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11.02.06
Helmut Newton mutoide in Playboy
Helmut Newton, fotografo tra i più celebrati – ma anche detestati – del Novecento, ha prodotto una mutazione nella fotografia erotica, e nella fotografia di moda - che nel suo lavoro erano inscindibili - da cui non vi è stato più ritorno. I segni di questa mutazione permanente si vedono oggi soprattutto nei fotografi dei calendari, i quali ritraggono l’attrice, la soubrette, la velina, nude, coi corpi esageratamente in tensione, in pose innaturali. Ma siamo allo stereotipo, alla ripetizione di uno stile che diventa sub-stile; altra cosa erano la mano del caposcuola, l’impronta del maestro.
Quando Newton iniziò finalmente ad avere successo [un successo e una voglia di fama, di ricchezza, di lusso lungamente coltivati e inseguiti (forse per cercare un risarcimento alla sua infanzia dura di bambino ebreo sfollato dalla Germania nazista), come ha scritto senza reticenze nella sua autobiografia], tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, quei nudi sfrontati, eccessivi, barocchi, quelle donne ritratte di fronte coi pugni chiusi e uno sguardo gelido, implacabile, puntato sull’osservatore, “bucavano" la fotografia europea, che era statica, ingessata in canoni rigidi di eleganza che neanche i fasti della swinging London (splendidamente rappresentata da Antonioni in Blow up) erano riusciti a smuovere.
I suoi detrattori – primo fra tutti Oliviero Toscani, che non l’ha mai potuto soffrire – l’hanno sempre accusato di inseguire l’épater le bourgeois, perché la sua sfida al pudore, il suo stile scandaloso, erano falsi, in quanto interni alle “pruderie" borghesi; i suoi erano oltraggi gratuiti e inutili, perché puntava esplicitamente a solleticare la malizia dei benpensanti, a soddisfare il loro piacere voyeuristico. Lui, che adorava girare in Bentley, e aveva un debole per i grandi alberghi, la celebrità, lo spreco, i lussi che poteva permettersi proprio con la sua attività di fotografo scandaloso, rideva sornione di queste critiche. Diceva apertamente che lui era un voyeur, che tutti i fotografi lo sono; che amava il porno-chic, che andava pazzo per le donne, e il suo obiettivo era spogliarle: che continuassero pure a criticarlo, lui tirava dritto per la sua strada.
Questo libro, uscito in occasione delle feste natalizie come oggetto da regalo [(forse non per la mamma o per la zia) Mondadori, euro 35] raccoglie un corposo portfolio di immagini realizzate durante quasi un trentennio di lavoro per Playboy. Qui lo stile di Newton trova una realizzazione quasi perfetta, perché poteva progettare e realizzare le sue foto erotiche (il lavoro di progetto era lungo e meticoloso, poi la realizzazione era veloce, con un numero molto limitato di scatti e un’attrezzatura assai semplice) senza le inevitabili limitazioni dei redazionali di moda o della pubblicità. Non sono le classiche foto di Playboy, i nudi morbidi, a luce calda, rassicuranti; il suo stile destabilizzante si fa sentire: arrivano le donne statuarie, le extraterrestri tese in pose innaturali, con aperti richiami alla pornografia, al feticismo, attraverso l’uso di protesi, bambole gonfiabili, manichini; c’è il suo talento di ritrattista, con servizi che hanno come modelle Nastassia Kinski, Debra Winger, che accettavano, come quasi tutte le attrici, anche le più pudiche, di spogliarsi per lui; c’è la sua pennellata ironica, quasi comica, con la ragazza fotografata in cucina, casalinga seminuda, davanti a un pollo arrosto con un coltellaccio in mano; c’è il gusto del paradosso, dell’estremo, con un uomo che cavalca una donna con tanto di sella, e sarebbe un’immagine estremamente trash, se una risata di lui non la riscattasse; c’è l’affondo voyeurista, con lei nuda che bacia appassionatamente lui coi pantaloni, mentre una terza donna con gli occhiali scuri guarda, seria, lontana. E c’è la sezione di apertura, che ha il titolo di "200 Motels", una raccolta in bianco e nero che realizzò in giro per la Florida meridionale con la giovane attrice Kristine de Bell: Newton la fotografava nelle squallide camere, china di fronte al frigorifero, e all’aperto, con un desolato paesaggio come sfondo: come non pensare a Humbert Humbert e a Lolita vagabondi per la provincia americana?
Helmut Newton sfugge alla critica fotografica, che spesso è concettuale, accademica, perché non è classificabile, e la sua contraddizione la banalizza, la ridicolizza. Così a un commento scritto nell’introduzione dallo scrittore Walter Abish sulla sua scelta di trasferirsi a Montecarlo: “terra di nessuno esistenziale, una località, come la sua fotografia di moda, nel segno di una invitante artificiosità", possiamo trovare una risposta squisitamente newtoniana nella sua autobiografia: oppresso dal fisco francese, che si mangiava l’ottanta per cento dei guadagni, scelse Montecarlo, dove le tasse erano “un dettaglio insignificante".
Pubblicato da giuliomozzi, il giorno e l'ora: 11.02.06 11:12
Interventi
Mi capitò, per caso, di conoscere Helmut Newton circa 20 anni fa quando, la società dove lavoravo all'epoca, gli commissionò un calendario.
Ce l'ho ancora, quel calendario che, autografato da Newton, fa bella mostra in un angolo di casa mia assieme ad alcuni scatti che non finirono nel calendario.
Di fotografia non capisco nulla, non le so fare, non fanno proprio per me, ma cavolo: era bravo, molto bravo :-)
Buon fine settimana. Trespolo.
Pubblicato da: Trespolo - 11.02.06 13:01
E' verissimo le foto dei calendari se ritraggono figure femminili, rispecchiano le foto di Helmut Netwon.
Intrise di sesso, potere, desiderio, ...... difficile, trovare un sorriso su quei "volti nudi".
Con Newton è come se fosse nata la "donna calendario" , inafferrabile, innaturale, gelida come se la gaiezza non faccia parte della femminilità, dell'erotismo.
Pubblicato da: Giovanni - 20.02.06 18:05




