crede abiti proprio Chosokabe. La trama ha la stessa lentezza, e la stessa tessitura che all’improvviso si dilata, di un film di Kurosawa, del 1954, I sette samurai (anche nel romanzo c’è la minaccia di un ricco signore contro i poveri abitanti di un’intera valle). Ad esempio: la storia si allarga nell’accenno alla rivolta contadina del 1860 in cui furono coinvolti su fronti opposti il bisnonno del protagonista e il fratello; o nell’accenno alla guerriglia contro la comunità coreana, durante la quale trovò la morte il fratello S, o alla moria dei polli di un allevamento gestito da una comunità di giovani, o al soggiorno americano di Takashi, o alla danza Nenbutsu. Poi torna a restringersi sui particolari minimi come nel caso del cadavere del fratello S, picchiato e ucciso da una sassata: “una fila ordinata di formiche entrava nelle narici di S e usciva dalle orecchie, portando ciascuna un piccolo granulo rosso." o, più avanti, durante la danza Nenbutsu, la descrizione del viso di Natsumi: “Seguiva con attenzione la danza Nenbutsu, appoggiandosi allo stipite con la mano destra e schermandosi gli occhi dai raggi del sole con la sinistra. Il palmo della mano proiettava un’ombra sulla fronte, gli occhi e il naso e quindi non distinguevo chiaramente la sua espressione."
Per un destino cinico, uno dei coreani, che erano stati condannati ai lavori forzati nella valle, una volta libero, era riuscito ad arricchirsi e a diventare “l’imperatore dei supermercati", da cui dipendevano molte delle coltivazioni e molti degli allevamenti del luogo: “L’uomo di robusta costituzione, che marciava a passi regolari come un militare, dando calci all’orlo del cappotto nero e lungo quasi fino ai calcagni, era l’imperatore." Mitsu non sa nulla di tutto ciò nel momento in cui sta per vendere una sua vecchia proprietà al ricco imprenditore e si lamenta che nessuno del villaggio gli abbia mai detto niente. Incombe ancora una volta il silenzio che domina tanto la valle quanto lo spirito di ciascuno di noi: “La valle è irrimediabilmente in agonia!" Tutto sta assumendo il valore di una metafora: “Sembrava che qualcosa di maligno si nascondesse al cuore dei rapporti tra la gente della valle e l’imperatore dei supermercati." Non è difficile richiamare alla nostra memoria l’immagine manzoniana del castello dell’Innominato che domina dall’alto della sua collina la valle: la stessa paura nel cuore della gente, la stessa tirannia del ricco signore: “Da ora in poi, il gruppo dei giovani della valle dovrà combattere una dura guerra per evitare di finire nella morsa dell’imperatore dei supermercati."
(continua)
Pubblicato da Bartolomeo Di Monaco, il giorno e l'ora: 01.02.06 20:08




