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17.02.06

Intervista a Roberto Pazzi

di Emanuele Pettener

(Tutti gli articoli di Emanuele Pettener in Vibrisse)

Roberto Pazzi (1946) è autore di 6 raccolte di versi e 13 romanzi (il primo dei quali Cercando l’Imperatore, Marietti, 1985, l’ultimo L’Ombra del padre, Frassinelli, 2005).

Lei nel suo ultimo romanzo L'Ombra del Padre ha messo in scena Dio, Gesu Cristo, il Diavolo, e un capitolo persino la Vergine Maria. Qual è, da un punto di vista della scrittura, l'aspetto più difficile o delicato di un'operazione del genere?
Prima di tutto tremano le mani quando si scrive il pensiero ... di Dio! Poi c'è lo scontro con la immensa tradizione letteraria che ne ha già parlato, e di che livello! Penso a Dostoevskij ad esempio. Il problema era proprio scrivere in modo diverso dopo che... Dante ne aveva già parlato in modo supremo. Ecco perchè la genesi è stata lunga più del solito, intervallata fra una parte e l'altra da un anno di silenzio.

Mi sbaglio o nel suo romanzo Gesù Cristo è il personaggio buono, umano, e valoroso - ma il Padre mica tanto?
Il Padre è una specie di Saturno, una sorta di Ananke, di Moira, il cui residuo pesante e plumbeo è presente fin da Omero, nell'Iliade, quando Giove piange per non poter salvare Sarpedonte. E ritorna con tali caratteri nel Vecchio Testamento. Il loro drammatico dialogo è la storia del complesso rapporto che ha l'umanità con Dio, perchè l'umanità collabora a crearlo, lo completa, lo designa, lo sogna... Noi aiutiamo Dio a manifestarsi e siamo duplici, da una parte lo temiamo come giudice - il Padre - dall'altra lo amiamo come Amore assoluto - il Figlio - che si carica della nostra carne e della nostra paura di lui.

Quali sono i suoi scopi quando scrive un romanzo ?
Divertirmi a stanare dal mio inconscio un'ombra renitente a farsi carne e offrirla in dono al lettore. E comunque affrontare un bel viaggio che mi porti lontano dalla realtà che devo subire ogni giorno appena esco di casa, in questa città o in viaggio in questo corpo qui, in questo sesso, in questa era storica, con una nascita avvenuta in quell'anno e non più rivedibile se non per estro creativo nei miei personaggi...

Nei suoi romanzi (e specie nell'ultimo) c'è sempre abbondanza di pensiero, di analisi esistenziale e sociale. Non avverte mai il rischio di debordare nel saggio?
È una delle grandi possibilità del romanzo, quella saggistica. E una sua virtù. Diversamente si può facilmente cadere nel lirismo, che era tipico dei miei primi lavori. Ogni età creativa ha la sua febbre. Io ora attraverso l'età della riflessione narrativa. In generale la struttura filosofica è come lo scheletro che si intravede dietro la carne bella di Laura, la donna del Petrarca. La quale diventa "poca polvere son che nulla sente". Credo che la favola sia l'esca per catturare l'attenzione del lettore e fargli ingerire la medicina del pensiero.

Ne consegue che il romanziere è un intellettuale, un “trasmettitore" di pensiero. Ma svolge la sua funzione d'intellettuale all'interno del romanzo o fuori?
Fuori e dentro. Ma non avrei questo spazio se non avessi scritto 13 romanzi tradotti in 23 lingue e 6 raccolte di versi. La presunzione di dover fare il maestro di pensiero mi pare comica, comunque, perchè la complessità dello scibile oggi è a tale livello di saperi separati e specialistici che si rischia sempre di dire sciocchezze su cose che non si conoscono. Penso alla questione energetica e ai trattati di Kioto, al problema del nucleare, del clima, dell'AIDS per esempio. Che cosa veramente ne sappiamo? Se ci si addentra con serietà si scopre che dovremmo stare una vita sui dati e le informazioni prima di farcene una idea generale. E prima di dire a nostra volta la nostra idea. Quando Pasolini era vivo, 30 anni fa, era più facile affermare cose generali. In tre decenni il sapere si è ancora più specializzato e settorializzato.

Ma nei limiti che ci consente il nostro tempo, il romanziere dovrebbe sempre esercitare la sua funzione d’intellettuale, ovvero dire cose di pubblica utilità, far luce, far da guida, mettere all'erta e via dicendo?
Non è detto, io non ho verità generali da vendere ai miei simili. Però se è un grande scrittore finisce controvoglia per esserlo... Ma nelle cose di letteratura c'entra troppo il caso e non il merito. Quindi un asino può diventare scrittore famoso e dettare legge e un genio rimanere oscuro e misconosciuto vedi Pessoa e Morselli... E come asini famosi vedi Dan Brown e Giorgio Faletti.

Cosa non le piace dei libri di Brown e Faletti?
Del primo l'assoluta gratuità storica delle sue trame mirabolanti. Chi ha una vera conoscenza della Storia, chi l'ha veramente studiata, avrebbe orrore di tessere trame così sensazionalistiche e basate sulla sabbia che attaccano presa solo su chi è ignorante della stessa. Solo in un continente dove non c'è molta memoria storica, come l'America, potevano allignare delle fole così facili e accattivanti e purtroppo esportabili in un mondo che insieme alla Coca Cola mutua anche quella pellicolarità sottile di conoscenze. Il che non significa che negli Usa non ci siano moltissime persone che la Storia la conoscono e la rispettano e mai scriverebbero cose così "incantacretini". Purtroppo ha fatto moda anche da noi. Il padano Valerio Massimo Manfredi, per fare un esempio, lo imita.

E Faletti?
Faletti ha costruito un giocattolo che funziona molto bene, ma a me i giocattoli non piacciono, da grande. Mi piacciono i libri.

La differenza fra un giocattolo e un libro?
Quella che c'è fra Io Uccido di Faletti e Grande Sertao di Rosa, ad esempio. Comunque non ho letto che poche pagine di Faletti, ma aveva ragione Flaiano quando diceva "non l'ho letto ma non mi piace". Che è anche quanto dire che "vero lettore è chi sa che cosa non leggere".

Non crede che Brown e Faletti abbiano il merito d'aver messo su una buona trama, avvincente, per cui è necessario un sicuro dispendio d'intelligenza e bravura?
Se un romanzo è solo fatto di trama sono d'accordo. Ma per me un buon romanzo è fatto di stile, prima che di trama. A me piace la lingua, la scrittura, il modo di dire nuovo e non banale mi attira, non ritrovarmi anche in un libro il facile sensazionalismo cinematrografico alla "Titanic"

Lei però mette qualsiasi romanzo sullo stesso piano, come se tutti i romanzi fossero sullo stesso livello e quindi in diretta competizione tra loro, come se tutti avessero le stesse finalità (estetiche, etiche, filosofiche) e tutti si rivolgessero allo stesso pubblico. Jorge Borges e Faletti producono due piaceri "ontologicamente" diversi, più raffinato e perpetuo il primo, più grossolano ed effimero il secondo – ma per questo Faletti è un asino?
Certo per asino intendevo proprio questo perseguire un grossolano fine di presa dei lettori a livello basso. Faletti come persona sarà una bravissima persona, il mio giudizio non è personale ma letterario, è chiaro.

Molti romanzi restano invenduti in libreria: si dice che sia perché gli Italiani non leggono o, appunto, leggono Faletti e Dan Brown. È vero?
Certo. Difficile che leggendo Faletti e Brown si appassionino poi a leggere Shakespeare, la Yourcenar, Canetti, Sartre, Proust. Resteranno sempre nel cortile della Letteratura, senza entrare nelle sue sale.

Non potrebbe essere che i romanzieri italiani non possiedono l'immaginazione di Faletti a metter su uno straccio di trama, e tuttavia si credono Borges?
Perdòno più il credersi Borges che possedere l'arte dello straccio di trama e millantarla come "la" narrativa.

O forse amano credersi Borges perché non riescono ad avere l'immaginazione di Faletti?
Sono due scuole di pensiero così lontane, penso che la domanda non si pone.

Non le ho citato Borges a caso. Borges difendeva il genere del giallo, proprio perché fondato su quella cosa, la trama, che molti scrittori sembrano postmodernamente (e comodamente) perdere di vista. Cos'è la trama per lei, fine o pretesto?
Ma Borges aveva il dono di una scrittura infinitamente poetica e raffinata, aveva il dono della scrittura! Uno spessore di conoscenze e di letture immenso come la sua biblioteca. Univa la tensione della trama giallistica e questo dono, era il massimo. Ma Faletti che cos'ha? Le mutande di Borges senza averne i coglioni. La trama è consustianziale alla forma, non si può scindere la forma dal contenuto, ce lo insegna il buon De Sanctis.

Qual è il fine della sua scrittura?
Raccontare è un'azione che ha in sè il suo fine, e cioè aiutare il Tempo a scorrere, dilatare la vita, rinviare la morte, accrescere la creazione, cooperare con Dio, completare l'opera imperfetta di qualcuno che ha iniziato bene e poi ha commesso qualche errore... Ma sto raccontando di nuovo la genesi del mio ultimo libro L'Ombra del Padre, chiedo scusa!

Prego, prego. Continui...
La scrittura non si restringe facilmente in uno scopo. Aveva ragione Sherazade, la verità non sta in un solo sogno ma in mille e uno sogni. A me la scrittura è servita per darmi da solo delle risposte a domande che sarebbero rimaste senza risposta se non avessi cominciato a tormentarmi con quelle domande. È una specie di terapia razionale, come la definiva Lanfranco Caretti. La stessa cosa mi è accaduta leggendo. I libri che mi piacevano erano quelli in cui trovavo delle risposte a delle domande che mi tormentavano.

Che pubblico ha in mente quando scrive?
Nessuno in particolare. Si scrive per essere amati e si è letti senza poterlo essere, diceva Roland Barthes... Ma forse penso al pubblico che ama i miei stessi autori, i maestri che ho in testa, da Proust alla Yourcenar, da Rosa a Marquez, da Rilke a Shakespeare, da Saba a Salinas, da Bulgakov a Buzzati, da Leopardi a Pirandello, da Montale a Penna, da Svevo a Howthorne.

Quali son gli scrittori italiani (romanzieri, saggisti, poeti) degli ultimi quindici anni che resteranno tra cinquant'anni, verranno studiati nelle scuole, discussi all'università - letti?
A questa domanda preferisco non rispondere. La morte ha un'unica generosità, preservarci dal sapere se qualcosa di noi è sopravvissuto. Perchè privare gli altri di quello che anche a me è concesso ?

In Vibrisse si parla spesso dei problemi dell'editoria italiana. Può raccontarmi l'idea che se n'è fatto in 20 anni d'esperienza, dirmi cioè cosa le piace e non le piace dell'editoria italiana e, dato che i suoi libri sono stati pubblicati da importanti case editrici straniere, fare una comparazione con l'editoria degli altri Paesi?
L'editoria italiana è al traino come tanta europea della colonizzazione americana. Addirittura si allevano rampolli di allevamento, che becchettano mangime precotto dagli Usa, nella speranza di imitare anche le vendite di quei polletti di allevamento. C' è persino chi copia Brown oltre che Wilbur Smith su commissione dell'editore... Ma non farò dei nomi. Sono gli editori che mettono in tentazione questi falsi d'autore... E così uccidono le capacità di gustare l'altra letteratura, quella erede della classicità. Non si passa da Manfredi alla Yourcenar, purtroppo.

Pubblicato da Emanuele Pettener, il giorno e l'ora: 17.02.06 20:46

Interventi

Come sempre è il denaro che corrompe ogni cosa, per cui si pubblicano autori commerciali e con ciò si rende difficile, specialmwente ai giovani, il passaggio alla letteratura. Pazzi ha perfettamente ragione.

Nella mia prossima raccolta di letture (se uscirà ad aprile/maggio: lo spero) tra i romanzi letti ho inserito La stanza sull'acqua, di Pazzi.
E' possibile leggerla già nel mio sito, qui:
http://xoomer.virgilio.it/badimona/Pazzi.htm

Bart

Pubblicato da: Bartolomeo Di Monaco - 17.02.06 21:54

Buongiorno,
mi chiamo Maria Zuppello e fino alla fine di dicembre sono stata l'inviata di Macchina del Tempo channel, il canale satellitare della Macchina del Tempo.
Le scrivo da New York dove sto lavorando ad un documentario sulle armi biologiche insieme a Danny Schechter. Danny e' un giornalista investigativo molto conosciuto negli Stati Uniti. Ex-producer CNN e ABC ha vinto due Emmy Awards e dal 1988 ha apertola sua casa di produzione. Realizza documentari graffianti e critici del sistema americano attuale (in particolare quello mediatico).
Le scrivo perche' desideravo segnalarle il blog di Danny
www.mediachannel.org
e il mio
http://videojournalist.blogs.it
Dia un'occhiata, soprattutto a quello di Danny.E'una persona di grande valore e mi piacerebbe che in Italia fosse piu' letto.
Grazie per l'attenzione

Maria Zuppello

Pubblicato da: maria zuppello - 17.02.06 22:44

Senza giri di parole: stronzate. L'idea che esista una differenza tra Letteratura con la L maiuscola, quella per i salotti buoni, e sottoprodotti per imbecilli, è una delle maggiori tare culturali italiane.

Chi la propone finisce per dire più cose di sè (cose poco lusinghiere, peraltro) che dell'oggetto di cui sta parlando.

Io sono convinto che un libro che non sia anche un giocattolo non è un buon libro. La vita è gioco - e visto che a Pazzi piace giocare all'erudizione, chiamo a testimone Huizinga.

E sì che Faletti neanche mi interessa...

Pubblicato da: Francesco - 18.02.06 11:18

buongiorno so' luciano freud, bisnipote der mago de vienna, cose de pazzi, digo, cose dell'aspromonte, aho, li mortacci!!!

Pubblicato da: luciano freud - 18.02.06 19:01